giovedì 11 settembre 2014

Novelli, Si dice? Non si dice? Dipende

 
Novelli, Si dice? Non si dice? Dipende
Chi ha seguito uno dei miei corsi di scrittura sa che la mia risposta normale alle domande è: “Dipende”. Si può iniziare una lettera in questo modo? Dipende. Posso scrivere questa cosa in una relazione? Dipende.
 
D’accordo, è chiaro che poi nella risposta si passa di regola a dire qualcosa di molto più definito, perché questo “dipende” dipende da fattori ben precisi: destinatari, circostanze e obiettivi della comunicazione. Una volta determinati questi fattori, si arriva quindi quasi sempre a un sì o a un no abbastanza secco. Resta il fatto che gli interlocutori, di regola, presentano i propri dubbi in termini tanto generali (si può? / non si può?) che nella realtà dell’italiano è necessario come prima parte della risposta fare tutta una serie di puntigliose precisazioni.
 
È chiaro quindi che il libro di Silverio Novelli Si dice? Non si dice? Dipende (sottotitolo: L’italiano giusto per ogni situazione, Roma-Bari, Laterza, 2014, pp. XXII + 195, € 16, ISBN 978-88-581-1013-3) non può non piacermi fin dal titolo. Aggiungiamo poi che il libro mi è stato gentilmente spedito da Silverio stesso, che è un amico con cui mi capita di lavorare abbastanza regolarmente da quasi vent’anni, e si capirà che questa recensione non può essere troppo imparziale!
 
La base del libro è data poi dall’attività di Silverio stesso negli ultimi dieci anni all’interno della sezione Lingua italiana – domande e risposte del portale Treccani. Il corpo del testo, dopo l’introduzione, è quindi formato dalle dettagliate risposte a una gran quantità di dubbi linguistici. Dopo due capitoli iniziali su La pronuncia e la grafia e La punteggiatura, l’esposizione è articolata secondo le tradizionali parti del discorso. Restano fuori, curiosamente, solo le interiezioni; e dico “curiosamente” perché, nella mia esperienza, molti italiani hanno un bel po’ di dubbi sia sull’ammissibilità stessa delle interiezioni in certi tipi di scrittura, sia, in modo ancora più radicale, sulla grafia delle interiezioni stesse. Cioè, l’uso prescrive per esempio ehi o boh, ma molti italiani scrivono hei, hey, bho e così via.
 
La presentazione in sé è poi, in primo luogo, competente e dettagliata. Anche gli addetti ai lavori possono imparare molte cose leggendo il libro – o perlomeno, questo è quanto è successo a me! In secondo luogo, l’assieme è molto più leggibile di quanto sarebbe lecito aspettarsi da una serie di consigli grammaticali marcati da simboli (137 in tutto, se ho ben contato; e sui simboli dirò qualcosa di più tra poche righe). Silverio ha scelto infatti di dare al tutto un andamento narrativo, tenuto assieme da molti richiami alla narrativa di fantascienza e, soprattutto, ai film e ai telefilm di fantascienza. Altri punti a favore, nella mia prospettiva… E, in terzo luogo, i consigli sono ragionevolissimi e riflettono un ampio consenso – i casi in cui io sceglierei altre soluzioni sono molto, molto pochi. Per esempio, nella declinazione dei plurali delle parole latine, io accetterei senza problemi “curriculum” anche come plurale, in alternativa a “curricula” (p. 79); ma i casi di questo tipo sono appunto rari.
 
Veniamo però al discorso dei simboli. Silverio ha deciso di qualificare il “dipende” usando come sostegno anche sette simboli che individuano diverse circostanze d’uso. Eccoli (da p. 2):

I simboli usati da Silverio Novelli
In questa soluzione apprezzo particolarmente il fatto che la “lingua scritta informale” sia messa in implicito parallelo alla “lingua parlata spontanea”. La scelta è in effetti testimonianza di quanto oggi sia ragionevole descrivere il rapporto tra scritto e parlato in questo modo: due canali di comunicazione che hanno strettissimi rapporti fra di loro, ma sono anche al tempo stesso autonomi, al punto che in entrambi si può avere una contrapposizione tra il “formale” e l’“informale” (o “spontaneo”). Che lo scritto informale sia simboleggiato da uno smartphone è poi testimonianza di quanto sia stato fondamentale, per diffondere e rendere visibile ciò che in misura minore esisteva anche in precedenza, il ruolo della comunicazione elettronica in italiano.
 

venerdì 5 settembre 2014

Si ricomincia?

