martedì 11 luglio 2017

Vanagolli, Oreste Del Buono


 
Francesco Vanagolli, Oreste Del Buono
Un’altra novità di cui ancora non avevo parlato. Nei primi mesi dell’anno è uscito, con prefazione mia (pp. 9-10), un libro intitolato Oreste Del Buono da “Bertoldo” a “Linus”. Il più eclettico intellettuale italiano e i fumetti. Il libro è stato scritto da un mio laureato, Francesco Vanagolli, ed è la prosecuzione della sua tesi di laurea magistrale.
 
In quanto ai contenuti, è difficile riassumere in poche righe chi è stato Oreste Del Buono. Lo scrittore elbano ha fatto un’infinità di cose… tra cui, appunto, anche molte collegate al fumetto. In questo settore ha lasciato il segno forse soprattutto grazie al suo lavoro con Linus, ma sarebbe un errore legare il nome a un unico prodotto. Il libro di Vanagolli sintetizza questo percorso, dedicando giustamente anche spazio ad attività successive e minori di Del Buono: l’Enciclopedia del fumetto, la trasmissione televisiva Fumo d’inchiostro, la direzione de L’Eternauta. Di tutto questo si sentiva il bisogno, e spero che il libro possa contribuire a rendere un po’ più nota questa storia affascinante.
 
Nel frattempo, il libro ha anche ottenuto il Premio Casentino per la saggistica: anche questo è motivo di soddisfazione.
 
Francesco Vanagolli, Oreste Del Buono da “Bertoldo” a “Linus”. Il più eclettico intellettuale italiano e i fumetti, Piombino, Edizioni il foglio, 2016 (ma 2017), pp. 179, ISBN 978-88-7606-626-9, € 15. Copia ricevuta dall’autore.
 

martedì 4 luglio 2017

Primi aggiornamenti: AATI a Palermo

  
 
Al mercato di Ballarò, a Palermo
Dal mio rientro dall’India, a febbraio, il lavoro è stato tutto di corsa. Adesso finalmente ho di nuovo il tempo necessario ad aggiornare questo blog, e apprezzo moltissimo.
 
Prima comunicazione di servizio: la settimana scorsa sono stato al convegno dell’AATI (American Association of Teachers of Italian) a Palermo. Assieme a Tanya Roy ho presentato lì il 29 giugno un lavoro su Errori, sequenze e interferenze nell’apprendimento dell’italiano in India. Per la mia parte, era naturalmente basato sul lavoro fatto quest’anno, e in particolare sull’attività di correzione degli articoli.
 
Palermo poi si è rivelata un’esperienza fantastica – molto migliore del previsto. In Sicilia del resto c’ero stato finora un’unica volta, nel 1986. Molte cose sono cambiate, nel frattempo; e molte altre sono rimaste le stesse. Ma il giorno dell’arrivo, il 28, i 37 gradi all’ombra sono stati un corso di aggiornamento niente male.
 

venerdì 17 febbraio 2017

Un altro saluto a Delhi



La mitica Aula 30

La settimana scorsa è finita la mia esperienza con gli studenti di italiano all’Università di Delhi. È stato anche stavolta un periodo fantastico!
 
I ringraziamenti vanno in primo luogo a Tanya Roy, che insegna italiano al Department of Germanic and Romance Studies: non solo Tanya è una bravissima docente, ma senza di lei non avrei potuto fare niente. Il suo invito e il suo supporto sono stati fondamentali e per questo la ringrazio ancora.
 
Poi è stato un piacere fare due chiacchiere – anche se spesso molto brevi – anche con gli altri docenti del Dipartimento. In particolare con il lettore di italiano, Roberto Bertilaccio, ma anche con Manmohan Singh e Ramesh Kumar. Molto piacevole è stato anche un gentilissimo invito a pranzo da parte di Rakesh e Pawan, che stanno andando avanti con lo studio e con la didattica.
 
Infine, un ringraziamento particolare va agli studenti che ho incontrato. È stato interessante fare ogni tanto due chiacchiere con quelli del I anno, su argomenti come “bere vino in Italia”. Ma soprattutto, ho apprezzato molto gli incontri con gli studenti del II anno per il corso “Developing advanced reading and writing skills”. Molti tra di loro sono decisamente bravi, e molti sono anche disponibili a intervenire e parlare a lungo… non vorrei far torto a nessuno, ma ricordo in particolare Tanya, Rohit, Himani, Jatin, Sonali e diversi altri. Con loro abbiamo parlato a lungo di scuole e università in Italia e in India, e anche di tanti problemi collegati all’uso dell’articolo in italiano.
 
