In diverse occasioni (e anche di recente) mi è capitato di esprimere i miei dubbi sul cosiddetto “declino” delle competenze degli studenti italiani, o meglio, sulla vulgata giornalistica in proposito. Aggiungo ora che una delle ragioni per cui mi è difficile accettare il senso comune è che di questo terribile “declino” si parla da quando ho memoria... e da quando ho iniziato a interessarmi della questione, da studente, ormai quarant’anni fa.
Per esempio, nel 1979 uscì un libro divenuto celebre ma oggi dimenticato: La laurea dell’obbligo, di Leonardo Benevolo. La quarta di copertina presentava l’opera come “Un quadro oggettivo dell’università italiana d’oggi, offerto come sfida ai responsabili e al pubblico”; e il quadro era devastante.
Il nome di Leonardo Benèvolo (1923-2017) era un tempo ben noto ed è ancora familiare alla mia generazione, ma a beneficio dei lettori più giovani è forse utile presentarlo. Di professione, Benevolo non era un linguista: era un architetto, uno storico dell’architettura e un urbanista, e in generale uno degli intellettuali italiani più importanti della seconda metà del Novecento. Vicino al cattolicesimo sociale, avvicinabile nella prospettiva di oggi a una sinistra liberale molto indipendente, sostenitore della pianificazione urbanistica, ha contribuito alla ricerca e al dibattito pubblico con una produzione tanto importante quanto influente.
Mi sembra poi utile dire anche due parole sulla sede in cui apparve La laurea dell’obbligo: il libro comparve come n. 4 della collana “i Giornalibri” Laterza (presentata anche come iG). Come la parola macedonia suggerisce, si trattava di libri che si avvicinavano alle caratteristiche di un giornale, o meglio, di un settimanale dell’epoca: molte fotografie all’interno, caratteri grandi, una grafica sofisticata permessa dalla fotocomposizione. Il taglio della collana era divulgativo, ma le opere non erano certo affidate a professionisti anonimi: i titoli precedenti erano stati il Cinema italiano di Mario Monicelli, i Rapporti segreti della polizia fascista di Piero Melograni, la Vita di giornalista di Giorgio Bocca a cura di Walter Tobagi. Si trattava insomma di prodotti di alto profilo, mirati a suscitare ampio dibattito pubblico.
Di sicuro, La laurea dell’obbligo ebbe un discreto successo sia tra il pubblico generico sia tra gli specialisti. Per esempio, il libro è ampiamente citato nel valido e fortunato manuale L’italiano del recentemente scomparso Francesco Bruni, pubblicato da UTET nel 1984: quello è stato anche il manuale che ho usato per sostenere l’esame del corso di Storia della lingua italiana tenuto da Mirko Tavoni nel 1987!
Andando nel dettaglio, vale la pena ripercorrere i dettagli dell’argomentazione di Benevolo, vedendo prima il contesto e poi, più in dettaglio, la valutazione linguistica.
Il contesto: lo stato lamentevole della formazione universitaria italiana
Benevolo dichiara innanzitutto che la società italiana del momento in cui scrive non ha una conoscenza precisa dello stato della scuola e dell’università, istituzioni che a suo parere funzionano in modo chiuso e autoreferenziale (pp. 6-10). Tale valutazione viene inserita in un discorso generale sulla “crisi” dell’istruzione di massa in cui Benevolo si riallaccia alle numerose voci che lamentavano i problemi dell’istruzione obbligatoria. In particolare, Benevolo insiste sul fatto che i numeri complessivi del sistema scolastico nascondono differenze fortissime nelle capacità e nei percorsi individuali (pp. 17-19); e lamenta il fatto che la scuola, invece di correggere le disuguaglianze di partenza degli allievi, in realtà “le conferma e le rende irreversibili”.
