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giovedì 19 gennaio 2012

I libri di testo elettronici non saranno una bacchetta magica

 
Da qualche giorno si parla molto dell’evento che Apple ha organizzato per oggi (giovedì 19 gennaio) a New York. Evento centrato sull’educazione, e di cui sul Wall Street Journal Shara Tibken dice che “is expected to unveil textbooks optimized for the iPad and that feature ways to interact with the content, as well as partnerships with publishers”... il resto dell’articolo non lo vedo, perché accessibile solo ai paganti (o, per un breve periodo, ai registrati).
 
D’altra parte, la rivista online Ars technica riferisce in un articolo di Chris Foreman che “sources close to the matter have confirmed to Ars that Apple will announce tools to help create interactive e-books—the ‘GarageBand for e-books’, so to speak—and expand its current platform to distribute them to iPhone and iPad users”.
 
Beh, ormai basta aspettare qualche ora per sapere chi ha ragione... Ma, indipendentemente dai dettagli dell’innovazione che sarà annunciata oggi, partiamo dal presupposto ottimistico che si tratti comunque di qualcosa di interessante. Che impatto può avere per il mercato dei “libri di testo”? La cosa mi coinvolge anche a livello personale, visto che ho lavorato a un bel po’ di libri di testo, per la scuola e l’università, e uno lo sto chiudendo proprio adesso.
 
È importante ricordare, però, che l’introduzione di “libri di testo elettronici” viene spesso vista in Italia come una specie di bacchetta magica. Per esempio, tra le Cento proposte per l’Italia lanciate il 31 ottobre 2011 sindaco di Firenze Matteo Renzi è stato trovato lo spazio per dedicarne una, la n. 85, agli Ebook per tutti:
 
Moltissimi libri sono liberi dai diritti d’autore, in pratica lo sono tutti i classici della letteratura italiana. L’invenzione degli ebook ha eliminato i costi di stampa e di distribuzione di un libro e, nel caso specifico, non essendoci diritti d’autore, neppure questa voce di spesa è presente. I costi sono soltanto legati alla accessibilità su web dei titoli e l’organizzazione del loro downloading. Il Ministero della Pubblica Istruzione, con spesa molto contenuta, potrebbe offrire la disponibilità degli e-readers a titolo gratuito a tutti gli studenti e promuovere una diffusione simile, a basso costo, anche dei libri di testo.
 
L’autore di questa proposta (forse Giorgio Gori, ex direttore Mediaset) non ha messo a fuoco il problema della codifica dei testi e pare non si renda conto del fatto che i classici della letteratura italiana sono già da tempo disponibili in modo organizzato su diversi siti... nonostante le difficoltà di Bibliotecaitaliana, moltissimi titoli sono per esempio disponibili da decenni sul sito di LiberLiber. Però, anche al di là di questo e delle sgrammaticature, la proposta non mi è molto chiara: si vogliono fornire lettori di ebook gratis a tutti gli studenti italiani con la speranza che leggano classici della letteratura? Beh, perché no? Ben pochi di questi strumenti, temo, verrebbero poi usati effettivamente per leggere – tantomeno per leggere classici della letteratura italiana, che già oggi giacciono in milioni di copie, non particolarmente contese, nelle biblioteche – e il costo dell’operazione a occhio si aggirerebbe sul mezzo miliardo di euro (= 50 € per ogni lettore, moltiplicato per i circa 9 milioni di studenti delle scuole di ogni ordine e grado)... però anche se l’investimento non è troppo sensato, meglio impiegare i soldi in questo modo che in molti altri. Di sicuro, sarebbe un bell’aiutino di Stato per il mercato dei libri elettronici.
 
La proposta comunque, noto, termina evocando i “libri di testo” e i possibili risparmi ottenibili in questo modo. Sullo stesso argomento è tornato due mesi dopo il nuovo ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Francesco Profumo, che in un videoforum ha espresso auspici in tal senso: “I libri si spostino sui tablet. Si possono scaricare - non gratis, le cose hanno un valore -. Possono così divenire dei ‘book in progress’, sfruttare al massimo l'interattività. E alla fine si risparmia, pur considerando l'acquisto del tablet”.
 
Al di là di un’affermazione come “non gratis, le cose hanno un valore”, che sarebbe agghiacciante se non fosse evidentemente buttata lì tanto per dire, anche il ministro sembra non essersi accorto di un fatto: nella scuola italiana i “libri di testo” elettronici sono già obbligatori. O meglio, l’articolo 15 della legge 133 del 6 agosto 2008 stabilisce al comma 2 che “A partire dall'anno scolastico 2011-2012, il collegio dei docenti adotta esclusivamente libri utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista”. Ma, appunto, penso che della bacchetta magica se ne siano accorti in pochi. Sui problemi di applicazione della legge, evidenti già alla sua approvazione, segnalo una bella analisi d’epoca di Francesco Scervini; mi chiedo però come stiano andando le cose adesso, a termini scaduti... Molti editori hanno, credo, ottemperato all’obbligo di legge mettendo in linea da qualche parte i PDF dei propri libri. Molti, immagino, se ne sono semplicemente disinteressati, ben consapevoli del fatto che dal punto di vista pratico è oggi impensabile che in Italia gli studenti possano usare libri di testo principalmente elettronici. Ma non ho informazioni concrete. Cercando in rete, ho trovato solo un comunicato stampa relativo a un sondaggio non pubblicato, e sarei molto curioso di sapere se qualcuno ha dati più precisi.
 
In ogni caso, le osservazioni fatte finora da politici e ministri italiani – e le leggi corrispondenti! – non si alzano molto al di sopra del livello delle conversazioni da dopocena. Viceversa, sui vantaggi, e sui limiti, dei dispositivi elettronici dal punto di vista didattico c’è ormai una bibliografia imponente, che ha prodotto alcune importanti acquisizioni. E, anche se è chiaro che tutto il mondo che ruota attorno ai libri di testo ha un ampio margine di miglioramento, le bacchette magiche si sono rivelate ben poco efficaci di fronte a questo genere di problemi. Su questo argomento spero di scrivere alcuni post nel prossimo futuro – magari illuminato dall’evento che sta per svolgersi oltreoceano.
 

martedì 24 gennaio 2012

I limiti del multimediale nei libri di testo



Schermata di iBooks Author (da Wikipedia)
Come previsto, giovedì scorso la Apple ha fatto il suo annuncio sui “libri di testo”. Avevano ragione sia il Wall Street Journal sia Ars technica: la presentazione da un lato ha mostrato esempi di nuovi libri di testo, dall’altro si è concentrata sullo strumento per realizzarli, iBooks Author. Questo strumento è disponibile solo per Mac: io uso Ubuntu e posso accedere facilmente solo a computer Windows, quindi non sono direttamente coinvolto... ma approfitto di questo distacco per due o tre osservazioni di portata più generale.
 

Uno dei punti di forza del programma, secondo le informazioni promozionali Apple, è la facilità con cui si possono inserire contenuti multimediali in iBooks Author. Come dice la pagina di presentazione, in una sezione chiamata “Add widgets. Add interest”,
 
Widgets add Multi-Touch magic to books with interactive photo galleries that bring images to life, engrossing 3D objects you can’t help interacting with, animations that burst off the page, and more.
 
Quando si cerca di vendere un prodotto, il tono da imbonitori è normale (anche se non molto di buon gusto). Il problema è che molti commentatori sembrano prendere sul serio queste iperboli. Qualche verifica concreta consente però di tornare con i piedi per terra.
 
Ora, per pubblicizzare le funzioni del programma, Apple ha reso disponibile con iBooks 2 (I libri elettronici prodotti con iBooks Author si possono aprire in pratica solo su iPad, con il programma iBooks 2 – limite non da poco) un curatissimo testo divulgativo di E. O. Wilson, prodotto, sembra, con iBooks Author appositamente per l’occasione: Life on Earth: an introduction. Io l’ho provato e, dopo qualche perplessità per alcune scelte d’interfaccia, direi che la multimedialità in alcuni punti è effettivamente utile (dando per scontato che Apple abbia scelto l’argomento che meglio si prestava a mostrare le possibilità del prodotto...). Per esempio, alcuni dei modellini 3D inclusi all’interno del primo capitolo e alcune delle animazioni aiutano a dare un senso del modo in cui si dispone il DNA all’interno del nucleo delle cellule, e così via.
 
Ma è importante notare che l’utilità di questi strumenti, perfino in un libro del genere, è sorprendentemente circoscritta. Gli oggetti tridimensionali servono... beh, quando si parla di strutture tridimensionali. Le interviste in video ai premi Nobel non aggiungono nulla, dal punto di vista informativo, rispetto a un testo scritto. E uscendo dal libro, se si sta cercando di consultare un orario ferroviario, la terza dimensione non serve a nulla. Le immagini possono “dare vita” a un testo di storia dell’arte, ma sono del tutto inutili in un testo di linguistica. Eccetera. Animazioni e 3D potrebbero contribuire ad alcune delle informazioni di contorno di un libro anche solo leggermente più serio di biologia – come, per restare a Wilson, il suo splendido The superorganism, che ho regalato a mio figlio maggiore qualche mese fa – ma per molte altre sono del tutto inutili.
 
Poco male, si può pensare. Ma la cosa non è sempre così neutra. Per esperienza diretta, a volte la facilità di inserire materiali multimediali porta a sindrome che definirei “da ricerca delle scuole medie”. Si prendono immagini e si inseriscono nel testo per puro e semplice ornamento grafico, vagamente connesso all’argomento della ricerca. Ai miei tempi la cosa si faceva ritagliando qualche foto da rivista (in mancanza di stampanti e fotocopiatrici) e incollandola sul quaderno; oppure ricalcando qualche disegno. Oggi spesso si fa qualcosa di più oneroso, ma il principio è lo stesso.
 
Lavorando all’università, io assegno e correggo un bel po’ di lavori scritti: voci di Wikipedia, relazioni, tesi, eccetera. Ultimamente, a occhio, seguo la scrittura di una media di almeno duemila pagine all’anno, spesso rilette tre o quattro volte. E, spesso, devo chiedere a chi scrive i testi di cancellare immagini che non servono a nulla, oppure grafici che presentano informazioni in modo confuso (e molto meno comprensibile rispetto a una tabella, o addirittura a due o tre numeri inseriti in un normale capoverso), o costruzioni informatiche ancora più complesse. Si tratta sempre di lavoro benintenzionato, ma che porta via tempo prezioso.
 
