sabato 12 gennaio 2013

Schermi flessibili

 
Il limite stimola l’inventiva. A una prima visione, questi schermi flessibili dimostrano, più che una, due buone idee:
 
 
La prima idea è ottima, ed è la più evidente: uno schermo minimo, flessibile, che lascia molte possibilità per la creazione di interfacce innovative. Poi, a me non piace l’aspetto plasticoso di quel che si vede nel video, ma, appunto, le promesse sono tante.
 
La seconda idea sarebbe banale, se non fosse che nessuno la ripropone: perché non separare di nuovo gli schermi e i computer? Adesso non è più questione di collegare al computer un tubo catodico, ma un dispositivo con una maneggevolezza diversa. Chiaro che avere tutto in un unico blocco fisico è meglio, dal punto di vista dell’interazione dei componenti, ma per esempio, perché non usare come tablet uno schermo minimo, collegato wireless o addirittura con un cavo fisico al computer-madre?
 
In molti contesti (per esempio, nell’ordinario lavoro di ufficio) una combinazione del genere potrebbe essere vincente. Tipo, normalmente uso lo schermo per leggere, o magari ci prendo appunti con una penna. Poi, se ho bisogno di una tastiera accendo la tastiera e la faccio riconoscere allo schermo, se ho bisogno di una chiavetta USB c’è un dock fisso in cui posso inserirla, se devo trasferire finestre con file e applicazioni da un dispositivo all’altro posso farlo con comodità, eccetera.
 

venerdì 11 gennaio 2013

Linguistica su Wikipedia: diamo i numeri

 
Dicevo qualche giorno fa che non è facile capire quanto siano lette le pagine di Wikipedia con informazioni dedicate ad argomenti linguistici. Adesso però ho trovato un sito che fornisce (credo) una parte della risposta.
 
Il sito è linkato da una pagina di Statistiche di Wikipedia in lingua italiana, ma le informazioni sulla sua attività sono molto ridotte. Come fonte dei dati viene dichiarato un sito di Wikimedia, mentre, se capisco bene, una pagina presenta le 1000 voci di Wikipedia in lingua italiana più visitate nel dicembre 2010 (sì, solo per quel mese).
 
La classifica disponibile sembra dominata da film, calciatori e serie televisive. La pagina più visitata risulta quella dedicata alla Banda della Magliana (con 427.630 visualizzazioni in un mese), il che è strano, anche se sospetto che nel dicembre 2010 ci sia stato in televisione qualcosa su questo argomento – ma in sostanza la lista sembra piuttosto plausibile.
 
Sulle 1000 prime voci, ce ne sono sei (non poche, tutto sommato) che secondo me possono rientrare a pieno titolo nell’area linguistica:
 
Alfabeto greco – numero 335 nella classifica (37.370 visualizzazioni)
 
Lingua italiana – numero 433 (33.034 visualizzazioni)
 
Alfabeto fonetico internazionale – numero 685 (26.370 visualizzazioni)
 
Grammatica italiana – numero 699 (26.223 visualizzazioni)
 
Dislessia – numero 813 (24.378 visualizzazioni)
 
Lingua inglese – numero 895 (23.104 visualizzazioni)
 
Dalla lista terrei fuori voci che in realtà hanno solo una parentela lontana con la linguistica, come Locuzioni latine – 182 (50662 visualizzazioni) o Terminologia di One Piece – 648 (27190).

Il sito offre anche, dalla home page, la possibilità di ricavare il numero di visualizzazioni delle singole voci in altri periodi, fino a oggi. Per le sei voci indicate sopra, per esempio, il totale delle visualizzazioni nel dicembre del 2012, ultimo mese completo, risulta questo:
 
Alfabeto greco: 36.142 visualizzazioni
 
Lingua italiana: 28.067 visualizzazioni
 
Alfabeto fonetico internazionale: 10.799 visualizzazioni
 
Grammatica italiana: 10.991 visualizzazioni
 
Dislessia: 28.320 visualizzazioni
 
Lingua inglese: 19.286 visualizzazioni
 
Il calo è notevole per tutte le voci (a parte Alfabeto greco, che rimane stabile, e Dislessia, che aumenta di molto), ma i numeri sono comunque elevati. Circa trentamila visualizzazioni al mese vogliono dire, per esempio, 360.000 visualizzazioni all’anno. Per cui, sì, ho il sospetto che oggi in Italia la singola fonte di informazioni linguistiche più importante sia proprio Wikipedia.
 

