martedì 19 febbraio 2008

Maraini: Gli ideogrammi

Continuando la schedatura del Meridiano di Maraini, il punto chiave è naturalmente il saggio Gli ideogrammi (1965). Qui si trova una delle rare descrizioni italiane del funzionamento del sistema di scrittura giapponese:

Messi l'uno accanto all'altro i due sistemi, quello alfabetico brilla subito per semplicità. Questo è indubbiamente vero. Trenta segni, o quaranta, o anche cento, s'imparano in poche settimane; duemila, per bene che vada, in alcuni anni. D'altra parte gli ideogrammi, una volta imparati, offrono incomparabili vantaggi di chiarezza, evidenza, compattezza sintetica. Una nozione, od una serie di nozioni, trasmesse lungo l'alfabeto viaggiano per posta, trasmesse per ideogrammi si può dire che t'arrivino in testa col telegrafo (p. 1465).

Il punto viene considerato "fondamentale". E, del resto, lo è. Secondo Maraini, "Colui che scrive per segni fonetici ha dinanzi a sé un cammino lungo e tortuoso" (p. 1468). Con gli ideogrammi, invece, "la nozione viene trasmessa dal segno in maniera folgorante, saltando tutta la deviazione dell'analisi e della sintesi fonetica. Con l'ideogramma si piomba per mezzo della vista nel cuore stesso del significato" (pp. 1468-9).

Sarà vero? Oppure anche nel caso dell'ideogramma (che, in fin dei conti, è un logogramma) c'è una fase di mediazione fonetica? I libri sulla scrittura non descrivono, mi pare, studi su questo punto. Però sicuramente qualcuno se ne sarà occupato. La differenza non è di poco conto: la scrittura ideografica in questa ricostruzione si presenta tanto diversa da quella alfabetica da suggerire che, sì, in questo caso si arriva a una specie di "diverso modo di pensare". Dovrò approfondire...

Fondamentali sono anche, su un altro piano, le pagine in cui Maraini descrive il modo in cui l'uso degli ideogrammi ha modificato la lingua giapponese, spingendola al monosillabismo. "Oggi, a rigore, non esiste tanto una lingua giapponese quanto un composto sino-giapponese; un mezzo espressivo nel quale i due elementi si fondono inestricabilmente, come le componenti germanica e latina si sposano nell'inglese" (p. 1474).

E, per ultima, interessante l'osservazione sul fatto che la traduzione di una lingua "diventa più difficile, spesso quasi impossibile, ai due estremi semantici d'ogni patrimonio linguistico: quando si toccano i massimi valori dello spirito, e quando si trattano le minime vicende della vita quotidiana e domestica (p. 1467): per esempio karma, buddha, tao, jen, veritas, charitas, grazia, oppure mozzarella, flamenco, champagne, twist, gemütlich, hiraeth, sukiyaki, geisha, curry, sherpa.

lunedì 18 febbraio 2008

... e la Muwaššaha

Un'altra scoperta dalla sessione di laurea di oggi: la muwaššaha, una forma poetica usata in al-Andalus a partire più o meno dall'anno Mille (durante il califfato omayyade). I testi sono in arabo, ma con sezioni in volgare romanzo, e a volte con la mescolanza delle lingue. Per esempio:

šabeš ya mio amor
ke kaţa-me el morire
im
ši, ya imši, habībī,
non
še šin te ber dormire
(
muwaššaha XLIV).

Con questo ci avviciniamo al maltese, o a una canzone dei Radiodervish... ma sono frequenti anche casi di "ibridismo sintattico", con costruzioni ripetute in arabo e romanzo (kon bi per dire "con"). E qui siamo nella zona del Mongibello, e simili.

Ovviamente i testi sono scritti usando l'alfabeto arabo o quello ebraico, e quindi senza vocali.

Contro-sintassi

Oggi sono stato impegnato tutto il pomeriggio in sessione di laurea: discuteva la tesi triennale una mia laureanda che ha esaminato la Storia do Mogor di Niccolò Manucci. Però in queste discussioni si imparano sempre (beh, quasi sempre) un sacco di cose utili. Da una tesi su Tozzi ho ricavato un paio di rimandi bibliografici alla cosiddetta "contro-sintassi" di Tozzi stesso e Pirandello, creata attraverso la punteggiatura. Che, un po' come negli articoli di giornale di Ilvo Diamanti, spezza il normale flusso del periodo. Usando però il punto e virgola, e non il punto.