In fase di correzione, mi capita quindi di avere conversazioni di questo genere: “Posso presentare queste informazioni in un ambiente 3D?” No, stanno benissimo su un normale file di testo, e per leggerle in un ambiente virtuale ci metterei un sacco di tempo. “Non posso fare questi interventi sul testo perché salterebbe l’impaginazione delle immagini.” Bene, allora butti via le immagini: in questa relazione non sono importanti, mentre i contenuti sono fondamentali. “Non posso inserire queste informazioni in una diapositiva PowerPoint.” Non c’è problema: lasci perdere le diapositive e le presenti su carta...
 
Nulla di strano, beninteso: i docenti sono lì proprio per fornire indicazioni di questo tipo. Lo strano è che ci sia da combattere continuamente questa battaglia. Ogni nuovo giocattolino scintillante viene lanciato come se fosse “la soluzione per i problemi dell’educazione”, e così via. Ahimè, l’educazione richiede un numero sorprendentemente basso di modelli tridimensionali o di animazioni. E, cosa interessante, ci sono numerosi settori rilevanti che non ne richiedono nessuno. Questo comunque spero sarà l’argomento di un prossimo post.
 

domenica 6 maggio 2012

Isaacson, Steve Jobs

 
La biografia di Steve Jobs scritta da Walter Isaacson è molto interessante per chi si occupa dei rapporti tra mondo “umanistico” e informatico. Io ho regalato a mio padre una copia dell’edizione Little, Brown (London, 2011, ISBN 978-1-4087-0374-8, pp. xix + 630), e dopo che lui l’ha finita ho cominciato a leggiucchiare qualche pagina qua e là... ma alla fine non ho resistito: qualche giorno fa me la sono portata a casa e sono riuscito a leggerla per intero tra i fine settimana e i dopocena.
 

Dal punto di vista narrativo, Isaacson ha fatto un ottimo lavoro: una pagina tira spesso l’altra. Per me poi c’era il fascino di ripercorrere esperienze e prodotti con cui ho avuto a fare i conti per trent’anni. In fin dei conti, di computer Apple ho cominciato a sentir parlare davvero verso il 1985, quando scribacchiavo articoli per varie fanzine e i realizzatori più facoltosi si incamminavano già verso il desktop publishing. Per me il discorso rimaneva teorico ricordo ancora lo shock provato quando, in una copisteria di Pisa, ho visto per la prima volta un Mac in azione, direi nel 1987): dati i prezzi, i miei primi computer sono stati di necessità IBM-compatibili, anche se nel 1993 ho dovuto comprarmi per motivi di lavoro un costosissimo Macintosh LC (= “low cost”...) III, con schermo Hantarex. Lì sopra ho realizzato anche le mie prime pagine web, e poi mi sono ben guardato dal comprare altri prodotti Apple – non ne valeva la pena – fino ai primi straordinari post-computer, cominciando con un iPod Touch nel 2008.
 

Nel mezzo poi ci sono stati anche tanti film Pixar, carini sì, ma che non mi sono mai sembrati troppo geniali – io sono più un tipo da Studio Ghibli. È però interessante vedere come Isaacson presenta il rapporto “umanistico” e “informatico” in questa situazione, dal cap. 19 del libro (“Pixar: Technology Meets Art”) in poi. Ci sono infatti diverse occasioni in cui Jobs descrive i suoi prodotti come una “combination” tra “art” e “technology”, considerando la Pixar da questo punto di vista “just as the Macintosh” (p. 244). In effetti, non c’è dubbio sul fatto che Jobs, a differenza dei suoi colleghi, avesse ben chiaro il fatto che realizzare un computer o un’interfaccia non è un problema puramente tecnologico. Oh, beh. La storia delle interfacce informatiche non è una storia di soluzioni inevitabili: la metafora del desktop è un’idea non tanto brillante, stancamente copiata (da Jobs per primo) per quarant’anni e oltre, e direi che le follie recenti su sistemi operativi “touch” mostrano che l’industria nel suo complesso brancola ancora nel buio.
 

Ma al di là di questo discorso, che richiede ben altra articolazione, i punti interessanti della biografia di Isaacson sono numerosi. Uno dei più risaputi è formato dalle dichiarazioni di Jobs sul corso di calligrafia del Reed College, da lui seguito nel 1973, che sarebbe stato il punto di partenza per la decisione di dotare il Macintosh di capacità tipografiche avanzate (qui se ne parla alle pp. 40-41). Uno dei più interessanti e recenti è invece l’incontro Jobs-Obama, a fine 2010, descritto alle pp. 544-547. Così come lo racconta Isaacson, l’incontro in pratica si esaurisce in un Obama che ascolta una lunga predica di Jobs; predica che include una sezione francamente imbarazzante sull’educazione:
 

Jobs also attacked America’s education system, saying it was hopelessly antiquated and crippled by union work rules. Until the teachers’ unions were broken, there was almost no hope for education reform. Teachers should be treated as professionals, he said, not as industrial assembly-line workers. Principals should be able to hire and fire them based on how good they were. Schools should be staying open until at least 6 p. m. and be in session eleven months of the year. It was absurd, he added, that American classrooms were still based on teachers standing at a board and using textbooks. All books, learning materials, and assessments should be digital and interactive, tailored to each student and providing feedback in real time.
 

Mah. Che io sappia, Jobs non aveva grandi competenze sull’educazione (anche se le scuole e le università americane sono state per lungo tempo il mercato fondamentale per i computer Apple), e, così come è riportato sopra, il suo sfogo è in sostanza una sequenza di luoghi comuni americani – non sempre fondati, credo. Più interessante è il fatto che Jobs, in collaborazione con Rupert Murdoch (!) avesse messo concretamente gli occhi sui libri di testo “as the next business he wanted to transform”, inquadrando il settore come “an $8 billion a year industry ripe for digital destruction” (p. 509). La sua soluzione? L’iPad. “His idea was to hire great textbook writers to create digital versions, and make them a feature of the iPad”, fornendoli gratuitamente – e riprendendo i soldi, immagino, dalle vendite degli apparecchi. I quali avrebbero quindi dovuto diventare obbligatori? Oh, beh: un meccanismo del genere potrebbe anche funzionare, ma, come minimo, far produrre i libri di testo a una sola casa editrice non sembra una mossa ragionevole: legarsi mani e piedi a un fornitore unico farebbe correre a qualunque sistema educativo un bel po’ di rischi sia dal punto di vista ideologico sia da quello economico.
 

Comunque, è inutile commentare nei dettagli ciò che viene presentato come un vaghissimo piano commerciale. Di sicuro, Apple è oggi un’azienda di dimensioni tali da potersi permettere di mangiare senza problemi interi settori dell’editoria. Non ho controllato se il fatturato dell’industria dei libri di testo negli Stati Uniti è davvero di 8 miliardi di dollari, ma Apple l’anno scorso ha fatto quasi 26 miliardi di dollari di profitti, a fronte di un fatturato di circa 100 miliardi. Non c’è dubbio quindi che volendo potrebbe creare da sé ottimi libri e regalarli a tutti gli studenti americani – ma è decisamente più difficile immaginare che la cosa abbia senso commerciale. Di sicuro, la prima mossa effettiva di Apple nel settore è avvenuta a un livello inferiore di diversi ordini di grandezza: la creazione di iBooks Author.
 

Vedendo le cose da un’altra angolazione: il mercato dei libri di testo è davvero un sistema contorto, negli Stati Uniti come in Italia, e un cambiamento di rotta potrebbe essere molto utile sia in questo settore sia in quello dell’educazione in generale. Tuttavia, non saranno certo iBooks Author o gli iBooks a produrre questa trasformazione. Un intervento veramente rivoluzionario richiede infatti, direi, un’operazione di complessità intellettuale ben diversa (capire bene a che cosa servono i testi, trovare un modo per integrarli efficacemente nelle pratiche quotidiane, riuscire a vendere al mondo questa soluzione nel modo adatto...). Non mi pare però che qualcosa di simile sia stato elaborato né da Jobs né da nessun altro, alla Apple o altrove. Non è detto neanche che qualcuno riesca per davvero a farlo – i tentativi sono numerosi, ma in genere patetici – però, diamine, di sicuro è un obiettivo a cui io personalmente dedicherei volentieri qualche decennio di vita.
 

 

martedì 12 novembre 2013

Twittando sui libri di testo

 
 
Sabato ho partecipato (come semplice ascoltatore, finalmente) alla prima metà del convegno Uno, nessuno, centomila. Libri di testo e risorse digitali per la scuola italiana in Europa. All’interno dell’organizzazione spiccava Gino Roncaglia, che è oggi il massimo esperto italiano su questo genere di problemi e sarebbe anche la persona giusta per coordinare altre iniziative intelligenti nel settore...
 
Dalla tavola rotonda è venuto poi fuori un quadro molto articolato della situazione. Certo, i luoghi comuni non sono mancati (in particolare continuo a trovare estremamente approssimative le osservazioni di Roberto Maragliano), e non sono mancate nemmeno le posizioni di chi sostiene che occorre lanciarsi sul digitale e sulle reti sociali in base alla non impeccabile argomentazione “perché sì”. O meglio, “perché gli studenti sono lì”. È stato invece un peccato che non fossero presenti rappresentanti delle posizioni opposte, a cominciare da Roberto Casati, che pure è stato evocato diverse volte. In totale, però, prendendo il meglio dalle varie posizioni esposte non si otterrebbe un brutto risultato!
 
Tutto il dibattito giornalistico sui libri di testo in effetti è ben poco centrato sulla realtà. Io ho parlato dell’argomento in diverse occasioni, ma c’è ancora difficoltà a ricordare che, per esempio, già oggi anche gli insegnanti più tradizionali selezionano libri di testo, esercizi, attività – e propongono spesso materiali realizzati o selezionati in autonomia.
 