giovedì 10 gennaio 2013

Il peso del fiorentinismo di Manzoni

 
Francesco Hayez, Ritratto di Alessandro Manzoni, da Wikipedia in lingua italiana
Ieri ho fatto qualche altro intervento sulla voce Lingua italiana di Wikipedia. Soprattutto ho riscritto un capoverso che, nella sezione Diffusione dell'italiano nell'uso quotidiano, diceva:
 
L'italiano rimase lingua di uso quotidiano per fasce molto ridotte della popolazione almeno fino alla seconda metà dell'Ottocento. A questo punto si deve a un altro pioniere della lingua italiana, Alessandro Manzoni, l'aver adottato il fiorentino come lingua ufficiale dell'Italia, che proprio allora stava nascendo come nazione. La sua decisione di donare una lingua comune alla nuova patria, da lui riassunta nel celebre proposito di «sciacquare i panni in Arno»,[12] fu il principale contributo di Manzoni alla causa del Risorgimento.[13]
 
Al di là dell’uso di definizioni di tipo giornalistico cui è molto difficile dare un senso preciso (tipo “pioniere della lingua italiana”), dal punto di vista scientifico in queste poche frasi ci sono molte cose che non vanno. Per esempio, Manzoni non “adottò” affatto il fiorentino “come lingua ufficiale dell’Italia”. Né si vede come un singolo cittadino, sia pure Senatore del Regno d’Italia nell’ultima parte della propria vita, avrebbe potuto farlo. E anche le date non tornano.
 
Al di là della faccenda della “lingua ufficiale”, però, la scelta fiorentina di Manzoni ha davvero lasciato un segno sull’evoluzione successiva dell’italiano?
 
Di sicuro, Manzoni ha contribuito moltissimo all’avvicinamento della lingua scritta a quella parlata. E alla fine dell’Ottocento l’imitazione del fiorentino parlato divenne di gran moda nella letteratura italiana. Tuttavia, è altrettanto evidente che molti tratti linguistici fiorentini lanciati da Manzoni e dai manzoniani non sono stati poi conservati dalla lingua: come si dice spesso, il dizionario di Giorgini e Broglio (pubblicato dal 1870 al 1897) si intitolava Novo vocabolario, alla fiorentina, ma l’italiano del Novecento ha saldamente seguito il modello dittongato degli scrittori del Trecento e della tradizione, e ha continuato a scrivere novo, buono e così via. E nei Promessi sposi un filatore lombardo può dire “La c’è la Provvidenza!”, ma oggi al telegiornale non si dice “La c’è una novità!”
 
Come bilancio sul manzonismo, per un po’ di tempo è andata del resto di moda la tesi decisa di Carlo Dionisotti, che nella sua Geografia e storia della letteratura italiana (Torino, Einaudi, 1967) diceva seccamente che “non pare che la dottrina manzoniana (…) abbia avuto alcuna efficacia sullo sviluppo della cultura italiana” (p. 101). Su questa linea, grosso modo, si collocano interventi di diversi altri, che hanno negato l’influenza delle scelte linguistiche di Manzoni, e del fiorentino in generale, sull’italiano moderno: il consenso è che Manzoni abbia dato un forte contributo all’eliminazione degli arcaismi e dei tratti letterari dell'italiano, ma che la sua spinta all’imitazione del fiorentino sia stata riassorbita presto.
 
Nel 1986 però Arrigo Castellani ha pubblicato un Consuntivo della polemica Ascoli-Manzoni (ora nei Nuovi saggi di linguistica e filologia italiana e romanza (1976-2004), a cura di Valeria Della Valle, Giovanna Frosini, Paola Manni e Luca Serianni, Roma, Salerno Editrice, 2009, tomo 1, pp. 139-162). Castellani sostiene “che l’efficacia culturale della teoria manzoniana e l’influsso linguistico toscano sono stati di notevole rilevanza” (p. 162), e basa questa sua valutazione su alcuni casi in cui la lingua italiana ha compiuto tra Otto e Novecento un “progresso verso l’uso toscano” (p. 157). I casi discussi da Castellani sono tuttavia solo quattro, e, a parte l’ultimo, molto definiti e non suscettibili di ampliamento attraverso ulteriori ricerche:
 
  • la riduzione a -o dei dittonghi in -uo- dopo consonante palatale (giuoco che è diventato gioco, e via dicendo: p. 157)
  • la diffusione della costruzione impersonale di I persona plurale nei verbi (“noi si fa” al posto di “noi facciamo”: p. 158)
  • la sostituzione della desinenza in -a della prima persona dell’imperfetto indicativo con la desinenza in -o (per cui da “io mangiava” si passa a “io mangiavo”: p. 159)
  • la fraseologia, illustrati con esempi ripresi dalle parole fiato e mano (per la diffusione di modi di dire toscani come “riprender fiato”: pp. 159-160)
 
