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lunedì 1 giugno 2026

I test PISA e le competenze degli studenti italiani

 
I risultati dei test PISA per la comprensione del testo
Nelle ultime settimane, a Pisa e a Cracovia, ho avuto modo di discutere spesso con insegnanti, colleghi e amici a proposito delle competenze degli studenti italiani. Ne abbiamo parlato soprattutto in rapporto a lettura e scrittura, dato il settore in cui lavoro; ma alcuni aspetti del discorso sono di portata più generale e il tutto è comunque di estremo interesse. Provo quindi a sintetizzare le mie opinioni attuali in modo più articolato di quello possibile nelle discussioni a voce!
 
Su questo argomento io ho posizioni, diciamo, “ottimistiche”. Nella mia esperienza, a parità di situazione socioculturale, dalla fine del Novecento a oggi le competenze degli studenti sono rimaste in sostanza invariate (a parte la crisi Covid, naturalmente, che richiede un discorso a parte). La maggioranza delle persone con cui parlo ha tuttavia opinioni assai diverse. Anzi, la retorica sul calo di competenze è tale che ogni tanto, parlando con i docenti, ho l’impressione che la rassegnazione e il senso di sconfitta siano i mali peggiori con cui la scuola oggi deve fare i conti. Si tratta solo di un’impressione momentanea, certo: le questioni importanti sono più strutturali e riguardano in particolare l’aspetto economico e l’assetto sociale. Ma anche questa retorica del declino gioca senz’altro un ruolo. E la cosa interessante è che lo fa senza avere nessuna base oggettiva.
 
Ma come? Non esistono accorati appelli sul terribile peggioramento dei nostri studenti? La nota Lettera dei seicento del 2017 non parlava esplicitamente di un “declino” nelle competenze? E non è vero che le competenze degli studenti non sono quelle che vorremmo che fossero?
 
Per l’ultimo punto: certo, è ovvio che non siamo al livello desiderato! Del resto, ben pochi sistemi di formazione (o sistemi sociali in generale) ottengono tutto quello che si vorrebbe ottenessero. Al sistema formativo si potrà sempre chiedere di più; anzi, è giusto chiederlo. Questo però è un problema assai diverso rispetto al considerare la situazione frutto di un “declino”.
 
Se si prova a cercare di capire come stanno in realtà le cose, tuttavia, si incontra subito un problema di base: le rilevazioni affidabili sulle competenze e conoscenze degli studenti o della popolazione sono rarissime. Ciò può sembrare sorprendente ai non addetti ai lavori, ma le cause di questo stato di cose sono strutturali. Valutare in modo oggettivo qualcosa di tanto complesso come la capacità di scrittura è un’attività difficile: ogni valutazione è parziale, e le valutazioni fatte con un minimo di scientificità sono molto complicate. In pratica, con le eccezioni che citerò tra poco, non esiste nessuna rilevazione che ci permetta per esempio di dire in modo documentato se negli ultimi decenni le competenze di scrittura degli studenti all’ingresso all’università sono aumentate o diminuite.
 
Un punto di riferimento in questo settore sono però, da un quarto di secolo, i test PISA dell’OCSE (test che, nonostante il nome, non hanno alcun rapporto privilegiato con la città di Pisa). Questi test, triennali, a partire dal 2000 sono somministrati a campioni rappresentativi dei quindicenni di tutti i paesi dell’OCSE e anche ad alcuni paesi esterni all’organizzazione e spiccano per la loro solidità, nonché per la possibilità che offrono di fare confronti nel tempo e nello spazio. Certo, non sono perfetti (anche qui: quale sistema lo è?): ma per l’Italia sono in pratica l’unica fonte seria. Io su questo blog li cito e li discuto da più di 15 anni e continuo ad apprezzarli. Gli ultimi risultati pubblicati sono quelli relativi al 2022 e io attendo adesso, con molta curiosità, gli esiti dell’edizione 2025.
 
I test PISA non coprono tutte le competenze. Ne coprono però una che mi interessa particolarmente: quella della “lettura”, che potremmo definire come “comprensione del testo”. Tale competenza viene misurata chiedendo ai quindicenni di leggere testi di vario tipo (espositivo, narrativo, ecc.) e di rispondere a domande: il complesso lavoro necessario per preparare attività confrontabili a livello internazionale è descritto in dettaglio sul sito dedicato.
 
Che cosa dicono, quindi, i test PISA per quanto riguarda la “comprensione del testo” dei quindicenni italiani dal 2000 a oggi? Questo grafico, tratto da p. 431 del rapporto completo relativo al 2022, presenta gli aspetti essenziali:
 
I risultati dei test PISA per la comprensione del testo
 
Per interpretare il grafico, occorre tener presente che i test PISA sono stati tarati sulla base della media dei punteggi OCSE nel 2000, facendo corrispondere al punteggio medio il valore di 500. Nel 2000 i quindicenni italiani ottenevano un valore inferiore rispetto alla media, ma non di molto: 487 punti. Sono poi calati fino s 469 punti nel 2006, sono risaliti fino a superare tutti i risultati precedenti nel 2012 con 490 punti per poi tornare a scendere… con un inaspettato recupero nel 2022, quando il 482 ottenuto in periodo pandemico è risultato addirittura superiore alla media OCSE, molto calata proprio in quella rilevazione.
 
