martedì 5 dicembre 2017

Intervista per Wikimedia

  
 
Sono stato intervistato per il blog di Wikimedia Italia. L’intervista è stata pubblicata il 4 dicembre 2017 con il titolo Scrittura scientifica? Si impara con Wikipedia e naturalmente riguarda le attività del mio Laboratorio di scrittura. Spero soprattutto che un po’ di promozione aiuti il coordinamento con iniziative simili, e che il modello possa essere ripreso in altri contesti e migliorato… nel frattempo in questo semestre il Laboratorio, nonostante sia molto oneroso, continua a darmi discrete soddisfazioni.

 

martedì 28 novembre 2017

Barbieri, Semiotica del fumetto

 
Daniele Barbieri, Semiotica del fumetto
Dalla storia alla teoria… tre anni fa avevo parlato della Breve storia della letteratura a fumetti di Daniele Barbieri. Adesso ho ricevuto la Semiotica del fumetto dello stesso autore. L’oggetto della trattazione è immutato, ma viene affrontato da un’angolazione diversa, simile a quella che Barbieri aveva già affrontato nel classico I linguaggi del fumetto (1991).
 
Rispetto ai Linguaggi del fumetto, qui il termine di confronto inevitabile è diventato il Système de la bande dessinée del belga Thierry Groensteen, di cui ho parlato a suo tempo. In alcuni casi Barbieri descrive anche in modo esplicito i suoi punti di accordo e disaccordo con la trattazione di Groensteen. In altri le divergenze di opinione sono implicite. Io per esempio apprezzo molto la scelta di Barbieri di far notare che la semplice presenza di “balloon che contengono parole” è sufficiente a dare uno spessore temporale al disegno. Groensteen nega che le vignette singole possano essere “fumetto”, perché prive di una successione di eventi. Tuttavia, è evidente che la presenza del linguaggio parlato crea sempre una successione, per quanto minima, di eventi... e che quindi anche alcune vignette singole possono essere “fumetto” a pieno titolo.

Come quello di Groensteen, anche il nuovo libro di Barbieri ha una portata globale: il fumetto viene descritto dal punto di vista teorico e nel suo assieme. Il che significa che sono presi in esame esempi da tutte le tradizioni e da tutte le epoche - anche se per fortuna una buona percentuale degli esempi viene dall’Italia.
 
Rispetto al Système, tuttavia, la trattazione di Barbieri è molto più breve e selettiva. L’autore l’ha ripartita in tre capitoli:

  • Capitolo primo (pp. 11-57): Racconti senza racconto: enunciazione e narratività. L’argomento centrale è qualcosa cui non avevo mai pensato, cioè la ridotta importanza della figura del “narratore” in una presentazione per immagini, fumetto o film che sia. All’interno delle presentazioni per immagini conta invece il punto di vista”.
  • Capitolo secondo (pp. 58-88): Disegni di segni: immagini e scritture. Buona parte del capitolo si basa sul celebre schema di Scott McCloud dedicato alla classificazione delle possibilità espressive del disegno. La sezione per me più interessante è però quella iniziale, dedicata ai Segni di scrittura (2.1, pp. 58-66); sono poche pagine, ma si parla in particolare di Rumori e grida, segni d’espressione e di movimento (2.1.1, pp. 59-63) e de Il lettering (2.1.2, pp. 63-66), con diversi esempi interessanti.
  • Capitolo terzo (pp. 88-14): Leggere con leggerezza: tensione e ritmo. L’argomento centrale è qui il modo in cui tensione e ritmo possono essere dati ai fumetti, specie in rapporto alla presenza o meno di umorismo e ai diversi generi editoriali. I concetti introdotti nella prima parte del capitolo sono poi usati nella seconda parte per analizzare casi specifici: nelle pp. 122-126 una tavola di Asterix, nelle pp. 126-141 una storia di Dino Battaglia, l’<i>Omaggio a Lovecraft</i> del 1970.
 
Dal punto di vista generale, il libro è una sintesi di alto profilo, che riesce a coniugare una serie di novità e un taglio divulgativo (anche se la veste editoriale non rende giustizia a tutti gli esempi presentati). Nel complesso, una notevole acquisizione per gli studi italiani sul fumetto.
 
