venerdì 27 gennaio 2017

Geolinguistica da spiaggia

  
 
Sulla spiaggia di Benaulim, a Goa
Questa settimana, approfittando della Festa della Repubblica indiana, sono andato a Goa. In particolare, ho soggiornato a Benaulim, che è un paesino nella parte meridionale dello stato di Goa. Forse l’unico paesino, tra l’altro, in cui i cristiani siano in maggioranza (nell’assieme dello stato, nonostante i cliché del cinema indiano, sono solo il 30%).
 
Il nord di Goa era antica zona di hippy e oggi è meta di turismo di massa. Il sud di Goa è decisamente meno affollato. A Benaulim c’è una bella spiaggia pulita e i bagnanti sono in numero ragionevole: se la spiaggia fosse più stretta, e le palme da cocco meno numerose, assomiglierebbe a una Marina di Vecchiano in bassa stagione (“si Parigi avesse lu mere…”). Quando il vento soffia da terra, il mare diventa una tavola distesa fino all’orizzonte e forse anche oltre, in direzione della Somalia. I pescatori tirano le reti, donne e bambini stendono il pesce sulla strada a seccare. I bufali tagliano la strada ai turisti in bicicletta, che tollerano, e tutto va bene.
 
Pesce e cocco

Oltre a essere un’ottima occasione per nuotare e leggere, i miei giorni a Goa sono stati però un’altra conferma del mio modo di vedere la vita delle lingue. Goa è rimasta territorio portoghese per 451 anni, dal 1510 fino al 1961. Ora, a parte i nomi, questo mezzo millennio ha lasciato un’eredità linguistica pari grosso modo a zero… In un posto pieno di persone che si chiamano Lourenço Souza, Salvador D’Silva e così via, nessuno parla portoghese – anche se qualche anziano, a quel che leggo, l’ha imparato a scuola in età coloniale – e in giro non ci sono scritte in portoghese. La lingua della popolazione era ed è rimasta il konkani, che oggi si scrive usando il devanagari indiano (uso ufficiale) oppure l’alfabeto latino (preferito dalla Chiesa cattolica).
 
Per il resto, la lingua del turismo e della modernità è naturalmente l’inglese e i cartelli di ogni tipo riflettono la situazione – incluse le pubblicità rivolte ai residenti. Ma il turismo di Goa è internazionale, e in buona parte europeo: a Benaulim una buona fetta della popolazione sembra composta di atletici pensionati di lingua francese. E soprattutto, c’è una sorprendente presenza di russi, al punto che le scritte sui negozi e i menu dei ristoranti sono spesso in doppia versione, inglese e russa. In nome dell’antica alleanza, e dei bassi costi, direi, e tutto va bene.
 
"Hawaii Garden"
Dal punto di vista linguistico, naturalmente, tutto questo è con ogni probabilità temporaneo. La popolazione parla konkani, impara l’inglese e resiste alle pressioni per usare hindi o marathi. Per quanto l’inglese si diffonda nell’istruzione, sospetto che le madri, i compagni di scuola e le famiglie continueranno a parlare il konkani e a usare lingue diverse solo con gli ospiti. Quando gli ospiti se ne andranno, il konkani rimarrà.
 
Nel frattempo però è interessante guardare questo spettacolo multilingue. Le scritte inglesi in lode della Madonna di Vailankanni si incrociano con gli avvisi in devanagari e le promesse di коктейль, e tutto va bene. Anche se il visitatore più attento noterà, in aeroporto, i due squadroni di MiG-29KUB della marina indiana piazzati lì. A ricordare che la storia a volte prende brutte strade, e che nell’ultimo anno sull’orizzonte sono comparse tante nuvole che non mi piacciono.
 

venerdì 20 gennaio 2017

Italiano scritto a Delhi

  
 
Davanti alla Biblioteca universitaria dell'Università di Delhi
Comunicazione di servizio: sono di nuovo in India. Stavolta, per qualche settimana, farò lezioni di italiano scritto per gli studenti dell’Università di Delhi – BA in Italian. Il corso è “Developing advanced reading and writing skills” ed è rivolto agli studenti del secondo anno: ho già iniziato le attività e, com’è ovvio, sono entusiasta!
 
