giovedì 8 settembre 2016

Wu Ming, L’armata dei sonnambuli


 
Wu Ming, L'armata dei sonnambuli
Dicevo qualche settimana fa delle mie letture estive e dell’espressività di Alan D. Altieri. In passato però ho parlato da questo punto di vista anche dei Wu Ming, e durante le vacanze ho recuperato con soddisfazione il loro penultimo romanzo collettivo, L’armata dei sonnambuli (secondo elemento, dopo Manituana del 2007, di un progettato “trittico atlantico”).
 
Ambientato nella rivoluzione francese tra il 21 gennaio del 1793 e il 21 gennaio del 1795, cioè nel periodo che include il Terrore e il Termidoro, dal punto di vista narrativo L’armata dei sonnambuli mi è sembrato la prova più riuscita dei Wu Ming dopo Q. La storia, in alcuni punti, mi ha ricordato anche temi e movimenti di Valerio Evangelisti! Il mio interesse è andato però soprattutto alla questione linguistica, e al problema di rappresentare in modo soddisfacente per il lettore la lingua parlata di un passato ormai piuttosto remoto.
 
Di questo aspetto mi sono già occupato in un mio contributo, La lingua moderna dei romanzi storici, in cui il grosso dello spazio era dedicato proprio ai Wu Ming. Rispetto a quanto visto in passato, qui però si fa uno scatto. Nel romanzo sono infatti presenti diversi punti in cui si abbandona l’italiano standard per presentare in altro modo la lingua del passato.
 
All’interno, grazie all’origine padana di uno dei protagonisti, compaiono innanzitutto parole e frasi prese da dialetti italiani, e in particolare in veneziano e in bolognese (“Ciapla te, coi pògn, la zoca d’un mudnais”, p. 542). Compaiono però anche costruzioni dialettali inventate, per presentare in italiano il dialetto alverniate francese che compare (in due diverse versioni) nella sezione centrale del romanzo. Qui a volte i componenti si mescolano in modo creativo. Per esempio in questa battuta:
 
No pardre ten con Pascal, cittadino. L’è ’n po’, cuma se dis?, tardo (p. 297)
 
Il “pardre ten” (‘perdere tempo’) è effettivamente alverniate, ma poi il resto prosegue alternando italiano e una serie di forme provenienti dall’italiano e da dialetti settentrionali, come il “cuma se dis” (‘come si dice?’) usato in Lombardia e in un’ampia zona del Nordovest italiano.
 
Soprattutto, compaiono diverse pagine in un italiano “popolare”, inventato, che presenta costruzioni regionali di vario genere, deformazioni e malapropismi e viene usato per rappresentare la parlata del popolo di Parigi:
 
Vardamolà, il popolo di Francia. Che lo volevano sbriciolare come un filone di pane secco, e ci si sono spaccati i denti dal gran ch’era tinco. Che speravano di farlo a pezzetti per poi abbuffarselo ben bene e gli è andato di traverso tutto quanto intero. Che cercavano di mettere una provincia contro l’altra per fottere la rivoluzione e son stati fottuti loro, negoddio! (p. 354)
 
Particolarmente riusciti da questo punto di vista mi sembrano gli adattamenti di parole francesi: “rivagoscia” e “foborgo” funzionano, per quel che mi riguarda, benissimo. In generale, comunque, ho apprezzato le soluzioni… anche se sospetto che il pubblico italiano sia rimasto un po’ diffidente.
 
Ammetto poi che la battuta che mi è piaciuta di più è nel risvolto di copertina. In questa sezione di paratesto c’è scritto che cosa si troverà nel romanzo, e all’interno della lista compare anche questo elemento:
 
La Festa dell’Unità. Si chiama proprio così, ma non è la stessa.
 
In effetti. Il lettore curioso la troverà alle pagine 354-366.
 