Tozzi: "Si allontanò dal cassettone; a cui s'era un poco appoggiata entrando."

Pirandello: "... andava così anche con una piccina per mano, sua figlia; e non pensava neppure che..."

Rimandi: Introduzione di Romano Luperini a Giovani e altre novelle di Tozzi (p. 42) e Gino Tellini, La tela di fumo. Saggi su Tozzi novelliere (p. 72). Di sicuro vale la pena tener presenti gli esempi tratti da Tozzi.

giovedì 14 febbraio 2008

Ore giapponesi: il capitolo sugli ideogrammi

Rieccomi su Maraini. Nella sezione di Ore giapponesi dedicata a Kyoto, sognatori e ribelli compare anche un "Capitoletto sulla lingua e sugli ideogrammi". Che tanto capitoletto non è (pp. 1017-1033).

La sintesi sulla lingua giapponese è, per quel che ne posso dire, buona (lingua agglutinante, etc.). La parte veramente interessante è però quella dedicata agli ideogrammi in sé: di gran lunga la più pertinente per qualunque discorso di "linguaggio del web". Dice Maraini:

I giapponesi, di una pagina della loro lingua voltata in alfabeto romano, dicono "pinto-ga awanai", non è a fuoco; infatti la scrittura ideografica - a parte la fatica che richiede per venire appresa - presenta cose, idee, sentimenti all'occhio, al pensiero, alle emozioni con un'immediatezza ed una vivacità nettamente superiori alla normale mediazione fonetica, specialmente in una lingua dove ormai sono numerosi gli omofoni" (pp. 1029-1030).

Poche parole (a cui si possono aggiungere altre osservazioni in un saggio successivo), che però sono centrali per il tema del blog. Le alternative alla scrittura in alfabeto latino comportano un diverso rapporto con il pensiero? Per quel che posso capire, la risposta è: in parte. In piccola parte, probabilmente, perché il cervello funziona per tutti più o meno allo stesso modo.

Intanto ho visto come codificare gli ideogrammi (per semplicità continuo a usare questo termine): 丐. Oppure, con 5 tratti di pennello: freccia, 矢. La codifica in sé è ovviamente una stupidaggine... la cosa difficile è orientarsi tra le 81 pagine che compongono la tabella Unicode dei "CJK unified ideographs". Mi chiedo se, per capire meglio il rapporto tra scrittura e pensiero, sia il caso di investire un paio d'anni nello studio del cinese o del giapponese!

Intanto ho scoperto il concetto di Unihan: la codifica unitaria e comune, attraverso Unicode, dei segni usati per il cinese, il giapponese, il coreano e il cantonese.

lunedì 11 febbraio 2008

Inglese e italiano

Interrompo la schedatura di Maraini per qualche osservazione sul libretto di Andrea Chiti-Batelli. L'avevo già citato qualche giorno fa; adesso ho finito di leggerlo (sono solo 84 pagine, molto ripetitive) e devo dire che se all'inizio l'avevo trovato divertente, a lettura finita l'aggettivo più appropriato mi sembra "irritante".

L'autore stesso provvede a riportare una "breve sintesi finale" (p. 79) delle proprie tesi. Vale la pena commentarle al volo:

Sezione I, tesi 1: "L'Europa e il mondo necessitano di una lingua unica, la sola che può garantire col minimo sforzo la 'trasparenza' della comunicazione internazionale a tutti i livelli."
E su questo si può essere d'accordo, anche se chi conosce il modo in cui le lingue operano sa che quel "necessitano" si può parafrasare correttamente solo con un "possono beneficiare".

Tesi 2: "Questa lingua, allo stato attuale - dato il peso politico, economico, culturale del mondo anglo-sassone - non può esser se non l'inglese."
Su questo, poco da dire.