In sostanza, quello che emerge dai test PISA è un quadro dominato dalla stabilità, con oscillazioni significative ma contenute in un senso e nell’altro. Certo, i dati non vanno letti in modo acritico: valutare le capacità di comprensione del testo non ci dice per esempio nulla di diretto sulle capacità di scrittura, anche se è legittimo aspettarsi che ci sia una buona correlazione. Né vanno sottovalutati i punti critici del quadro italiano, a cominciare dalle fortissime disparità per quanto riguarda la situazione nelle diverse aree geografiche e nei diversi percorsi scolastici. Però, per tornare al punto chiave, nulla in questi numeri fa pensare a un drastico o inevitabile “declino” delle competenze. E un po’ mi consola il fatto che le mie impressioni istintive siano in linea con i migliori dati disponibili.
 
A molti lettori di questo post verrà poi spontanea una domanda: ma i test INVALSI? Anche quelli sono di estremo interesse… ma conto di parlarne in altra occasione.
 

mercoledì 17 novembre 2021

I convegni di novembre

 
Logo del convegno GISCEL
In una specie di parziale ritorno alla normalità, questa settimana parteciperò a due convegni. Sono per me i primi, dal marzo del 2020, e purtroppo, nonostante l’impegno degli organizzatori, si tengono entrambi a distanza. Ma sono comunque un’ottima occasione per riprendere anche questo genere di attività.
 
All’università di Milano sono stato invitato a parlare al convegno La didattica delle lingue e il Companion Volume: il testo, i descrittori, gli ambienti digitali telematici, le pratiche e le esperienze, organizzato dal Centro linguistico d’Ateneo SLAM. Oggi, 17 novembre 2021, nella sessione che inizia alle 11:15 farò quindi un intervento su Esperienze multimodali per la didattica del lessico, parlando soprattutto dei corsi online di Comprensione del testo che ho sviluppato e gestito dal 2018 per l’Università di Pisa.
 
Domani inizierà invece a Locarno il XXI Convegno Nazionale GISCEL, dedicato a La scrittura nel terzo millennio. Lì interverrò venerdì 19 alle 11:40 parlando de Gli usi pratici della scrittura e la didattica della scrittura: una riflessione basata sull’analisi di tutti i manuali di scrittura universitaria pubblicati in Italia dal Duemila a oggi. L’analisi è stata svolta all’interno del PRIN UniverS-ITA, e spero offra diversi spunti interessanti.
 
Poi, appunto, speriamo di poter tornare presto a fare queste cose anche in presenza…
 

domenica 27 gennaio 2019

Siedi il giornalismo linguistico?

  
 
Breve nota su un tema d’attualità. L’11 gennaio il servizio di consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca ha pubblicato la risposta di uno dei nostri più illustri storici della lingua, Vittorio Coletti, a un dubbio linguistico. Il quesito era:
 
Molti lettori ci chiedono se è lecito costruire il verbo sedere con l’oggetto diretto di persona: siedi il bambino, siedilo lì ecc.
 
Nella sua risposta, Coletti nota che questa costruzione si trova oggi anche nei manuali tecnici ed è documentata anche da esempi remoti nel tempo. La ritiene quindi accettabile, in quanto “è stata accolta nell’uso, anche se non ha paralleli in costrutti consolidati con l’oggetto interno come li hanno salire o scendere (le scale, un pendio)”.
 
Personalmente, concordo con il criterio di Coletti. A studenti che vogliono / devono scrivere in modo formale consiglierei sempre di scrivere “prima della partenza, far sedere i passeggeri” invece di “prima della partenza, sedere i passeggeri” e così via, ma in molti contesti accetterei senza problemi l’uso con oggetto diretto.
 
Sul ragionevolissimo parere di Coletti si è però alzato uno dei soliti polveroni mediatico-linguistici. Alla base di molte osservazioni sta la semplice incomprensione di ciò che Coletti ha scritto. Ne è un esempio un articolo firmato da Katia Ricciardi e pubblicato oggi su “La Repubblica”. Nel suo testo, Coletti si è espresso solo sull’accettabilità di sedere. Altri usi, per quanto simili, hanno ovviamente un’accettabilità diversa: Coletti ne parla descrivendoli solo come forme diffuse negli “italiani regionali”. Non indica affatto la loro accettabilità nell’uso nazionale – che è molto più ridotta di quella di sedere, anche se in espansione.
 
L’autrice dell’articolo di “Repubblica” scrive invece che l’Accademia della Crusca “ha cambiato orientamento e giudicato accettabili espressioni più diffuse nel Sud Italia ma da sempre considerate errate”. Prende insomma la descrizione degli usi regionali fatta da Coletti come se fosse un’implicita accettazione di uso:
 
L'apertura riguarda infatti altre espressioni: "Una procedura sintetica che riguarda da tempo anche altri verbi di moto come salire e scendere ma anche uscire e persino, al Sud, entrare, che in molti italiani regionali (non solo meridionali) ammettono, specie all'imperativo, il complemento oggetto (sali /scendi il bambino dalla nonna, esci il cane)".
 
Il problema qui non riguarda le scelte linguistiche: il problema riguarda (ahimè) la comprensione del testo, e il capire che l’esistenza di una categoria di fenomeni non può essere implicitamente considerato un motivo per considerare tutti i fenomeni che le appartengono come se fossero sullo stesso piano da altri punti di vista.

Ultimamente, di esercizi di comprensione del testo ne ho scritti molti. Uno di questi, livello 3 nella classificazione PIAAC, avrebbe potuto essere: “dato questo intervento di Vittorio Coletti, se ne può trarre la conclusione che l’autore consideri accettabile l’uso di uscire con oggetto diretto?”. E la risposta avrebbe dovuto essere, assolutamente, no. Tutte le altre risposte sono sbagliate. Il parere di Coletti poteva essere più esplicito, ma un lettore competente non può fraintenderlo.
 
Però, evidentemente, la capacità di comprendere il senso di un testo del genere non può essere data per scontata nemmeno sulle pagine di uno dei più diffusi quotidiani italiani.
 
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