Certo, qui si deve (insolitamente) girare con il cappotto, e i locali non sono attrezzati per il freddo. Ma non si può avere tutto… E del resto, adesso il freddo italiano è ben più intenso.
 

venerdì 11 novembre 2016

Tavosanis, Il linguaggio della comunicazione politica su Facebook

  
 
Copertina de L'italiano della politica e la politica per l'italiano
La settimana scorsa a Firenze ci sono stati convegno e assemblea dell’Associazione per la Storia della Lingua Italiana (ASLI). Nell’occasione ho ricevuto dall’editore Cesati anche la mia copia del volume L’italiano della politica e la politica per l’italiano (Firenze, Cesati, 2016), a cura di Rita Librandi e Rosa Piro, che presenta gli atti del precedente convegno ASLI, svoltosi a Napoli nel 2014.
 
Il volume è imponente (911 pagine!) e molti contributi non li ho ancora letti, ma all’interno c’è anche un mio intervento su Il linguaggio della comunicazione politica su Facebook (pp. 677-685). Nel mio lavoro noto in particolare la notevole importanza di Facebook nella vita comunicativa italiana… e la poca attenzione con cui è stato studiato. Gli studi sulla comunicazione politica elettronica coprono infatti di regola solo Twitter.
 
Questa preferenza anche in questo volume. Il mio intervento è collocato nella sezione Il linguaggio politico dei social network, ma in pratica tutti gli altri contributi sono dedicati al solo Twitter. Annarita Miglietta ha scritto infatti un contributo su Il dibattito politico in pochi cinguettii (un’analisi dei rapporti di conversazione in 20 tweet, pp. 633-643), Giuseppe Paternostro e Roberto Sottile hanno parlato di “In alto i cuori / L’Italia cambia verso”. Discorso politico e interazione nei social network (sulle dinamiche di comunicazione Twitter di Beppe Grillo e Matteo Renzi, pp. 645-660). Fabio Ruggiano illustra attraverso un piccolo campione di tweet Giudizi sul linguaggio dei politici e ideologia linguistica diffusa (pp. 687-696).
 
Soprattutto, Stefania Spina presenta una sintesi collegata ai suoi numerosi lavori su Twitter: La politica dei 140 caratteri: l’equivoco della brevità e l’illusione di essere social (pp. 645-659). Il suo esame, basato su un vasto corpus e sull’analisi dettagliata del lessico, mostra che il mezzo sembra aver spinto i politici italiani a scrivere “testi comprensibili, legati alla loro concreta attività di parlamentari, dai quali qualunque cittadino ha la possibilità di capire le azioni concrete che intraprendono nello svolgimento dei loro compiti e le posizioni che assumono sui temi politici in discussione” (p. 657).
 
L’autrice stessa nota poi che anche in questo contesto i politici non aprono veri dialoghi con i cittadini e puntano soprattutto all’autopromozione. Inoltre, l’abitudine alla chiarezza non sembra passare per esempio negli interventi televisivi degli stessi politici. Il contributo è un’importante messa a fuoco sulle caratteristiche della svolta comunicativa della politica italiana recente. Ma soprattutto, insisterei sul fatto che Twitter resta uno strumento di (relativamente) pochi per pochi.
 
Per quanto riguarda nello specifico Facebook, cioè uno spazio in cui gli italiani sono massicciamente presenti, nel mio contributo ho presentato come prima cosa le caratteristiche broadcast della comunicazione politica al suo interno. Su Facebook, infatti, i politici in pratica non dialogano mai: si limitano a inviare equivalenti di comunicati stampa (più o meno formali) e si astengono dall’intervenire nei commenti di risposta.
 
Il contributo era peraltro fatto in modo da permettere un confronto tra Twitter e Facebook, grazie ai dati ricavati da una tesi di laurea. I risultati mostrano che Facebook condivide per esempio la densità lessicale con Twitter, mentre su altri indicatori è più vicino al parlato televisivo. Saranno necessari ulteriori studi, ma mi sembra che la comunicazione politica di Facebook conservi molte caratteristiche che ha su Twitter, e che una parte di ciò che distingue Twitter sia dovuto, meccanicamente, ai limiti di brevità imposti dallo strumento, che obbligano a distorcere e concentrare il testo.
 