Daniele Barbieri, Semiotica del fumetto, Roma, Carocci, 2017, pp. 143, € 12, ISBN 978-88-430-8881-2. Copia ricevuta in omaggio dall’editore.
 

martedì 24 ottobre 2017

Palermo, Italiano scritto 2.0

  
 
Massimo Palermo, Italiano scritto 2.0
Ho letto con molto interesse l’ultimo libro di Massimo Palermo, Italiano scritto 2.0. Il tema è centrale per il mio lavoro ed è comunque molto stimolante: in che modo affrontare i nuovi testi prodotti dalla comunicazione elettronica?
 
Massimo Palermo ha deciso di farlo in primo luogo attraverso gli strumenti della linguistica testuale. Oggi (per fortuna) sembra ormai intuitivo che non esista un “italiano della rete” (p. 77), ma per approfondimenti occorre entrare un po’ più nel dettaglio. 
 
Procedendo in ordine di lettura, il primo capitolo del libro, Breve storia delle tecnologie della parola (pp. 15-49), sintetizza nella sua prima parte una visione ancora molto diffusa sui rapporti tra scrittura e oralità, secondo l’impostazione di Walter Ong. Nella seconda, affronta vari tipi di testo digitale e le modalità con cui questi testi sono fruiti.
 
Il secondo capitolo, Il testo, i testi (pp. 50-76), presenta le basi dell’esame linguistico dei testi: importanza dell’interpretazione, ruolo dei contenuti impliciti, coerenza, coesione, ruolo del canale, intertestualità, tipi e, appunto, generi testuali.
 
L’ultimo argomento mi sembra quello centrale (valutazione non sorprendente, visto che i miei lavori propongono come chiave dello studio proprio i generi testuali e i vincoli pragmatici a essi collegati). Qui Palermo propone una separazione netta tra “testi nativi digitali, cioè concepiti per una fruizione esclusivamente telematica e ipertestuale e testi e-migrati, concepiti come testi tipografici e che vivono solo per una parte della loro vita nel computer” (p. 74). È senz’altro vero che per molti generi la distinzione è valida, e la presento in questo senso anche nel mio libro su L’italiano del web. Tuttavia, va notato che una contrapposizione netta non è facile: per esempio, l’articolo di giornale oggi spesso non viene mai stampato ma è un genere testuale che nasce per la carta stampata; lo stesso avviene per l’articolo di enciclopedia o la definizione di dizionario. In tutti questi casi la continuità è molto forte, al di là di qualche piccolo adattamento in rapporto al cambiamento dei vincoli pragmatici quando si passa dalla carta allo schermo. 
 
Il terzo capitolo, I testi nella rete: verso una destrutturazione?, esordisce con un paragrafo il cui titolo mi trova molto in sintonia: Perché non esiste un italiano della rete. La motivazione è naturalmente in linea con quanto detto poco sopra: la natura eterogenea dei testi presenti in rete, che vanno esaminati non nel loro assieme ma in rapporto ai “singoli tipi di scrittura” (p. 77; io vedrei appunto come centrali, oltre ai tipi di scrittura, direttamente i generi). I punti di maggior interesse di questi tipi di scrittura, secondo l’autore, sono rappresentati dalla suddivisione in campi, dalla dialogicità, dalla brevità e dalla frammentarietà.
 
Il quarto capitolo, Il ruolo della scuola (pp. 99-126), propone una visione decisa per il rapporto tra scuola e tecnologie della comunicazione. Secondo Palermo, sono illusorie sia l’idea “di tener fuori la rete dal processo educativo” (p. 99) sia quella di trasferire in classe “le tecnologie e l’apprendimento informale” (p. 100). Importante, invece, è conservare le abitudini “tipografiche” sviluppando, in parallelo, quelle legate ai testi digitali. Particolarmente importante, in quest’ottica, viene vista la capacità di discutere criticamente le fonti e di aggirare i vincoli della brevità eccessiva.
 
