venerdì 23 settembre 2016

Nairobi dal finestrino



 
Treno pendolari a Nairobi
Partendo per Nairobi avevo messo in programma di fare qualche giro per la città. Non è andata così, ma per ottime ragioni: tutto il tempo disponibile è andato in lavori e incontri produttivi.
 
D’altra parte, il tempo disponibile si è rivelato davvero ridotto. Causa primaria, il traffico di Nairobi. Non è caotico come in India, ma è intenso, tra macchine, autobus e matatu, e a certe ore si blocca. La notte scorre meglio, ma in compenso il viaggiatore è abbagliato da lampi costanti: sono le videocamere dell’onnipresente servizio di sicurezza, che fotografano tutte le macchine in transito, sparando flash ad alta intensità direttamente negli occhi. Non è un ambiente facile.
 
Per fortuna a gestire il tutto c’era Esther, l’autista inviata dall’Istituto Italiano di Cultura. Che, come mi raccontava, dopo aver studiato grafica ha iniziato a fare l’autista per Uber; poi è passata a organizzare gruppi di autisti, sempre per Uber; e adesso lavora spesso per l’Istituto. Efficientissima, non solo è riuscita a portarmi sempre a destinazione in tempo ma ha permesso lunghe chiacchierate in inglese. A lei vanno tutti i miei ringraziamenti!
 
Arrivati a destinazione

Il lungo tempo trascorso in macchina avrebbe potuto permettere di fare tante foto dal sedile. Tuttavia, la raccomandazione era: tenere chiuso il finestrino… e mettere fuori la macchina fotografica era fuori discussione. I furti dal finestrino sono, a quel che mi è stato detto, comunissimi e pericolosi. Strano a credere, visto che la città sembra molto tranquilla e in alcuni punti quasi idilliaca – nonostante il traffico. Ma anche le escursioni a piedi sono sconsigliate, perfino nelle zone più centrali.

Dalla mia prospettiva, comunque, si vedeva una città dall’aspetto molto occidentalizzato, con segni di benessere diffuso. Le baraccopoli che circondano il centro erano invece invisibili. Farsi un’opinione al volo su un paese straniero è sempre difficile e presuntuoso, e lo è ancora di più da una prospettiva ristretta come la mia. Però mi ha colpito l’evidente energia dell'ambiente, la sensazione di incontrare gente che spesso sta cominciando a vivere meglio dei genitori, e apprezza la novità. 
 
Il combinato disposto di tempo e sicurezza ha comunque fatto sì che l’unica attrazione turistica che sono riuscito a vedere fosse quella in cui ero alloggiato: il Sarova Stanley Hotel (a proposito, bisognerebbe tradurre in italiano la pagina di Wikipedia in lingua inglese). L’ottima organizzazione dell’Istituto mi ha infatti sistemato in questo storico albergo, che oggi è diretto da un italiano, Paolo Marro, che ho incontrato in un paio di occasioni.
 
Il servizio è stato fantastico, e mi ha permesso di lavorare e riposare al meglio. Però ho approfittato appunto anche del cosiddetto “Heritage tour” gratuito, di cui il direttore va giustamente orgoglioso. Una guida gentilissima e molto competente, Linda, mi ha portato in giro per sale, saloni e suite di lusso.

Sarova Stanley, il vecchio bar della Borsa

 Il Sarova Stanley, che ha preso la sua forma attuale negli anni Cinquanta, era a suo tempo il punto di partenza tradizionale dei safari e mantiene un aspetto coloniale: soffitti bassi, mogano ovunque, grammofoni e ventagli… Mancano solo i trofei di caccia alle pareti! Non è difficile rendersi conto di quanto gli antichi colonizzatori potessero sentirsi diversi, in un posto come questo: una sensazione che mi è capitato di provare, per esempio, anche al Cafe Batavia di Giacarta.
 
All’interno dell’albergo, nella terrazza aperta sulla strada (e sugli scarichi del traffico) c’è infine un’istituzione: il thorn tree, l’acacia su cui agli inizi del Novecento i viaggiatori europei attaccavano biglietti e avvisi. Oggi ospita solo foglietti di ringraziamento, scritti rigorosamente in stampatello minuscolo, su ordinati pannelli che circondano la terza reincarnazione dell’albero originale. Però un po’ di nostalgia viene lo stesso.
 

mercoledì 21 settembre 2016

L'italiano a Nairobi


 
L'incontro all'Istituto Italiano di Cultura di Nairobi
In questi giorni sono stato a Nairobi per una serie di interventi e discussioni sull’italiano e sulla diversità linguistica. Tutti gli eventi sono stati organizzati dall’Istituto Italiano di Cultura di Nairobi, e in particolare dell’addetta culturale Francesca Chiesa, da poco più di un anno direttrice dell’Istituto.
 
