giovedì 11 ottobre 2018

Da HAL all'assistente vocale

  
 
Da HAL all'assistente vocale
Negli ultimi mesi sono stato impegnatissimo a preparare una serie di eventi e presentazioni che andranno avanti fino al 18 novembre. Più che altro si tratta di eventi collegati alla Settimana della lingua italiana nel mondo… ma si inizia domani, venerdì 12 ottobre, quando dalle 15 alle 18, all’interno dell’Internet Festival di Pisa si svolgerà l’evento Da HAL all'assistente vocale. L'evento si svolgerà presso il Museo degli strumenti per il calcolo (Vecchi Macelli), Palazzina A1. Ecco il programma!
 
Moderatore: Gianni Del Vecchio (Huffington Post)
 
Introduzione – Mirko Tavosanis (Università di Pisa): ore 15
 
15:10-15:30 – Franco Cutugno (Università di Napoli) - Interazione Naturale Multimodale: uomini e avatar che dialogano in ambienti virtuali tridimensionali
 
15:30-15:50 – Roberto Basili (Università di Roma "Tor Vergata") - Linguaggio naturale, apprendimento nelle macchine e robotica
 
15:50-16:10 – Maria Palmerini (Cedat85, Roma) - Il riconoscimento del parlato: applicazioni, criticità e pregiudizi
 
16:10-17:00 – Tavola rotonda. Relatori e relatrici: Franco Cutugno, Mirko Tavosanis, Roberto Basili, Maria Palmerini, Roberto Pieraccini, Carlo Aliprandi
 
17:00-18:00 – Demo della Guida Museo con Google Home
 

martedì 11 settembre 2018

Roy e Tavosanis, Il focalizzatore anche nei testi scritti di studenti con lingue indoarie come L1

  
 
Le lingue extra-europee e l'italiano
Ho appena ricevuto la copia digitale di una mia nuova pubblicazione: un contributo scritto assieme a Tanya Roy dell’Università di Delhi e dedicato al focalizzatore anche nei testi scritti di studenti indiani di italiano. Il testo è stato presentato come contributo al convegno SLI dell’anno scorso, e gli atti del convegno, con encomiabile rapidità, sono usciti in tempo per il convegno SLI di quest’anno.
 
L’uso anche sembra una banalità. Tuttavia, la frequenza della parola in italiano fa sì che gli errori d’impiego siano ben evidenti – e complessità dei vincoli sul suo uso fa sì che si mantengano anche nello scritto e nel parlato di apprendenti molto avanzati. Capita quindi di frequente di sentire frasi tipo “Anche ho visitato Venezia” al posto di “Ho visitato anche Venezia”, e così via. Su questo argomento, da vent’anni sono punto di riferimento essenziale gli studi di Cecilia Andorno.
 
Il contributo descritto qui prende invece in esame una serie di esempi ricavati dagli scritti di studenti di corsi di italiano dell’Istituto Italiano di Cultura di Delhi. Gli esempi mostrano una distribuzione di errori complessa, ma probabilmente classificabile in tre fasi:

  • Fase iniziale: uso di anche basato sul modello di parole grosso modo equivalenti in altre lingue, tipo l’inglese also e l’hindi भी, e quindi molto esposto all’interferenza. 
  • Fase avanzata: uso di anche basato sulla ricostruzione incompleta delle regole d’uso italiane, e quindi esposto più ai fenomeni di interlingua che all’interferenza. 
  • Fase finale: uso di anche a livello madrelingua.
 
Vale la pena di dire che la valutazione dell’interferenza è più difficile in questo che in altri contesti. Gli studenti indiani spesso infatti studiano l’italiano come terza, quarta o quinta lingua; per esempio, uno studente dell’area di Delhi potrebbe avere il punjabi come lingua materna, l’hindi e l’inglese come lingue studiate a scuola e di ampio uso, e magari la conoscenza di un’altra lingua europea come il francese. In una situazione del genere, non è immediatamente chiaro quale sia la lingua che esercita interferenza: occorre fare confronti con tutte per capirlo. Il metodo adottato nel contributo è stato quello di chiedere agli studenti di “tradurre” a posteriori nelle altre lingue a loro note le frasi che avevano prodotto in italiano. Sono venute fuori quindi corrispondenze come:
 

  • Anche io ho insegnato dei studenti africani.
  • Also I have taught African students.
  • म ने कुछ अ रीकी छा र को पढ़ाया भी है.
 
