venerdì 30 novembre 2012

Sport autunnali


Foto di Michal Švarný
Anche a Hong Kong è arrivato il freddo; in senso relativo, naturalmente… e, visto che domani partirò per Pechino (massima prevista: quattro gradi sopra lo zero; minima prevista: quattro gradi sotto lo zero), sono acutamente consapevole di quanto sia mite la stagione, qui al sud.
 
Comunque, finito il tempo delle nuotate domenicali, per fortuna è iniziato quello delle escursioni e delle camminate. Il 17 di novembre sono andato con un gruppo di colleghi (MULTI e non MULTI) a fare un po’ di kayak a nei Nuovi Territori. Ci vuole un’ora di metropolitana e un doppio tragitto in autobus, ma ne vale la pena, perché si arriva in una baia quasi completamente vuota. I cellulari non prendono più neanche il segnale di Hong Kong, ma solo quello cinese… Noi comunque ci siamo divertiti a saltellare per qualche ora di spiaggia in spiaggia, su un mare mosso quel tanto che bastava a richiedere un po’ di impegno. Nel complesso, una discreta soddisfazione!
 
Foto di Michal Švarný

La settimana dopo, con un altro gruppo, sono invece andato a fare una camminata nel sentiero “Dragon Back” sopra la spiaggia di Shek O, sull’isola di Hong Kong – ma dal lato opposto, rispetto ai grattacieli di Central. Niente male, anche se in mezzo a vento, nuvole e pioggia:
 

E poi… E poi ormai sono agli sgoccioli, con la mia permanenza! Al rientro dalla Cina, sarà già ora di preparare i bagagli e di margine per escursioni ne rimarrà, temo, ben poco. Nel frattempo, comunque, meglio non accennare alle mie brevi esperienze al chiuso, con lo squash…
 

mercoledì 28 novembre 2012

La lettura e gli schermi ad alta densità


Droid HTC: foto di Alex Washburn da Wired, licenza CC
Per decenni si è parlato della dimensione dei pixel come di uno dei fattori che rendono la lettura su schermo più lenta rispetto alla lettura su carta. È davvero così? E questo continua a essere un problema?
 
Alla prima domanda la risposta è ufficiale: sì, è davvero così. Tutti citano il dato dichiarato da Jakob Nielsen nel 2000 nel suo famoso libro Web usability: la lettura su schermo è più lenta del 25 % rispetto a quella su carta (p. 101 della traduzione italiana pubblicata da Apogeo). In realtà, le conclusioni delle ricerche sono decisamente più sfumate, come ha mostrato pochi anni dopo Andrew Dillon nel secondo capitolo del suo Designing usable electronic texts (che mi sembra ancora la migliore sintesi in materia). In ogni caso, l’anno scorso ho provato a fare diverse misure di velocità di lettura con gli studenti del corso di Linguistica italiana II a Pisa, e i risultati venuti fuori sono stati molto difficili da interpretare.
 
Di sicuro, le ricerche fatte finora sembrano confermare due punti: 
  1. forse la lettura su schermo non è più lenta… però di sicuro non è più veloce. 
  2. non sembra sia una questione di abitudine, ma una questione di meccanismi fisici e mentali profondi 
Comunque, per la presentazione che ho fatto la settimana scorsa, ho fatto anche una rassegna del panorama tecnologico. Che, proprio negli ultimi due anni, ha visto una piccola rivoluzione: per la prima volta alcuni schermi offrono immagini di una densità paragonabile a quella della stampa su carta. Le unità di misura sono diverse, ma diciamo, per semplicità, che da decenni le stampanti individuali possono stampare con una densità di 300 punti per pollice. Fino a tempi recenti, la densità di riferimento degli schermi di computer era invece di soli 72 pixel per pollice, o PPI. Il mercato degli smartphone è stato però il punto di partenza per un drastico cambiamento: nel 2010 Apple ha introdotto sull’iPhone 4 (e sulla corrispondente generazione di iPod Touch) uno schermo con densità di 326 PPI. Con una buona mossa pubblicitaria, ha inoltre chiamato questo genere di schermi “Retina display”, dichiarando che su di essi l’utente normale, a normale distanza dagli occhi, non riesce a vedere i singoli pixel. Il discorso non è del tutto vero, ma il punto chiave è che nella percezione della qualità da parte dei lettori, come si sa da decenni, i 300 PPI sono una soglia importante.
 