Wu Ming, L’armata dei sonnambuli, Torino, Einaudi, 2014, pp. 796, ISBN 978-88-06-21413-5, € 21. Letto grazie a un gentile prestito. Dichiaro anche un conflitto d’interessi: nel 2009 sono stato “inserito” come personaggio nel romanzo Altai dei Wu Ming .
 

venerdì 2 settembre 2016

Carrada e Trequadrini, Studio, dunque scrivo

  
 
Carrada e Trequadrini, Studio, dunque scrivo
Ammiro molto i libri di Luisa Carrada e mi sono letto con molto interesse anche il manuale Studio, dunque scrivo. A differenza dei libri precedenti della stessa autrice, questo è scritto in collaborazione (con Luisa Trequadrini) ed è pensato per un uso scolastico: per la precisione, per l’ultimo anno di scuola superiore, in vista delle prove dell’esame di Stato. Il pubblico di riferimento quindi non è molto diverso da quello dei miei corsi di scrittura, rivolti a studenti iscritti al primo anno di università. E in effetti, alcune parti del manuale sono molto utili in questa prospettiva.
 
Il libro però ha una natura composita. È diviso in sette “Unità”, e tra queste ce ne sono diverse di alto livello. Alcune però sono più discutibili nell’impostazione o nella realizzazione.
 
Partiamo dagli aspetti positivi.
 
La cassetta degli attrezzi
 
L’unità 2 (pp. 33-122), è per me di gran lunga la più utile. Intitolata La cassetta degli attrezzi, è dedicata alla trattazione di questioni “grammaticali” e la scelta degli argomenti sembra fondata su una lunga e solida esperienza diretta. Di sicuro, corrisponde ai dubbi e agli errori reali che incontro anch’io nella pratica dei corsi!
 
Le indicazioni fornite qui mi sono sembrate talmente utili (soprattutto nella prima parte) per il mio corso che mi sono fatto una scaletta dettagliata. Conto quindi di poter dire ai miei studenti, in caso di problemi, di studiarsi le pagine indicate di questo libro, a seconda degli argomenti:
 
soggetti: necessità dell’accordo perfetto (pp. 35-36), casi in cui è accettabile l’accordo a senso (pp. 36-37), situazioni in cui occorre esplicitare o sottintendere il soggetto (pp. 37-39).
 
pronomi: impieghi corretti ed errori nella referenza (pp. 39-41), uso eventuale delle forme soggetto tradizionali (pp. 41-434), sostituzioni e riformulazioni in alternativa ai pronomi (pp. 43-44), dubbi sul pronome relativo (pp. 45-46); a seguire, una scheda sulla scelta tra suo e proprio (pp. 47-48)
 
verbi: uso corretto del tempo (pp. 48-50), impiego del congiuntivo (pp. 51-55), errori nella referenza del gerundio (pp. 56-57), regole per le situazioni in cui uno stesso verbo regge più subordinate (pp. 58-59)
 
coerenza testuale: impiego semanticamente corretto delle congiunzioni (pp. 60-62), razionalizzazione degli accostamenti sintattici (pp. 63-64)
 
apostrofi, accenti e ortografia (pp. 64-66)
 
scelte lessicali: antilingua (pp. 67-68), frasi fatte (pp. 69-70), parole superflue (p. 7), scelta della parola più adatta (pp. 72-73), rivalutazione dei verbi all’infinito (pp. 73-74), attenzione alla ricchezza lessicale (pp. 74-76)
 
registri linguistici (pp. 76-80)
 
lingue speciali (pp. 81-84)
 
punteggiatura: punteggiatura logica, per l’occhio e per l’orecchio (pp. 86-90), scelta tra punto, virgola e punto e virgola (pp. 90-99, con particolare attenzione alla virgola prima del pronome relativo e prima di e), paragrafi, capoversi e superpunti (pp. 99-100)
 
Come si vede, gli argomenti affrontati sono molto specifici. La cosa va benissimo, perché di regola (ovviamente) gli studenti italiani dell’ultimo anno di scuola superiore o del primo anno di università non hanno bisogno di trattazioni generali sull’uso dei pronomi o sulla morfologia dei verbi. Quel che conta è intervenire sui punti di incertezza residui, e la scelta è stata fatta in modo molto solido. Per esempio, parlando di razionalizzazione degli accostamenti sintattici (“coerenza”) alle pagine 63-64 viene presentata “la legge della vicinanza”, cioè regole, esempi ed esercizi che illustrano il modo in cui i componenti di una frase devono essere accostati per non creare errori o ambiguità del tipo “Arriva il latte per neonati a basso costo”.
 