Quattro tratti non sono poi moltissimi, rispetto per esempio ai circa 60 che oggi definiscono l’italiano neostandard. E anche in seguito, non mi sembra che nessuno abbia allungato la lista. Supponiamo quindi che oggi qualcuno mi chieda: “ma, a partire dall’Ottocento, il fiorentino quanto ha influenzato la fonetica, la morfologia e la sintassi dell’italiano?” La mia risposta, anche tenendo conto delle argomentazioni di Castellani, direi che dovrebbe essere “piuttosto poco”. E nella revisione della voce di Wikipedia ho quindi preferito non conservare riferimenti a Manzoni, né alla moda fiorentineggiante da lui inagurata: argomenti che penso sia meglio trattare solo quando si scende più nel dettaglio.
 

mercoledì 9 gennaio 2013

Webcomics e tooltip

 
Scene from a multiverse... ma, ehi, c'è un tooltip anche qui!
Da molti anni, all’inizio di ogni giornata lavorativa mi guardo un po’ di fumetti in rete. Due di questi, aggiornati alle 9 ora italiana, sono due strisce classiche dei quotidiani americani: Doonesbury, di Garry Trudeau, e Dilbert, di Scott Adams. Il primo è praticamente un classico della letteratura, un Grande (e intelligente) Romanzo Americano che va avanti da quarant’anni. Il secondo… beh, diciamo che in passato mi sono ritrovato in situazioni che mi hanno fatto capire che, anche se a prima vista non sembra, è un fumetto realistico. E comunque, è molto divertente.
 
Un’aggiunta più recente, carina anche se inferiore ai primi due, è Pearls before swine, di Stephan Pastis. Dopodiché, il panorama delle strisce tradizionali si conclude. Nel tempo ne ho provate altre, ma con poco successo.
 
In compenso, però, leggo diversi altri fumetti che escono a scadenze meno serrate. In questo caso si tratta di veri e propri webcomics: fumetti pubblicati solo o principalmente sul web (il termine inglese richiede meno precisazioni rispetto ad alternative italiane in tutto o in parte, tipo “fumetti online” o “fumetti in rete”).
 
Quello che preferisco è, naturalmente, xkcd, di Randall Munroe. Intelligente e molto divertente allo stesso tempo (e poi, con diversi riferimenti alla linguistica, e perfino alla linguistica computazionale: che cosa si può volere di più?).
 
Un’alternativa a cadenza settimanale è Oglaf, di Trudy Cooper e Doug Bayne: praticamente, una serie di storie a sfondo sessuale in ambientazione fantasy, ma con un taglio surreale che spesso trovo molto divertente (a volte, ammetto, le battute mi rimangono incomprensibili).
 
Poi, Scenes from a multiverse, di Jonathan Rosenberg. Un po’ un gusto acquisito, ma devo dire che anche in questo caso il surrealismo funziona molto bene.
 
Infine, Tom the dancing bug, di Ruben Bolling, che spesso è un ottimo fumetto politico.
 
Una caratteristica che tutti questi fumetti (a parte l’ultimo) hanno in comune è l’uso del tooltip. In pratica, nell’elemento HTML che riporta l’immagine del fumetto l’attributo title viene riempito, anziché con un titolo vero e proprio, con un testo che ha a che fare con il fumetto stesso – di solito, una specie di battuta finale o punchline. Tipo così:
 
<img alt="Sick Day" src="http://imgs.xkcd.com/comics/sick_day.png" title="Wikipedia path: Virus -&gt; Immune system -&gt; Innate immune system -&gt; Parasites -&gt; List of parasites of humans -&gt; Naegleria fowleri -&gt; Primary amoebic meningoencephalitis -&gt; Deciding I DEFINITELY shouldn't connect an aquarium pump to my sinuses" />
 
Quando il lettore apre la pagina web può portare il puntatore del mouse sul fumetto e, con i browser attuali, questo fa comparire la scritta sotto forma di riquadro di testo, o tooltip (ne ho parlato a proposito dei “microgeneri” te-stuali alle pp. 64-65 del mio libro sull’Italiano del web).
 