Resta il rimpianto di non aver ancora approfondito il modo in cui il pubblico commenta le comunicazioni dei politici. L’interazione del singolo cittadino è in effetti di estremo interesse; all’argomento è peraltro dedicata nello stesso volume una delle “comunicazioni”, quella di Alessandro Orfano, che ha preso in esame Lingua italiana e linguaggio politico dei forconi di Livorno e Piombino attraverso i social network (pp. 867-877). Speriamo sia solo il primo di una lunga serie di studi.
 
L’italiano della politica e la politica per l’italiano. Atti del XI Convegno ASLI Associazione per la Storia della Lingua Italiana (Napoli, 20-22 novembre 2014), a cura di Rita Librandi e Rosa Piro, Firenze, Cesati, 2016, pp. 911, ISBN 978-88-7667-609-3, € 65.
 

mercoledì 9 novembre 2016

L’intervista in Kenya

  
 

Logo KBC
Come ho raccontato a suo tempo, durante il mio viaggio in Kenya, a settembre, mi è stata fatta un’intervista. Non una cosa breve: una registrazione di un’ora per il servizio in inglese della radio pubblica, la Kenya Broadcasting Corporation. L’intervistatore era Khainga O’Okwemba, presidente della sezione locale del PEN Club, poeta e critico letterario, per il suo programma “Books Café”.
 
L’intervista è andata in onda qualche giorno fa. Da poco mi è arrivato anche il file (MP3) con la registrazione. Quindi, nel caso che qualche lettore italiano sia interessato a sentirmi ragionare per un’ora, in un inglese un po’ faticoso (ma spero migliore di quello di molti politici), su temi che vanno dalla lingua di Machiavelli alla politica universitaria italiana, eccolo qua, condiviso tramite Google Drive!
 
L’intervista è stata fatta praticamente a sorpresa, e mi ha fatto un po’ sudare. Tuttavia, è raro che si abbia occasione di parlare di questioni del genere con un interlocutore competente come Khainga O’Okwemba. Di questo ringrazio lui e Francesca Chiesa, addetta responsabile dell’Istituto Italiano di Cultura di Nairobi, che mi ha dato la possibilità di partecipare anche a questa interessante iniziativa.
 

lunedì 7 novembre 2016

La lingua della comunicazione elettronica sul sito Treccani

  
 
L'immagine di accompagnamento del mio articolo sul sito Treccani
Sul sito Treccani.it è uscito un nuovo Speciale curato da Silverio Novelli: Storia di un e-taliano. Dal PC a WhatsApp. Come il titolo fa intuire, l’argomento affrontato è l’italiano della comunicazione elettronica visto in prospettiva storica. Già, dato che ormai sono passati trent’anni dalla diffusione degli strumenti informatici. Tempo per un bilancio.
 
L’inquadramento è fornito da Gino Roncaglia, che parla di Testi, media e linguaggi nel mondo digitale. L’osservazione centrale del contributo è l’importanza accresciuta della multicodicalità, cioè “le nuove forme di integrazione fra uso della lingua e altri codici comunicativi”.
 
Poi, andando in ordine cronologico, c’è il mio contributo sull’impatto linguistico di Videoscrittura e passaggio al digitale (1985-1995). Qui, anche con rinvii ai lavori di Domenico Fiormonte e Matthew G. Kirschenbaum, presento la mia versione scettica dei fatti: “l’avvento del computer non ha avuto alcun effetto verificabile sulla lingua”.  

A questo segue un contributo di Massimo Prada su La posta elettronica e gli SMS (1995-2005), dedicato a illustrare la multicanalità e la flessibilità degli strumenti.
 
Infine, Stefania Spina presenta un profilo di alta qualità de L’era dei social network (2005-2015). Il nucleo dell’esposizione è rivolto alla “lingua aumentata”, in cui ogni enunciato, tra l’altro, è messo in stretto rapporto con tutta una rete di altri testi.
 
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