Su alcuni aspetti di questa ricostruzione si può discutere; più condivisibile è l’elencazione dei difetti strutturali del sistema della scuola dell’obbligo (pp. 23-27), da una parte scollegato e in conflitto con il naturale sviluppo biologico e sociale degli individui, dall’altra antidemocratico – anche se funzionale alla gestione dei conflitti sociali nel capitalismo avanzato. L’elencazione si ricollega anche, nelle pagine finali del libro, alla critica della gerarchizzazione tra lavori “intellettuali” e lavori “manuali”, in cui Benevolo nota che, piuttosto che cercare di far fare a tutti un lavoro “intellettuale”, sarebbe meglio promuovere “la parità sociale di tutti i lavori” (p. 139; e quest’ultimo è un obiettivo su cui concordo anch’io). Non c’è ovviamente dubbio sulla realtà dei difetti presentati! Tuttavia, il dubbio è lecito sulla effettiva funzionalità delle alternative suggerite, come la radicale descolarizzazione proposta da Ivan Illich, cui Benevolo si richiama (p. 34). Io condivido molti dei presupposti critici sia di Illich sia di Benevolo, ma non sono altrettanto ottimista sull’efficacia delle soluzioni proposte…
Un interessante capitolo del libro è dedicato alla “Crisi dell’istruzione pubblica centralizzata”, che copre, più che la scuola, l’Università. A monte c’è la situazione postunitaria, in cui “si forma il complesso accademico-burocratico, saldamente collegato alla dirigenza politica, che caratterizza ancora attualmente l’università italiana” (p. 39). Benevolo, evidentemente in rapporto all’esperienza diretta, lamenta i molti problemi delle Facoltà di Architettura notando anche come nel dopoguerra queste ultime, grazie all’opera del preside della facoltà di Roma, Arnaldo Foschini, sono riuscite a conservare senza problemi un corpo docente strettamente legato al fascismo e ai modi tradizionali di gestione: “incarichi pubblici distribuiti agli studi professionali privati” da una parte, “rinuncia a ogni tentativo di pianificazione” dall’altra (p. 47). Il tutto al servizio degli interessi tradizionali, sintetizzati in questo modo:
la speculazione fondiaria, la bassa produttività edilizia, la rigida limitazione del campo di intervento pubblico, la prevalenza della “libera professione” e la copertura culturale garantita dalla continuità del training universitario. Queste le premesse che hanno reso possibile il boom edilizio successivo, i 35 milioni di stanze e la valanga di “opere pubbliche” che hanno sfigurato l’Italia negli anni ’50, ’60 e ’70 (p. 48).
Qui si inserisce il ’68, che Benevolo, non irragionevolmente, definisce come una finta rivoluzione, rapidamente incanalata in modo da neutralizzare le spinte reali manifestatesi ndegli anni precedenti. Secondo la ricostruzione dell’autore,
L’istituzione non gestisce alla provocazione studentesca, accetta le contraddizioni e i guasti provocati dalla rivolta, e scopre che questa accettazione funziona già da rimedio, cioè stabilizza a un nuovo livello la vita scolastica e scoraggia nuove minaccie [sic] meglio di qualsiasi reazione positiva. Nel complesso, questa risposta (…) è il risultato di una pluralità di comportamenti separati (dei funzionari, dei corpi docenti, delle autorità amministrative, di una parte delle stesse avanguardie studentesche) che restano in surplace, e scoprono poco a poco che questa situazione può essere prolungata indefinitamente, con una serie di vantaggi reciproci (p. 75).
In tale contesto, le università perdono collegamento con i contenuti reali dell’insegnamento e si trasformano in luoghi in cui semplicemente viene assegnato il voto con un esame spesso non particolarmente approfondito.
La (mancata) valutazione delle competenze linguistiche
La ricostruzione storica di Benevolo mi sembra ragionevole e in buona parte condivisibile – ma il mio è un parere esterno, che non si basa su competenze particolari sul soggetto. Di mia competenza più diretta è invece la sezione in cui Benevolo riferisce i risultati di un’esperienza linguistica. Nell’anno accademico 1975-1976, infatti, subito prima di abbandonare l’Università, Benevolo ha tenuto un insegnamento di Storia dell’architettura II nella facoltà di architettura di Roma. Nell’anno precedente l’insegnamento aveva avuto poche decine di frequentanti ma diverse centinaia di candidati all’esame. Per questo motivo, apparentemente nell’estate del 1976, cioè giusto cinquant’anni fa, Benevolo ha deciso di far svolgere per l’esame “un compito in classe, con le formalità usate nei concorsi: consegna di un foglio, dettatura di un tema, svolgimento in un tempo stabilito, in una serie di aule sorvegliate” (p. 96). Una tale scelta per la valutazione linguistica è ragionevole perché, come nota l’autore, con altre prassi la realtà è mascherata dalla “massa ancora ingente di materiali di seconda mano che circolano nelle facoltà”: testi copiati, appunti ripetuti a memoria… I 2793 temi ricavati in modo controllato, secondo Benevolo, formano invece
un campione attendibile degli studenti iscritti e fuori corso (5-6 volte di più), e dimostrano che la gran maggioranza non solo non ha nessuna idea dell’architettura, ma è regredita – dopo 15-18 anni di scuola – a un livello semi-analfabetico, che sarebbe giudicato insufficiente alla licenza elementare (p. 96).