I webcomics elencati qui sopra non sono gli unici a usare il tooltip: ho trovato per esempio una lista  che riporta 91 esempi. Non li ho letti tutti, ma, cosa interessante, la lista include anche alcuni prodotti che non sono propriamente fumetti, oppure che non usano l’attributo title ma qualche sistema vagamente paragonabile (per esempio, nascondendo testo nel nome del file che contiene l’immagine). Come accade spesso in questo genere di situazioni, il meccanismo di base può infatti essere reso più complicato con estrema facilità – e anche qui rimando al mio libro, pp. 78-80. Si leggono quindi commenti tipo “L's Empire has some where the alt text for multiple pages need to be read in order to get the joke”.
 
La mancanza di webcomics italiani paragonabili è un po’ triste. Anzi, aggiungo che è un po’ triste anche il fatto che, con tutta la creatività del fumetto italiano, finora non sia riuscito a trovare neanche un singolo esempio di webcomic italiano che sia entrato tra le mie letture regolari (anche se Makkox ci va vicino).
 
Sono, naturalmente, aperto a suggerimenti e consigli.
 

martedì 8 gennaio 2013

Wikipedia e le conoscenze etimologiche degli italiani

 
In un post pubblicato domenica sul proprio blog, Michele Cortelazzo fa notare le “fesserie etimologiche di Wikipedia (e non solo)”. Cioè, la frequenza con cui Wikipedia in lingua italiana presenta nelle proprie voci etimologie del tutto fantasiose e non scientifiche. Gli esempi presentati sono bar, brigante, assurdo, e, in un post precedente, pirottino; e nel mondo delle etimologie italiane Michele Cortelazzo non ha bisogno di presentazioni, visto che ha curato assieme a suo padre Manlio la seconda edizione dell’opera di riferimento in questo settore, cioè il DELI (Dizionario etimologico della lingua italiana), realizzato in prima edizione appunto da Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli.
 
Nulla da dire, naturalmente, neanche sugli errori. Come molti (me compreso) hanno fatto notare, la qualità dell’informazione linguistica all’interno di Wikipedia in lingua italiana sembra bassa, comparata per esempio a quella di Wikipedia in lingua inglese. Il bello è però che la qualità di Wikipedia dipende dalle comunità che le ruotano intorno: prima le persone che contribuiscono regolarmente alle voci, poi gli utenti di Internet e la società italiana nel suo complesso.
 
Sul primo livello, vale la pena di notare che le persone che contribuiscono alle voci sono poche, sia in termini assoluti sia in proporzione al numero di voci. Infatti, Wikipedia in lingua italiana si sta avvicinando alla soglia del milione di voci. Rispetto a Wikipedia in lingua inglese si tratta di quasi un quarto del totale, ma secondo le statistiche ufficiali le persone che contribuiscono alla versione italiana sono, in proporzione, molto meno numerose. Nel novembre 2012, per esempio, hanno fatto almeno 5 interventi per le pagine in lingua italiana 2776 persone, di cui solo 461 hanno fatto cento o più interventi (gli “utenti attivi”, quelli cioè che hanno fatto almeno un intervento sono stati 8.120 nei 30 giorni precedenti il 7 gennaio 2013). Per la lingua inglese la soglia dei 5 interventi è stata invece superata da 32.213 persone, e quella dei 100 da 3.137. Insomma, in proporzione al numero di voci la comunità che gestisce le voci in lingua italiana è decisamente sottodimensionata rispetto a quella che gestisce le voci in lingua inglese.
 
I numeri poi sono piuttosto bassi anche in assoluto. Gli utenti registrati sono sì più di ottocentomila, ma chiaramente questo numero copre moltissimi utenti che hanno fatto registrazioni multiple oppure che si sono limitati a registrarsi senza poi in pratica fare interventi. I “Wikipediani” per la versione in lingua italiana sono 46.876 (mentre per Wikipedia in lingua inglese si arriva quasi a ottocentomila): una comunità estesa, ma che coinvolge pur sempre meno di un italiano su mille, per una media di poco più di 20 voci a Wikpediano. A occhio, gli appassionati che in dieci anni hanno contribuito all’enciclopedia con qualche costanza sono probabilmente non più di diecimila (e, secondo me, anche di meno).
 