Vale la pena precisare che io non parlo hindi, punjabi o bengalese (per ora, sono in grado solo di leggere l’alfabeto devanagari e di capire qualche parola), quindi, mentre in altre sezioni il lavoro è stato condiviso, le corrispondenze con queste lingue sono state studiate solo da Tanya Roy.

In ogni caso, un problema che vale la pena approfondire… e con cui spero di tornare a lavorare presto, con un po’ di fortuna, con gli studenti di Delhi.
 
Tanya Roy e Mirko Tavosanis, Il focalizzatore anche nei testi scritti di studenti con lingue indoarie come L1, in Alberto Manco (a cura di), Le lingue extra-europee e l’italiano: aspetti didattico-acquisizionali e sociolinguistici. Atti del LI Congresso Internazionale di Studi della Società di Linguistica Italiana (Napoli, 28-30 settembre 2017), Milano, Officina21, 2018, pp. 357, pp. 323-338, prezzo n. d., ISBN edizione cartacea: 978-88-97657-25-5, ISBN edizione digitale: 978-88-97657-24-8; copia ricevuta dal curatore.
 

mercoledì 27 giugno 2018

Varoufakis, Adults in the Room

  
 
Yanis Varoufakis, Adults in the Room
Uno dei motivi per cui i libri hanno un ruolo difficile da sostituire è la presentazione di situazioni complesse, in cui anche i dettagli di quanto accade nelle fasi precedenti contribuiscono a spiegare gli esiti delle fasi successive. Adults in the Room racconta appunto una storia complessa e che si vede meglio in retrospettiva, quando le cose si sono chiarite. Al tempo stesso, la storia è relativamente compatta, perché descrive soprattutto il periodo di Yanis Varoufakis come ministro delle finanze del primo governo Tsipras, in Grecia, dal 28 gennaio al 6 luglio 2015: un momento chiave nella politica europea contemporanea.
 
Le Storie di Erodoto cominciano nel mezzo delle cose, in un modo che le convenzioni di scrittura dei millenni successivi hanno abbandonato ma che a me è sempre piaciuto: “Περσέων μέν νυν οἱ λόγιοι Φοίνικας αἰτίους φασὶ γενέσθαι τῆς διαφορῆς”, “I saggi persiani dicono che causa della discordia sono stati i fenici”. Allo stesso modo, dice Varoufakis(pp. 23-27), alla base della crisi greca degli ultimi anni si trova una serie di prestiti concessi da banche francesi e tedesche al governo greco. Nel 2009, con la crisi globale, il governo greco si rivelò incapace di rimborsare i prestiti. La prima preoccupazione delle istituzioni europee fu allora di impedire l’azione più ragionevole, che sarebbe stata inevitabile in altre circostanze, cioè la dichiarazione di fallimento da parte della Grecia. Il fallimento avrebbe infatti comportato il mancato rimborso dei prestiti e ciò avrebbe a sua volta mandato in crisi le sovraesposte banche dell’Europa settentrionale. L’obiettivo europeo venne raggiunto con il classico giochino del “privatizzare i profitti, socializzare le perdite”: alla Grecia fu impedito di dichiarare il fallimento. Le istituzioni europee fornirono invece al paese, a condizioni capestro, un prestito con cui rimborsare le banche. Con questo piano, presentato come un generoso “salvataggio” (bailout), il carico venne spostato dalle spalle delle banche su quelle dei contribuenti europei e alla Grecia fu imposto un debito impossibile da ripagare. Il tutto, in violazione di diverse regole, fu gestito all’epoca da Nicholas Sarkozy in Francia, da Angela Merkel in Germania e da Dominic Strauss-Khan al FMI.
 
Con il bailout, i banchieri francesi e tedeschi, incapaci ma politicamente importanti, sono stati tirati fuori dal guaio in cui si erano cacciati da soli – o tutt’al più con l’aiuto dei governi greci di centrodestra, che per anni avevano truccato i conti (Varoufakis fa notare che anche l’Italia e la Germania hanno fatto la stessa cosa, solo che in quei casi il giochino non è uscito allo scoperto; sospetto però che nel caso greco i trucchi siano stati decisamente più numerosi).
 