Quindi la domanda di base è: come si fa ad avere materiale didattico utilizzabile? Molto dipende dal tipo di didattica che si vuole realizzare. Il classico libro di testo è però una risposta sorprendentemente valida e resistente a questo problema. Le fotocopie, inoltre, hanno dato una flessibilità nuova ai materiali cartacei (sembra che i sostenitori delle soluzioni elettroniche non abbiano mai sentito parlare di fotocopie, o non abbiano mai visto un recente quaderno di prima elementare…), mentre le risorse disponibili in rete sono già ampiamente utilizzate. Insomma, non siamo certo in un mondo fatto di bianco e di nero.
 
Il convegno comunque per me è stato anche anche l’occasione di provare finalmente a twittare in diretta tra altre persone che facevano lo stesso. Grazie all’hashtag #scuoladigitale un buon numero di partecipanti ha potuto scambiarsi al volo sintesi e giudizi: una sintesi è stata messa in linea da @mediadigger. Anche da questo punto di vista, la giornata è stata estremamente istruttiva.
 

martedì 14 febbraio 2012

Circolare, circolare!

 
La settimana scorsa, una circolare del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (la n. 18, del 9 febbraio 2012) ha ribadito qualcosa che la legge già prevedeva, come nelle classiche grida manzoniane. I giornali, con la mancanza di memoria che li caratterizza in modo così sorprendente, si sono affrettati a rilanciare la notizia.
 
Ma di che cosa si parla, nello specifico? La circolare prevede che i libri di testo adottati nelle scuole italiane a partire dal 2012-2013 “debbono” (in perfetto burocratese: perché non “devono”?) essere “redatti in forma mista (parte cartacea e parte in formato digitale) ovvero debbono essere interamente scaricabili da internet”. Il burocratese è il modo in cui si esprime chi non conosce molto le cose o chi non è capace di comunicarle, e anche qui se ne ha conferma: che cosa vuol dire che i testi devono essere “redatti”? No, chiaramente Carmela Palumbo, direttore generale del ministero e firmataria della circolare (o chi per lei ha “redatto” la circolare) intendeva dire “disponibili” o “presentati”, e non ha fatto controllo sul vocabolario. Pazienza.
 
Al di là dei problemi a comunicare in italiano, però, la circolare lascia del tutto inalterato il panorama. Ad esterminio dei libri su carta si ribadiscono le cose già dette nell’articolo 15 della legge 133/2008, di cui ho già parlato, e nella circolare ministeriale n. 16 del 10 febbraio 2009. Né la legge né la circolare offrono giustificazioni per questa scelta – c’è del resto abbondante bibliografia che mostra come in molti casi gli studenti trovino i libri di testo elettronici molto più difficili da usare rispetto ai testi su carta, anche se appunto la situazione va valutata caso per caso.
 
Come si pensa inoltre di usare questi libri elettronici? In quale forma? Non essendoci indicazioni sul formato in cui saranno “redatti”, pardon, presentati i libri, è impossibile per esempio capire quale tipo di hardware sarà necessario per sfruttarli. Sono iBooks? Bene, quanti studenti hanno a propria disposizione esclusiva un iPad? Uno su cinquanta? O forse saranno in formato Kindle? O Mobi? Oppure EPUB? Eccetera. Le domande che sorgono spontanee a chiunque intenda mettere in pratica le disposizioni di legge non sono nemmeno sfiorate. Per un’idea delle implicazioni, consiglio la lettura di un bell’articolo recente di Cyrus Farivar.
 
Dal punto di vista economico, è probabile che tutta l’iniziativa si traduca in un adempimento in pura perdita per le case editrici – che nel più semplice dei casi metteranno forse in linea i PDF dei testi, ammesso che qualcuno controlli il rispetto della condizione, in altri potrebbero trovarsi a creare complicati sistemi di gestione degli scaricamenti, password, eccetera. Lo stato attuale dell’editoria è d’altra parte tale che quasi tutti possano creare al volo almeno i PDF di qualcosa – al punto che uno dei punti chiave di un altro progetto problematico, la valutazione dei prodotti della ricerca delle università italiane nel 2004-2010, prevede che i ricercatori italiani inviino ai valutatori i PDF di tutto ciò che hanno pubblicato (aiutati in parte da una convenzione con gli editori), creando una biblioteca digitale senza eguali e destinata a essere distrutta al termine dell’esercizio.
 
Gli ottimisti potranno sperare che le disposizioni sui libri di testo abbiano qualche marginale utilità per il mercato dei libri elettronici. Io mi chiedo se per esempio le “università telematiche” abbiano favorito lo sviluppo di serie iniziative per la formazione a distanza in Italia, o se lo abbiano danneggiato. Propendo decisamente per la seconda ipotesi, e penso, per analogia, che questa cultura che fa corrispondere l’editoria elettronica a una serie di adempimenti insensati produrrà, alla lunga, più danni che vantaggi. Da addetto ai lavori, di sicuro non saluto con gioia queste disposizioni.
 

martedì 24 maggio 2011

Dorandi: gli appunti di Plinio

Proseguendo il discorso sul libro di Dorandi: le tecniche di lavoro descritte nel primo capitolo (riassunto nel post precedente) mi sembrano tranquillamente definibili come “moderne”. Nel senso che anche gli antichi, a quel che si può ricostruire, scrivevano le proprie opere basandosi su appunti preliminari – lasciandoci, al più, qualche incertezza sull’estensione di questi appunti. “Moderno”, con qualche distinguo, mi sembra anche il modo di operare descritto nel secondo capitolo, che passo a riassumere qui sotto.


Capitolo 2: letture, note, estratti

Dorandi dice che:

Una pratica diffusa fra gli autori antichi, in particolare, ma non solo, quelli di trattati scientifici o tecnici, e che precedeva la stesura di un testo letterario, consisteva nella lettura delle fonti o della letteratura “secondaria” relativa allo specifico soggetto che lo scrittore si proponeva di trattare. Queste note erano spesso riunite a formare raccolte (ὑπομνήματα) di materiali vari che potevano risultare utili all’autore nella composizione successiva delle sue opere letterarie (p. 29).

Plutarco, per esempio, dice che nella composizione del suo Περὶ εὐθυμίας si basò su una scelta fatta “ἐκ τῶν ὑπομνημάτων”. Gli ὑπομνήματα sembrano quindi “appunti organizzati”, ricavati dalla lettura delle fonti su un determinato argomento. Quanto è diversa questa pratica da quelle di “schedatura” seguite dai moderni? Direi che è molto difficile indicare differenze precise, per una serie di motivi:

  • Innanzitutto, non esiste un “uso moderno” codificato: le abitudini di schedatura variano di sicuro da periodo a periodo, da settore a settore e (aggiungerei: soprattutto) da individuo a individuo; discorso che sarebbe bello approfondire più avanti.
  • Tale era verosimilmente, come ricorda a conclusione di capitolo anche Dorandi, pure la situazione dell’antichità
  • Sono sopravvissuti ben pochi documenti che possano essere interpretati come ὑπομνήματα.
  • Nell’interpretare i pochi testi antichi che descrivono simili abitudini di lavoro, il significato di molte parole ed espressioni non è affatto chiaro

Per quanto riguarda quest’ultimo punto, Dorandi dedica ampio spazio (pp. 30-31) alla celebre lettera in cui Plinio il Giovane descrive le abitudini di lavoro di Plinio il Vecchio. Dorandi nota intanto che oggi non siamo in grado di assegnare un significato preciso a molte parole del testo originale: quando Plinio il Giovane racconta che l’illustre zio durante la bella stagione si metteva al sole e “liber legebatur, adnotabat, excerpebat”, che cosa intendeva, esattamente? Legebatur vorrà dire che si faceva leggere un libro ad alta voce da qualcun altro; ma in che senso, allora, lo adnotabat, visto che in questa scena è difficile immaginarsi che il testo fosse a portata di mano?

Su questo punto Dorandi riferisce che, secondo l’interpretazione fornita a inizio Novecento da Alfred Klotz, “le adnotationes sono sia le note che Plinio aggiungeva ai libri che leggeva sia quelle che erano trascritte sulle tavolette”, e quindi “adnotare potrebbe avere il significato di ‘indicare i passi sulle fonti’, oppure quello di ‘copiarli’” (p. 31). Forse, Plinio “indicava i passi sulle fonti per permettere in seguito ai segretari addetti di copiarli” (sempre p. 31).

In tempi più recenti il problema è stato riesaminato da diversi studiosi: Locher e Rottländer, Dorandi stesso, Valérie Naas. Il dibattito viene condensato da Dorandi in quattro pagine (32-35), da cui riprendo la ripartizione delle fasi di lavoro proposta da Locher e Rottländer nel 1986, articolata in sei passaggi logici:

1. il testo viene letto

2. Plinio indica i passi importanti e li correda di parole chiave

3. uno stenografo copia i passi indicati, formando degli “estratti” sotto forma di pugillares

4. gli estratti sono poi trascritti su altri supporti di scrittura (incluse forse tavolette di legno come quelle trovate a Vindolanda), e sono classificati in base alle parole chiave

5. sulla base dei materiali creati con i passaggio precedente, Plinio forma dei commentarii (“appunti organizzati, prime stesure...”) sotto forma di rotoli di papiro

6. Sulla base dei commentarii, Plinio mette in forma definitiva il proprio lavoro

Rispetto a questo schema, Dorandi non prevedeva il punto 4, Valérie Naas non prevedeva il 3 e non dava troppa enfasi alla classificazione per parole chiave; le differenze sono però ridotte, e vertono in sostanza sul numero di passaggi che avevano luogo prima che il testo prendesse la forma dei commentarii (dell’esistenza di questi ultimi parla direttamente Plinio il Giovane, che dichiara di averne ricevuti centosessanta rotoli). Del resto, l’esistenza di una fase intermedia di classificazione per parole chiave è ipotizzata da Locher e Rottländer non sulla base di testimonianze specifiche ma, se ho visto bene, solo sulla base del modo in cui il materiale della Storia naturale di Plinio è organizzato.