 
Ricostruzione di scaffali di biblioteca romani (e relativi contenuti)
Bene, è stata lunga. Al solito, mesi di lavoro con poco margine per il resto… Dalla prossima settimana, spero di riuscire a tornare in linea con contributi regolari!
 
Nel frattempo, una parentesi. Lo scorso fine settimana l’ho impiegato in una girata di famiglia, molto gradevole, a Roma. Al Colosseo abbiamo fatto una visita guidata; io ne ho approfittato per vedere una mostra ospitata al primo piano e intitolata La biblioteca infinita.
 
Il titolo non è molto appropriato e la mostra è disomogenea, ma ha diversi punti di forza. L’obiettivo era presentare le biblioteche dell’antichità partendo da (o arrivando a) alcune scoperte archeologiche recenti, e un po’ marginali, sulle biblioteche della città di Roma. I contenuti sono quindi molto divulgativi in alcune sezioni, molto specifici in altre.
 
Tra gli aspetti positivi c’è l’inclusione di alcuni pezzi splendidi, come l’“ara degli scribi”, che immortala in due scenette la produttività di scribi e librai in età giulio-claudia. O gli affreschi del teatro di Nemi, veramente notevoli per il modo in cui presentano gli oggetti di uso quotidiano per gli attori (molte immagini pertinenti sono disponibili qui).

Ci sono poi anche alcune ricostruzioni di livello passabile, come l’armadio con rotoli e codex che si vede qui nella foto di apertura. Tuttavia è curioso, anche se molto italiano, che gli oggetti moderni siano messi sotto vetro, che il papiro sia sostituito dalla carta e che i rotoli di finto papiro siano privi di testi... chissà quanta competenza e quanti soldi richiede la ricostruzione di libri veri, fatti con papiro vero, contenenti testi classici originali copiati a mano e lasciati maneggiare dai visitatori.

Comunque, gli oggetti interessanti sono talmente tanti che alla fine non ho resistito e mi sono comprato il catalogo Electa: € 29,90 per un discreto condensato di riproduzioni (meno rilevanti, a una prima lettura, i contributi testuali). E poi, via, è una mostra dentro al Colosseo! Con l’arco di Costantino subito fuori, e il foro, e la via dei Fori imperiali, eccetera. Insomma, un buon auspicio. Adesso spero di ripartire davvero.
 

mercoledì 30 aprile 2014

Bianchi e Tavosanis, La lingua non cambia da un canale all’altro

 
Ho appena ricevuto l’estratto elettronico di un contributo firmato da Elisa Bianchi e da me e presentato alla SILFI di Helsinki nel 2012. Il contributo porta un titolo un po’ provocatorio: No, guardando gli esempi disponibili sul web italiano, la lingua non cambia da un canale all’altro: cambia da un genere all’altro (quello del volume, che non ho ancora visto fisicamente, è invece il più tranquillo Dal manoscritto al web: canali e modalità di trasmissione dell’italiano. Tecniche, materiali e usi nella storia della lingua, Atti del XII Congresso SILFI - Società Internazionale di Linguistica e Filologia Italiana, a cura di Enrico Garavelli ed Elina Suomela-Härmä, Firenze, Franco Cesati Editore, 2014, pp. 806, € 90.00, ISBN 978-88-7667-472-3; il contributo è alle pp. 575-584).
 
Il titolo del contributo richiede comunque qualche precisazione. Nel senso che lo scopo essenziale dell’intervento è, dal mio punto di vista, evitare che venga sopravvalutato ciò che in linguistica si chiama “variazione diamesica”, cioè il cambiamento della lingua a seconda dei mezzi di comunicazione.
 
Alla base del concetto stesso di variazione diamesica c’è una constatazione elementare: scritto e parlato sono cose diverse. E questo è verissimo, al punto che alcune cose si possono fare nel parlato ma non nello scritto (per esempio, variazioni di tono e di intensità) e altre si possono fare nello scritto ma non nel parlato (per esempio, sottolineature e variazioni di carattere). Tuttavia, a Elisa e a me sembra che la linguistica contemporanea abbia avuto la tendenza a estendere indebitamente la portata di questo fatto. Per cui spesso si considera la scrittura elettronica come una novità radicale e si dà per scontato che il passaggio dalla carta allo schermo corrisponda a una “variazione” paragonabile a quella dallo scritto al parlato e si trascini dietro di necessità cambiamenti radicali nella lingua.
 