Salvate le banche, la scelta fondamentale della troika è stata quella di non mettere in piedi nessun piano ragionevole di uscita della Grecia dalla crisi attraverso una rinegoziazione o cancellazione del debito. Alla Grecia sono stati invece concessi in più occasioni prestiti che hanno evitato la chiusura delle banche e l’uscita dall’euro ma che erano legati a condizioni capestro di austerità e di interventi sulle fasce più deboli della popolazione. Questo a sua volta – com’è ovvio – ha creato un circolo vizioso, devastando ulteriormente l’economia greca e rendendo sempre più difficile rimborsare i debiti. Varoufakis ha buon gioco a far notare, per esempio, che in un momento in cui una delle poche fonti di reddito per il paese era l’industria del turismo, le misure di austerità richiedevano di far pagare un’IVA del 23% ai turisti delle località greche collocate di fronte a corrispondenti località turche in cui l’IVA era del 7% (p. 437).
 
In questo contesto, Varoufakis descrive in modo molto chiaro il suo progetto come ministro delle finanze del governo di Syriza: rinegoziare il debito, cancellandone una parte o spostandone il rimborso a un futuro indefinito. In caso di rifiuto, la strategia obbligata per la Grecia sarebbe stata quella di uscire dall’euro. Che, dice Varoufakis a scanso di equivoci, per la Grecia sarebbe stata un disastro economico, ma meno grave delle assurde politiche di “rimborso” e austerità ancora in vigore.
 
Per spingere i creditori europei in questa direzione, Varoufakis contava da un lato sull’ovvia razionalità economica della proposta, dall’altro sul deterrente di cancellare unilateralmente una piccola parte di debito greco, quella dovuta alla Banca centrale europea. Quest’ultimo sarebbe stato un passo minimo dal punto di vista delle somme coinvolte, ma avrebbe reso legalmente impossibile la prosecuzione della fondamentale politica di Quantitative Easing della Banca centrale europea (pp. 93-94).
 
Il deterrente mi sembra meno credibile di quanto descritto nel libro, ma il resto delle idee di Varoufakis mi sembra assolutamente ragionevole. Si può discutere se il loro propugnatore le abbia sapute difendere bene nei negoziati, ma questa è una faccenda complessa e in cui è difficile dimostrare qualcosa… A occhio, dati gli interessi in gioco, nessun negoziatore greco sarebbe riuscito a cambiare ciò che i creditori volevano. Comunque, alla fine, l’esito è quello noto: il governo greco presieduto da Tsipras si è un po’ alla volta allineato alle richieste degli interlocutori europei, fino al punto di ignorare clamorosamente il risultato del referendum popolare del 5 luglio 2015. Scelta che provocò le dimissioni immediate di Varoufakis dal governo.
 
La testimonianza fornita in questo libro è eccezionale, anche perché viola le regole non scritte di riservatezza che gli addetti ai lavori si danno di solito (Varoufakis insiste molto sul suo profilo da outsider, in un contesto in cui tutti cercano di essere insider e parte di una rete intricata di rapporti tra persone “che contano”). L’affidabilità è difficile da valutare, ma mi sembra piuttosto alta. Il che rende interessante la descrizione dell’esplicito disdegno “that bordered on contempt” delle élite nei confronti della sovranità popolare. Su questo Varoufakis cita per esempio Pier Carlo Padoan, che avrebbe chiesto retoricamente come il governo greco poteva aspettarsi che “la gente comune” (“normal people”, p. 447) comprendesse complessi problemi economici. La risposta che Varoufakis dichiara di aver dato in questa occasione dovrebbe essere quella di qualunque sistema democratico:
 
“We are strong believers in the capacity of the people, of voters, to be active citizens,” I replied. “And to make a considered analysis and take decisions responsibly concerning the future of their country. This is what democracy is all about” (p. 447).
 