Dalla carta al digitale
 
A parte la grammatica, diverse unità del manuale sono fondate sulla specializzazione di Luisa Carrada: insegnamento della scrittura per mezzi di comunicazione elettronici. In alcuni casi riprendono e aggiornano indicazioni fornite altrove; in altri, aggiungono qualcosa di nuovo. Quasi sempre mi sono trovato d’accordo con le indicazioni fornite.
 
Nell’unità 3 vengono fornite informazioni di contesto sulla lettura da dispositivi elettronici e si fanno raccomandazioni per una comunicazione capace di attirare l’attenzione. Un approfondimento specifico, che include diverse indicazioni pratiche, riguarda le liste (pp. 142-145): visto che nella scuola italiana le liste sono spesso considerate, più che lo strumento utilissimo che in effetti sono, un’aberrazione rispetto alla scrittura “normale”, la cosa è particolarmente opportuna.
 
L’unità 4 riguarda vari aspetti della presentazione dei testi. Innanzitutto la scelta dei caratteri, con consigli che però secondo me sono molto discutibili. Per relazioni e tesine, per esempio, vengono consigliati praticamente solo caratteri senza grazie, dal Verdana al Calibri… l’unico carattere con grazie citato è il Georgia (p. 161). In altro punto del testo, il Times New Roman viene addirittura sconsigliato perché “antiquato” (p. 160). Mah! Io francamente ritengo che il Times New Roman rimanga, e di gran lunga, il font più consigliabile per un lavoro serio e di un minimo di estensione.
 
Il resto dell’unità riguarda invece il rapporto tra parole e immagini e, soprattutto, la preparazione di diapositive (pp. 169-178). Di queste ultime vengono dati molti esempi funzionali, ma anche esempi “scolastici” decisamente meno riusciti.
 
L’unità 7 tratta tre argomenti molto diversi fra di loro: posta elettronica, curriculum e interviste. La presentazione è sempre di alto livello.
 
Punti problematici
 
La sezione più discutibile del libro è l’unità 6, la più ampia: Scrivere a scuola: in vista dell’esame di Stato (pp. 213-308). Naturalmente, la più rilevante fonte di problemi è data dal fatto che l’esame finale è una prova in cui confluiscono interi anni di percorso scolastico; condizione particolarmente evidente nel caso dell’analisi dei testi letterari, in prosa e in poesia. Difficile quindi fornire in poche decine di pagine di testo indicazioni in grado di trasformare in modo sensibile l’atteggiamento dello studente in materia, mentre è difficile evitare i rischi dell’approssimazione… Rischi che qui si concretizzano in particolare nelle proposte di analisi del testo poetico.
 
In quelle proposte, per esempio, mi hanno lasciato molto perplesso diverse letture “fonosimboliche” di poesie. Speravo, e credevo, che analisi del genere fossero uscite di scena da decenni, grazie all’inserimento di nozioni linguistiche di base nel percorso formativo dei docenti e alla pubblicazione di manuali di alta professionalità. Eppure, qui ricompaiono vecchi fantasmi, come la distinzione tra consonanti “dure” e “dolci” (p. 234)! Al livello di base, salta fuori addirittura la classica confusione italiana tra suoni e lettere dell’alfabeto e si classifica per esempio la “c” (?) come una “consonante dura”… si intenderà l’occlusiva di cane o l’affricata di cena? O entrambe? Mah.
 