Col tempo, Apple ha comunque introdotto i “Retina display” su vari altri tipi di dispositivo – spesso usando densità inferiori ai 300 PPI, per gli schermi destinati a essere tenuti più lontani dagli occhi, come quelli dei personal computer. La rincorsa non si è fatta attendere. Diversi prodotti dei concorrenti hanno raggiunto rapidamente densità simili o superiori, e lo smartphone Droid DNA della HTC (che non ho ancora visto), presentato sul mercato americano da pochi giorni, offre uno schermo con 440 PPI. Recensendo con scarso entusiasmo questo prodotto su Wired due giorni fa, Nathan Olivarez-Giles ha riassunto in questo modo la situazione:
 
The DNA’s display is gorgeous, and arguably the best-looking smartphone display out there. But to the naked eye, and over a couple of weeks of daily use, it doesn’t look significantly better than the phones mentioned above, and that’s a good thing. The fact is, they all look great. On any one of them, pixels are indiscernible and text looks crisp and clean, rivaling a printed page. Colors are vivid and bright. Photos, video, apps, websites, magazines, every single thing displayed on screen is rendered beautifully.
 
The bottom line is that while a 1080p screen is mighty pretty, it’s not a killer feature on a smartphone, and it does not make the device significantly better than the current crop of 720p-capable phones. And this is a wonderful thing for consumers. Smartphone displays are better than they have ever been. Today, we expect top-tier phones to come with Retina-quality screens, and anything less is deemed unacceptable.
 
Insomma, dal punto di vista dell’utente, la densità di pixel avrebbe superato una soglia fisiologica importante, e aggiungerne altri non può migliorare gran che la situazione. Così come, aggiungo io, aumentare la risoluzione di stampa nelle normali stampanti da ufficio non è stata una necessità molto sentita negli ultimi venticinque anni.
 
Sì, ma la velocità di lettura? Nessuno, mi sembra, ha fatto ancora confronti dettagliati. Eppure, telefoni a parte, schermi di questo genere cominciano a essere diffusi anche su schermi di discrete dimensioni. Nielsen ha fatto nel 2010 un confronto (che io ho riprodotto l’anno scorso assieme ai miei studenti) tra lo schermo dell’iPad di prima generazione, un Kindle di seconda generazione e la carta, giungendo alla conclusione che la lettura su iPad è solo del 6,2% più lenta di quella su carta. Però l’iPad esaminato aveva ancora uno schermo relativamente tradizionale, a 132 PPI. Studi sugli schermi più recenti, mi sembra, non se ne sono ancora visti, nonostante non siano troppo difficili da realizzare.
 
In compenso, il solito Nielsen quest’anno ha finalmente cambiato una delle sue linee guida per l’usabilità dei siti web: grazie alla maggiore qualità degli schermi di computer, preferire i caratteri senza grazie a quelli con grazie, per i testi destinati a essere letti su schermo, non è più necessario. Già da qualche anno, nei miei corsi avevo presentato questo cambiamento come “imminente”… e adesso, finalmente, ci siamo!
 
Poi, naturalmente, la velocità di lettura è solo una (piccola) componente dei problemi di usabilità che le interfacce informatiche mostrano ancora oggi, rispetto alla carta. Per lo studio e molti tipi di lavoro da ufficio, per esempio, la manipolabilità sembra un problema assai più rilevante – e su cui, per il momento, non sono in vista sviluppi di nessun genere. Ma insomma, un passo alla volta, almeno una fase del percorso sembra quasi terminata.
 

martedì 27 novembre 2012

Hanging out, messing around, and geeking out

 
Hanging out, messing around, and geeking out
Mi lamento spesso del fatto che del modo in cui vengono usati i nuovi mezzi di comunicazione si parla molto, ma si sa poco. Hanging out, messing around and geeking out è un grande passo avanti in direzione della conoscenza. Sottotitolato Kids living and learning with new media, il libro (MIT Press, Cambridge, Massachusetts e Londra, 2010, pp. xix + 419, ISBN 978-0-262-01336-9; io l’ho preso in prestito su carta alla Pao Yue-Kong Library qui alla PolyU) presenta i risultati di un articolato progetto di ricerca americano in questo settore. Tanto articolato che, anche se i “principal investigators” del progetto sono stati quattro (Peter Lyman, scomparso prima della pubblicazione, Mizuko Ito, Michael Carter e Barrie Thorne: p. 355) in copertina sono riportati i nomi di 15 autori, mentre altri 7 vengono ricordati per i loro contributi.
 