Ovviamente, il richiamo alla cittadinanza attiva è l’antitesi sia dell’elitismo sia del populismo – e la giusta strada da percorrere. Soprattutto perché, come anche Varoufakis mostra (e le mie esperienze personali confermano), le supposte élite sono assai meno competenti di quel che vogliono far credere, o credono. L’antagonista principale della storia, il tedesco Wolfgang Schäuble, viene per esempio descritto in questi termini in un rapporto attribuito a Glenn Kim:
 
His command of economics is quite weak. I can recall on more than one occasion him mixing up yields and prices and making references to financials without understanding what they mean. Absolutely hates the markets. Thinks that makets should be controlled by technocrats (p. 210).
 
Lato mio, sono molto interessanti anche i dettagli su come si svolge in questi ambienti il lavoro intellettuale. Come per esempio la descrizione di questo momento, nell’aprile 2015:
 
That night I worked for hours with Spyros Sagia, preparing the legal argument that I would present to Christine Lagarde. Spyros was scribbling in Greek in a legal notebook; I was typing into my laptop, the two of us managing little by little to produce Greek- and English-language versions of our official letter to the IMF managing director (p. 356).
 
Ma in generale, il centro di interesse del libro è una lotta contro persone che avevano un solo obiettivo: fare della Grecia un esempio per i governi europei recalcitranti. Obiettivo collegato al desiderio non solo di mantenere un saldo controllo tedesco sull’economia europea, ma anche di imporre specifiche politiche sul mercato del lavoro (come nel caso del “Jobs Act” del governo Renzi: p. 200), con l’ideale di portare, prima o poi, “la troika anche a Parigi”. Alla base di tutto c’è poi il terrore dei politici tedeschi di presentarsi come deboli di fronte ai propri elettori… E in un contesto simile, i tentativi di Varoufakis di proporre soluzioni economicamente ragionevoli e rispettose dei cittadini erano destinati alla sconfitta (queste sono anche le conclusioni presentate da Adam Tooze in un’importante recensione al libro). La sua testimonianza resta però fondamentale per capire quanto nell’Europa di oggi la democrazia e lo sviluppo economico siano minacciati dal populismo da una parte, dalla tecnocrazia dall’altra. La sfida non è facile, ma di sicuro avere più informazioni sulla situazione aiuterà a gestire questi tempi difficili.
 
Yanis Varoufakis, Adults in the Room. My Battle with Europe’s Deep Establishment, Londra, Vintage, 2017, pp. vii + 562, £ 9,99, ISBN 978-1-784-70576-3.
 

giovedì 21 giugno 2018

De Mauro, Storia linguistica dell'Italia repubblicana


 
Tullio De Mauro, Storia linguistica dell'Italia repubblicana
Negli ultimi mesi ho avuto la fortuna di poter leggere con calma libri che in precedenza avevo potuto solo sfogliare rapidamente. Il guadagno, per me, è stato notevole: una delle ragioni per l’esistenza dei libri, in fin dei conti, è proprio quella di poter presentare un quadro complessivo, al cui interno i frammenti di informazione acquistano un senso più profondo. Nel caso della Storia linguistica dell’Italia repubblicana, però, il piacere del guadagno si è associato a un forte senso di perdita, a causa della recente scomparsa del suo autore.
 
La Storia linguistica dell’Italia repubblicana non è il libro più importante e innovativo di De Mauro. Anche così, però, si trova a una distanza siderale rispetto a quanto viene pubblicato di norma su questi argomenti, magari sotto forma di pamphlet. Semplicemente, nessuno ha ancora integrato dati sociologici e dati linguistici per descrivere in modo più approfondito la situazione complessiva attuale, le sue cause e i suoi effetti.
 
Il testo è ripartito in questo modo:
 
I. 1946: vita nuova per un paese antico (pp. 3-18)
II. L’Italia linguistica dell’immediato dopoguerra (pp. 19-51)
III. Dagli anni Cinquanta ai Duemila: cambiamenti sociali e culturali e loro riflessi linguistici (pp. 53-110)
IV. Nuovi assetti linguistici, nuove forme e funzioni (pp. 111-168)
Appendici. Documenti e questioni marginali
 
La IV parte descrive in modo molto bilanciato la situazione attuale, spaziando dal rapporto italiano-dialetti al declino dei polimorfismi. Quella più interessante per me, adesso, è però la III parte, in cui l’angolazione dominante è sociologica.
 