Le analisi riportate mi lasciano molto perplesso anche ad altri livelli. Quando le parole “cantano”, “sussurrano” e “bisbigliano”, oppure “stupida” e “placida”, sono considerate in rima tra di loro (pp. 232-233), mi sembra che manchi un’idea chiara di che cosa sia una rima. Gli errori di metrica e di fonetica si legano poi a indicazioni estetiche tanto apodittiche quanto discutibili. Nell’analisi di un passo di Meriggiare pallido e assorto si arriva per esempio a un “invito” come questo:
 
Ascolta come la disarmonia quasi fastidiosa della sillaba -gli carica di una forza evocativa parole che invece nel linguaggio quotidiano sono neutre, come muraglia o bottiglia (p. 235).
 
Al di là della soggettività assoluta dei giudizi, presentati come se fossero dati di fatto, vale la pena notare che nelle parole indicate qui sopra -gli non è affatto una “sillaba”. Si tratta invece, in tutti i casi, di un trigramma che rappresenta solo ed esclusivamente una consonante, la laterale palatale intensa /ʎ/.
 
Saltando all’altro estremo del libro, e cioè all’unità introduttiva (1), le considerazioni sul rapporto tra pensiero e scrittura sono fatte riferendosi ancora all’orizzonte di Ong e della “literacy thesis”, completamente smentita dalle ricerche degli ultimi decenni. Tuttavia, osservazioni oggi scientificamente insostenibili vengono qui presentate come i presupposti del lavoro:
 
molte caratteristiche del pensiero e della mente umana che sono per noi ovvie non appartengono al pensiero in quanto tale, ma al pensiero condizionato dalla scrittura (p. 3)
l’alfabeto fonetico (…) si è rivelato il codice più economico ed efficiente (…) Con l’alfabeto le parole sono sempre presenti nella loro interezza, pronte a essere analizzate e controllate (p. 4)
 
Tutto questo non toglie nulla ai meriti di buona parte del libro. Mi sembra però che renda consigliabile usare il testo con attenzione e in modo selettivo, più che per lo scopo complessivo cui è stato destinato.
 
Luisa Carrada, Claudia Trequadrini, Studio, dunque scrivo. Multimediale. Scrivere per l’esame di Stato. Scrivere per i media digitali. Scrivere per prepararsi al lavoro. Bologna, Zanichelli, 2015, pp. VIII + 343, ISBN 978-88-08-22118-6, € 19,80. Letto nella copia della Biblioteca LM 1 dell’Università di Pisa.
 

martedì 30 agosto 2016

Matera, Alberobello, Ascoli


A cavallo del fine settimana ho fatto una gita di famiglia nel Centro-Sud. Abbiamo tagliato in macchina otto regioni (Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata) fermandoci ogni tanto per bagni nell’Adriatico e nello Ionio. Al di là del divertimento, le soste mi hanno anche permesso di vedere tre esempi di rapporti diversi tra un luogo storico e il turismo.

Panorama del Sasso Barisano di Matera

Prima tappa, Matera, bellissima. I Sassi hanno avuto la fortuna di sopravvivere fisicamente a un passaggio storico: i quarant’anni scarsi in cui buona parte d’Italia è passata dalla miseria arcaica al postindustriale. Dalla convivenza in grotta col somaro alle pretenziose minigallerie d’arte globalizzate, insomma. A quel che ci ha raccontato una brava guida, Stefania, oggi nei Sassi vivono duemila persone. Quasi tutte le grotte sono di proprietà demaniale e chi è residente a Matera può fare domanda e ricevere contributi per trasferirsi lì, purché ci abiti come prima casa. Mi sembra un ottimo compromesso tra uso e gestione, che lascia l’aspetto di un’area svuotata ma decorosamente mantenuta e in parte di nuovo vissuta.
 
