martedì 14 aprile 2009

I prossimi impegni

Rivedendo in questi giorni i miei impegni da qui all'estate, ho scoperto con un po' di sorpresa che per interventi a convegni e assimilabili sarà il fumetto a farla da padrone.

Per gli interventi a convegni:
  1. il 24 aprile sarò a Napoli Comicon per partecipare alla presentazione della scuola di traduzione per il fumetto e l'editoria di Bologna
  2. dal 15 al 17 giugno sarò a Heidelberg con un intervento su La scrittura non standard nei fumetti italiani, da scrivere assieme a Fabio Gadducci per il Convegno/Workshop I(l) linguaggi(o) del fumetto / Die Sprache(n) der Comics
  3. il 26 giugno sarò a Cork con l'intervento Between Black and Yellow: Italian Comics and
    Crime Fiction all'interno del convegno Con(tra)vention
Inoltre, entro maggio-giugno devo consegnare diversi articoli sul fumetto:
  1. uno sul Giornale per i bambini da scrivere assieme a Fabio Gadducci per SIGNs
  2. uno per la rivista tedesca Zibaldone
  3. uno per gli atti del secondo convegno di Rovereto
Un programma relativamente intenso, insomma! Spero si riveli anche compatibile con la scrittura del libro sul linguaggio del web...

sabato 11 aprile 2009

Language complexity as an evolving variable: i presupposti polemici

 
 
Viviamo in tempi interessanti; e, sì, sono interessanti anche dal punto di vista degli studi linguistici. Il consenso chomskyano degli ultimi cinquant'anni si sta squagliando in alcune aree significative, e seguire il (e magari contribuire al) processo è molto divertente.
 
Un importante contributo in questa direzione viene dalla raccolta Language complexity as an evolving variable, appena pubblicato dalla Oxford UP a cura di Geoffrey Sampson, David Gil e Peter Trudgill. I contributi inseriti nel libro sono di qualità molto variabile, ma quel che conta è il discorso di base. Da mezzo secolo i linguisti hanno ripetuto un mantra poco dimostrato: tutte le lingue sono ugualmente complesse. Questa raccolta è il primo contributo organico a puntare in un'altra direzione.
 
In effetti, qualunque profano direbbe, e dice, che è ovvio che le lingue abbiano livelli diversi di complessità: il mandarino sembra molto complicato agli italiani, lo spagnolo invece è molto semplice, e così via. Il passo successivo però consiste nel riconoscere che questa diversità è direttamente dipendente dalla lingua madre: lo spagnolo non è affatto semplice per i cinesi, e così via. E poi, in molti settori, sembra che la semplicità di alcuni livelli sia compensata dalla complessità di altri. Per esempio, dire che al confronto del tedesco l'inglese ha una grammatica molto semplice, ma una fonetica (e un'ortografia) molto complessa è un luogo comune... io se non sbaglio l'ho incontrato per la prima volta, se non sbaglio, in Tre uomini a zonzo di Jerome K. Jerome.
 
Il passo immediatamente successivo è già più invischiato nella teoria: visto che il meccanismo di base delle lingue, in ottica chomskyana, è unico per tutti gli esseri umani, è tutt'altro che implausibile che il livello di complessità raggiunto sia determinato dalle caratteristiche dell'"organo della grammatica", e non da accidenti esterni. Inoltre, sono ben noti casi come quelli dei pidgin o delle lingue dei segni: codici di comunicazione molto semplici acquistano un bel po' di regole e di complessità appena una generazione di bambini li impara come lingue madri. È il meccanismo per cui dai pidgin si passa alle lingue creole, e sembra una prova evidente del fatto che un certo livello di complessità linguistica è la situazione naturale per gli esseri umani.
 
Delle conclusioni a cui arriva questa raccolta... parlerò in uno dei prossimi post!
 

mercoledì 8 aprile 2009

Seagulls screaming...

Yesterday I saw for the first time a seagull hunting and killing a pigeon (at 9:00 a.m., in Piazza XX settembre). I had already seen seagulls hunt pigeons, but that was the first time I saw one of them actually managing to catch the prey. The killer was a gabbiano reale, of course (Larus michahellis or argentatus).

Seagulls learned many things in the last few years. And they didn't need language: culture and imitation are enough for the task at hand, it seems.

In Leghorn, I have heard, seagulls hunt pigeons regularly, as in America and elsewhere. I like seagulls, but they can be also rather disquieting presences - as I saw in Inchcolm a couple of years ago.

Anyway, I would like to know what comes next. Pedestrians and cyclists, arguably... Now, if only Alfred Hitchcock could drop by for a quick survey of the location...

lunedì 6 aprile 2009

Idee sul futuro dell'editoria

Ho trovato un paio di video interessanti realizzati da BookNet Canada. Il più interessante è l'ultimo, un discorso di Michael Tamblyn sulle cose che potrebbe fare già adesso il mondo dell'editoria... niente di straordinario, ma alcune idee utili. E un link simpatico come quello a Zoomi: mi sono divertito a girare tra i reparti a schermo intero. Un po' lento il caricamento, a volte, ma questi problemi spariranno...

giovedì 2 aprile 2009

Quanta grammatica è necessaria?

Finalmente è stata pubblicata una raccolta di studi che aspettavo da qualche mese: Language complexity as an evolving variable, a cuira di Geoffrey Sampson, David Gil e Peter Trudgill. La raccolta mette in discussione da molti punti di vista un assioma della linguistica contemporanea (nella linea di Chomsky, almeno): tutte le lingue sono ugualmente complicate.

E invece, probabilmente, no...

Del grosso del volume parlerò in un prossimo post. Per ora mi limito a citare uno dei testi contenuti, How much grammar does it take to sail a boat? L'autore, David Gil, si risponde da solo: non molta.

Per rispondere, prende innanzitutto a modello una lingua che abbia parole prive di struttura morfologica, che non contenga categorie sintattiche tipo "nome" e "verbo", e che non abbia regole specifiche per la costruzione delle associazioni semantiche. Una lingua di questo genere viene definita IMA (isolating - monocategorical - associational) e in pratica si basa solo sull'accostamento di parole, producendo significato in base al contesto e facendo a meno di molti strumenti che noi prendiamo per scontati, dalla variazione morfologica alle regole sulla posizione di soggetto e oggetto.

Una lingua puramente IMA, dice Gil, non esiste; però secondo lui l'indonesiano della provincia di Riau si avvicina molto a questo ideale. Le frasi riau possono essere del tipo ayam makan, "pollo mangiare", per indicare cose molto diverse come 'il pollo mangia', 'il pollo è stato mangiato' e così via. In aggiunta a questa non-struttura, Gil aggiunge che il riau viene usato per comunicare a tutti i livelli: dall'insegnamento universitario alle conversazioni dei cacciatori-raccoglitori nella foresta fino ai giochi di parole. Sembra cioè sufficiente per tutte le necessità umane.

Sarà vero? Per saperlo bisognerebbe conoscere più a fondo il riau (e il suo rapporto con l'indonesiano, che invece ha una discreta complessità grammaticale)... L'idea comunque è affascinante, e conferma alcuni miei sospetti di fondo. La complessità delle nostre lingue, probabilmente, è una complessità inutile.
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