Lasciando da parte il percorso storico, De Mauro descrive infatti come chiave del sistema il fatto che le competenze culturali e linguistiche degli italiani sono ancora molto inferiori rispetto a quelle dei paesi paragonabili. Certo, la crescita economica del paese, durata fino ai primi anni Novanta, si è accompagnata a una crescita della scolarizzazione che ha fatto sì che le giovani generazioni siano in sostanza arrivate al livello medio europeo (aggiungerei poi che i risultati che si ricavano da campagne di valutazione come i test PISA confermano questo quasi-allineamento). Tuttavia, anche se De Mauro non insiste su questo punto, il peso delle fasce d’età più avanzate nella composizione della popolazione fa sì che la media sia ancora molto bassa. E soprattutto, la presenza di contesti di vita e familiari con bassi livelli di scolarizzazione espone all’erosione perfino i risultati raggiunti.
 
È forte la tentazione di fare collegamenti diretti tra questo stato di cose e i problemi dell’Italia contemporanea. Io però credo sia pericoloso farlo. L’orribile involuzione del discorso politico recente si ritrova, per esempio, anche in paesi con livello d’istruzione parecchio superiore a quello italiano. Più legittimo è ritenere che la crisi economica abbia un rapporto con le scarse competenze degli italiani: quando i lavori che non richiedono troppe competenze di studio sono esposti a una fortissima concorrenza internazionale, la mancata diffusione di competenze più avanzate taglia molte possibilità di sviluppo. Ma anche così, andrei veramente cauto. In astratto, per esempio, le conoscenze di una ristretta élite “colta” che controlla un gran numero di esecutori passivi “incolti” potrebbero portare a buoni risultati economici – perlomeno per un po’…
 
Se non fosse che io ho grossi dubbi sulla sostenibilità di modelli simili. Un conto è dire che non si possono fare collegamenti semplici tra istruzione, economia e politica. Un altro conto è ritenere che tutto sia equivalente. Io credo molto nel fatto che un paese di cittadini consapevoli, in grado di discutere e di esaminare la realtà con un atteggiamento scientifico, sia più protetto contro le derive politiche e più capace di costruire la propria ricchezza.
 
In ogni caso, anche se non mi sembra ci siano affermazioni dirette in questo senso, con ogni evidenza De Mauro rifugge dalla tentazione di indicare rapporti automatici. Anche la Storia linguistica dell’Italia repubblicana è quindi gradevolmente libera dai luoghi comuni, magari benintenzionati, che popolano perfino la saggistica italiana più rinomata: per esempio, l’idea che un aumento della scolarizzazione si traduca automaticamente in aumento del PIL (!). Al massimo si arriva a dire, in modo molto ragionevole, che l’ingresso dell’Italia tra i paesi scolasticamente sviluppati “ha avuto certamente influenza sui redditi individuali e sul prodotto interno collettivo, ma non solo” (p. 77). In tantissimi punti si apprezza invece una straordinaria capacità di andare al di fuori degli schemi e di valutare la situazione sulla base dei dati, non sulla base di parole d’ordine.
 
Anche per queste ragioni la figura di De Mauro è importante. Anche per queste ragioni, la sua perdita si fa sentire.
 
Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Roma-Bari, Laterza, 2014, pp. XIV + 278, € 20, ISBN 978-88-581-1362-2. Copia della biblioteca Salesiani dell’Università di Pisa.
 

giovedì 14 giugno 2018

Burke, Storia sociale della conoscenza

  
 
Peter Burke, Dall'Encyclopédie a Wikipedia
Negli ultimi mesi ho colmato una lacuna, leggendomi i due volumi della Storia sociale della conoscenza di Peter Burke. Nelle biblioteche a portata di mano uno dei volumi era disponibile in originale, uno in traduzione... ma non credo che l’alternanza delle lingue abbia distorto molto la mia lettura.
 
