Come raccontavo la settimana scorsa, i risultati PISA relativi all’Italia sono ancora, per l’ennesima volta, all’insegna della continuità: nessun grande miglioramento o peggioramento nelle capacità degli studenti in scienze, matematica e comprensione del testo.
La monotonia italiana è però compensata da uno sviluppo che non è esagerato, per una volta, definire una catastrofe: il crollo senza precedenti dei punteggi in molti paesi oggetto d’indagine, che si inserisce in una tendenza di lungo periodo ma è diventato molto marcato nel 2022 e si è esasperato nel 2025. I dati sono ben descritti nel rapporto PISA 2025 Results (Volume I): Future-Ready Students. Mentre in Italia i punteggi sono rimasti grosso modo quelli del 2000, in altri paesi negli ultimi anni c’è stato un calo complessivo di 35 punti, considerato equivalente alla perdita di più di un anno di scolarizzazione. Questo grafico, da p. 95, mostra bene quel che è successo:
Quali sono le ragioni di questo calo? Tanta gente ha opinioni forti (e spesso contraddittorie) in materia: il COVID, l’intelligenza artificiale, gli smartphone, le tensioni politiche, gli sviluppi economici… La stragrande maggioranza di queste opinioni però è espressa senza nessuna ricerca e nessun controllo sui dati, solo sulla base di ciò che gli enunciatori già credevano.
Gli autori del rapporto hanno invece fatto qualcosa di più serio. Hanno infatti cercato di dare una spiegazione analizzando quattro diversi livelli:
- studenti
- scuole
- sistemi educativi
- tendenze sociali di portata generale.
La relativa discussione, presentata nel rapporto (Box I.2.3, pp. 95-100), è di estremo interesse perché esclude spiegazioni semplicistiche o meccaniche.
Studenti: non si ha un declino uniforme nelle competenze, ma emergono indizi di una minore capacità o disponibilità a mantenere l’attenzione (il calo è particolarmente visibile in rapporto ai testi lunghi) e, in alcuni paesi, un atteggiamento meno positivo nei confronti della scuola. In particolare, gli autori notano che è da tempo in crescita la tendenza degli studenti a dedicare meno tempo allo svolgimento dei test PISA, con aumento delle risposte sbagliate date in fretta e un calo dei risultati nella parte finale dei test. Questi comportamenti fanno pensare che siano calate “l’attenzione degli studenti, la persistenza o la fiducia in sé stessi”. In alcuni paesi (ma non in tutti) si vede poi una correlazione tra il calo nelle prestazioni e la diffusione dell’idea che la scuola sia “una perdita di tempo”.
Scuole: sono aumentati i problemi nell’erogazione della didattica (a cominciare dal COVID) e sono aumentate le difficoltà nel mantenere l’ordine in classe. Al tempo stesso, il sostegno fornito dai docenti sembra in calo in alcuni paesi, mentre in altri è migliorato.
Sistemi educativi: la composizione delle classi è diventata meno omogenea, anche in rapporto all’aumento nella presenza di profughi, studenti non madrelingua, o in generale studenti che in Italia verrebbero considerati (e assistiti) come BES. Inoltre, sembra che sia calato l’interesse verso la riflessione sui risultati scolastici sulla base dei dati.
Tendenze sociali di portata generale: calo dell’abitudine alla lettura di testi lunghi (sia tra gli studenti sia tra i loro genitori), cambiamento nel modo di usare dispositivi elettronici (più videogiochi e reti sociali, meno ricerca di informazioni e svolgimento di attività creative), effetti generali del COVID (mentre non sembra ci sia un rapporto diretto tra la durata delle chiusure e gli effetti sulla lettura), calo nella frequenza a scuola, calo nella conversazione con i genitori (presente peraltro anche in paesi con risultati stabili)...
Molte di queste spinte sono attive in alcuni contesti, ma non in altri. Alla fine, le conclusioni degli autori sono queste (tradotte dall’inglese, a p. 100):
I dati non puntano a un’unica spiegazione semplice per il calo del rendimento. Un’interpretazione più plausibile è che i cali del rendimento riflettano cambiamenti che avvengono a molti livelli, con forze individualmente di scarso peso che spesso si combinano producendo effetti rilevanti sull’apprendimento degli studenti.
In alcuni casi, in effetti, il peso viene stimato. Per esempio, a p. 310 del rapporto viene stimato che la semplice crescita del numero di studenti non madrelingua spieghi 1,5 punti dei 25 punti di calo 2022-2025 nei paesi OCSE. Tuttavia, questa operazione non viene condotta in modo sistematico e non vengono quindi nemmeno fatte ipotesi sui singoli fattori più importanti. Il rapporto propone dunque una ricostruzione plausibile, ma non permette ancora di stabilire quanto pesi ciascun fattore né come i diversi effetti si combinino. Alcuni cambiamenti potrebbero inoltre essere conseguenze del peggioramento, oltre che sue possibili cause!
Le differenze tra paesi mettono in difficoltà le spiegazioni che attribuiscono l’intero fenomeno a un solo elemento (“è tutta colpa dell’intelligenza artificiale” o “è tutta colpa delle chiusure delle scuole per il COVID”); non bastano però a escludere un contributo importante delle chiusure scolastiche o dei cambiamenti nelle abitudini digitali. L’IA generativa, invece, non può spiegare l’origine di un declino precedente alla sua diffusione.
Per individuare interventi efficaci occorre quindi chiarire quali meccanismi operino nei diversi contesti: la pluralità delle cause invita alla cautela, ma non esclude che interventi mirati possano produrre miglioramenti rilevanti. D’altra parte, se una buona parte dell’effetto deriva da fattori sociali di ampio respiro, è difficile immaginare che una singola contromossa possa essere di per sé risolutiva. Il tutto, vale la pena ricordarlo, in un contesto in cui la comprensione dei testi lunghi viene considerata (in modo assolutamente ragionevole) una componente essenziale della vita sociale, ben al di là dell’ambito scolastico o lavorativo. Insomma, anche dalla prospettiva italiana, agli insegnanti e alla società tocca fare un lavoro complesso, e non certo lanciarsi su soluzioni semplicistiche...






