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lunedì 20 luglio 2026

I nuovi risultati INVALSI


 
Copertina del Rapporto INVALSI 2026
È uscito da pochi giorni il Rapporto INVALSI 2026 sulle rilevazioni che poche settimane fa hanno coinvolto tutti gli studenti italiani di 5 anni scolastici (II e V anno della scuola primaria, III anno della scuola secondaria di primo grado, II e ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado). Le rilevazioni riguardano, in sostanza, italiano, matematica e inglese; degli esiti degli scorsi anni ho già parlato il mese scorso e vale la pena ora parlare anche di quelli nuovi.
 
In estrema sintesi: non ci sono grandi cambiamenti rispetto all’anno scorso, e quindi rispetto a tutto il periodo post-COVID. Il che è deludente: la scuola italiana ancora non sembra riesca a recuperare quel che ha perso nel periodo di stravolgimento della didattica.
 
Per le classi di età più avanzate, che da quello stravolgimento sono state coinvolte in pieno, il mancato recupero non è forse sorprendente. Anzi, nell’ultimo anno delle scuole secondarie di secondo grado si è avuto un miglioramento in tutte e tre le aree di valutazione rispetto al 2025.
 
Più fastidioso, dal mio punto di vista, è che la situazione non migliori nemmeno al II anno della scuola primaria, dove è difficile pensare che le carriere degli studenti risentano dei problemi del periodo 2020-2022. Il punteggio ottenuto da quella classe in italiano è stato quest’anno di 191,6, il peggiore mai registrato… anche se va tenuto conto che si tratta di un calo di meno del 5% rispetto al 2019 (il punteggio di riferimento è 200), e di meno del 2% rispetto al 2025. Lo stesso avviene per il punteggio relativo alla matematica.
 
Gli estensori del Rapporto valutano (ragionevolmente) la situazione in questo modo (p. 220):
 
Di fronte a questa continuità temporale, l’ipotesi di un effetto pandemico di medio-lungo periodo, pur mantenendo una propria plausibilità, appare sempre meno sufficiente a spiegare da solo le dinamiche osservate. Diventa quindi necessario interrogarsi anche su fattori di natura strutturale, riconducibili ai profondi cambiamenti sociali, culturali e tecnologici che stanno modificando i processi di insegnamento e apprendimento e, più in generale, il rapporto tra giovani, apprendimenti e scuola.
 
Mi colpisce molto però che nel Rapporto queste riflessioni non siano poi accompagnate da un esame neanche minimo della variazione dei fattori che più influiscono sui risultati, in particolare per quello che riguarda il “background migratorio e socio-culturale” degli alunni. A occhio, direi che anche in questo non ci sono stati grandi cambiamenti negli ultimi anni… ma visto che le differenze nei punteggi sono minime, anche piccolissimi cambiamenti nella composizione degli studenti potrebbero spiegarle assai meglio di qualunque rinvio generico ai cambiamenti sociali, culturali e tecnologici!
 
Il quadro complessivo resta peraltro di stabilità, con scostamenti minimi rispetto al 2025. In alcune classi i punteggi migliorano, in altri peggiorano; la tendenza più vistosa è quella al miglioramento dei punteggi per quanto riguarda l’inglese, mentre la tendenza al peggioramento per l’italiano e la matematica esiste ma è contenuta.
 
In sintesi: si poteva sperare in risultati migliori, e forse l’evento-COVID ha avuto un ruolo più limitato di quello che finora gli ho attribuito. Tuttavia, i tratti essenziali del quadro restano inalterati: nessun crollo drammatico, variazioni leggere e ancora nessun quadro interpretativo che possa darci certezze solide sulle cause di queste variazioni. Il compito per i docenti resta inalterato...
 

mercoledì 3 giugno 2026

Le rilevazioni INVALSI e il Covid

 
Le competenze in Italiano in un grafico INVALSI
Parlavo due giorni fa dei test PISA riguardo le competenze dei quindicenni: indagini ben fatte, confrontabili a livello internazionale… ma basate su rilevazioni a campione. Sarebbe assai meglio sapere come stanno le cose per tutti, attraverso quella che viene chiamata un’indagine censuaria.
 
Per fortuna, oggi in Italia abbiamo anche questo! Ci sono infatti le rilevazioni INVALSI, che coinvolgono tutti gli studenti di 5 anni scolastici (II e V anno della scuola primaria, III anno della scuola secondaria di primo grado, II e ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado) e riguardano, in sostanza, italiano, matematica e inglese. La lettura dei rapporti INVALSI, e in particolare quella del Rapporto INVALSI 2025, disponibile sul sito dell’Istituto, è quindi di estremo interesse.
 