Una novità rispetto alle mie precedenti esperienze: gli studenti adesso usano ininterrottamente smartphone di grandi dimensioni. Convincerli a posare il telefono è molto difficile – anche perché molti di loro lo usano per leggere (con qualche difficoltà) i libri di testo, invece di tenerli su carta. Soprattutto, però, lo usano per lavorare con Google Translate e strumenti simili, cercando al volo parole e frasi. Di tutto questo, che è il futuro, gli insegnanti di lingua dovranno tenere conto con molta attenzione nei prossimi anni.
 
Ripensando a questo mese, comunque, devo tener presente anche il fascino dell’esotico. Al punto che mi trovo perfino ad avere nostalgia della baracca non troppo igienizzata dove all’ora di pranzo si preparano al volo chai a 6 rupie e chhole bhature (छोले भटूरे) a 25 rupie...


chhole bhature (छोले भटूरे) in preparazione

 
Certo, è un peccato che in questo periodo il supporto statale per l’italiano sia molto ridotto e che perfino il lettore del MAECI, per quanto bravo e attivo, sia costretto a dividere il suo tempo tra l’Università di Delhi, l’Università Jamia e l’Istituto Italiano di Cultura. L’India è un grandissimo paese e in questo secolo promette di essere uno dei centri del mondo: l’Italia farebbe bene a impegnarsi molto di più, per la conoscenza della lingua e della cultura, sostenendo chi già lavora sul posto e incrementando le risorse. Sono sicuro che sarebbe un ottimo investimento per il futuro di tutti.
 

venerdì 3 febbraio 2017

La vecchia Goa

  
 
Venditrice di frutta a Miramar
Oltre alla geopolitica da spiaggia del presente c’è quella del passato. Nel caso della vecchia Goa, è una geopolitica che si è trasformata in pietre e chiese imbiancate.
 
A quel che mi sembra, in Italia non è molto nota la storia della città di Goa. Collocata nell’estuario del fiume Mandovi, all’origine era la capitale di un regno islamico sulla costa occidentale dell’India. Nel 1510 venne conquistata da Alfonso de Albuquerque, poi persa, poi riconquistata; rimase poi per secoli la capitale dei territori portoghesi in India, importanti per il commercio delle spezie. In quel periodo fu riempita di palazzi e, soprattutto, di chiese imponenti, sulla scala di una città europea di discrete dimensioni.
 
Goa era però anche un posto devastato regolarmente dalle epidemie. A partire dal Settecento i portoghesi iniziarono quindi a spostarsi qualche chilometro più a mare, a Panjim e il processo portò all’abbandono totale nell’Ottocento. Goa rimase come un assieme di costruzioni in disfacimento, finché nel Novecento non iniziò un’opera di conservazione.
 
Oggi i resti della città sono in pratica scomparsi e rimangono solo gli edifici principali. Il campanile della vecchia chiesa di Sant’Agostino, crollato per metà, domina il centro da una collinetta. Sulla riva del fiume le chiese principali sono isolate all’interno di ampie spianate e giardini ben tenuti. Gruppi di turisti indiani si spostano dall’uno all’altro sotto il sole dei Tropici, e si fotografano davanti a questi resti di una civiltà remota.
 
Di esotismo, per loro, ce n’è. Nella basilica del Bom Jesus fanno mezzo giro attorno alla cappella in cui è esposto il corpo di San Francesco Saverio: dentro una teca di cristallo, e in cima a un monumento realizzato nel Seicento da Giovan Battista Foggini a spese del Granduca di Firenze. Ancora più gettonato sembra un presepe a grandezza naturale nel chiostro. I selfie davanti a re magi e cammelli si sprecano.
 
Per me, il modo migliore per apprezzare il posto è vederlo dall’altra riva del Mandovi. Per farlo, si scende al fiume dove un tempo c’erano negozi e mercati e la Rua Direita, una delle vie principali di Goa. Si passa sotto il ricostruito Arco del Viceré e si sbuca sull’ormeggio degli scassati traghetti (due) che fanno la spola gratis tra Goa e l’isola Divar, duecento metri più in là, trasportando macchine, motorini e pedoni.
 
All’ormeggio sull’altro lato dell’isola non c’è niente: solo un baracchino che vende acqua e patatine, e una fermata dell’autobus. Un uomo pesca in una pozza usando zampe di pollo come esca e avverte (o segnala): “Snake!” Effettivamente, nell’acqua stagnante c’è un serpentone addormentato. Però la vista ripaga. Le chiese di Goa sono nascoste da una parete di palme da cocco; spuntano solo le cime dei campanili, e la cupola della chiesa di San Gaetano.

