venerdì 17 luglio 2026

Riflessioni sudaticce sul nucleare francese

 
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Curiosamente, oggi mi trovo a discutere su uno dei pochi contributi che mi trovano in disaccordo, su un tema che per ragioni personali mi è molto caro anche se non sono affatto un addetto ai lavori: l’uso dell’energia nucleare per la produzione di elettricità. Un articolo di Lorenzo Squarza pubblicato ieri, Nucleare, costi e tempi: i conti che il dibattito italiano non fa, descrive la situazione del nucleare francese fornendo molte informazioni. L’impostazione complessiva del contributo è però sorprendente, in quanto seleziona in modo molto parziale le informazioni e finisce per fornire un quadro secondo me assai distorto.
 
Il contributo parte da una domanda: come mai, anche se la Francia produce il 73% della sua elettricità dal nucleare, “i prezzi dell’energia salgono, le bollette pesano e l’inflazione energetica ha colpito i francesi quasi quanto gli italiani”? La risposta è semplice anche se la causa è contorta: il sistema europeo usato per determinare il prezzo dell’energia elettrica, il cosiddetto “prezzo marginale”, non tiene affatto conto dei costi medi ma solo del costo dell’ultimo sistema di produzione attivato, che di solito è una (carissima) centrale a gas. Su questo sistema, che io trovo assurdo, ci sarebbe tantissimo da dire; ma per quel che riguarda la ridotta differenza tra prezzi italiani e prezzi francesi, la causa è quella. E va notato che, a quel che ne so, il motivo per cui pure in presenza di questo meccanismo i prezzi francesi sono comunque di almeno il 20% più bassi di quelli italiani è dato dal fatto che in Francia spesso la produzione nucleare, totalmente gestita da Électricité de France (EDF), basta a soddisfare la domanda ed evita quindi l’accensione delle costose centrali a gas.
 
L’articolo descrive correttamente il ruolo del “prezzo marginale” ma non dice affatto che il mix francese è comunque tale da permettere di ridurre un po’ i prezzi rispetto all’Italia. Anzi, dice una cosa che non credo sia corretta: che la differenza nei prezzi si spiega con l’esistenza di un meccanismo di vendita, l’ARENH, che per anni ha obbligato EDF a vendere l’energia a produttori “alternativi” a prezzi assai più bassi di quelli di mercato. A quel che mi risulta, l’ARENH (un bel modo per sottrarre soldi a EDF regalandoli ad altre parti del sistema francese) può aver avuto qualche effetto sulle bollette finali, ma gli importi di queste ultime sono stati determinati in modo assai più rilevante da altri fattori, incluso il meccanismo del cosiddetto bouclier tariffaire. Non credo quindi che sia corretto dire, menzionando solo l’ARENH, che “Se EDF fosse stata gestita come una società puramente di mercato i francesi avrebbero pagato in bolletta quanto noi”. Posso sbagliarmi, non essendo un addetto ai lavori, ma da una rapida ricerca in rete non trovo conferme di questa asserzione.
 
Da questo punto in poi, soprattutto, i discorsi fatti nell’articolo si fanno poi sempre meno lineari e mescolano due aspetti: quello finanziario e quello dei costi effettivi di produzione dell’energia elettrica. Ora, non ci sono dubbi sul fatto che la produzione nucleare francese abbia costi molto competitivi, attorno a € 60/Mwh. Si prevede inoltre che questi costi rimangano stabili anche nel prossimo futuro: visto che il costo del combustibile è marginale, si tratta soprattutto dei costi, piuttosto prevedibili, per l’ammortamento e il funzionamento degli impianti, smantellamento incluso. E conseguentemente, in un contesto di costi dell’energia molto alti, dopo la crisi dell’anno 2022, dovuta alla confluenza di diversi fattori, EDF ha sempre registrato utili annuali attorno ai 10 miliardi di € (che in sostanza vanno nelle casse dello stato francese).
 
L’articolo presenta però questa situazione invidiabile come se fosse una situazione di crisi, notando per esempio che per far fronte alla crisi del 2022 EDF è stata completamente nazionalizzata, mentre negli anni precedenti aveva perso buona parte della sua capitalizzazione di borsa. Ma la situazione di mercato non ha naturalmente un rapporto deterministico con la solidità di un’azienda e con la sua capacità di produrre. Il debito che EDF si porta dietro è dovuto in sostanza al fatto che, attraverso vari canali, è stata usata per anni per sovvenzionare altre parti del sistema francese… il che non deve certo essere scambiato per l’incapacità della tecnologia nucleare di produrre energia elettrica a costi competitivi. Oggi EDF, avendo la politica francese smesso di trattarla come “vacca da quattrini”, non solo può sostenere l’ordinaria attività e diversi investimenti, ma, appunto, si mostra notevolmente redditizia.
 
L’articolo riconosce in parte la situazione reale ma la presenta in una specie di nota messa in corsivo e tra parentesi (!!!), come se fosse un dettaglio e non la sostanza:
 
(Va detto che la situazione operativa di EDF è migliorata significativamente dal 2022: la produzione nucleare è tornata ai livelli pre-crisi dopo la risoluzione dei problemi di corrosione e manutenzione che hanno fatto chiudere per mesi molti reattori e il gruppo ha chiuso il 2024 con un utile netto di 11,4 miliardi di euro. Il debito netto rimane però sostanzialmente invariato a circa 54 miliardi, e le sfide strutturali — 50 miliardi per il prolungamento del parco esistente, 50-60 per i nuovi EPR2 — restano intatte).
 
Ora, un’azienda che mostra la capacità regolare di avere 10 miliardi l’anno di utili netti non parte male per recuperare nel tempo 50 miliardi di debiti e gestire investimenti ventennali dell’ordine di 100 miliardi. Certo, l’attività industriale riserva molte sorprese e agisce in un contesto assai mutevole… ma questo vale in entrambi i sensi (la competitività del nucleare dipende anche dal fatto che altre forme di energia, a cominciare dal gas, negli ultimi anni si sono fatte assai più costose – né è detto che sia finita; e vale la pena ricordare che proprio questa volatilità, strutturale, è una delle ragioni che a suo tempo hanno spinto la Francia alla scelta nucleare). Tuttavia, l’articolo sistematicamente evita di presentare gli aspetti positivi e invece enfatizza a senso unico quelli negativi. Parlando per esempio della prima centrale di terza generazione, Flamanville, l’articolo presenta quindi l’enorme crescita dei costi rispetto al preventivo, ma omette di dire che, come avviene di regola, queste sorprese sono abbastanza normali nel passaggio a una nuova tecnologia ed è normale – anche se certo non sicuro – che nelle nuove realizzazioni il costo cali moltissimo.
 
In sintesi: l’articolo è interessante ma la sua impostazione a senso unico, che taglia informazioni essenziali, in questo caso secondo me non rende affatto giustizia alla complessità dell’argomento. E per completezza aggiungerò che in questo momento, sudaticcio e infastidito, sto pensando molto a quanto mi costa il condizionatore che sono costretto a tenere acceso per lavorare, e a quanto mi farebbe comodo anche quel 20% in meno in bolletta… Senza citare il fatto che si tratterebbe di elettricità prodotta con generazione di carbonio quasi zero, a differenza di quella italiana!
 

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