Questa schiera di collaboratori, a quel che si vede, non è un accidente: è una necessità dovuta al fatto che il lavoro dietro al libro si è basato su 27 diversi progetti etnografici di ricerca, condotti tra il 2005 e il 2008, che hanno coinvolto centinaia di soggetti (non tutte le ricerche sono poi confluite nel prodotto finito, ma la lista completa viene riportata alle pp. 371-372). I diversi progetti hanno coperto comunità sia online (tipo: “Transantional anime fandoms and amateur cultural production”) sia offline (tipo: “Bedroom culture and the studio apartment: media, parents and children in urban Los Angeles”). Per fortuna, però, i prodotti del lavoro non sono presentati come la classica raccolta di contributi indipendenti. Sono stati invece rielaborati in una trattazione comune che, a parte il primo capitolo, “Media ecologies”, segue una suddivisione per contesti, e cioè:
 
2. Friendship
3. Intimacy
4. Families
5. Gaming
6. Creative production
7. Work
 
Lo studio prende in esame i “giovani”, definiti in modo un po’ esteso come tutte le persone che hanno meno di 25 anni, ma il centro dell’analisi è costituito dalla fascia di età tra i 12 e i 19 anni (p. 357).
 
Il libro fa ricorso ad alcuni concetti importanti e già diffusi (a cominciare da quello di “ecologia dei media”) ma ne introduce anche altri nuovi. Uno interessante è quello di “networked publics”, cioè a situazione che si crea con la “active participation of a distributed social network in the production and circulation of culture and knowledge” (p. 19), al posto della massa di consumatori che forma l’“audience” di tipo televisivo.
 
Un altro concetto interessante è poi quello che fornisce il titolo al libro: i “genres of participation” nell’uso dei mezzi digitali di comunicazione. I tre generi di riferimento discussi sono appunto:
 
  • “hanging out”, che in italiano si potrebbe rendere con il “perder tempo” (e, forse più correttamente, con il “cazzeggio”) adolescenziale e postadolescenziale in compagnia degli amici, spesso contro la volontà dei genitori – e spesso, oggi, attraverso la mediazione degli strumenti elettronici, che permettono di mantenere un contatto ininterrotto (pp. 37-53)
  • “messing around”, che “represents the beginning of a more intense engagement with new media” (p. 54), magari perché si vuole cercare un modo migliore di condividere le proprie foto, e così via
  • “geeking out”, cioè il raggiungere “an intense commitment or engagement with media or technology, often one particular media property, genre, or a type of technology” (p. 65), fino all’acquisizione di conoscenze specialistiche
 
Gli autori parlano a questo proposito di “genres of participation” perché ritengono, giustamente, che sia difficile classificare le singole persone nelle tre modalità: a seconda delle situazioni, le attività di uno stesso individuo possono benissimo rientrare in tutti e tre i generi anche all’interno di una stessa giornata.
 
Questa capacità di osservazione, piuttosto sofisticata, è senz’altro uno dei punti di forza del libro, che, invece di dichiarazioni semplificate e sensazionalistiche, fornisce analisi estese e accurate. Il risultato è che le situazioni descritte risuonano perfettamente con la mia esperienza: invece delle solite tirate sui bambini di due anni che imparano a usare il telefono dei genitori, qui si ritrovano le storie di ragazzi che spendono le giornate in un MMORPG e di altri che, per ragioni economiche, non hanno un accesso regolare ai computer; oppure di ragazze che devono litigare con i genitori per mettere foto su Facebook e di altre che scrivono fan fiction su Harry Potter…
 
Ci sarebbero infinite cose da dire su questo libro (e spero di poterne dire effettivamente qualcuna più avanti). Per il momento, mi limito a un’ultima nota: il libro fa giustizia di tutte le speculazioni sulle novità nei rapporti sociali tra giovani. Il quadro rilevato dai ricercatori è di sostanziale continuità con la situazione pre-digitale, e presenta novità importanti ma che non modificano la struttura dei rapporti e la cultura adolescenziale che in America hanno preso forma negli anni Cinquanta (e… non per fare il vecchio marxista, ma… sarebbe sorprendente se lo facessero, in mancanza di alterazioni nei rapporti economici, o anche solo in quelli di potere!). Le osservazioni linguistiche sono pochissime, ma vanno anch’esse in questa direzione – dando come implicita, direi, la continuità tra i gerghi giovanili online e quelli usati in passato in altre situazioni.
 
In generale, quindi, la lettura di questo libro è fortemente raccomandata a chiunque sia interessato allo stato della comunicazione elettronica oggi. E la casa editrice ha perfino messo in linea gratuitamente il testo in formato PDF!

lunedì 26 novembre 2012

Strumenti per individuare i testi copiati


Oggi pomeriggio (pomeriggio di Hong Kong, naturalmente) sono andato a sentirmi un’interessante dimostrazione qui alla PolyU. La dimostrazione era dedicata a “Preventing student plagiarism: using electronic tools and beyond”, cioè agli strumenti per individuare gli studenti che presentano elaborati in cui è presente testo indebitamente copiato.
 