Qui inizierei con i distinguo. Anche accettando la retorica, su quale base Benevolo può dire che quegli studenti erano “regrediti”? Ancora oggi sappiamo poco su questi processi, ma è chiaro che è difficile perdere nel giro di pochi anni competenze comunicative di cui si è acquisto un possesso saldo. Prendendo per buoni i “15-18 anni” di scolarizzazione citati dall’autore, si parla quindi (come ha notato anche Michele Cortelazzo) di studenti che avevano conseguito la licenza elementare nel 1962-1965 o giù di lì, assai prima del Sessantotto, e che dopo quella data erano rimasti ininterrottamente nel percorso scolastico. Difficile immaginare che, uscendo da splendide scuole elementari, avessero perso nel decennio successivo le competenze maturate: assai più verosimile è pensare che le competenze mostrate all’Università fossero semplicemente quelle sviluppate negli anni precedenti, partendo da un livello medio delle scuole elementari assai più basso di quello ipotizzato. Mancano ahimè i dati per dirimere la questione, ma senz’altro, come conosco la bibliografia non vedo su quale base si potesse (o si possa) parlare con sicurezza di una “regressione”.
Vale la pena di riportare un’altra dichiarazione come minimo sorprendente fatta da Benevolo:
quel che colpisce è la sostanziale uniformità culturale di tutti i testi. Qualunque informazione sul luogo d’origine, sugli studi fatti, sull’età e sulla condizione non sembra correlata a significative diversità del prodotto (pp. 96-97).
Questo va in contraddizione non solo con l’esperienza comune, ma anche con la citata insistenza di Benevolo stesso sulla riproduzione delle disuguaglianze sociali e formative (che, pur se malauguratamente verso il basso, in questa ricostruzione verrebbero invece cancellate). I dati statistici sugli studenti sono condensati a p. 126: l’età più comune è quella di ventitré anni, il 30% circa proviene dal liceo classico o dallo scientifico, il 31% dal liceo artistico e il 36% dall’istituto professionale (come nota Benevolo, “una delle maturità scientifiche risulta conseguita in una delle scuole più prestigiose di Roma, il Massimo”). Davvero questi studenti mostravano capacità uniformi?
Dichiarazioni tanto straordinarie richiederebbero una documentazione altrettanto straordinaria. Incredibilmente, però, Benevolo non fornisce nessun tipo di analisi quantitativa. Dichiara invece che “l’unico espediente praticabile per dare un’idea concreta dei temi raccolti è sembrata una elaborazione letteraria” (p. 97)! Il prodotto proposto alla riflessione del lettore è quindi una semplice sequenza di frasi o brevi spezzoni di testo (pp. 98-125), rimontate per costituire “come un discorso unico, per far scomparire le caratteristiche individuali e riconoscibili” (p. 97).
Non c’è quindi nessuna valutazione quantitativa né per il contenuto (“chi ha risposto in modo soddisfacente?”) né per la forma (“quanti errori sono stati commessi in media a livello ortografico o morfosintattico?”). Si hanno invece spezzoni come questi, senza commento e verosimilmente molto rielaborati nella trascrizione (un toccante tema è riportato in modo più fedele a p. 132):
1477 – L’Architettura moderna si è venuta a definirsi attraverso delle lotte politiche inquadrate in conflitti ideologici di forze progressive e forze reazionarie.
749 – Il problema dell’abitazione, come problema storico è irrisolto per il semplice motivo di un’interpretazione unilaterale. Tutte le leggi per una edilizia economina popolare, 167, 865, non fanno che rispecchiare una nostra simpatia per qualcosa di legificato che ha la caratteristica di far finta di risolvere. In base a questo dadaismo sociale si sono persi entrambi i significati: quello di possibilità di miglioramento analitico marxista, quello di soluzione che ogni classe borghese ci ha propinato come superamento del marxismo stesso. Nel frattempo una legislazione sull’abusivismo soprattutto falsata ha dato un ulteriore incentivo alla speculazione pseudo-proletaria.