La serie di impegni è stata così fitta che non sono riuscito a raccontare le cose in tempo reale, e devo rimediare adesso. Per cominciare, il pomeriggio del 15 nella sede dell’Istituto c’è stato un incontro con docenti e studenti (italiani e kenyoti) interessati alla lingua e alla cultura italiana, e a tematiche linguistiche più in generale. L’incontro è stato molto cordiale e pieno di domande interessanti e competenti… a cui ho cercato di rispondere al meglio. La sede dell’Istituto si è anche rivelata un posto molto adatto per questo genere di discussioni.
 
Tutta la mattina del 16, invece, è stata dedicata a una “public lecture” rivolta principalmente agli studenti dell’Università Jomo Kenyatta di Nairobi. Tema: Italian Language and ICT. Uno dei miei argomenti preferiti, insomma. Io ho cercato di combinare la presentazione dei dati di fatto e degli sviluppi futuri con uno sguardo più a largo raggio sul futuro della lingua e degli strumenti di comunicazione.
 
E in parallelo, naturalmente, ho cercato di interessare gli studenti allo studio dell’italiano. Ma su questo ho dovuto fare ben poca fatica, perché l’interesse era alto già in partenza. L’università Kenyatta, infatti, al momento non ha un insegnamento regolare di italiano, e questo viene sentito come un limite profondo. In Kenya, come è stato detto più volte in questi giorni, il turismo italiano è infatti terzo per importanza, dopo quello proveniente dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, ed è frustrante la scarsità di supporto per chi voglia imparare la lingua per lavorare nel settore. Adesso, però, grazie al lavoro dell’Istituto Italiano di Cultura, mi sembra che la speranza di un miglioramento sia ben fondata.
 
Mattina all'Università Kenyatta: parla il dottor Peter Kibutu

Come introduzione alla “public lecture” hanno quindi parlato delle prospettive pratiche dell’italiano sia l’efficientissimo professor Vincent Were, Direttore del dipartimento di Lingue straniere, sia la professoressa Alice N. Ondigi, presidentessa del corso di laurea in “Hospitality and Tourism Management”. Studenti e docenti presenti hanno fatto un gran numero di domande.
 
Lo scambio di idee e progetti è d’altra parte andato avanti anche in serata, grazie a un’iniziativa dell’ambasciatore italiano a Nairobi, Mauro Massoni; aggiungo che a tutti gli incontri del giorno ha partecipato anche l’ambasciatore svizzero, Ralf Heckner, molto gentile nel suo sostegno alla lingua e alla cultura italiana.
 
Con Khainga O’Okwemba nella sede della KBC
Per chiudere il programma, infine, il pomeriggio del 17 ho fatto una lunga (un’ora!) intervista per il servizio in inglese della radio pubblica, la Kenya Broadcasting Corporation. A intervistarmi, per il suo programma “Books Café”, è stato Khainga O’Okwemba, presidente della sezione locale del PEN Club, poeta e critico, noto anche per la sua rubrica regolare sulle pagine dello “Star” di Nairobi. A sorprendermi non è stata solo la lunghezza dell’intervista, ma anche il fatto che abbia spaziato su una gran varietà di argomenti: d’accordo l’importanza e l’utilità dello studio dell’italiano, o le grandi linee della storia linguistica italiana, ma qui siamo andati a trattare perfino delle mie esperienze a scuola…
 
Sono stati, insomma, tre giorni intensi e affascinanti. Sulla mia permanenza qui spero di raccontare altro tra poco, ma non posso fare a meno di ringraziare profusamente Francesca Chiesa, che avevo già conosciuto in Libia nel 2013, anche per le sue numerosissime iniziative e le lunghe conversazioni. La signora Vincenza Pedrini ha dato invece un importante supporto pratico... mentre degli spostamenti in auto dirò qualcosa in più, credo, nel prossimo post.
 

giovedì 8 settembre 2016

Wu Ming, L’armata dei sonnambuli


 
Wu Ming, L'armata dei sonnambuli
Dicevo qualche settimana fa delle mie letture estive e dell’espressività di Alan D. Altieri. In passato però ho parlato da questo punto di vista anche dei Wu Ming, e durante le vacanze ho recuperato con soddisfazione il loro penultimo romanzo collettivo, L’armata dei sonnambuli (secondo elemento, dopo Manituana del 2007, di un progettato “trittico atlantico”).
 
