giovedì 31 marzo 2011

Prima presentazione

Con breve preavviso, domattina alle 9 presenterò L'italiano del web alla XVI fiera del libro "Strade di Carta", nella biblioteca dell'IIS Pesenti di Cascina (PI). Non ci saranno ancora copie del libro a disposizione, ma in giornata dovrebbero arrivare le prime nelle librerie, sembra...

martedì 29 marzo 2011

L'italiano del web

Copertina di: L'italiano del web

Giovedì 31 marzo dovrebbe essere in libreria il mio nuovo libro: L'italiano del web, pubblicato da Carocci (collana "Studi superiori / Linguistica", 252 pagine, 21 €). Ho già ricevuto le prime copie, ed è una soddisfazione!

Nei prossimi giorni spero di dare le notizie sulle prime presentazioni, eccetera. Intanto mi godo il momento...

martedì 1 marzo 2011

L'inglese alla finestra


Il mio rientro in Italia si sta avvicinando: è una buona occasione per ripensare a diverse cose e, nel piccolo, anche all'esperienza linguistica indiana.

Uno dei punti più interessanti è anche il più ovvio. Nell'India del nordovest, tra università e turismo, nella vita quotidiana è possibile cavarsela senza nessun problema usando l'inglese. La conoscenza dell'inglese non è assolutamente universale, ma tutte le persone istruite lo conoscono e quasi tutti sanno le due o tre parole necessarie per la maggior parte degli scambi.

Quanto è diffuso? A livello di lingua scritta, quasi tutto ti viene presentato anche in inglese: in un mese e mezzo la mia conoscenza del devanagari si è rivelata indispensabile solo in un paio di occasioni, per decifrare qualche scritta importante. Inoltre, io sto in zona universitaria e, se guardo alla finestra, oltre il filo spinato della residenza, oltre il traffico di Banda Bahadur (B. B.) Marg (nella foto aerea si vede bene, sul lato ovest di B. B. Marg, il tetto della fermata del bus che fa capolino da destra nella foto qui sopra), tutti i negozi visibili espongono solo insegne in inglese e in alfabeto latino. A Delhi è una situazione eccezionale, e Delhi è uno dei centri in cui l'inglese è più diffuso... però anche questo fa parte dell'India.

Pochi giorni fa, del resto, il mio amato New York Times pubblicava un articolo di Manu Joseph intitolato India Faces a Linguistic Truth: English Spoken Here. Nell'articolo, esagerando un po', si dice che "English is the de facto national language of India"; non è proprio così, ma sicuramente nella competizione per la lingua più amata, l'inglese ha molti vantaggi, per esempio, nei confronti dell'hindi. A me è capitato, per esempio, di ricevere come consiglio quello di provare a parlare inglese, piuttosto che hindi, anche per le cose più semplici, incluso prendere auto e ciclorisciò. Il motivo: molti conducenti, e molti lavoratori di Delhi, sono immigrati, e non hanno molta simpatia per l'hindi. Delhi è una città che si è riempita di gente proveniente dal Bengala o dal Punjab, e spesso gli immigrati non comprendono o non parlano volentieri l'hindi. Molte scritte sui mezzi pubblici sono in quattro lingue e quattro alfabeti diversi: hindi (in devanagari), inglese (in alfabeto latino), urdu (in alfabeto arabo) e punjabi (in alfabeto punjabi).

In questo contesto, l'inglese non è la lingua degli ex dominatori: è semplicemente una comoda lingua che mette in grado molti di comunicare sullo stesso piano, senza sentimenti di inferiorità. Presentato così, il quadro forse è troppo roseo. Però resta il fatto che, venendo dall'Italia e da tutte le menate sulla "difesa dell'italiano", eccetera, colpisce il modo pragmatico in cui gli indiani adottano l'inglese. Per quanto mi piaccia l'italiano, insomma, mi trovo molto a mio agio con l'idea di una lingua internazionale di riferimento, che tutti possono usare. Qualcuno la sa meglio degli altri, perché è la sua lingua madre? Beh, pazienza: non sarà certo quello a fare la differenza.

Per quel che vedo, quindi, tra gli indiani non c'è nessun sentimento di inferiorità (come invece si ritrova, a volte, tra i cinesi), né l'idea di essere in qualche modo sminuiti dall'uso dell'inglese. L'India ha un sacco di problemi, che gli indiani non si nascondono, ma non mi è mai capitato di trovare qualcuno che dicesse: "tutta colpa dei colonizzatori / della globalizzazione / delle multinazionali", e via dicendo. Anzi, in un lungo viaggio in treno a Jaisalmer, mi è capitato anche di sentirmi fare prediche sull'autonomia da un simpatico ufficiale ("Wing commander") dell'Aeronautica: "Ah, avete anche voi gli americani in casa? Come in Giappone? Non dev'essere tanto bello, trovarsi qualcun altro a comandare!"