Plinio il Vecchio era però probabilmente uno scrittore atipico per la sua sistematicità. Senz’altro più caotico era il metodo di lavoro di Aulo Gellio, che dichiaratamente nelle Notti attiche “aveva messo insieme i suoi commentarii seguendo l’ordine del caso”, dopo una prima fase di organizzazione basata sul contenuto (p. 37). Soluzione criticata qualche tempo più tardi da Macrobio (p. 38), con il quale ultimo è difficile non simpatizzare.

Dopodiché, Dorandi dedica un certo spazio al modo in cui gli estratti venivano effettivamente utilizzati nel testo (per concatenazione e riutilizzazione, direi); ma la trattazione è troppo rapida per dare un’idea effettiva del problema. Più interessante è la ricerca di esempi completi di questi commentarii. A p. 39, Dorandi cita un papiro di Tura studiato da Annewies van den Hoek e contenente brani copiati e note; suggerisce però che il modello più vicino alla pratica di Plinio o di Clemente Alessandrino (citato di passaggio) sia dato dal papiro di Filodemo già citato nel primo capitolo – e qui, nell’ultimo post. Questo papiro contiene infatti fonti “spesso trascritte nel loro dettato originale”, ma in alcuni casi “parzialmente rielaborate” (p. 40): secondo Dorandi, mi par di capire, si può quindi escludere che fosse una semplice raccolta di estratti. Sulla base dei dati disponibili Dorandi propone quindi (p. 41) di ricostruire in questo modo il lavoro di Filodemo:

  1. Filodemo legge (o si fa leggere) le fonti, indica con segni (adnotare) i passi che lo interessano e di cui vuole siano fatti estratti (excerpere). Possiamo supporre che, come Plinio, Filodemo aveva a sua disposizione un lector (qualcuno che gli leggeva i libri delle fonti) e un notarius (uno stenografo al quale dettava gli estratti o le note personali a proposito dei questi estratti e della loro utilizzazione).

  2. Almeno alcuni estratti vennero probabilmente trascritti su pugillares.

  3. Filodemo detta a un segretario (librarius) le frasi di raccordo fra gli excerpta e quelle di introduzione, nonché altre da lui stesso formulate.

  4. Un segretario copia la prima stesura dell’opera, il brogliaccio quale è conservato dal PHerc. 1021.

  5. Filodemo corregge il proprio testo, legge fonti complementari e fa aggiunte. Queste aggiunte, integrazioni, correzioni, di varia estensione e in varia misura, trovarono posto nei margini e negli spazi vuoti del recto oppure, in mancanza di spazio, sul verso a complemento di quanto prima raccolto.

  6. Il manoscritto, rivisto e approvato da Filodemo, venne copiato in bella da un librarius su un nuovo rotolo di papiro, direttamente oppure sotto dettatura. L’opera era così pronta per essere resa pubblica (ἔκδοσις).

Il capitolo si conclude con un caveat: gli esempi finora analizzati sono pochi e, come già detto, Plinio il Vecchio non era uno scrittore tipico. Tuttavia, dal mio punto di vista la ricostruzione è interessante soprattutto perché non mostra un modo di procedere radicalmente diverso da quello che spesso sembrano usare i moderni. Anche se, secondo una procedura oggi inconcepibile, almeno una fase di rapporto con il testo era mediata non dall’occhio ma dall’orecchio? Direi di sì, in quanto la voce di un lettore professionista (o di uno schiavo), se lo schema è quello descritto, entrava in gioco quasi solo in una fase di “primo contatto” con il testo. Cosa, quest’ultima, che a prima vista si può far bene anche ascoltando la lettura ad alta voce di un testo, appunto, o leggendolo su un Kindle... Altri tipi di attività richiedevano probabilmente anche allora un supporto scritto – e, come esempio di queste attività, dirò che studiando questo capitolo, a un certo punto ho dovuto fermarmi e fare uno schema con carta e matita delle diverse ricostruzioni del modo di lavoro di Plinio il Vecchio, così come riassunte da Dorandi. Un lettore più sveglio di me forse non ne avrebbe avuto bisogno... ma ho il sospetto che per molti scrittori classici le circostanze fossero molto simili.

Una nota finale: sulle abitudini di “annotazione” dei moderni sappiamo qualcosa di più preciso, rispetto a quelle degli antichi? A quel che mi risulta, ben poco. Ai posteri noi lasceremo probabilmente una massa di testi scritti assai più imponente di quella lasciata a noi dagli antichi, ma non mi sembra che tra questi si trovino, fino a oggi, molti resoconti dettagliati delle nostre abitudini di lavoro.

venerdì 3 giugno 2011

Dorandi, conclusione

Riassumo qui di seguito i capitoli 3-7 del libro di Dorandi.


Capitolo 3 – Tra autografia e dettato

Le osservazioni fatte nei capitoli precedenti permettono di chiedersi, dice Dorandi, “se, nell’antichità classica greca e latina, gli autori scrivessero di propria mano le loro opere, almeno le prime stesure di esse”. La risposta “è in larga misura negativa” (p. 47), e questo, direi, contribuisce non poco a differenziare il loro modo di lavorare da quello dei moderni.

Secondo Dorandi “la scrittura autografa di un testo letterario cominciò a propagarsi in maniera sistematica nel mondo bizantino (...) e nel Medioevo occidentale” (p. 47). In entrambi i casi gli esempi citati sono tutti posteriori al Mille – e Dorandi cita a questo proposito anche Armando Petrucci, che ha da tempo indicato nell’attività di autografia dei notai una possibile base per questo cambio di metodo.

Che cosa ci permette di dire che, prima del Mille, era raro che i testi letterari venissero scritti direttamente dall’autore? In parte, la mancanza di autografi. Oggi gli unici autografi letterari sicuramente identificabili come tali sono “i brogliacci del poeta e notaio (...) Dioscoro di Afroditopoli, in Alto Egitto”, vissuto nel VI secolo d. C.” (p. 48), e quindi già medievale. “Una ventina di papiri” hanno però buone possibilità di essere autografi, e Dorandi li descrive brevemente, uno per uno, alle pp. 48-50, assieme a diversi altri casi meno sicuri (pp. 50-51). Dorandi passa poi a mostrare esempi letterari che descrivono il lavoro di poeti di basso profilo, concludendo che “la pratica di una scrittura autografa non era apparentemente riservata ai grandi poeti (Plauto, Orazio, Ovidio), ma appare comune anche ai poeti meno illustri, descritti mentre stanno riempiendo tavolette o membranae dei loro versi, come Eumolpo nel Satyricon di Petronio” (p. 52). Fin qui, insomma, non ci si distacca troppo dal modo di lavorare dei moderni – anche se mi ha colpito la breve descrizione, lasciata da Svetonio, dei tormentati autografi poetici di Nerone.

Ci si distacca dalle pratiche di oggi quando si nota che sembra fosse “una pratica ugualmente corrente” anche “la dettatura di versi” (p. 53), a volte integrata con correzioni autografe. Molti autori in prosa, a cominciare da Plinio il Vecchio, dettavano, e questa “era la pratica preferita nella redazione di opere erudite e tecniche” (p. 54). Per le lettere “la scrittura autografa era [invece] pratica corrente, anche se spesso limitata all’apposizione della firma.

Tuttavia, Dorandi precisa che l’ipotesi della “normalità” della dettatura dei testi poetici, anche se accettata da molti studiosi, ha ancora avversari (p. 56); e che comunque (allora come oggi, aggiungo io) “la scelta della scrittura autografa o del dettato dipendeva spesso da esigenze pratiche e situazioni personali e soggettive” (p. 55). Su un altro fronte, Quintiliano disapprovava la dettatura perché “poteva produrre testi sciatti e improvvisati” (p. 56).

Interessante anche la risposta a una domanda formulata da Gualtiero Calboli su un argomento connesso: “C’era un rapporto, nell’antichità, tra la pratica della composizione sotto dettatura di un testo letterario e l’abitudine di leggere i libri a voce alta?” (p. 57). La risposta, dice Dorandi, è: sì (p. 58). Però la discussione di questo rapporto è poi minimale, in quanto fatta solo dal rimando a Guglielmo Cavallo e alla sua idea che la composizione dotata di una componente orale (sussurro mentre si scriveva, o dettatura) fosse funzionale a un testo destinato all’ascolto. Null’altro. Da questo punto di vista, comunque, Dorandi si mantiene nel quadro più accettato oggi dagli studiosi, e di cui ho parlato a lungo anche qui: nell’antichità la lettura avveniva normalmente ad alta voce, ma non era strano che, ogni tanto, qualcuno leggesse in silenzio.


Capitolo 4 - “Queste opere non sono scritte per la pubblicazione”

Dorandi descrive qui le due possibilità aperte a un autore antico: “riservare alcuni suoi scritti a un circolo ristretto di allievi e amici oppure pubblicarli” (p. 65). In alcuni casi, inoltre, gli scritti rivolti a un pubblico ristretto non venivano rivisti tanto a fondo quanto quelli destinati a una circolazione più ampia (p. 69). Dorandi ritiene però che questi due tipi di circolazione potessero basarsi su “pratiche compositive differenti” (p. 76) e che la stesura definitiva fosse distinta dalla “presentazione del testo dal punto di vista tecnico-librario: un tipo di scrittura più elegante, una messa in colonna più accurata, una revisione” (p. 77).


Capitolo 5 – La pubblicazione di un libro

Dorandi qui tratta il momento in cui l’autore decideva di rendere la propria opera disponibile al pubblico e incominciava a diffonderne il testo (p. 83). In sostanza, a un certo punto l’autore “metteva in circolazione” il libro (p. 85). Seguono esempi di questa pratica, con molta attenzione a Galeno. Al centro si trova comunque la fase della correzione (p. 88); inoltre, “pubblicare” nella pratica poteva significare molte cose – per esempio, “leggere un libro davanti a un pubblico” (p. 89), ma soprattutto “il ricorso a un editore che si incaricava della copia di libri e della loro diffusione” (p. 90). Quest’ultimo, perlomeno nel mondo romano e a partire dal I sec. a. C., sembra fosse “il sistema più comune di pubblicazione” (p. 90), anche se erano frequenti pratiche di altro tipo; fatto di cui dovrebbero tener debito conto oggi gli apologeti dell’autopubblicazione. Comunque, i libri dovevano essere poi copiati: sotto dettatura o meno (p. 91), e con affidabilità variabile; Dorandi fornisce alcune testimonianze affascinanti su simili pratiche. Tre pagine successive (da metà 93 a 96) sono poi dedicate al problema delle “edizioni pirata” e a quello connesso della pubblicazione di opere “che un autore non aveva completato o rivisto in maniera definitiva” (p. 94).