Tesi 3: "Essa però - come tutte le lingue imposte da un potere dominante - distruggerà in radice le altre lingue, se l'attuale situazione di squilibrio, e in conseguenza di tale egemonia, continuerà. La storia parla in proposito un linguaggio troppo univoco perché possa sussister il menomo dubbio."
E qui invece ci si sbraca. Non è affatto una regola che "le lingue imposte da un potere dominante" distruggano le altre. Lasciamo da parte il caso del latino, di cui spero di scrivere in dettaglio tra pochi giorni (esaurito un gruppetto di schedature). C'è lingua e lingua, c'è potere e potere. Perfino la conquista delle Americhe non ha "distrutto in radice" buona parte delle lingue precolombiane: le ha cacciate in una posizione marginale, ma solo perché l'importazione delle lingue europee ha prodotto veri e propri genocidi e travasi di popolazione. E questo è, negli ultimi secoli, il caso più estremo.

Nel resto del mondo, invece, che cosa vediamo? Alinei, credo, ha più ragione di quanto si ammetta di solito, e buona parte delle "invasioni" e sostituzioni linguistiche oggi date per scontate in realtà non sono mai avvenute. Anche assumendo il quadro concettuale tradizionale, però, il discorso cambia poco. La conquista araba e l'importazione di una religione basata sull'arabo hanno portato alla scomparsa delle lingue preesistenti solo in una parte del Medio Oriente. Né le conquiste islamiche né quelle britanniche hanno fatto cambiare lingua all'India. Il greco non ha ceduto né ai romani né ai turchi (che hanno dominato la Grecia per sei secoli). Il russo non ha soppiantato le lingue di innumerevoli popolazioni entrate a far parte, in tempi diversi, dell'impero russo o sovietico. E via dicendo.

La storia linguistica, insomma, non parla affatto un linguaggio "univoco". Anzi, la regola sembra essere la continuità: perché un popolo abbandoni una lingua a favore di un'altra occorrono invasioni, massacri e secoli di dominio. Se per assurdo gli attuali rapporti di forza potessero mantenersi senza opposizione e includessero per esempio l'incorporazione in un Impero Americano (il che è, come dire, improbabile), quanto impiegherebbe l'inglese per imporsi come lingua generale d'Italia? In Egitto la lingua copta si è mantenuta per almeno settecento anni dopo la conquista araba. Probabilmente è questa la scala temporale più realistica.

Saltiamo però al secondo gruppo delle tesi di Andrea Chiti-Batelli, che propone come alternativa all'inglese l'uso dell'esperanto, "una lingua pianificata, la sola che l'esperienza e la storia mostrano esser priva dell'effetto glottofagico proprio delle lingue vive" (p. 80). Soluzione, come si vede, improbabile al massimo. Ma qui mi interessa un altro aspetto del discorso: di quale esperienza e di quale storia si sta parlando? Nessuna comunità umana significativa ha mai adottato una "lingua pianificata" (o forse sì, ma in un senso completamente diverso da quello adottato in questo libro, in cui evidentemente l'autore ha in mente "rinascite" linguistiche come quelle dell'ebraico o del catalano, peraltro basate sempre su lingue spontanee... ma anche di questo spero di parlare più avanti). E quindi tutta questa sicurezza da che cosa viene? Non c'è nessun dato a suggerire che, divenuto lingua della comunicazione internazionale, l'esperanto non cancellerebbe le altre lingue.

Va anche detto che Chiti-Batelli, per assicurare che l'esperanto non divenga una lingua viva, va a imporre leggi e divieti (come ovviamente succede in tutte queste formulazioni utopiche) : "è fortemente sconsigliabile che si formino fanciulli aventi l'Esperanto come lingua materna" (p. 34). Ovvio che questo cancellerebbe le premesse del discorso. Ma come si potrebbe raggiungere questo risultato? Arrestando i genitori che osassero parlare esperanto con i bambini? Inserendo microspie in tutte le case?

Insomma, al di là della scarsa praticabilità della soluzione proposta al "problema" del dominio dell'inglese, in questo libro è molto irritante l'atteggiamento dell'autore. Che oltre a questo libretto, si dice in quarta di copertina, ha scritto opere come le Perplessità sulla pena di morte (e vabbè) o Si devono riaprire le case chiuse? (!); ma soprattutto, "è stato per venticinque anni, quale Consigliere parlamentare del Senato, Segretario delle Delegazioni parlamentari italiane alle Assemblee europee". Insomma, non mostra una grande conoscenza del modo in cui le lingue si sono distribuite nel mondo, ma è ben introdotto a livello politico. Non è un mix accattivamente, per me, quando si parla di politica linguistica.
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