Io ho cercato di spiegargli che le cose non stanno proprio così, ma non so se l'ho convinto fino in fondo. E comunque, com'è ovvio, tutta la conversazione si è svolta in inglese...

martedì 22 febbraio 2011

La volata finale

Da quando sono in India sto finendo drammaticamente in arretrato con la posta e le correzioni. Un po' per gli impegni qui, d'accordo, ma soprattutto perché mi sono preso l'impegno di scrivere un piccolo manuale in un mese e mezzo, alla velocità media di tre pagine al giorno. Scadenza il 28 febbraio, 80 pagine già pronte, 40 da finire... la volata finale incomincia oggi!

venerdì 18 febbraio 2011

Bibliolatria ad Amritsar

Qualche giorno fa sono andato a passare il fine settimana ad Amritsar. Gli obiettivi di base erano due: andare a lavare i piatti nelle cucine del Tempio d'Oro (sì, a volte mi vengono fisse del genere...) e andare a vedere di persona come viene tenuto il Guru Granth Sahib, cioè il libro sacro dei sikh.

Il primo obiettivo è stato facile da raggiungere. Basta munirsi dell'indispensabile pezzuola (con risultati estetici più o meno discutibili), andare alla mensa del tempio (il Langar), dove i sikh danno da mangiare a tutti i pellegrini, e cercare un po' intorno. La sala lavapiatti è in realtà uno spazio coperto da tettoia, con un sacco di vasconi e un rumore terrificante di metallo sbattuto, e lì mi sono aggregato ai volontari. Tre quarti d'ora impegnati a pulire i tre oggetti d'acciaio che vengono consegnati a ogni pellegrino all'ingresso: una ciotola (per l'acqua), un vassoio a quattro scomparti (per la roba da mangiare) e un cucchiaio. Ne valeva la pena - anche perché, come si scopre passando dall'altra parte, i cuochi volontari sono davvero bravi.

Il secondo obiettivo si è rivelato più complesso, perché il Guru Granth Sahib durante il giorno è tenuto nel Tempio d'oro, in mezzo al "lago d'ambrosia" che occupa buona parte della zona sacra. Le file per arrivarci, a seconda dell'ora, sono molto lunghe... e così, ho deciso di abbandonare il primo tentativo e di andarci di notte.

Nell'attesa, sono andato a vedere la principale attrazione non-sikh di Amritsar: la cerimonia di chiusura serale del confine tra India e Pakistan, a trenta chilometri dalla città. Lì, separati da alti cancelli, due grandi anfiteatri, uno da ogni lato del confine, ospitano gli indiani e i pachistani che vengono a incoraggiare le rispettive truppe. Un'ora di canti popolari, balli (waka waka incluso) e urla di Hindustan zindavan da una parte, un'ora di altrettanto dall'altra, con la variante Pakistan zindavan. Poi c'è una specie di parata caricaturale, in cui i soldati dell'una e dell'altra parte eseguono esattamente gli stessi movimenti, cala la bandiera e i cancelli si chiudono fino al giorno dopo.

Fin qui tutto bene, anzi, molto divertente. Al ritorno però il gruppo di turisti a cui mi ero accodato si è fermato a vedere una cosa che spingeva la cerimoniosità decisamente oltre: il moderno tempio indù di Mata Mandir. Lì, in una specie di incrocio tra edificio sacro e baraccone del luna park, si segue un percorso obbligato tra Krishna illuminati al neon e tunnel con l'acqua in terra, fino ad arrivare a una serie di cerimonie urlate.

Per una serie di motivi, non ero nello spirito giusto per questo genere di cose (beh, non penso di essere mai nello spirito giusto). Ne sono uscito infastidito. Ancora più infastidito in quanto, tornando al Tempio d'oro, i ritardi della giornata mi lasciavano diversi lavori da fare: finire di rivedere i test d'accesso della Facoltà di Lettere e Filosofia, per esempio. Sbrigare il lavoro, o assistere alla processione che riporta il Guru Granth Sahib nell'edificio che lo ospita la notte?

Però, lo spettacolo notturno del Tempio d'oro è fantastico - e le code sono più corte. Così, alla fine sono riuscito a entrare a un'ora ragionevole nella prima sala, dove il libro viene tenuto sotto un velo e un gruppo di musicisti suona harmonium e tabla per accompagnare la lettura ininterrotta del testo.

OK, niente di troppo impressionante... ma poi sono salito al piano di sopra. E lì, in una sala coperta di tappeti, c'era un altro rito: un sikh in turbante arancione che leggeva in pubblico un'altra copia del libro, una pagina dopo l'altra, muovendo appena le labbra. E attorno, un pubblico di devoti che, seduti per terra, leggevano anche loro, da una serie di libretti tascabili. E al piano di sopra, quasi la stessa scena.

Beh, ci sono tanti modi per adorare un libro... ma tenerlo sotto un telo, tutto sommato, non è poi un gran che. Adorarlo leggendolo, invece, è tutta un'altra cosa... Ne sono uscito talmente contento e soddisfatto che ho preferito, per evitare disillusioni, saltare direttamente la processione e cacciarmi al computer a rivedere quesiti.

Wikipedia mi spiega poi che il Guru Grant Sahib viene adorato in quanto testo, non in quanto oggetto fisico; e che quindi ogni copia è considerata sacra quanto qualunque altra; e che la legge indiana considera questo libro "persona giuridica"; e che la scrittura gurmukhī è stata inventata apposta per scriverlo; e che il libro è considerato l'ultimo ed eterno guru dei sikh; e che quando il libro viene stampato, eventuali fogli malriusciti devono essere cremati con un rito sacro; e che...

Insomma, c'è ancora da spiegare come mai volevo andare ad Amritsar?
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