Il turismo di Alberobello è molto meno gradevole. Torme di turisti affollano e ingombrano le strette strade tra i trulli, affiancate da negozietti dei soliti oggetti improbabili. A me piace che i siti storici siano visitati e abitati, non ingessati in musei o trasformati in parchi di divertimento per ricchi… Ma ad Alberobello mi sembra evidente che una stretta di regolamentazione, con un po’ di sfoltimento, gioverebbe.
 
Turisti, negozietti e simboli sui trulli ad Alberobello

Sul posto ho scoperto anche con sorpresa i simboli tracciati sui tetti dei trulli, simboli di cui non avevo nessun ricordo dalle mie visite precedenti. È stato un sussulto: ma indicativo: stare troppo tempo lontano da questioni di scrittura mi deprime. E il giorno dopo, ad Ascoli, non ho resistito e mi sono fermato a leggere alcune delle numerose iscrizioni sparse nel centro, tra cui la celebre (chissà come mai?) “NON SENZA FATICA” al n. 44 di via Annibal Caro. Molto meglio l’iscrizione latina del 1230 su Porta Solestà, davanti al bellissimo ponte romano sul Tronto:
 
Iscrizione su Porta Solestà ad Ascoli

Ho fatto pure una deviazione sotto il sole per andare a vedere il convento dei Cappuccini, dove nel 1477 frate Giovanni da Teramo impiantò una delle prime tipografie italiane. Di queste iniziative editoriali, però, rimane solo il ricordo nei libri, e neanche una lapide sul posto. La guida rossa del Touring del 1979 prometteva dalla zona del convento una “*Vista retrospettiva della città con le sue torri svettanti”, ma oggi il paesaggio è cancellato da brutte pareti in cemento e da una serie di edifici residenziali fatti senza troppa cura, con marciapiedi inagibili eccetera. Pazienza. Ascoli si è rivelata un posto un po’ ai margini… per la prima volta da non so quanti decenni, ho rivisto donne anziane girare col velo sulla testa (?)… e con infrastrutture inadeguate, ma con molte potenzialità. Qualche turista in più, specialmente in questo periodo di problemi sul territorio, secondo me lì non farebbe male.
 

martedì 23 agosto 2016

Scrittura espressiva: ancora Alan D. Altieri

  
 
Alan D. Altieri, Orizzonti di acciaio
Io sono da tempo un lettore affezionato dei romanzi di Alan D. Altieri. In parte, anche per ragioni professionali: Alan D. Altieri (pseudonimo di Sergio Altieri) è uno dei pochi scrittori di genere a trattare la lingua italiana in modo originale. Negli ultimi anni ho quindi citato diverse volte il suo lavoro, inclusi due interventi sulla lingua della narrativa contemporanea fatti ad Aix-en-Provence  e a Varsavia.
 
Qualche giorno fa ho letto anche il supplemento estivo di “Segretissimo” con l’ultimo romanzo di Altieri: Orizzonti di acciaio. Quarta avventura dello “sniper” Russell Brendan Kane, il nuovo riprende il racconto nel punto esatto in cui si era fermato il romanzo precedente, Victoria Cross, pubblicato l’anno scorso.
 
Diciamo subito che, rispetto agli episodi precedenti della serie, questo mi è sembrato molto più tirato via. I personaggi appaiono e scompaiono senza grandi motivazioni narrative e gli inciampi messi sul cammino dei protagonisti sono decisamente meccanici. Inoltre, per iniziare con una scena d’azione, il romanzo parte anticipando alle pp. 8-10, in corsivo, una sparatoria-massacro… scena recuperata, in tondo, in sequenza e in chiusura, alle pp. 225-228, con minimi ritocchi. In altri casi la scelta sarebbe efficace, ma in questo contesto a me ha dato soprattutto la sensazione di un “tre pagine già pronte, benissimo”.
 