In quanto al merito, entrambi i volumi sono un’affascinante cavalcata storica che descrive l’evoluzione delle conoscenze in Europa dalla fine del Medioevo a oggi. Quelle prese in esame sono le conoscenze “accademiche” (distinte da quelle pratiche), anche se in apertura Burke, scherzando, dichiara:
 
If I wanted to cause a sensation, I would claim at this point that the so-called intellectual revolutions of early modern Europe (…) were no more than the surfacing into visibility (and more especially into print) of certain kinds of popular or practical knowledge and their legitimization by some academic establishments (I, pp. 14-15).
 
Seriamente, non è così: la questione è più complicata, e la descrizione del modo in cui si è trasformata la conoscenza non si presta alla riduzione in semplici formule. Burke presenta quindi in rapidi capitoli questioni che vanno dalla proprietà intellettuale alla diffusione delle enciclopedie, dallo spionaggio militare all’importanza dei convegni scientifici, su scala europea.
 
Un tale livello di generalità rende inevitabili gli errori, a cominciare da quelli minimi: per esempio, diversi secoli prima dell’arrivo della carta nel mondo mediterraneo, non ha senso parlare dell’Impero romano come di un’organizzazione “based on paper and paper-work” (I, p. 119), eccetera. In diversi punti credo poi che sia la sintesi stessa, più che qualche suo dettaglio, a essere carente. Tuttavia, credo anche che questo sia un inevitabile prezzo da pagare per avere un quadro d’assieme tale da permettere di notare cose nascoste dagli specialismi.

Certo, alcune cose sono banali, e sono già divenute evidenti per altra via: per esempio, l’alternanza tra periodi di sperimentazione e periodi di istituzionalizzazione, o il concetto che in generale le idee brillanti sembrano più legate agli individui che operano ai margini che alle istituzioni, anche se poi le istituzioni sono necessarie per tradurre in pratica le idee stesse (I, p. 51).
 
Altre sono già più difficili da mettere a fuoco su questa scala, come il ruolo di lungo periodo del clero e delle istituzioni ecclesiastiche, anche in aree per niente connesse con la religione. Oppure, il fatto che dal Sei al Settecento una “increasingly formal organization of knowledge was not confined to the study of nature” (I, p. 47), con l’affermazione di progetti di ricerca collettivi nelle scienze storiche basati anche sui monasteri.
 
Il secondo volume include anche diverse osservazioni sul ruolo delle tecnologie informatiche. In modo appropriato, il testo chiude con la descrizione anche del caso di Wikipedia (pp. 365-367), visto come esempio di “democratizzazione della conoscenza” e di “citizen science”.
 
L’opera nel suo assieme presenta peraltro un’omissione fondamentale: la scuola. Soprattutto negli ultimi due secoli, ma non solo, i sistemi scolastici sono stati senz’altro il canale principale per la diffusione delle conoscenze… tenerli fuori dal discorso mi sembra un po’ come fare la “storia sociale della moneta” senza citare l’esistenza delle banche. La cosa è tanto più vistosa in quanto per esempio il terzo capitolo del secondo volume viene dedicato esplicitamente alla Diffusione delle conoscenze (II, pp. 113-143): al suo interno il discorso tocca Google e le conferenze divulgative, i musei e le presentazioni audiovisive – ma la scuola non viene mai nemmeno citata.
 
Fatta questa (consistente) tara, l’opera rimane divertentissima e interessante. Difficile dire chi sia il lettore di riferimento per questa coppia di libri, ma sospetto che possa essere grosso modo qualcuno come me: una persona coinvolta in qualche tipo di “lavoro con la conoscenza” e intenzionata sia a imparare qualcosa di nuovo, sia, e soprattutto, ad avere un ripasso, da altra prospettiva, di tante cose già viste.
 
Peter Burke, A Social History of Knowledge. From Gutenberg to Diderot, Cambridge, Polity Press, 2000, rist. 2002, pp. vii + 268, ISBN 0-7456-2485-5. Copia della Biblioteca di Filosofia e storia dell’Università di Pisa.
 
Peter Burke, Dall’Encyclopédie a Wikipedia. Storia sociale della conoscenza, 2, Bologna, il Mulino, pp. 449, ISBN 978-88-15-24457-4 (titolo originale: A Social History of Knowledge II. From the Encyclopédie di Wikipedia, 2012; traduzione di Maria Luisa Bassi). Copia della Biblioteca di Filosofia e storia dell’Università di Pisa.
 
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