Ambientato nella rivoluzione francese tra il 21 gennaio del 1793 e il 21 gennaio del 1795, cioè nel periodo che include il Terrore e il Termidoro, dal punto di vista narrativo L’armata dei sonnambuli mi è sembrato la prova più riuscita dei Wu Ming dopo Q. La storia, in alcuni punti, mi ha ricordato anche temi e movimenti di Valerio Evangelisti! Il mio interesse è andato però soprattutto alla questione linguistica, e al problema di rappresentare in modo soddisfacente per il lettore la lingua parlata di un passato ormai piuttosto remoto.
 
Di questo aspetto mi sono già occupato in un mio contributo, La lingua moderna dei romanzi storici, in cui il grosso dello spazio era dedicato proprio ai Wu Ming. Rispetto a quanto visto in passato, qui però si fa uno scatto. Nel romanzo sono infatti presenti diversi punti in cui si abbandona l’italiano standard per presentare in altro modo la lingua del passato.
 
All’interno, grazie all’origine padana di uno dei protagonisti, compaiono innanzitutto parole e frasi prese da dialetti italiani, e in particolare in veneziano e in bolognese (“Ciapla te, coi pògn, la zoca d’un mudnais”, p. 542). Compaiono però anche costruzioni dialettali inventate, per presentare in italiano il dialetto alverniate francese che compare (in due diverse versioni) nella sezione centrale del romanzo. Qui a volte i componenti si mescolano in modo creativo. Per esempio in questa battuta:
 
No pardre ten con Pascal, cittadino. L’è ’n po’, cuma se dis?, tardo (p. 297)
 
Il “pardre ten” (‘perdere tempo’) è effettivamente alverniate, ma poi il resto prosegue alternando italiano e una serie di forme provenienti dall’italiano e da dialetti settentrionali, come il “cuma se dis” (‘come si dice?’) usato in Lombardia e in un’ampia zona del Nordovest italiano.
 
Soprattutto, compaiono diverse pagine in un italiano “popolare”, inventato, che presenta costruzioni regionali di vario genere, deformazioni e malapropismi e viene usato per rappresentare la parlata del popolo di Parigi:
 
Vardamolà, il popolo di Francia. Che lo volevano sbriciolare come un filone di pane secco, e ci si sono spaccati i denti dal gran ch’era tinco. Che speravano di farlo a pezzetti per poi abbuffarselo ben bene e gli è andato di traverso tutto quanto intero. Che cercavano di mettere una provincia contro l’altra per fottere la rivoluzione e son stati fottuti loro, negoddio! (p. 354)
 
Particolarmente riusciti da questo punto di vista mi sembrano gli adattamenti di parole francesi: “rivagoscia” e “foborgo” funzionano, per quel che mi riguarda, benissimo. In generale, comunque, ho apprezzato le soluzioni… anche se sospetto che il pubblico italiano sia rimasto un po’ diffidente.
 
Ammetto poi che la battuta che mi è piaciuta di più è nel risvolto di copertina. In questa sezione di paratesto c’è scritto che cosa si troverà nel romanzo, e all’interno della lista compare anche questo elemento:
 
La Festa dell’Unità. Si chiama proprio così, ma non è la stessa.
 
In effetti. Il lettore curioso la troverà alle pagine 354-366.
 
Wu Ming, L’armata dei sonnambuli, Torino, Einaudi, 2014, pp. 796, ISBN 978-88-06-21413-5, € 21. Letto grazie a un gentile prestito. Dichiaro anche un conflitto d’interessi: nel 2009 sono stato “inserito” come personaggio nel romanzo Altai dei Wu Ming .
 

venerdì 2 settembre 2016

Carrada e Trequadrini, Studio, dunque scrivo

  
 
Carrada e Trequadrini, Studio, dunque scrivo
Ammiro molto i libri di Luisa Carrada e mi sono letto con molto interesse anche il manuale Studio, dunque scrivo. A differenza dei libri precedenti della stessa autrice, questo è scritto in collaborazione (con Luisa Trequadrini) ed è pensato per un uso scolastico: per la precisione, per l’ultimo anno di scuola superiore, in vista delle prove dell’esame di Stato. Il pubblico di riferimento quindi non è molto diverso da quello dei miei corsi di scrittura, rivolti a studenti iscritti al primo anno di università. E in effetti, alcune parti del manuale sono molto utili in questa prospettiva.
 