Al termine del capitolo Dorandi sintetizza in questo modo (pp. 96-97) le “tappe” della pubblicazione:

  1. “in una prima fase si leggevano le fonti, se ne prendevano appunti, si preparavano raccolte di estratti; seguiva la redazione del testo. Si cominciava con l’elaborazione di brogliacci, di prime stesure di un’opera (...)

  2. La redazione scritta di un’opera poteva essere riservata a una diffusione ristretta, limitata a uno o più amici o discepoli che l’avevano sollecitata (...)

  3. Un autore poteva decidere di pubblicare (...) i suoi libri. Riprendeva allora i propri brogliacci e le proprie stesure preliminari per rimaneggiarne il contenuto, la forma e lo stile, mettervi un ordine, correggerle, farle copiare in bella” per la diffusione tra il pubblico.

Devo dire però che, sulla base di quanto scritto da Dorandi stesso, questa “tripartizione” non mi convince molto: le fasi 2 e 3 potevano benissimo, mi sembra, essere alternative e non in sequenza.


Capitolo 6 - “Voce dal sen fuggita / più richiamar non vale”

Nell’antichità, la diffusione di un’opera pubblicata, scrive Dorandi, “non aveva nulla di sistematico” (p. 103). Chi voleva, la copiava. Dziatzko, dice Dorandi, ricostruisce la situazione in questo modo: “nell’antichità non esisteva né diritto d’autore, nel senso che non c’era nessuna legge che poteva dare luogo a un ricorso in giustizia da parte dell’autore – o dei suoi aventi diritto – per quanto concerneva la sua opera letteraria una volta che questa era stata pubblicata” (p. 104). Ovvero, secondo Simmaco: “Oratio publicata res libera est”. L’“unica testimonianza dell’antichità greco-romana di una sanzione giudiziaria del plagio letterario” (p. 105) è in effetti, secondo Dorandi, un episodio raccontato da Vitruvio e avvenuto nel Museo di Alessandria ai tempi di Tolomeo V Epifane – con lo smascheramento di alcuni plagiatori di poesie, a opera di Aristofane di Bisanzio. Nulla invece si dice su sanzioni non giuridiche... argomento di cui da anni spero di potermi occupare, a proposito dell’editoria del Cinquecento italiano.

Del resto, ogni tanto qualche forma di controllo saltava fuori. Secondo una notizia riferita da Diogene Laerzio, tra il quarto e il terzo secolo a. C. chi voleva leggere alcune delle opere di Platone doveva chiedere a pagamento il permesso ai membri dell’Accademia che ne avevano una copia e che proibivano ulteriori trascrizioni (pp. 104-105).

A p. 106 si cambia bruscamente argomento, discutendo dell’esistenza di “esemplari d’apparato”, più eleganti degli altri. Nelle pagine successive si discute l’esistenza di “preedizioni” preliminari delle opere; e da qui comincia un lungo discorso sulle varianti d’autore. “Seconde edizioni” di opere già pubblicate sono testimoniate fin dalle Sentenze cnidie del V secolo a. C. (pp. 109-110); altri esempi greci vanno da Aristofane al per me ignoto Paolo di Alessandria (p. 111), eccetera... mentre per i latini c’è il ben noto, e discusso, caso delle Georgiche (p. 113). Il capitolo si conclude con esempi tratti dai papiri di Ercolano.


Capitolo 7 – Anche i libri hanno il loro destino

Capitolo dedicato al “problema affascinante delle varianti d’autore” (p. 123). Molto difficili però da identificare come tali, al punto che oggi, se ben intendo, non c’è nessun caso che sia considerato indubitabile. Diadori comunque riassume così la questione (pp. 136-137):

È evidente che non possiamo pretendere una certezza assoluta nel dimostrare che varianti specifiche di una parte della tradizione di alcuni testi dell’antichità risalga[no] alla mano stessa del loro autore e non a interventi seriori (...). Bisogna tuttavia evitare di cadere in aprioristiche esclusioni del problema o in stereotipe ripetizioni di luoghi comuni relativi a differenze troppo marcate fra l’antichità e le realtà del Medioevo e del mondo moderno.

E su questo il libro si chiude.

sabato 21 maggio 2011

Dorandi, Nell’officina dei classici

Il mondo del lavoro, oggi, sembra il trionfo della ragionevolezza. A leggere giornali o riviste di settore, sembra che ovunque siano in piedi sistemi razionali che ottimizzano gli sforzi; sistemi in grado di assicurare, insomma, che ovunque siano messe in campo le pratiche migliori per raggiungere obiettivi determinati.

Ovviamente, la realtà è ben diversa, e basta guardarsi attorno per vedere un panorama a macchie di leopardo. Certo, in molte aree è stato speso nei secoli molto lavoro intelligente, e le conseguenze si vedono. Tuttavia ci sono ancora infinite aree, spesso di alto profilo, in cui è evidente che la gestione razionale passa in secondo piano rispetto ad altre cose: tradizione, soluzioni di minimo sforzo, soluzioni provvisorie rimaste in piedi per caso, eccetera. I linguisti, del resto, sanno bene che molti aspetti del linguaggio umano – scritto e parlato – condividono queste caratteristiche, nonostante una generalizzata tendenza a fornire giustificazioni a posteriori (per non parlare poi dell’educazione, che è forse il settore in cui è più vistosa la distanza tra ciò che facciamo in quanto società e ciò che sappiamo sui meccanismi di funzionamento del processo educativo).

Corollario di questo stato di cose: chi studia le attività contemporanee nel settore della comunicazione ha un immediato interesse pratico a vedere altri modi di fare le cose. Quelli di altri paesi e altre culture, per esempio, ma anche quelli di altre epoche. Nella pratica di ogni addetto ai lavori dovrebbe quindi entrare, ogni tanto, un po’ di sano studio dell’antichità.

Nel caso specifico, questo è esattamente l’atteggiamento con cui mi sono messo a leggere Nell’officina dei classici di Tiziano Dorandi (Roma, Carocci, 2007; ISBN 978-88-430-4088-9): un libro piuttosto breve (le note dell’ultimo capitolo finiscono a p. 139), che dal punto di vista strutturale riprende precedenti contributi dell’autore. Il libro è buono, e, soprattutto, è dedicato a un “problema affascinante” (come si dice a p. 9; e concordo sull’aggettivo), vale a dire le “pratiche della composizione di un’opera letteraria” e il “metodo di lavoro degli autori” nell’antichità. Proverò quindi a sintetizzarne i contenuti, partendo (in questo post) dal primo capitolo.


Capitolo 1: lo stilo e le tavolette

Nella civiltà greca e in quella latina i libri, per secoli, hanno circolato principalmente su rotoli di papiro. I rotoli, a quel che ne sappiamo, venivano fabbricati da professionisti e venduti “vuoti” (p. 18), mentre in una fase successiva un copista trascriveva su di essi i testi.

Fin qui tutto bene, ma gli autori scrivevano i libri direttamente su questi rotoli? La cosa non sembra troppo verosimile. È difficile indicare un limite estremo alla complessità delle opere che si possono comporre a mente, senza appoggiarsi alla scrittura; però è chiaro che, quando la scrittura è disponibile, molti autori trovano più efficace, piuttosto che lavorare solo mentalmente, realizzare appunti preliminari che solo in un secondo momento saranno ripresi e combinati per formare una “bella copia”. Però, un conto è ciò che ci sembra verosimile, un conto ciò che effettivamente succedeva... In alcune opere, tuttavia, sembra si possano trovare tracce precise di questo metodo di composizione basato su appunti scritti e non sulla sola memoria. In Italia (soprattutto a opera di Luciano Canfora, in anni recenti) e altrove è stata infatti studiata e spiegata in questo modo una serie di passi problematici in alcuni testi antichi – passi in cui, insomma, le incoerenze del testo si spiegano bene se si suppone che al momento di realizzare la “bella copia” qualche appunto preliminare sia finito nel posto sbagliato. I casi del genere non sono moltissimi, ma riguardano anche passi di opere illustri: la terza Filippica di Demostene, il III libro della Repubblica di Platone, il prologo al I libro del De rerum natura di Lucrezio, e così via. Come contributo proprio di dettaglio, Dorandi la discussione di un caso simile in un manoscritto d’autore: il papiro di Ercolano che contiene la bozza della Storia dell’Accademia di Filodemo.

Quali conclusioni possiamo ricavare da questi dati? Per sintetizzare la questione, Dorandi parte da un riassunto delle conclusioni fatte da William Prentice negli anni Trenta a proposito dell’opera di Tucidide:

si potrebbe supporre che gli scrittori antichi utilizzassero per la redazione dei loro testi singoli fogli di papiro, riuniti insieme in fasci o conservati in una o più scatole; il manoscritto di un’opera letteraria si sarebbe dunque presentato come una pila di fogli che sarebbero stati poi trascritti in bella copia su rotoli di papiro interi nel momento in cui l’autore decideva di pubblicare il proprio testo (p. 14).

Dorandi precisa però (p. 18) che bisogna escludere, tra gli antichi, “un uso massiccio” di “foglietti di papiro o di pergamena oppure di tavolette di cera o di legno”, “quale è stato presupposto da Prentice”. L’uso è ben documentato, ma “occasionale e non sistematico”. A conclusione del capitolo, si afferma infatti che “Le fasi della composizione di un’opera letteraria erano più complesse e sfumate di quanto non lascerebbe credere l’ipotesi di Prentice” (p. 24). Dorandi presenta invece come propria opinione che

si debba abbandonare definitivamente l’ipotesi che afferma che un manoscritto d’autore consistesse in una pila di fogli già scritti (...). Il ricorso a pugillares era piuttosto limitato alla primissima fase dell’attività compositiva di uno scrittore, alla raccolta di appunti e di estratti, alla redazione di brogliacci di un testo di breve estensione, oppure per apportare qualche aggiunta sporadica (p. 24).

