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mercoledì 9 novembre 2016

L’intervista in Kenya

  
 

Logo KBC
Come ho raccontato a suo tempo, durante il mio viaggio in Kenya, a settembre, mi è stata fatta un’intervista. Non una cosa breve: una registrazione di un’ora per il servizio in inglese della radio pubblica, la Kenya Broadcasting Corporation. L’intervistatore era Khainga O’Okwemba, presidente della sezione locale del PEN Club, poeta e critico letterario, per il suo programma “Books Café”.
 
L’intervista è andata in onda qualche giorno fa. Da poco mi è arrivato anche il file (MP3) con la registrazione. Quindi, nel caso che qualche lettore italiano sia interessato a sentirmi ragionare per un’ora, in un inglese un po’ faticoso (ma spero migliore di quello di molti politici), su temi che vanno dalla lingua di Machiavelli alla politica universitaria italiana, eccolo qua, condiviso tramite Google Drive!
 
L’intervista è stata fatta praticamente a sorpresa, e mi ha fatto un po’ sudare. Tuttavia, è raro che si abbia occasione di parlare di questioni del genere con un interlocutore competente come Khainga O’Okwemba. Di questo ringrazio lui e Francesca Chiesa, addetta responsabile dell’Istituto Italiano di Cultura di Nairobi, che mi ha dato la possibilità di partecipare anche a questa interessante iniziativa.
 

venerdì 23 settembre 2016

Nairobi dal finestrino



 
Treno pendolari a Nairobi
Partendo per Nairobi avevo messo in programma di fare qualche giro per la città. Non è andata così, ma per ottime ragioni: tutto il tempo disponibile è andato in lavori e incontri produttivi.
 
D’altra parte, il tempo disponibile si è rivelato davvero ridotto. Causa primaria, il traffico di Nairobi. Non è caotico come in India, ma è intenso, tra macchine, autobus e matatu, e a certe ore si blocca. La notte scorre meglio, ma in compenso il viaggiatore è abbagliato da lampi costanti: sono le videocamere dell’onnipresente servizio di sicurezza, che fotografano tutte le macchine in transito, sparando flash ad alta intensità direttamente negli occhi. Non è un ambiente facile.
 
Per fortuna a gestire il tutto c’era Esther, l’autista inviata dall’Istituto Italiano di Cultura. Che, come mi raccontava, dopo aver studiato grafica ha iniziato a fare l’autista per Uber; poi è passata a organizzare gruppi di autisti, sempre per Uber; e adesso lavora spesso per l’Istituto. Efficientissima, non solo è riuscita a portarmi sempre a destinazione in tempo ma ha permesso lunghe chiacchierate in inglese. A lei vanno tutti i miei ringraziamenti!
 
Arrivati a destinazione

Il lungo tempo trascorso in macchina avrebbe potuto permettere di fare tante foto dal sedile. Tuttavia, la raccomandazione era: tenere chiuso il finestrino… e mettere fuori la macchina fotografica era fuori discussione. I furti dal finestrino sono, a quel che mi è stato detto, comunissimi e pericolosi. Strano a credere, visto che la città sembra molto tranquilla e in alcuni punti quasi idilliaca – nonostante il traffico. Ma anche le escursioni a piedi sono sconsigliate, perfino nelle zone più centrali.

Dalla mia prospettiva, comunque, si vedeva una città dall’aspetto molto occidentalizzato, con segni di benessere diffuso. Le baraccopoli che circondano il centro erano invece invisibili. Farsi un’opinione al volo su un paese straniero è sempre difficile e presuntuoso, e lo è ancora di più da una prospettiva ristretta come la mia. Però mi ha colpito l’evidente energia dell'ambiente, la sensazione di incontrare gente che spesso sta cominciando a vivere meglio dei genitori, e apprezza la novità. 
 
Il combinato disposto di tempo e sicurezza ha comunque fatto sì che l’unica attrazione turistica che sono riuscito a vedere fosse quella in cui ero alloggiato: il Sarova Stanley Hotel (a proposito, bisognerebbe tradurre in italiano la pagina di Wikipedia in lingua inglese). L’ottima organizzazione dell’Istituto mi ha infatti sistemato in questo storico albergo, che oggi è diretto da un italiano, Paolo Marro, che ho incontrato in un paio di occasioni.
 
Il servizio è stato fantastico, e mi ha permesso di lavorare e riposare al meglio. Però ho approfittato appunto anche del cosiddetto “Heritage tour” gratuito, di cui il direttore va giustamente orgoglioso. Una guida gentilissima e molto competente, Linda, mi ha portato in giro per sale, saloni e suite di lusso.

Sarova Stanley, il vecchio bar della Borsa

 Il Sarova Stanley, che ha preso la sua forma attuale negli anni Cinquanta, era a suo tempo il punto di partenza tradizionale dei safari e mantiene un aspetto coloniale: soffitti bassi, mogano ovunque, grammofoni e ventagli… Mancano solo i trofei di caccia alle pareti! Non è difficile rendersi conto di quanto gli antichi colonizzatori potessero sentirsi diversi, in un posto come questo: una sensazione che mi è capitato di provare, per esempio, anche al Cafe Batavia di Giacarta.
 