La cosa mi riguarda molto da vicino, perché per i miei laboratori di scrittura impiego molto tempo nel controllo dei testi prodotti dagli studenti (e in alcuni casi rimango con il sospetto, ma non riesco a dimostrare che ci sia o non ci sia stata una copia). Automatizzare i controlli potrebbe quindi essere utile… anche se in Italia la sensibilità al problema mi sembra minore che all’estero. La PolyU, per esempio, si è dotata di dettagliate linee guida per la lotta al plagio, mentre l’Università di Pisa, nel suo recentissimo codice etico, si limita a ribadire (articolo 11) che il plagio non va bene, senza fornire indicazioni specifiche e senza neanche nominare il fatto che il problema può riguardare i testi prodotti dagli studenti.
 
Comunque, oggi ho imparato che nell’individuazione automatica delle copiature indebite lo standard attuale consiste nell’avere un sistema che, una volta caricato un elaborato, esegue una serie di controlli automatici per verificare se il testo è stato ripreso in tutto o in parte da fonti già esistenti. Il confronto di solito si fa con i testi disponibili sul web, con database di testi “accademici” e con i testi che, all’interno di un’istituzione, vengono di volta in volta caricati dagli studenti (il che permette di identificare il plagio interno).
 
La dimostrazione di oggi si è svolta in buona parte su Turnitin, che al momento sembra il prodotto migliore sul mercato. Ahimè, Turnitin, come del resto i principali concorrenti, non ha ancora il supporto per l’italiano (anche se sul suo sito web lo promette come imminente). In compenso si integra con le principali piattaforme didattiche, o LMS. Qui alla PolyU usano Blackboard, e le dimostrazioni si sono svolte in quell’ambiente; nella ex Facoltà di Lettere e Filosofia a Pisa si usa invece, anche se in situazione precaria, Moodle, ma Turnitin ha un plugin anche per questa piattaforma.
 
Decisamente da scartare sembra invece il più diretto concorrente di Turnitin, SafeAssign. Non solo si fonda su database a copertura minore, ma, prodotto da Blackboard, è disponibile solo per quella piattaforma.
 
Un plugin open source per Moodle è invece Crot; che però, a quel che ho capito, da qualche mese non ha più accesso alla ricerca sul web, ma solo alla ricerca tra i documenti caricati sul sistema. Il che limita drasticamente le sue funzionalità! Per i testi che faccio scrivere io, il controllo sul web è in pratica essenziale.
 
Quindi, in sostanza: per il momento direi che per me è ancora impossibile fare a meno dei controlli artigianali. Quando arriveranno in Italia sistemi più sofisticati come Turnitin, sarà invece una buona idea prenderli in considerazione (ammesso che io abbia a disposizione una piattaforma su cui farli installare!). A quel punto, immagino poi che le variabili fondamentali saranno le solite due: funzionalità effettiva e costo.
 

giovedì 22 novembre 2012

Usare la scrittura nei nuovi mezzi di comunicazione


Il manifesto della (doppia) presentazione di domani
Domani pomeriggio (ora locale) farò una presentazione qui all’Università Politecnica di Hong Kong . Tema: “Understanding and using written texts from the new media” (stanza M1603, Lin Ka Shing Tower, al centro del campus, con partenza alle 15.30 e una precedente presentazione di Philippe Blache). Oggi sto rifinendo le diapositive e mettendo a fuoco il lavoro, che è un po’ una sintesi delle mie riflessioni recenti – e del corso che ho fatto l’anno scorso per Linguistica italiana II a Informatica umanistica.
 
In buona parte del discorso, direi, esprimerò la mia frustrazione per lo stato corrente delle conoscenze: le indicazioni pratiche per la scrittura e per la progettazione di interfacce sono tutto sommato poche. E perfino quel poco che si sa è ben lontano dal diventare patrimonio comune: ci si trova a combattere le stesse battaglie all’infinito, e le idee corrette non si diffondono mai.
 
Comunque, tanto per dare un’idea della varietà degli strumenti e dei compiti con cui si ha regolarmente a che fare anche nel mondo dello studio, tra le altre cose proietterò una serie di foto che ho scattato oggi tra i tavolini all’aperto della PolyU. In pratica, sono andato a chiedere agli studenti il permesso di fotografare gli “attrezzi di studio” che avevano in quel momento sul tavolo: dai manuali ai dizionari, dalle stampate di diapositive ai tablet…
 
Per molti lavori, non c'è tablet che regga il confronto con una bella cartina...
 
Insomma, è un mondo complesso, e noi spesso cerchiamo di affrontarlo con strumenti troppo semplici. Soprattutto quando si pretende poi che una soluzione diventi, obbligatoriamente, l’unica, senza aver riflettuto bene sulle conseguenze (come penso stia succedendo oggi in Italia con le leggi sui libri di testo elettronici).
 
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