Dal punto di vista linguistico, in questa ripetizione mi ha incuriosito una cosa. La differenza principale tra i due pezzi è il passaggio della narrazione dal presente indicativo al passato remoto. L’intervento comunque è stato fatto in modo non meccanico, come testimonia il cambio di verbo in questa rielaborazione:
 
Il terminale della scala si tramuta in mattatoio (p. 10)
Il terminale della scala divenne un mattatoio (p. 228)
 
Io mi sono divertito a fare il confronto tra i due pezzi, per cercare di capire quale fosse l’originale. La versione di apertura, al presente, è stata anticipata da Altieri anche sul suo forum, a giugno, e penso proprio che sia questo il testo di partenza. L’ipotesi è rafforzata da un confronto. Ecco un brano da p. 10:
 
Due teste-di-stracci vanno su, AK imbracciati. Aggirano la prima rampa. Nessun nemico. Altre tre teste-di-stracci salgono di retroguardia. Ancora nessun nemico. Ha paura, il cane eretico. Seconda rampa. Testa-di-stracci livella l’AK. Hanno sempre paura quei luridi cani blasf…
 
Il brano torna alle pp. 227-228:
 
Due teste-di-stracci andarono su, AK imbracciati. Aggirarono la prima rampa, scarponi calciarono detriti e rottami. Nessun nemico. Altre tre teste-di-stracci salirono di retroguardia. Ancora nessun nemico. Ha paura, il cane eretico. Seconda rampa. Testa-di-stracci livella l’AK. Hanno sempre paura quei luridi cani blasf…
 
Qui, non solo c’è una piccola aggiunta nella seconda frase (“scarponi calciarono detriti e rottami”) ma il “livella” nella penultima frase è rimasto al presente. Poco più indietro, inoltre, a p. 227, si trova inoltre un “È da là” a inizio frase, invece di un più coerente “Fu da là”. Il che fa pensare che la versione originaria del testo fosse quella al presente, e quella al passato remoto una rielaborazione.
 
Detto questo, il gusto espressivo di Altieri continua a impazzare. Ogni tanto le frasi passano all’inglese, allo spagnolo e al francese, oppure includono qualche parola di russo (a volte trascritta in cirillico, come Босс per boss) o (p. 255) un’imprecazione implicata come calabrese… Anche se a volte, come per gli eventi della storia, il risultato suona molto più meccanico rispetto ad altri romanzi di Altieri. Inoltre, trovo curioso che qui, come in Victoria Cross, i personaggi filippini parlino in spagnolo. Possibile che Altieri non sappia che nelle Filippine, nonostante tre secoli e passa di dominio spagnolo, la lingua non si è mai affermata e in pratica oggi è conosciuta solo come L2 e da una ristretta minoranza?
 
Più originale è il modo in cui vengono presentate alcune battute di un gruppo di jihadisti trapiantati in Australia (?) e agli ordini di un italiano (?):
 
Unore a tua, Presodente (…) Priego a te, Presodente (…) Ma li intrugi stanno a L-18 (…) Come comandi atté, Presodente (pp. 52-53, corsivi nell’originale).
 
Il modello è ovviamente l’italiano regionale del centro-sud: complemento oggetto preceduto da preposizione, verbo stare per essere, rappresentazione del raddoppiamento fonosintattico dopo a… anche se in un caso c’è, e in uno no. D’altra parte, il miscuglio secondo me funziona. Sono poche battute in una lingua inventata, ma mi sembrano un valido spunto per andare oltre. Aspetterò il quinto capitolo della serie.
 
Alan D. Altieri, Orizzonti d’acciaio, Special n. 41, luglio-agosto 2016, supplemento al n. 1631 di “Segretissimo”, pp. 260, € 7,90.
 

venerdì 12 agosto 2016

Gli etruschi maestri di scrittura


C'è scritto "śuθina", 'oggetto funerario'
Consiglio caldamente la mostra Gli etruschi maestri di scrittura, aperta al Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona fino all’11 settembre.
 