Il libro però ha una natura composita. È diviso in sette “Unità”, e tra queste ce ne sono diverse di alto livello. Alcune però sono più discutibili nell’impostazione o nella realizzazione.
 
Partiamo dagli aspetti positivi.
 
La cassetta degli attrezzi
 
L’unità 2 (pp. 33-122), è per me di gran lunga la più utile. Intitolata La cassetta degli attrezzi, è dedicata alla trattazione di questioni “grammaticali” e la scelta degli argomenti sembra fondata su una lunga e solida esperienza diretta. Di sicuro, corrisponde ai dubbi e agli errori reali che incontro anch’io nella pratica dei corsi!
 
Le indicazioni fornite qui mi sono sembrate talmente utili (soprattutto nella prima parte) per il mio corso che mi sono fatto una scaletta dettagliata. Conto quindi di poter dire ai miei studenti, in caso di problemi, di studiarsi le pagine indicate di questo libro, a seconda degli argomenti:
 
soggetti: necessità dell’accordo perfetto (pp. 35-36), casi in cui è accettabile l’accordo a senso (pp. 36-37), situazioni in cui occorre esplicitare o sottintendere il soggetto (pp. 37-39).
 
pronomi: impieghi corretti ed errori nella referenza (pp. 39-41), uso eventuale delle forme soggetto tradizionali (pp. 41-434), sostituzioni e riformulazioni in alternativa ai pronomi (pp. 43-44), dubbi sul pronome relativo (pp. 45-46); a seguire, una scheda sulla scelta tra suo e proprio (pp. 47-48)
 
verbi: uso corretto del tempo (pp. 48-50), impiego del congiuntivo (pp. 51-55), errori nella referenza del gerundio (pp. 56-57), regole per le situazioni in cui uno stesso verbo regge più subordinate (pp. 58-59)
 
coerenza testuale: impiego semanticamente corretto delle congiunzioni (pp. 60-62), razionalizzazione degli accostamenti sintattici (pp. 63-64)
 
apostrofi, accenti e ortografia (pp. 64-66)
 
scelte lessicali: antilingua (pp. 67-68), frasi fatte (pp. 69-70), parole superflue (p. 7), scelta della parola più adatta (pp. 72-73), rivalutazione dei verbi all’infinito (pp. 73-74), attenzione alla ricchezza lessicale (pp. 74-76)
 
registri linguistici (pp. 76-80)
 
lingue speciali (pp. 81-84)
 
punteggiatura: punteggiatura logica, per l’occhio e per l’orecchio (pp. 86-90), scelta tra punto, virgola e punto e virgola (pp. 90-99, con particolare attenzione alla virgola prima del pronome relativo e prima di e), paragrafi, capoversi e superpunti (pp. 99-100)
 
Come si vede, gli argomenti affrontati sono molto specifici. La cosa va benissimo, perché di regola (ovviamente) gli studenti italiani dell’ultimo anno di scuola superiore o del primo anno di università non hanno bisogno di trattazioni generali sull’uso dei pronomi o sulla morfologia dei verbi. Quel che conta è intervenire sui punti di incertezza residui, e la scelta è stata fatta in modo molto solido. Per esempio, parlando di razionalizzazione degli accostamenti sintattici (“coerenza”) alle pagine 63-64 viene presentata “la legge della vicinanza”, cioè regole, esempi ed esercizi che illustrano il modo in cui i componenti di una frase devono essere accostati per non creare errori o ambiguità del tipo “Arriva il latte per neonati a basso costo”.
 
Dalla carta al digitale
 
A parte la grammatica, diverse unità del manuale sono fondate sulla specializzazione di Luisa Carrada: insegnamento della scrittura per mezzi di comunicazione elettronici. In alcuni casi riprendono e aggiornano indicazioni fornite altrove; in altri, aggiungono qualcosa di nuovo. Quasi sempre mi sono trovato d’accordo con le indicazioni fornite.
 
