È uscito da pochi giorni il Rapporto INVALSI 2026 sulle rilevazioni che poche settimane fa hanno coinvolto tutti gli studenti italiani di 5 anni scolastici (II e V anno della scuola primaria, III anno della scuola secondaria di primo grado, II e ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado). Le rilevazioni riguardano, in sostanza, italiano, matematica e inglese; degli esiti degli scorsi anni ho già parlato il mese scorso e vale la pena ora parlare anche di quelli nuovi.
In estrema sintesi: non ci sono grandi cambiamenti rispetto all’anno scorso, e quindi rispetto a tutto il periodo post-COVID. Il che è deludente: la scuola italiana ancora non sembra riesca a recuperare quel che ha perso nel periodo di stravolgimento della didattica.
Per le classi di età più avanzate, che da quello stravolgimento sono state coinvolte in pieno, il mancato recupero non è forse sorprendente. Anzi, nell’ultimo anno delle scuole secondarie di secondo grado si è avuto un miglioramento in tutte e tre le aree di valutazione rispetto al 2025.
Più fastidioso, dal mio punto di vista, è che la situazione non migliori nemmeno al II anno della scuola primaria, dove è difficile pensare che le carriere degli studenti risentano dei problemi del periodo 2020-2022. Il punteggio ottenuto da quella classe in italiano è stato quest’anno di 191,6, il peggiore mai registrato… anche se va tenuto conto che si tratta di un calo di meno del 5% rispetto al 2019 (il punteggio di riferimento è 200), e di meno del 2% rispetto al 2025. Lo stesso avviene per il punteggio relativo alla matematica.
Gli estensori del Rapporto valutano (ragionevolmente) la situazione in questo modo (p. 220):
Di fronte a questa continuità temporale, l’ipotesi di un effetto pandemico di medio-lungo periodo, pur mantenendo una propria plausibilità, appare sempre meno sufficiente a spiegare da solo le dinamiche osservate. Diventa quindi necessario interrogarsi anche su fattori di natura strutturale, riconducibili ai profondi cambiamenti sociali, culturali e tecnologici che stanno modificando i processi di insegnamento e apprendimento e, più in generale, il rapporto tra giovani, apprendimenti e scuola.
Mi colpisce molto però che nel Rapporto queste riflessioni non siano poi accompagnate da un esame neanche minimo della variazione dei fattori che più influiscono sui risultati, in particolare per quello che riguarda il “background migratorio e socio-culturale” degli alunni. A occhio, direi che anche in questo non ci sono stati grandi cambiamenti negli ultimi anni… ma visto che le differenze nei punteggi sono minime, anche piccolissimi cambiamenti nella composizione degli studenti potrebbero spiegarle assai meglio di qualunque rinvio generico ai cambiamenti sociali, culturali e tecnologici!
Il quadro complessivo resta peraltro di stabilità, con scostamenti minimi rispetto al 2025. In alcune classi i punteggi migliorano, in altri peggiorano; la tendenza più vistosa è quella al miglioramento dei punteggi per quanto riguarda l’inglese, mentre la tendenza al peggioramento per l’italiano e la matematica esiste ma è contenuta.
In sintesi: si poteva sperare in risultati migliori, e forse l’evento-COVID ha avuto un ruolo più limitato di quello che finora gli ho attribuito. Tuttavia, i tratti essenziali del quadro restano inalterati: nessun crollo drammatico, variazioni leggere e ancora nessun quadro interpretativo che possa darci certezze solide sulle cause di queste variazioni. Il compito per i docenti resta inalterato...

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