Che cos’erano però i pugillares? Dorandi si serve di questa espressione per indicare una varietà di supporti usati da greci e latini: fogli di papiro o pergamena, oppure tavolette di cera o di legno (p. 19). Viene poi data ampia documentazione sull’uso di supporti del genere per prendere appunti (pp. 19-20) e, soprattutto, come supporto di prime stesure di un testo (pp. 20-24). Infine, il problema del rapporto tra questi supporti e la genesi del codex viene esplicitamente lasciato da parte.

Tutto chiarissimo, e molto convincente, a parte un punto: perché questa ricostruzione escluderebbe l’“uso massiccio” di foglietti e appunti?

venerdì 2 settembre 2016

Carrada e Trequadrini, Studio, dunque scrivo

  
 
Carrada e Trequadrini, Studio, dunque scrivo
Ammiro molto i libri di Luisa Carrada e mi sono letto con molto interesse anche il manuale Studio, dunque scrivo. A differenza dei libri precedenti della stessa autrice, questo è scritto in collaborazione (con Luisa Trequadrini) ed è pensato per un uso scolastico: per la precisione, per l’ultimo anno di scuola superiore, in vista delle prove dell’esame di Stato. Il pubblico di riferimento quindi non è molto diverso da quello dei miei corsi di scrittura, rivolti a studenti iscritti al primo anno di università. E in effetti, alcune parti del manuale sono molto utili in questa prospettiva.
 
Il libro però ha una natura composita. È diviso in sette “Unità”, e tra queste ce ne sono diverse di alto livello. Alcune però sono più discutibili nell’impostazione o nella realizzazione.
 
Partiamo dagli aspetti positivi.
 
La cassetta degli attrezzi
 
L’unità 2 (pp. 33-122), è per me di gran lunga la più utile. Intitolata La cassetta degli attrezzi, è dedicata alla trattazione di questioni “grammaticali” e la scelta degli argomenti sembra fondata su una lunga e solida esperienza diretta. Di sicuro, corrisponde ai dubbi e agli errori reali che incontro anch’io nella pratica dei corsi!
 
Le indicazioni fornite qui mi sono sembrate talmente utili (soprattutto nella prima parte) per il mio corso che mi sono fatto una scaletta dettagliata. Conto quindi di poter dire ai miei studenti, in caso di problemi, di studiarsi le pagine indicate di questo libro, a seconda degli argomenti:
 
soggetti: necessità dell’accordo perfetto (pp. 35-36), casi in cui è accettabile l’accordo a senso (pp. 36-37), situazioni in cui occorre esplicitare o sottintendere il soggetto (pp. 37-39).
 
pronomi: impieghi corretti ed errori nella referenza (pp. 39-41), uso eventuale delle forme soggetto tradizionali (pp. 41-434), sostituzioni e riformulazioni in alternativa ai pronomi (pp. 43-44), dubbi sul pronome relativo (pp. 45-46); a seguire, una scheda sulla scelta tra suo e proprio (pp. 47-48)
 
verbi: uso corretto del tempo (pp. 48-50), impiego del congiuntivo (pp. 51-55), errori nella referenza del gerundio (pp. 56-57), regole per le situazioni in cui uno stesso verbo regge più subordinate (pp. 58-59)
 
coerenza testuale: impiego semanticamente corretto delle congiunzioni (pp. 60-62), razionalizzazione degli accostamenti sintattici (pp. 63-64)
 
apostrofi, accenti e ortografia (pp. 64-66)
 
scelte lessicali: antilingua (pp. 67-68), frasi fatte (pp. 69-70), parole superflue (p. 7), scelta della parola più adatta (pp. 72-73), rivalutazione dei verbi all’infinito (pp. 73-74), attenzione alla ricchezza lessicale (pp. 74-76)
 
registri linguistici (pp. 76-80)
 
lingue speciali (pp. 81-84)
 
punteggiatura: punteggiatura logica, per l’occhio e per l’orecchio (pp. 86-90), scelta tra punto, virgola e punto e virgola (pp. 90-99, con particolare attenzione alla virgola prima del pronome relativo e prima di e), paragrafi, capoversi e superpunti (pp. 99-100)
 
Come si vede, gli argomenti affrontati sono molto specifici. La cosa va benissimo, perché di regola (ovviamente) gli studenti italiani dell’ultimo anno di scuola superiore o del primo anno di università non hanno bisogno di trattazioni generali sull’uso dei pronomi o sulla morfologia dei verbi. Quel che conta è intervenire sui punti di incertezza residui, e la scelta è stata fatta in modo molto solido. Per esempio, parlando di razionalizzazione degli accostamenti sintattici (“coerenza”) alle pagine 63-64 viene presentata “la legge della vicinanza”, cioè regole, esempi ed esercizi che illustrano il modo in cui i componenti di una frase devono essere accostati per non creare errori o ambiguità del tipo “Arriva il latte per neonati a basso costo”.
 
Dalla carta al digitale
 
A parte la grammatica, diverse unità del manuale sono fondate sulla specializzazione di Luisa Carrada: insegnamento della scrittura per mezzi di comunicazione elettronici. In alcuni casi riprendono e aggiornano indicazioni fornite altrove; in altri, aggiungono qualcosa di nuovo. Quasi sempre mi sono trovato d’accordo con le indicazioni fornite.
 
Nell’unità 3 vengono fornite informazioni di contesto sulla lettura da dispositivi elettronici e si fanno raccomandazioni per una comunicazione capace di attirare l’attenzione. Un approfondimento specifico, che include diverse indicazioni pratiche, riguarda le liste (pp. 142-145): visto che nella scuola italiana le liste sono spesso considerate, più che lo strumento utilissimo che in effetti sono, un’aberrazione rispetto alla scrittura “normale”, la cosa è particolarmente opportuna.
 
L’unità 4 riguarda vari aspetti della presentazione dei testi. Innanzitutto la scelta dei caratteri, con consigli che però secondo me sono molto discutibili. Per relazioni e tesine, per esempio, vengono consigliati praticamente solo caratteri senza grazie, dal Verdana al Calibri… l’unico carattere con grazie citato è il Georgia (p. 161). In altro punto del testo, il Times New Roman viene addirittura sconsigliato perché “antiquato” (p. 160). Mah! Io francamente ritengo che il Times New Roman rimanga, e di gran lunga, il font più consigliabile per un lavoro serio e di un minimo di estensione.
 
Il resto dell’unità riguarda invece il rapporto tra parole e immagini e, soprattutto, la preparazione di diapositive (pp. 169-178). Di queste ultime vengono dati molti esempi funzionali, ma anche esempi “scolastici” decisamente meno riusciti.
 
L’unità 7 tratta tre argomenti molto diversi fra di loro: posta elettronica, curriculum e interviste. La presentazione è sempre di alto livello.
 
Punti problematici
 
La sezione più discutibile del libro è l’unità 6, la più ampia: Scrivere a scuola: in vista dell’esame di Stato (pp. 213-308). Naturalmente, la più rilevante fonte di problemi è data dal fatto che l’esame finale è una prova in cui confluiscono interi anni di percorso scolastico; condizione particolarmente evidente nel caso dell’analisi dei testi letterari, in prosa e in poesia. Difficile quindi fornire in poche decine di pagine di testo indicazioni in grado di trasformare in modo sensibile l’atteggiamento dello studente in materia, mentre è difficile evitare i rischi dell’approssimazione… Rischi che qui si concretizzano in particolare nelle proposte di analisi del testo poetico.
 
In quelle proposte, per esempio, mi hanno lasciato molto perplesso diverse letture “fonosimboliche” di poesie. Speravo, e credevo, che analisi del genere fossero uscite di scena da decenni, grazie all’inserimento di nozioni linguistiche di base nel percorso formativo dei docenti e alla pubblicazione di manuali di alta professionalità. Eppure, qui ricompaiono vecchi fantasmi, come la distinzione tra consonanti “dure” e “dolci” (p. 234)! Al livello di base, salta fuori addirittura la classica confusione italiana tra suoni e lettere dell’alfabeto e si classifica per esempio la “c” (?) come una “consonante dura”… si intenderà l’occlusiva di cane o l’affricata di cena? O entrambe? Mah.
 
Le analisi riportate mi lasciano molto perplesso anche ad altri livelli. Quando le parole “cantano”, “sussurrano” e “bisbigliano”, oppure “stupida” e “placida”, sono considerate in rima tra di loro (pp. 232-233), mi sembra che manchi un’idea chiara di che cosa sia una rima. Gli errori di metrica e di fonetica si legano poi a indicazioni estetiche tanto apodittiche quanto discutibili. Nell’analisi di un passo di Meriggiare pallido e assorto si arriva per esempio a un “invito” come questo:
 
Ascolta come la disarmonia quasi fastidiosa della sillaba -gli carica di una forza evocativa parole che invece nel linguaggio quotidiano sono neutre, come muraglia o bottiglia (p. 235).
 
Al di là della soggettività assoluta dei giudizi, presentati come se fossero dati di fatto, vale la pena notare che nelle parole indicate qui sopra -gli non è affatto una “sillaba”. Si tratta invece, in tutti i casi, di un trigramma che rappresenta solo ed esclusivamente una consonante, la laterale palatale intensa /ʎ/.
 
Saltando all’altro estremo del libro, e cioè all’unità introduttiva (1), le considerazioni sul rapporto tra pensiero e scrittura sono fatte riferendosi ancora all’orizzonte di Ong e della “literacy thesis”, completamente smentita dalle ricerche degli ultimi decenni. Tuttavia, osservazioni oggi scientificamente insostenibili vengono qui presentate come i presupposti del lavoro:
 
molte caratteristiche del pensiero e della mente umana che sono per noi ovvie non appartengono al pensiero in quanto tale, ma al pensiero condizionato dalla scrittura (p. 3)
l’alfabeto fonetico (…) si è rivelato il codice più economico ed efficiente (…) Con l’alfabeto le parole sono sempre presenti nella loro interezza, pronte a essere analizzate e controllate (p. 4)
 
Tutto questo non toglie nulla ai meriti di buona parte del libro. Mi sembra però che renda consigliabile usare il testo con attenzione e in modo selettivo, più che per lo scopo complessivo cui è stato destinato.
 