La chiesa di San Gaetano di Goa vista dal fiume Mandovi

Per cambiare ritmo, la cosa migliore è fare un salto a Panjim. A Miramar, partono le barchette che fanno un giro turistico di un’ora all’estremità dell’estuario, a mostrare rive e delfini per la modica cifra di trecento rupie. Il bigliettaio mi vede e si preoccupa: “There is loud Indian music, sir”. Ah, sì? Ma solo su questa barca o su tutte? “All.” E allora…
 
Turisti in barca a Miramar


In effetti la partenza avviene al ritmo di musica punjabi, che non c’entra molto con l’ambiente marino. Ci si intona di più quando si passa a Pani pani sunny sunny. Il commentatore indica i vecchi forti portoghesi e racconta tutto sui film di Bollywood girati lì: attori, trama, canzoni di successo. Poi arriva il momento di eccitazione quando il battello incontra un gruppetto di delfini – belli grossi, tra l’altro. Si manovra, si aspetta la risalita. Si gira attorno a un peschereccio; i turisti sul battello fotografano il peschereccio, i pescatori a bordo fotografano i turisti… gli unici che non fanno foto sono i delfini, sembra. Per quanto, chi può dirlo?
 

venerdì 27 gennaio 2017

Geolinguistica da spiaggia

  
 
Sulla spiaggia di Benaulim, a Goa
Questa settimana, approfittando della Festa della Repubblica indiana, sono andato a Goa. In particolare, ho soggiornato a Benaulim, che è un paesino nella parte meridionale dello stato di Goa. Forse l’unico paesino, tra l’altro, in cui i cristiani siano in maggioranza (nell’assieme dello stato, nonostante i cliché del cinema indiano, sono solo il 30%).
 
Il nord di Goa era antica zona di hippy e oggi è meta di turismo di massa. Il sud di Goa è decisamente meno affollato. A Benaulim c’è una bella spiaggia pulita e i bagnanti sono in numero ragionevole: se la spiaggia fosse più stretta, e le palme da cocco meno numerose, assomiglierebbe a una Marina di Vecchiano in bassa stagione (“si Parigi avesse lu mere…”). Quando il vento soffia da terra, il mare diventa una tavola distesa fino all’orizzonte e forse anche oltre, in direzione della Somalia. I pescatori tirano le reti, donne e bambini stendono il pesce sulla strada a seccare. I bufali tagliano la strada ai turisti in bicicletta, che tollerano, e tutto va bene.
 
Pesce e cocco

Oltre a essere un’ottima occasione per nuotare e leggere, i miei giorni a Goa sono stati però un’altra conferma del mio modo di vedere la vita delle lingue. Goa è rimasta territorio portoghese per 451 anni, dal 1510 fino al 1961. Ora, a parte i nomi, questo mezzo millennio ha lasciato un’eredità linguistica pari grosso modo a zero… In un posto pieno di persone che si chiamano Lourenço Souza, Salvador D’Silva e così via, nessuno parla portoghese – anche se qualche anziano, a quel che leggo, l’ha imparato a scuola in età coloniale – e in giro non ci sono scritte in portoghese. La lingua della popolazione era ed è rimasta il konkani, che oggi si scrive usando il devanagari indiano (uso ufficiale) oppure l’alfabeto latino (preferito dalla Chiesa cattolica).
 
Per il resto, la lingua del turismo e della modernità è naturalmente l’inglese e i cartelli di ogni tipo riflettono la situazione – incluse le pubblicità rivolte ai residenti. Ma il turismo di Goa è internazionale, e in buona parte europeo: a Benaulim una buona fetta della popolazione sembra composta di atletici pensionati di lingua francese. E soprattutto, c’è una sorprendente presenza di russi, al punto che le scritte sui negozi e i menu dei ristoranti sono spesso in doppia versione, inglese e russa. In nome dell’antica alleanza, e dei bassi costi, direi, e tutto va bene.
 
"Hawaii Garden"
Dal punto di vista linguistico, naturalmente, tutto questo è con ogni probabilità temporaneo. La popolazione parla konkani, impara l’inglese e resiste alle pressioni per usare hindi o marathi. Per quanto l’inglese si diffonda nell’istruzione, sospetto che le madri, i compagni di scuola e le famiglie continueranno a parlare il konkani e a usare lingue diverse solo con gli ospiti. Quando gli ospiti se ne andranno, il konkani rimarrà.
 
Nel frattempo però è interessante guardare questo spettacolo multilingue. Le scritte inglesi in lode della Madonna di Vailankanni si incrociano con gli avvisi in devanagari e le promesse di коктейль, e tutto va bene. Anche se il visitatore più attento noterà, in aeroporto, i due squadroni di MiG-29KUB della marina indiana piazzati lì. A ricordare che la storia a volte prende brutte strade, e che nell’ultimo anno sull’orizzonte sono comparse tante nuvole che non mi piacciono.
 
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