La mostra è innanzitutto un’eccezionale occasione per vedere riunite in un colpo solo, e in pratica in una sala sola, alcune delle principali testimonianze della scrittura etrusca. Nella Mostra sono infatti presenti due dei tre testi etruschi più lunghi arrivati fino a noi: oltre alla Tabula Cortonensis, che appartiene alla collezione permanente del Museo ed è la terza classificata, c’è in prestito il primo classificato, il Liber linteus di Zagabria (il secondo classificato, la Tabula Capuana, non si è invece mosso da Berlino). Inoltre, tra i testi brevi ci sono alcuni dei più famosi: la tavoletta con alfabeto di Marsiliana d’Albegna, il Fegato di Piacenza e i dadi da gioco di Vulci.
 
Dal mio punto di vista, la mostra ha anche una serie di meriti espositivi. Innanzitutto, mette a fuoco la grande varietà di usi della scrittura presso gli etruschi: tessere d’amicizia, dediche alle divinità, documenti legali… E a questo corrisponde la varietà di supporti. Una vetrina dedicata a “Testi e immagini” accosta esempi in cui la scrittura compare su uno specchio, su un serpente inciso su bucchero, su una punta di lancia, su un vaso da profumo. Ma basta girarsi di pochi passi per trovare scritte sui panneggi di una statua, sul modello di fegato conservato a Piacenza, e così via. Mancano, per ovvi motivi, testimonianze preziose come quelle dei dipinti su parete che fanno l’attrattiva di Tarquinia.
 
Un curioso contrappunto a questa espansività è l’approssimazione con cui molte di queste scritte sono tracciate. Accanto a scrittura quasi monumentale come quella della Tabula Cortonensis si trovano esempi sorprendentemente grezzi: il VS (in alfabeto latino , abbreviazione per suθi, ‘appartenente a una tomba’) malamente graffiato su una pelike ateniese del V secolo, ora al Louvre; oppure la scritta incisa sulla testa di un’elegante statuetta femminile – immagine scelta, non a torto, come emblema della mostra. D’accordo, dovevano essere sepolti, ma non mi sembra sia quello il punto.
 
Un grande merito dell’allestimento è che, se ho ben visto, sono presentate trascrizioni per tutte le iscrizioni (a eccezione di quelle più lunghe). Però sono rimasto molto sorpreso per il fatto che, in una mostra dedicata alla scrittura etrusca, non si parli affatto della lingua per cui quella scrittura è stata realizzata… L’unica nota, se ho ben visto, è una frase un po’ sconclusionata messa nella didascalia che accompagna una vetrina su “Scomparsa e ricomparsa dell’etrusco”: “Si deve arrivare alla fine del XVIII secolo per avere una più corretta interpretazione dell’alfabeto, e solo in seguito per ottenere una sufficiente conoscenza delle regole grammaticali e linguistiche [chissà che differenza c’è?]; lo studio della lingua etrusca è tutt’altro che concluso e prosegue ancora oggi con gradualità e spesso con buoni risultati”. Mah! Il non specialista potrebbe chiedersi, per esempio: perché le trascrizioni etrusche mescolano caratteri latini, normali, caratteri speciali e caratteri greci? Come si devono leggere parole come uθuraś? Forse sono di parte, ma mi sembra che un po’ più di attenzione agli aspetti linguistici non avrebbe fatto male.
 
Qualche nota sugli aspetti organizzativi: la sala dell’esposizione era surriscaldata; quando sono arrivato io, la stanzetta oscurata con il Liber linteus era del tutto al buio, e ovviamente non c’era l’ombra di un custode al piano (forse per via del surriscaldamento). Per fortuna, un’oretta dopo, proprio mentre stavo concludendo il percorso sono arrivati due addetti e hanno riattivato l’illuminazione, permettendo di vedere uno dei principali reperti della mostra.
 
Più in generale, il MAEC nelle altre sale vanta un allestimento moderno e piuttosto spettacolare, ma che nella mia prospettiva non chiarisce bene proprio i punti chiave e il contesto di ciò che si sta vedendo.
 
Tutti aspetti marginali, comunque. La cosa importante è il presentare una meravigliosa rassegna di iscrizioni, ben scelte e ben presentate.
 
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