Tuttavia, va detto subito che, per ragionamenti come quello sul “declino” di lungo periodo delle competenze degli studenti, i dati INVALSI non possono dirci nulla. Anche se l’INVALSI ha una storia piuttosto lunga, le rilevazioni attuali sono il frutto di un iter lungo e tortuoso, con diversi passi falsi. La qualità del processo oggi mi sembra buona… ma il lungo percorso alle spalle fa sì che molti dati siano confrontabili, come dichiarato anche nell'ultimo rapporto, solo a partire dal 2019 (mentre per i test PISA la confrontabilità parte già dal 2000).
 
Inoltre, il 2019 è, ovviamente, l’anno che precede il 2020, in cui anche le rilevazioni INVALSI sono state sospese a causa delle chiusure per Covid e della più devastante alterazione della didattica che si sia vista in Italia dopo la Seconda guerra mondiale. Il periodo è stato terribile: io l’ho attraversato da presidente di due Corsi di Laurea, cercando di gestire al meglio la situazione a livello universitario, ma nel caso della scuola molti effetti sono stati senz’altro più forti di quelli con cui mi sono confrontato di persona e hanno portato allo sconvolgimento di ben tre anni scolastici.
 
Era legittimo attendersi che le chiusure delle scuole producessero un calo sensibile delle competenze e delle conoscenze degli studenti... e così è stato. Nelle classi prese in esame dai test INVALSI si riscontra infatti, in modo quasi uniforme, un forte calo nei punteggi dal 2019 al 2021. Non solo: a quel che sembra, il basso livello del 2021 non viene recuperato negli anni successivi ma si mantiene. Viene quindi spontaneo interpretare la differenza rispetto al 2019 come il differenziale che tutti gli studenti coinvolti nel periodo Covid si porteranno dietro per tutto il loro percorso di studi. Gli estensori del rapporto interpretano in questo modo i risultati parlando di Italiano nella classe II della scuola primaria (ma considerazioni simili vengono inserite anche in relazione alle altre classi): “Questo andamento sembra confermare l’ipotesi di un effetto pandemico a medio-lungo termine sugli apprendimenti che appare tuttora ancora difficile da riassorbire” (INVALSI, p. 13). Mi sembrano però condivisibili anche le altre preoccupazioni espresse dagli estensori:
 
… sembra anche opportuno interrogarsi sulla possibile presenza di fattori strutturali che, al di là dell’evento pandemico, stanno contribuendo a favorire gli scenari messi in luce dalle prove INVALSI. Tra questi potrebbero rientrare elementi legati alla crescente complessità sociale, ai mutamenti nel ruolo e nelle aspettative attribuite alla scuola nonché all’impatto pervasivo delle tecnologie. In questo scenario, la pandemia potrebbe aver agito da acceleratore e rivelatore precoce di fragilità già presenti nel sistema, contribuendo a renderle più visibili e urgenti (INVALSI, pp. 13-14).
 
Dal punto di vista pratico: occorre senz'altro evitare che, in mancanza di correttivi, il calo pandemico diventi “il nuovo standard”. Per fortuna, il quadro non è uniforme e presenta diversi aspetti incoraggianti. Per esempio, in Italiano il livello della II elementare presenta solo un calo leggero rispetto al periodo pre-Covid (mentre la differenza è assai più significativa in Matematica); il calo è in generale meno marcato nei primi anni di scuola e più marcato negli ultimi; le competenze in Inglese sono in netto miglioramento rispetto al periodo pre-Covid; e così via.
 
Va poi aggiunto che c’è molta differenza tra un calo e un collasso. Per quanto riguarda l’area che mi coinvolge più direttamente dal punto di vista professionale, cioè l’Italiano nell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado, il passaggio da 200 punti a 184,7 rappresenta un sensibile peggioramento, ma non certo un azzeramento delle competenze (la media italiana del 2025 si avvicina a quella che pre-Covid era stata la media della regione “Sud”, isole escluse). Qui il grafico pertinente, dalla p. 115 del Rapporto:

L'evoluzione delle competenze in Italiano degli studenti italiani in un grafico INVALSI
 
 
Tutto questo non può (e non deve) indurre a eccessi di ottimismo. Resta però evidente che il calo è stato causato da un evento specifico, con un inizio e una fine. Non stiamo insomma combattendo contro mistiche forze irresistibili che trascinano verso il basso: occorre evitare assolutamente la ripetizione di un disastro come quello del Covid, ma le valutazioni quantitative, combinate con il confronto con i test PISA, mostrano bene la differenza tra ciò che è avvenuto e un ipotetico “declino” protratto nel tempo. Chi opera nel sistema formativo non si trova dunque di fronte un destino ineluttabile, ma ha il compito di migliorare i livelli attuali, analizzando con lucidità i punti di forza e quelli di debolezza. Il che però richiede senz’altro una discussione più sofisticata, e in generale più lavoro, rispetto alle retoriche oggi dominanti.
 
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