Luisa Carrada, Claudia Trequadrini, Studio, dunque scrivo. Multimediale. Scrivere per l’esame di Stato. Scrivere per i media digitali. Scrivere per prepararsi al lavoro. Bologna, Zanichelli, 2015, pp. VIII + 343, ISBN 978-88-08-22118-6, € 19,80. Letto nella copia della Biblioteca LM 1 dell’Università di Pisa.
 

mercoledì 19 maggio 2010

Roncaglia, La quarta rivoluzione


È appena uscito, e me lo sono comprato al volo, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, di Gino Roncaglia.

Il libro è un ottimo testo divulgativo, e ha l'incomparabile vantaggio di essere aggiornato a questa primavera... fino all'annuncio dell'iPad, e prima della sua commercializzazione in Italia. Se si cerca un testo unico sulla questione dei libri elettronici, al momento non c'è niente di meglio in italiano - e niente di immediatamente confrontabile nemmeno in altre lingue. Quindi è una lettura assolutamente consigliata.

A livello di informazioni di contorno, il libro ha anche un sito di riferimento (e un gruppo su Facebook). Il libro è anche come e-book - cosa naturale, ma tutt'altro che scontata - e tra poco dovrebbe comparire anche nel catalogo della nuova sezione ebook di IBS.

Per quanto riguarda i contenuti, le sei "lezioni" presentano, in modo piacevolmente discorsivo, gli argomenti indispensabili. Trasformando i titoli evocativi delle lezioni (per esempio, la prima si intitola Il libro e il cucchiaio) in indicazioni più referenziali, la suddivisione grosso modo sarebbe:

1. caratteristiche delle interfacce di lettura
2. definizione del libro elettronico
3. storia dell'e-book, con molta attenzione ai problemi pragmatici di usabilità
4. codifica dei testi
5. gestione dei diritti e distribuzione
6. prospettive per il futuro

Come sintesi dello stato delle cose, sembra difficile immaginare qualcosa di meglio - o anche semplicemente di diverso (anche se qualcosa di più dirò a fine post). Semplicemente, se si vuole un orientamento intelligente sugli e-book, oggi questo è il libro da cui partire.

Anche a livello di dettaglio, la qualità del lavoro è notevole. La terza "lezione", che nell'originale si intitola Dalla carta allo schermo (e ritorno?), per esempio, rappresenta la miglior storia dell'e-book che abbia letto finora, in qualunque lingua: non solo per copertura e livello di dettaglio, ma soprattutto per la selezione delle cose da dire - quelle importanti, in sostanza!

Limiti del testo? Una volta detto che il libro è assolutamente consigliato, proprio la minima portata delle osservazioni che si possono fare rende l'idea di quanto sia ben fatto il lavoro. Per esempio, a p. 127, a proposito di codifica di testo, si parla di marcatori testuali che, si dice, "vengono convenzionalmente inseriti fra una coppia di parentesi chiuse". Vero per alcuni linguaggi, molto meno per altri - a cominciare dai formati per descrivere le pagine! Oppure a p. 151: di un programma come "Kindle for iPhone" si dice che "non è certo all'altezza di programmi come Stanza". Sicuro? Meno versatile, senz'altro, ma la qualità tipografica e di interazione mi sembra come minimo paragonabile, se non superiore. A p. 141 si parla del lettore Blio come se già fosse disponibile, e invece non lo è...

Insomma, dettagli minimi all'interno di un libro importante. Che cosa poteva esserci di più, e non c'è? Direi semplicemente una cosa - fondamentale, ma su cui in effetti la riflessione oggi è molto indietro: la descrizione dei motivi e delle tecniche per cui si legge. Qualcosa si trova, sparso nel testo, ma sono accenni che per lo più ruotano attorno a una distinzione un po' troppo schematica, quella tra fruizione lean back (rilassata) e lean forward (tipica di chi lavora con un testo, correggendo, scrivendo, etc.). Su questo punto anche le osservazioni sembrano un po' arretrate. Alle pp. 93-94 viene riportato, per criticarlo, un luogo comune legato "alla testualità elettronica":

quello secondo cui la fruizione digitale può funzionare per opere di reference, e non può invece funzionare per la letteratura e le opere che corrispondono a grandi linee alla categoria editoriale della 'varia': saggistica e divulgazione caratterizzate da un impianto fondamentalmente lineare e da una struttura comunque in qualche misura narrativa.

La critica a questo luogo comune viene fatta da Roncaglia sulla base dei prevedibili sviluppi futuri. Ma in effetti già dal 2007 il successo del Kindle ha mostrato che la narrativa e la 'varia' si leggono benissimo sui libri elettronici. È la lettura a fondo, per ragioni di studio, che crea problemi: annotazione, schematizzazione di testi, e così via. Insomma, su questo punto la realtà è già andata avanti rispetto alle nostre discussioni - e la prossima sfida del mercato, a me, sembra esattamente questa: produrre soluzioni hardware e software che si possano usare per il lavoro, non solo per la lettura rilassata.

mercoledì 2 giugno 2010

Lettere e immagini

Ho finito di leggere Space between words di Paul Saenger e adesso lo sto schedando e controllando. Come spesso accade, poi, i controlli sono interessanti quanto e più del testo in sé... Alla fine, mi sono messo a leggere il testo in parallelo a Pause and effect di M. B. Parkes (1992), di cui spero di parlare più avanti, e il confronto mi ha chiarito diverse cose.

Una prima nota, intanto, serve a ricordare che su un argomento di paleografia, il corredo di immagini, cioè di riproduzioni di manoscritti, è determinante. Eppure le riproduzioni, in entrambi i libri, hanno diversi limiti

Innanzitutto, nel libro di Saenger sono relativamente poche, e poco curate. Trentaquattro in tutto, e l'ultima, presentata a p. 229, è pure stampata male, essendo invertita specularmente. Errore che tra l'altro fa capire che il testo riprodotto non era poi molto leggibile, a colpo d'occhio... chissà quanti si saranno accorti dell'inversione? In altri casi (per esempio, nelle figg. 24, 27, 28) vengono riportate sezioni dell'originale in taglio un po' approssimativo, che nasconde parti di lettere (tratto comune al libro di Parkes), e in altri ancora la riproduzione è sfocata o sgranata.

In secondo luogo, le caratteristiche fisiche dei volumi pongono limiti precisi. Le dimensioni del libro di Saenger sono quelle del saggio umanistico tradizionale: 22,7 x 15 cm, cioè 340 centimetri quadrati, cioè un'area molto ridotta, rispetto a quella di diversi manoscritti fonte. La qualità fotografica e quella tipografica, come già detto, non sono di livello eccelso, e il supporto, normale carta porosa, peggiora ulteriormente la situazione. Per fortuna, in molti casi il fenomeno descritto si individua bene anche attraverso questi ostacoli - ma la leggibilità non è certo alta. Nel libro di Parkes la qualità delle riproduzioni è molto superiore, così come lo sono la carta (patinata) e le dimensioni (27,4 x 21,5 cm, cioè un'area quasi doppia, con 590 centimetri quadrati); anche qui, però, siamo spesso ben lontani dalle misure degli originali.

Le caratteristiche fisiche, inoltre, non sono tutto: Parkes accosta alle proprie riproduzioni anche trascrizioni del testo originale, traduzioni, note e numeri di riga, il che rende molto più semplice l'individuazione dei tratti commentati. Niente di tutto questo in Saenger. Beninteso, per fortuna in quest'ultimo libro buona parte dei testi riprodotti è scritta in latino, e in grafie che, essendo anteriori al XIII secolo, sono di solito molto leggibili. Però, per esempio, la fig. 9 dovrebbe illustrare la presenza di "hierarchical word blocks in the English translation of Orosius's Seven Books Against the Pagans" (p. 42), con spazi relativamente ampi usati solo per separare parole e spazi relativamente ridotti usati sia per separare parole sia per separare sillabe con valore di morfemi. Benissimo... solo che il manoscritto resta, per lingua e per grafia, ben poco accessibile a lettori come me: la trascrizione del testo originale avrebbe permesso di verificare meglio l'affermazione.

Soprattutto, infine, in nessuno dei due libri le immagini vengono elaborate per facilitare l'individuazione dei fenomeni. Saenger presenta alcuni ingrandimenti di particolari sezioni dei testi, il che è già un passo avanti rispetto alle pagine intere. Poi però non ci sono frecce, indicatori, evidenziazioni... Il che contribuisce a rendere frequenti situazioni come quella che ho già descritto qualche settimana fa: si cerca di verificare un dettaglio e non ci si riesce. Isolare una riga di testo e accompagnarla con frecce in cui si indicano i caratteri o i fenomeni cui si fa riferimento: non è difficile, però qui non viene fatto.

Come mai accettiamo d'abitudine questi difetti in lavori specialistici di questo tipo - e, aggiungo, di questa qualità? Alla radice, penso che sia solo perché la tecnologia tipografica ancora oggi si fonda su una separazione radicale tra chi scrive e chi impagina, e ancor più tra chi scrive e chi gestisce le immagini. E poi, possiamo dare per scontato che chi studia manoscritti medievali non sappia usare, per esempio, Photoshop. O no?

martedì 26 novembre 2013

Magno, L'alba dei libri

 
 
Magno, L'alba dei libri
Venerdì scorso ero a Venezia per lavoro e mi sono trovato, a sorpresa, anche qualche ora libera prima di poter prendere il treno del ritorno (l’Italo delle 18:55 per Firenze). Visto il tempo, gelido ma gloriosamente illuminato, all’inizio del pomeriggio mi sono quindi piazzato su una panchina della Fondamenta delle Zattere, di fronte al Canale della Giudecca. Certo, la panchina era in mezzo a un lago salmastro, visto che il marciapiede non si era ancora liberato dell’ultima acqua alta, ma i miei vecchi scarponcini si sono rivelati all’altezza della situazione…
 
Venendo lì avevo poi visto nella vetrina della Libreria Toletta un libro che mi incuriosiva da un pezzo e molto adatto all’ambiente, L’alba dei libri di Alessandro Marzo Magno: standomene beatamente seduto al freddo e al sole, con una scelta che fa riflettere sul rapporto tra distribuzione fisica e distribuzione elettronica dei libri, ho tirato fuori il Kindle, mi sono fatto spedire da Amazon l’anteprima del testo e poi, soddisfatto, l’ho comprato e scaricato (Garzanti, 2012, ASIN B006ZPR4KS, 209 pagine, “basato sull’edizione stampata” con ISBN 9788811682080, €9,99).
 