749 – Il problema dell’abitazione, come problema storico è irrisolto per il semplice motivo di un’interpretazione unilaterale. Tutte le leggi per una edilizia economina popolare, 167, 865, non fanno che rispecchiare una nostra simpatia per qualcosa di legificato che ha la caratteristica di far finta di risolvere. In base a questo dadaismo sociale si sono persi entrambi i significati: quello di possibilità di miglioramento analitico marxista, quello di soluzione che ogni classe borghese ci ha propinato come superamento del marxismo stesso. Nel frattempo una legislazione sull’abusivismo soprattutto falsata ha dato un ulteriore incentivo alla speculazione pseudo-proletaria.
La mancanza di informazioni rende difficile capire su che cosa Benevolo basasse in dettaglio il giudizio. A p. 127 si nota che sono “relativamente meno frequenti” (?) gli errori definiti “primari”, cioè ortografici (“privileggio”, e così via) e morfosintattici. Sono considerati invece “di gran lunga preponderanti” gli errori nell’uso di parole più tecniche e specialistiche, come “fulcro” o “politeismo”. Nell’interpretazione dell’autore, questi sono “indotti dalle scuole post-elementari come conseguenza della ‘libertà di espressione’ e della rinuncia a un controllo rigoroso”… cioè, i normali errori di chi segue un percorso di apprendimento non selettivo partendo da livelli di competenza non alti nell’italiano scritto. Ci si chiede di quale livello formativo sia la colpa se “una buona parte degli studenti scrivono [sic] ‘Le Courbusier’ per analogia col cognac Courvoisier” (p. 129)…
Certo, nessuno pretendeva o pretende che gli storici dell’architettura facciano sofisticate analisi linguistiche. Tuttavia, sembra quasi inconcepibile che un tale livello di ingenuità nella gestione dei dati venga da uno dei più importanti intellettuali italiani del secondo dopoguerra; così come sembrerebbe giustamente inconcepibile che un linguista dicesse cose tipo “non credo che si facciano dei calcoli quando si costruisce un edificio in cemento armato, ma secondo me sarebbe utile che si facessero”.
In ogni caso, il sospetto a monte è che semplicemente questi testi mostrassero le normali competenze di scrittura degli italiani “istruiti”, dopo la liberalizzazione degli accessi e quindi dopo l’accesso all’Università di studenti in numero dieci volte superiore rispetto a quello garantito dalle vecchie élite. Competenze che, sospetto, forse non erano così diverse nemmeno ai tempi appunto delle élite, ma venivano nascoste dall’assenza di prove scritte e dalla disponibilità di revisori a pagamento (che, secondo numerose testimonianze, incluse quelle di Benevolo riportate più sopra, all’epoca erano normalmente usati per risistemare lo zoppicante italiano delle tesi di laurea “scritte” della crema della società italiana).
Per fortuna, comunque, Benevolo arriva a notare (pp. 130-131) che i testi degli studenti sono in effetti pensati sul modello dei testi didattici e che “l’esempio del modo di scrivere dei docenti” in realtà “somiglia per molti aspetti al modo di scrivere degli studenti” (p. 131). Ma da questa constatazione non viene tratta la conseguenza che sembra più ragionevole e intuitiva: che le competenze degli studenti sono semplicemente la manifestazione dello stato reale di un’istruzione che in un momento di enorme allargamento degli accessi non ha garantito (né poteva verosimilmente mantenere) la qualità delle istituzioni selettive per le élite. La visione è invece quella di un’epidemia catastrofica che ha distrutto il mondo precedente e che sta distruggendo la società italiana…. Particolarmente significativa è la p. 134, in cui Benevolo presenta tra gli esempi di sfacelo culturale lo scambio tra Assuan e Amman nella cartina geografica mostrata in un telegiornale e “la scarsità di persone capaci di copiare a macchina fedelmente”! Non c’era più la servitù di una volta, in effetti…
Ovviamente, in realtà, le analisi fatte oggi mostrano che nell’assieme della società italiana le competenze formali non hanno fatto che aumentare di generazione in generazione – finché non si sono bloccate le crescite economiche e dei livelli di istruzione durante gli anni Novanta. La scuola di massa ha quindi lavorato nella direzione giusta; avrebbe potuto lavorare assai meglio, com’è ovvio! Ma questo è di nuovo un altro discorso.
Leonardo Benevolo, La laurea dell’obbligo, Bari, Laterza, 1979, pp. 149, lire 3500. Letto nella copia della Biblioteca di Scienze Politiche dell’Università di Pisa.
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