Nell’unità 3 vengono fornite informazioni di contesto sulla lettura da dispositivi elettronici e si fanno raccomandazioni per una comunicazione capace di attirare l’attenzione. Un approfondimento specifico, che include diverse indicazioni pratiche, riguarda le liste (pp. 142-145): visto che nella scuola italiana le liste sono spesso considerate, più che lo strumento utilissimo che in effetti sono, un’aberrazione rispetto alla scrittura “normale”, la cosa è particolarmente opportuna.
 
L’unità 4 riguarda vari aspetti della presentazione dei testi. Innanzitutto la scelta dei caratteri, con consigli che però secondo me sono molto discutibili. Per relazioni e tesine, per esempio, vengono consigliati praticamente solo caratteri senza grazie, dal Verdana al Calibri… l’unico carattere con grazie citato è il Georgia (p. 161). In altro punto del testo, il Times New Roman viene addirittura sconsigliato perché “antiquato” (p. 160). Mah! Io francamente ritengo che il Times New Roman rimanga, e di gran lunga, il font più consigliabile per un lavoro serio e di un minimo di estensione.
 
Il resto dell’unità riguarda invece il rapporto tra parole e immagini e, soprattutto, la preparazione di diapositive (pp. 169-178). Di queste ultime vengono dati molti esempi funzionali, ma anche esempi “scolastici” decisamente meno riusciti.
 
L’unità 7 tratta tre argomenti molto diversi fra di loro: posta elettronica, curriculum e interviste. La presentazione è sempre di alto livello.
 
Punti problematici
 
La sezione più discutibile del libro è l’unità 6, la più ampia: Scrivere a scuola: in vista dell’esame di Stato (pp. 213-308). Naturalmente, la più rilevante fonte di problemi è data dal fatto che l’esame finale è una prova in cui confluiscono interi anni di percorso scolastico; condizione particolarmente evidente nel caso dell’analisi dei testi letterari, in prosa e in poesia. Difficile quindi fornire in poche decine di pagine di testo indicazioni in grado di trasformare in modo sensibile l’atteggiamento dello studente in materia, mentre è difficile evitare i rischi dell’approssimazione… Rischi che qui si concretizzano in particolare nelle proposte di analisi del testo poetico.
 
In quelle proposte, per esempio, mi hanno lasciato molto perplesso diverse letture “fonosimboliche” di poesie. Speravo, e credevo, che analisi del genere fossero uscite di scena da decenni, grazie all’inserimento di nozioni linguistiche di base nel percorso formativo dei docenti e alla pubblicazione di manuali di alta professionalità. Eppure, qui ricompaiono vecchi fantasmi, come la distinzione tra consonanti “dure” e “dolci” (p. 234)! Al livello di base, salta fuori addirittura la classica confusione italiana tra suoni e lettere dell’alfabeto e si classifica per esempio la “c” (?) come una “consonante dura”… si intenderà l’occlusiva di cane o l’affricata di cena? O entrambe? Mah.
 
Le analisi riportate mi lasciano molto perplesso anche ad altri livelli. Quando le parole “cantano”, “sussurrano” e “bisbigliano”, oppure “stupida” e “placida”, sono considerate in rima tra di loro (pp. 232-233), mi sembra che manchi un’idea chiara di che cosa sia una rima. Gli errori di metrica e di fonetica si legano poi a indicazioni estetiche tanto apodittiche quanto discutibili. Nell’analisi di un passo di Meriggiare pallido e assorto si arriva per esempio a un “invito” come questo:
 
Ascolta come la disarmonia quasi fastidiosa della sillaba -gli carica di una forza evocativa parole che invece nel linguaggio quotidiano sono neutre, come muraglia o bottiglia (p. 235).
 
Al di là della soggettività assoluta dei giudizi, presentati come se fossero dati di fatto, vale la pena notare che nelle parole indicate qui sopra -gli non è affatto una “sillaba”. Si tratta invece, in tutti i casi, di un trigramma che rappresenta solo ed esclusivamente una consonante, la laterale palatale intensa /ʎ/.
 