Gli argomenti sono tutti appassionanti, ma, a proposito di brevità, va detto che Italiano scritto 2.0 risulta davvero molto sintetico: in pratica, ogni singolo paragrafo meriterebbe un’espansione in forma di libro. Speriamo che ci sia modo di averla, nel prossimo futuro!

Massimo Palermo, Italiano scritto 2.0. Testi e ipertesti, Roma, Carocci, 2017, pp. 141, € 12, ISBN 978-88-430-8874-4. Copia ricevuta in omaggio dall’editore.
 

martedì 3 ottobre 2017

I miei prossimi convegni

  
 
Napoli fuori dalle finestre del convegno SLI
Tra la fine di settembre e il mese di ottobre, per me, ci sono stati e ci saranno diversi impegni fuori sede.

 
La settimana scorsa sono stato a Napoli per il LI convegno della Società di Linguistica Italiana, dedicato a Le lingue extra-europee e l’italiano. Problemi didattici, socio-linguistici, culturali e caratterizzato anche da molte toccanti commemorazioni della figura di Tullio De Mauro.  Il mio intervento, realizzato insieme a Tanya Roy, illustrava il modo in cui viene usato Il focalizzatore anche nei testi scritti di studenti con lingue indoarie come L1… e naturalmente includeva anche qualche risultato delle mie esperienze di didattica in India.
 
La prossima settimana sarò a Siena per il Convegno ASLI Scuola Scrivere nella scuola oggi. Obiettivi, metodi, esperienze. Lì, sabato 14, nella sessione che va dalle 11:30 alle 13, terrò un intervento dedicato a Scrivere su Wikipedia dall’Università alla scuola.
 
Dal 18 al 20 ottobre sarò invece a Bruxelles per il convegno L’italiano che parliamo e scriviamo, organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura. Il mio intervento si terrà giovedì 19 alle 16 e avrà il titolo Dai computer come strumenti di comunicazione ai computer che parlano e scrivono: cambiamenti e stabilità nell’italiano.
 
A Napoli le cose sono andate benissimo, anche grazie all’ottima organizzazione del convegno. Soprattutto, mi sono divertito un sacco e ho imparato un sacco di cose… confido che succeda lo stesso anche con i prossimi convegni.
 

giovedì 21 settembre 2017

Tavosanis, Libraries, Linguistics and Artificial Intelligence

  
 
Da pochi giorni è uscito un mio nuovo articolo sugli intrecci tra informatica e linguistica. L’articolo si intitola Libraries, Linguistics and Artificial Intelligence: J. C. R. Licklider and the Libraries of the Future ed è stato pubblicato dalla rivista JLIS.it, Italian Journal of Library, Archives, and Information Science
 
La base non troppo remota di questo articolo è un intervento che ho tenuto a Parigi nel 2013 a proposito dei pionieristici lavori di Licklider. La base più remota è una serie di riflessioni mie (in parte presentate anche su questo blog) sui vantaggi e sui limiti delle interfacce grafiche per i sistemi informatici. Licklider è stato, in particolare negli anni Sessanta, una delle persone che hanno contribuito di più a creare i moderni sistemi di interazione con i computer… però, prima di incoraggiare il modello poi vincente, aveva fatto numerose sperimentazioni.
 
Il modello vincente ha poi nascosto molte alternative. Tornando indietro nel tempo, quindi, le idee più vecchie di Licklider sono molto interessanti da studiare, per vedere in che modo avrebbero potuto andare le cose. Nel mio articolo mi concentro in particolare su un fondamentale rapporto tecnico di Licklider, pubblicato in volume nel 1965: Libraries of the Future. L’interazione prospettata lì era ancora basata sul sogno di poter elaborare facilmente il linguaggio naturale; nel giro di pochi anni, il sogno si sarebbe scontrato con la realtà – ma adesso che la tecnologia si è evoluta, secondo me vale la pena tornare un po’ indietro e trovare qualche spunto interessante.
 
Mirko Tavosanis, Libraries, Linguistics and Artificial Intelligence: J. C. R. Licklider and the Libraries of the Future, JLIS.it, settembre 2017, v. 8, n. 3, pp. 137-147, ISSN 2038-1026, doi:http://dx.doi.org/10.4403/jlis.it-12271.
 
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