Che cosa c’entrava il libro con l’ambiente? Più che nel genericissimo titolo, la spiegazione sta nel sottotitolo: “Quando Venezia ha fatto leggere il mondo”. Il libro è infatti una sintesi del ruolo svolto da Venezia nella diffusione del libro a stampa e nell’evoluzione dell’editoria. Sintesi divulgativa, e opera di un non specialista (che apparentemente non ha fatto ricerche originali in merito), ma valida e competente. Nella saggistica a grande diffusione… avercene, di libri così!
 
La sintesi è in buona parte tematica. Il primo capitolo fa una breve storia degli esordi e del periodo più glorioso dell’editoria veneziana, che agli inizi del Cinquecento divenne la più importante del mondo – fino a produrre in alcuni anni, secondo alcune stime, la metà di tutti i libri stampati in Europa (pos. 75). In continuità con questo si colloca il secondo capitolo, dedicato ad Aldo Manuzio. E poi inizia una serie di capitoli (3-6) dedicati all’editoria in altre lingue: ebraica, araba, armena, greca, e diverse lingue slave. Più i relativi alfabeti.
 
Ancora più tematici sono i capitoli 7-9, che coprono le carte geografiche e la trattatistica militare, l’editoria musicale (una delle sezioni più interessanti del libro, e una di quelle su cui sapevo meno) e i trattati medici, cosmetici e gastronomici. Poi il capitolo 10 è dedicato a Pietro Aretino e la nascita dell’autore, e l’undicesimo torna a una descrizione complessiva (La decadenza, il ritorno e la fine), allungandosi con salti e scatti fino all’Otto e al Novecento, ma in modo non sistematico.
 
La varietà di argomenti non permette al libro di mantenere un’argomentazione coerente, e i singoli capitoli, o addirittura le sezioni di uno stesso capitolo, hanno spesso l’impostazione di articoli autonomi. Tuttavia la pura e semplice varietà di informazioni rappresenta un punto di forza, in quanto permette di gettare lo sguardo su campi molto diversi e tra cui di solito non c’è scambio. In diversi casi ho quindi scoperto cose a me del tutto ignote – per esempio, l’esistenza di una tradizione di editoria caramanlidica veneziana! Alzi la mano chi sa già di che cosa si tratta…

Rimessa veneziana

Un ulteriore motivo di soddisfazione è stato anche il ritrovarmi a leggere dei lavori di esperti che ho avuto occasione di conoscere di persona in passato, quando (ahimè) riuscivo ancora a lavorare nel settore. Angela Nuovo, per esempio, la scopritrice del primo Corano a stampa, realizzato a Venezia poco prima del 1540 (alla vicenda è dedicato il quarto capitolo, Il Corano perduto). Oppure Fabio Massimo Bertolo, il cui studio su Aretino e la stampa: strategie di autopromozione a Venezia nel Cinquecento è alla base di buona parte del decimo capitolo. Insomma, un po’ di tempo ben speso. Poi squilla il telefono e si torna al lavoro, in un paesaggio ormai notturno di mostre d’arte e rimesse illuminate.
 

lunedì 11 gennaio 2021

Campbell e Pryce, La biblioteca

  
 
Copertina di La Biblioteca, con matita per confronto
Le biblioteche sono per me una fonte continua di soddisfazione e di felicità. In questo periodo sono ben poco accessibili, purtroppo… ma nel periodo delle feste di fine anno ho cercato di rimediare leggendo e guardando lo splendido volume La biblioteca di James Campbell (testo) e Will Pryce (fotografie), pubblicato nel 2014 nella collana Grandi Opere Einaudi, nel formato dei libri d’arte.
 
Era molto tempo che volevo leggere quel libro. A ricordarmelo è stata l’uscita di una nuova edizione Einaudi nel 2020, nella collana Saggi; ma poter recuperare questa è stato impotante. Per La biblioteca, le fotografie sono importanti tanto quanto il testo, e nell’edizione del 2014, con pagine di 30,6 x 24 cm, sono spettacolari. L’edizione del 2020 usa invece pagine di formato più ridotto. 
 
Una preferenza del genere si sposa poi bene con il tema del libro. Per quanto a me piacciano i testi in sé, la loro esistenza è legata a quella dei supporti che li contengono e alle pratiche sociali per crearli, conservarli e distribuirli. E, anche se i libri si possono leggere solo uno alla volta, potersi spostare rapidamente dall’uno all’altro non è un dettaglio. In altri termini: se si parla di usi reali, la gestione anche di quelle opere che più sembrerebbero rivolgersi al puro pensiero si intreccia inevitabilmente a questioni come la protezione dagli insetti, i vantaggi e i rischi dell’illuminazione a gas, le capacità di sostegno degli scaffali in legno e di quelli in acciaio…
 
Va poi ricordato che, nei millenni, l’oggetto “libro” ha conosciuto molte trasformazioni nella forma e nell’uso, dalle tavolette delle civiltà mesopotamiche fino ai testi digitali di oggi. Uno dei pochi fili conduttori per orientarsi in una tale varietà consiste appunto nel descrivere gli spazi pensati per fare contemporaneamente due cose: raccogliere questi “libri” e permettere di leggerli. Due funzioni semplici… ma evidentemente non è facile rispettare nemmeno un vincolo tanto generico e gli autori includono nel libro anche alcuni spazi che si occupano solo di conservazione. Per esempio, il monastero di Haeinsa nella Corea del Sud conserva la spettacolare raccolta dei Tripitaka Koreana che però sono matrici per la stampa, non oggetti destinati direttamente alla lettura (pp. 61-65); e il magazzino della Biblioteca Bodleiana di Oxford, collocato a Swindon, si trova a 45 chilometri di distanza dalle sale di consultazione (pp. 307-309).
 
Detto questo, è chiaro che il nucleo del libro è dedicato alle biblioteche occidentali delle età medievale, moderna e contemporanea, in cui le due funzioni di conservazione e lettura convivono di regola nello stesso edificio, e a volte alla stessa stanza. Quest’ultima soluzione, che forse sembra la più intuitiva al lettore europeo contemporaneo, in realtà è l’eccezione. Campbell precisa infatti che
 
L’idea di separare il magazzino dagli spazi di lettura è antica quanto la biblioteca stessa. Le prime biblioteche dell’antica Mesopotamia adottarono questa strategia, che ritroviamo nelle stanze dei libri medievali e nelle case tradizionali giapponesi. In effetti, è proprio la combinazione di esposizione e conservazione in un’unica stanza a essere storicamente insolita, non il contrario (p. 302).
 
Un interessante punto di svolta in questo è stata l’adozione degli scaffali a muro nella biblioteca dell’Escorial, a fine Cinquecento. Da lì, la sala di lettura con le pareti rivestite di libri è diventata un punto di riferimento:  “Quando pensiamo a una biblioteca, pensiamo a quella dell’Escorial” (p. 121). Tuttavia la varietà delle soluzioni successive è notevole e si lega in modo stretto, come mostrano gli autori, ai cambiamenti tecnologici e sociali. Perfino novità apparentemente marginali come la diffusione dei sistemi antifurto elettronici e delle videocamere di sorveglianza a fine Novecento hanno trasformato il panorama, rendendo “irrilevante” il controllo diretto degli scaffali da parte dei bibliotecari (p. 296). Sono così diventate possibili strutture fantastiche come il Centro Grimm a Berlino (pp. 309-313): la più grande biblioteca con scaffali ad accesso libero in Germania.

Il Centro Grimm a Berlino (pp. 310-311)
   
Per quanto belli possano poi essere spazi a cui sono molto affezionato, come quelli della Biblioteca Malatestiana di Cesena (pp. 72-77, ma con bellissima foto a doppia pagina anche alle pp. 6-7) o della Biblioteca Laurenziana a Firenze (pp. 101-106), poi, confesso che le sezioni più affascinanti del libro sono per me le ultime. Quelle in cui si presentano architetture sorprendenti come quelle della biblioteca Liyuan in Cina (pp. 310 e 313-317):

La biblioteca Liyuan (pp. 315-316)

 O la fantastica biblioteca del Museo Shiba Ryōtarō (pp. 289-291) in Giappone. O la più impressionante e inquietante di tutte, la biblioteca José Vasconcelos a Città del Messico (pp. 304-307):

La biblioteca Vasconcelos (p. 305)

In questo contesto un’attenzione particolare va alle biblioteche universitarie, che sono anche quelle che mi toccano più da vicino. Come dice Cambpell:
 
Le aree dedicate allo studio all’interno dell’università offrono agli studenti un luogo in cui studiare tra una lezione e l’altra, o dove riunirsi per lavorare in gruppo o semplicemente incontrarsi con gli amici (…). Alcuni amano lavorare in spazi ampi e aperti, circondati dalle persone, altri preferiscono trovare piccoli angoli tra gli scaffali. La biblioteca non è soltanto un luogo in cui si conservano i libri: è un posto in cui lavorare (p. 299).
 
Ecco, questo è un posto che negli ultimi mesi è diventato inaccessibile. Speriamo di poterlo recuperare presto.
 
James W. P. Campbell e Will Pryce, La biblioteca. Una storia mondiale, Torino, Einaudi, 2014, pp. 328, € 75, ISBN 978-88-06-22347-2 (traduzione di The Library. A World History, Londra, Thames & Hudson, 2013). Letto nella copia della Biblioteca ex Salesiani dell’Università di Pisa. Incredibilmente, mi sembra che nel libro non compaiano i nomi dei traduttori! Sul sito dell’editore sono però indicati Luigi Giacone e Chiara Veltri.
 
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