Quanti di questi sono in grado di distinguere tra etimologie sensate ed etimologie campate in aria? Diverse persone che hanno contribuito alle voci di linguistica mostrano ottime competenze; ma è ovvio che le loro voci sono sommerse da quelle degli altri. Tuttavia, ciò è quanto accade anche nel mondo della carta stampata, dove etimologie fantasiose sono sparate a ogni piè sospinto da giornalisti, autori di testi pubblicitari, eruditi locali e semplici appassionati. Ricordo ancora, per motivi personali, un giornalista-letterato di una certa notorietà che qualche anno fa spiegava ai suoi lettori che le “immagini” portano nel profondo, perché “immagine” viene dalla parola latina imago, quindi da imus + ago… Se la cosa è particolarmente visibile su Wikipedia, forse la spiegazione è data dal fatto che lì voci buone e voci meno buone coesistono, mentre gli addetti ai lavori di solito nemmeno vedono le improbabili opere a stampa realizzate da agriturismi, pro loco e via dicendo.
 
Questo è, infatti, a quel che mi sembra, il livello medio delle conoscenze degli italiani istruiti: l’idea vaga che le parole si “spieghino” sulla base di qualche remoto significato ricostruibile non sulla base di leggi fonetiche o di documenti d’epoca, ma con slanci d’immaginazione. Le persone che sentono il fascino dell’indagine etimologica sono moltissime, ma le persone che studiano scientificamente l’argomento sono pochissime – anche la maggioranza dei laureati in Lettere di ogni epoca, direi, non arriva a capire come funzionano le cose in questo settore.
 
Wikipedia quindi sembra uno specchio abbastanza fedele della situazione. Ciò che spiace, semmai, è che gli addetti ai lavori non siano in grado di fare massa critica per migliorare il livello e risolvere problemi come questo. Io eseguo interventi su Wikipedia da cinque anni e mezzo, e avrò fatto scrivere ai miei studenti qualcosa come mille voci originali. In tutto questo tempo non ho conosciuto altri professori o ricercatori universitari nel settore della Linguistica italiana che abbiano dichiarato di aver fatto anche solo un singolo intervento… e del resto, perché dovrebbero farlo? Il lavoro su Wikipedia è divulgativo, non scientifico. Non viene riconosciuto come “lavoro” universitario a nessun titolo. Non è retribuito. E, dettaglio non trascurabile, il rischio di immagine in un’attività svolta alla pari con i non addetti ai lavori è molto alto.
 
Io personalmente ritengo che invece una ragione ci sia: Wikipedia non è solo uno specchio della realtà, ma è anche uno strumento molto usato. Per questo motivo quest’anno ho deciso di dedicare una parte del mio tempo a migliorare, per quel che posso, alcune voci di particolare interesse.
 
Quanto è usato, lo strumento? Come dicevo, non ho ancora dati in proposito, ma la sensazione è che molto spesso Wikipedia sia, su argomenti linguistici, la fonte di informazione oggi più usata dagli italiani, per il semplice fatto di essere disponibile in rete. E lo stesso accade a strumenti simili. Per fare un esempio, Cortelazzo cita con preoccupazione, e a ragione, il fatto che alcune voci di Wikipedia rimandino come fonte per le etimologie al Vocabolario etimologico di Ottorino Pianigiani (1907), opera oggi scientificamente impresentabile. Eppure in Italia esistono ottimi dizionari etimologici moderni, e in particolare appunto il DELI.
 
Perché allora le persone che contribuiscono a Wikipedia citano l’improbabile testo di Ottorino Pianigiani? La spiegazione mi sembra molto semplice: perché è consultabile in rete in modo rapido e immediato. Il DELI invece è un testo relativamente costoso (€ 115 a catalogo: non molti per un’opera di questo valore scientifico, ma non pochi dal punto di vista dell’utente occasionale); spesso reperibile, d’accordo, in biblioteca… ma gli italiani hanno poca familiarità con le biblioteche, e a loro volta le biblioteche a volte non sono poi così facili da raggiungere o da usare. Né arrivano a raggiungere lo stesso pubblico.
 
Aneddoto: a me qualche mese fa è stato chiesto da una docente d’italiano di Giacarta se esistesse un buon dizionario etimologico italiano in rete. “Ma all’Istituto italiano di cultura non c’è il DELI?”, ho chiesto in risposta io. Certo che c’è, è stata la risposta, ma è probabilmente l’unica copia in tutta l’Indonesia, e perfino se si sta di casa a Giacarta attraversare la città è un’impresa che richiede ore e ore per via delle dimensioni e del traffico, eccetera eccetera.
 
Di conseguenza, in mancanza di dati esatti sull’uso, sospetto che oggi il Vocabolario di Pianigiani sia molto più usato e consultato del DELI (la home page del sito si vanta di aver fornito, nel 2006, dieci milioni di pagine). E lo sarà, continuando a diffondere etimologie insostenibili, direttamente o attraverso Wikipedia, finché il DELI non sarà disponibile a sua volta in rete.
 
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