All’interno dell’albergo, nella terrazza aperta sulla strada (e sugli scarichi del traffico) c’è infine un’istituzione: il thorn tree, l’acacia su cui agli inizi del Novecento i viaggiatori europei attaccavano biglietti e avvisi. Oggi ospita solo foglietti di ringraziamento, scritti rigorosamente in stampatello minuscolo, su ordinati pannelli che circondano la terza reincarnazione dell’albero originale. Però un po’ di nostalgia viene lo stesso.
 

mercoledì 21 settembre 2016

L'italiano a Nairobi


 
L'incontro all'Istituto Italiano di Cultura di Nairobi
In questi giorni sono stato a Nairobi per una serie di interventi e discussioni sull’italiano e sulla diversità linguistica. Tutti gli eventi sono stati organizzati dall’Istituto Italiano di Cultura di Nairobi, e in particolare dell’addetta culturale Francesca Chiesa, da poco più di un anno direttrice dell’Istituto.
 
La serie di impegni è stata così fitta che non sono riuscito a raccontare le cose in tempo reale, e devo rimediare adesso. Per cominciare, il pomeriggio del 15 nella sede dell’Istituto c’è stato un incontro con docenti e studenti (italiani e kenyoti) interessati alla lingua e alla cultura italiana, e a tematiche linguistiche più in generale. L’incontro è stato molto cordiale e pieno di domande interessanti e competenti… a cui ho cercato di rispondere al meglio. La sede dell’Istituto si è anche rivelata un posto molto adatto per questo genere di discussioni.
 
Tutta la mattina del 16, invece, è stata dedicata a una “public lecture” rivolta principalmente agli studenti dell’Università Jomo Kenyatta di Nairobi. Tema: Italian Language and ICT. Uno dei miei argomenti preferiti, insomma. Io ho cercato di combinare la presentazione dei dati di fatto e degli sviluppi futuri con uno sguardo più a largo raggio sul futuro della lingua e degli strumenti di comunicazione.
 
E in parallelo, naturalmente, ho cercato di interessare gli studenti allo studio dell’italiano. Ma su questo ho dovuto fare ben poca fatica, perché l’interesse era alto già in partenza. L’università Kenyatta, infatti, al momento non ha un insegnamento regolare di italiano, e questo viene sentito come un limite profondo. In Kenya, come è stato detto più volte in questi giorni, il turismo italiano è infatti terzo per importanza, dopo quello proveniente dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, ed è frustrante la scarsità di supporto per chi voglia imparare la lingua per lavorare nel settore. Adesso, però, grazie al lavoro dell’Istituto Italiano di Cultura, mi sembra che la speranza di un miglioramento sia ben fondata.
 
Mattina all'Università Kenyatta: parla il dottor Peter Kibutu

Come introduzione alla “public lecture” hanno quindi parlato delle prospettive pratiche dell’italiano sia l’efficientissimo professor Vincent Were, Direttore del dipartimento di Lingue straniere, sia la professoressa Alice N. Ondigi, presidentessa del corso di laurea in “Hospitality and Tourism Management”. Studenti e docenti presenti hanno fatto un gran numero di domande.
 
Lo scambio di idee e progetti è d’altra parte andato avanti anche in serata, grazie a un’iniziativa dell’ambasciatore italiano a Nairobi, Mauro Massoni; aggiungo che a tutti gli incontri del giorno ha partecipato anche l’ambasciatore svizzero, Ralf Heckner, molto gentile nel suo sostegno alla lingua e alla cultura italiana.
 
Con Khainga O’Okwemba nella sede della KBC
Per chiudere il programma, infine, il pomeriggio del 17 ho fatto una lunga (un’ora!) intervista per il servizio in inglese della radio pubblica, la Kenya Broadcasting Corporation. A intervistarmi, per il suo programma “Books Café”, è stato Khainga O’Okwemba, presidente della sezione locale del PEN Club, poeta e critico, noto anche per la sua rubrica regolare sulle pagine dello “Star” di Nairobi. A sorprendermi non è stata solo la lunghezza dell’intervista, ma anche il fatto che abbia spaziato su una gran varietà di argomenti: d’accordo l’importanza e l’utilità dello studio dell’italiano, o le grandi linee della storia linguistica italiana, ma qui siamo andati a trattare perfino delle mie esperienze a scuola…
 
Sono stati, insomma, tre giorni intensi e affascinanti. Sulla mia permanenza qui spero di raccontare altro tra poco, ma non posso fare a meno di ringraziare profusamente Francesca Chiesa, che avevo già conosciuto in Libia nel 2013, anche per le sue numerosissime iniziative e le lunghe conversazioni. La signora Vincenza Pedrini ha dato invece un importante supporto pratico... mentre degli spostamenti in auto dirò qualcosa in più, credo, nel prossimo post.
 
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