Saltando all’altro estremo del libro, e cioè all’unità introduttiva (1), le considerazioni sul rapporto tra pensiero e scrittura sono fatte riferendosi ancora all’orizzonte di Ong e della “literacy thesis”, completamente smentita dalle ricerche degli ultimi decenni. Tuttavia, osservazioni oggi scientificamente insostenibili vengono qui presentate come i presupposti del lavoro:
 
molte caratteristiche del pensiero e della mente umana che sono per noi ovvie non appartengono al pensiero in quanto tale, ma al pensiero condizionato dalla scrittura (p. 3)
l’alfabeto fonetico (…) si è rivelato il codice più economico ed efficiente (…) Con l’alfabeto le parole sono sempre presenti nella loro interezza, pronte a essere analizzate e controllate (p. 4)
 
Tutto questo non toglie nulla ai meriti di buona parte del libro. Mi sembra però che renda consigliabile usare il testo con attenzione e in modo selettivo, più che per lo scopo complessivo cui è stato destinato.
 
Luisa Carrada, Claudia Trequadrini, Studio, dunque scrivo. Multimediale. Scrivere per l’esame di Stato. Scrivere per i media digitali. Scrivere per prepararsi al lavoro. Bologna, Zanichelli, 2015, pp. VIII + 343, ISBN 978-88-08-22118-6, € 19,80. Letto nella copia della Biblioteca LM 1 dell’Università di Pisa.
 

martedì 30 agosto 2016

Matera, Alberobello, Ascoli


A cavallo del fine settimana ho fatto una gita di famiglia nel Centro-Sud. Abbiamo tagliato in macchina otto regioni (Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata) fermandoci ogni tanto per bagni nell’Adriatico e nello Ionio. Al di là del divertimento, le soste mi hanno anche permesso di vedere tre esempi di rapporti diversi tra un luogo storico e il turismo.

Panorama del Sasso Barisano di Matera

Prima tappa, Matera, bellissima. I Sassi hanno avuto la fortuna di sopravvivere fisicamente a un passaggio storico: i quarant’anni scarsi in cui buona parte d’Italia è passata dalla miseria arcaica al postindustriale. Dalla convivenza in grotta col somaro alle pretenziose minigallerie d’arte globalizzate, insomma. A quel che ci ha raccontato una brava guida, Stefania, oggi nei Sassi vivono duemila persone. Quasi tutte le grotte sono di proprietà demaniale e chi è residente a Matera può fare domanda e ricevere contributi per trasferirsi lì, purché ci abiti come prima casa. Mi sembra un ottimo compromesso tra uso e gestione, che lascia l’aspetto di un’area svuotata ma decorosamente mantenuta e in parte di nuovo vissuta.
 
Il turismo di Alberobello è molto meno gradevole. Torme di turisti affollano e ingombrano le strette strade tra i trulli, affiancate da negozietti dei soliti oggetti improbabili. A me piace che i siti storici siano visitati e abitati, non ingessati in musei o trasformati in parchi di divertimento per ricchi… Ma ad Alberobello mi sembra evidente che una stretta di regolamentazione, con un po’ di sfoltimento, gioverebbe.
 
Turisti, negozietti e simboli sui trulli ad Alberobello

Sul posto ho scoperto anche con sorpresa i simboli tracciati sui tetti dei trulli, simboli di cui non avevo nessun ricordo dalle mie visite precedenti. È stato un sussulto: ma indicativo: stare troppo tempo lontano da questioni di scrittura mi deprime. E il giorno dopo, ad Ascoli, non ho resistito e mi sono fermato a leggere alcune delle numerose iscrizioni sparse nel centro, tra cui la celebre (chissà come mai?) “NON SENZA FATICA” al n. 44 di via Annibal Caro. Molto meglio l’iscrizione latina del 1230 su Porta Solestà, davanti al bellissimo ponte romano sul Tronto:
 
Iscrizione su Porta Solestà ad Ascoli

Ho fatto pure una deviazione sotto il sole per andare a vedere il convento dei Cappuccini, dove nel 1477 frate Giovanni da Teramo impiantò una delle prime tipografie italiane. Di queste iniziative editoriali, però, rimane solo il ricordo nei libri, e neanche una lapide sul posto. La guida rossa del Touring del 1979 prometteva dalla zona del convento una “*Vista retrospettiva della città con le sue torri svettanti”, ma oggi il paesaggio è cancellato da brutte pareti in cemento e da una serie di edifici residenziali fatti senza troppa cura, con marciapiedi inagibili eccetera. Pazienza. Ascoli si è rivelata un posto un po’ ai margini… per la prima volta da non so quanti decenni, ho rivisto donne anziane girare col velo sulla testa (?)… e con infrastrutture inadeguate, ma con molte potenzialità. Qualche turista in più, specialmente in questo periodo di problemi sul territorio, secondo me lì non farebbe male.
 
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