Beh, le cose non stanno così e l’intervento cerca di essere una prima dimostrazione sistematica di questo stato di cose. La scrittura è scrittura, e il modo in cui si scrive una lingua è determinato alla radice dal sistema di scrittura adottato (per esempio, caratteri logografici o alfabeto latino). Il resto è marginale e ricade in una vasta tipologia di vincoli pragmatici, di regola non molto rilevanti: per esempio, la disponibilità o meno di uno specifico carattere sulla tastiera permette di scrivere con maggiore facilità quel carattere, eccetera. Ben più importanti sono i vincoli imposti dal genere testuale.
 
Caso principe, secondo me, è quello della scrittura dei giornali. Un articolo di giornale si può scrivere allo stesso modo con macchina da scrivere e computer e si può leggere allo stesso modo su carta e su tablet. Inoltre, la struttura produttiva del giornalismo non è cambiata negli ultimi anni. Conseguenza? Oggi qualunque lettore italiano istruito può prendere un capoverso proveniente da un articolo di giornale e, leggendolo, dire “ah, questo viene da un articolo di giornale”. Ma non può capire (se non grazie a informazioni di contesto) se l’articolo è stato scritto con una macchina da scrivere tradizionale o un computer, oppure se è stato pensato in primo luogo per la pubblicazione online e solo in secondo momento per quella su carta, o viceversa. Semplicemente, né dal punto di vista del lettore né da quello dello scrittore il cambio di supporto produce effetti abbastanza forti.
 

venerdì 14 marzo 2014

Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti

 
 
Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti
Ho ricevuto, graditissima, una copia della “Nuova edizione” della Breve storia della letteratura a fumetti di Daniele Barbieri (Roma, Carocci, 2104, pp. 199, ISBN 978-88-430-7113-5, € 16). È stata un’ottima occasione per rileggere quella che in pratica è l’unica storia completa del fumetto rivolta a un pubblico universitario italiano.
 
La prima edizione del libro era del 2009 e arrivava a 168 pagine; era inoltre priva di sedici pagine a colori non numerate che, nella nuova edizione, sono piazzate al centro del libro e aumentano il numero e la qualità degli esempi. Lo spazio supplementare è stato poi usato in parte per integrazioni nel corpo del testo e in parte per aggiornamenti nelle ultime pagine. Per esempio, l’edizione del 2009 si concludeva con Gipi, quella del 2014 arriva a citare Tuono Pettinato, Makkox e Zerocalcare, e la capacità di star dietro alle cose nuove è senz’altro uno dei meriti di questa proposizione.
 
Del resto oggi Daniele Barbieri è uno dei pochi italiani studiosi di fumetto collocabili senza dubbio in un’ipotetica classe A. Il suo libro è, coerentemente, una sintesi importante e un utile strumento di lavoro. Mi colpisce, però, la scelta che ne sta alla base: presentare la storia del fumetto moderno (a partire dalla fine dell’Ottocento, negli Stati Uniti) come una fittissima sequenza di nomi di autori. Autori che nella maggior parte dei casi sono descritti in una o due frasi, spesso all’interno di sequenze. Per esempio questo è, integralmente, il modo in cui si parla di Leo Ortolani in una sezione dedicata in buona parte ai fumetti autobiografici:
 
Leo Ortolani (n. 1967) raggiunge il successo pubblicando in proprio gli albetti di Rat-Man, una spassosissima parodia di Batman e dell’universo superomistico americano, contaminato dalla quotidianità e dalle idiosincrasie dei suoi lettori. In un certo senso, anche Ortolani appartiene all’ondata autobiografista perché il suo umorismo è basato sul contrasto tra le situazioni eroiche e quelle della vita di tutti i giorni, nella loro inevitabilità e risibilità (p. 180).
 
In questo contesto le osservazioni sullo stile, sugli aspetti editoriali, sul pubblico, sull’ideologia o su qualunque altro argomento rimangono solo rapidissimi accenni. Il grosso del testo è formato appunto da una fittissima selva di nomi. Mi chiedo anche, dal punto di vista pratico, come si potrebbe usare questo libro a supporto di un corso universitario sul fumetto, e quali domande si potrebbero fare in proposito in sede d’esame (“Quali sono gli autori principali del fumetto di avventura americano, diciamo, tra il 1927 e il 1938?”).
 
Interrogativi del genere sono però marginali per altri tipi di uso. E, devo dire, io mi sono divertito molto a leggere tutto: ripercorrendo i nomi e chiedendomi che cosa ho già letto e che cosa invece mi manca, e così via. Cercando di perdermi, insomma, in questa selva di autori e di possibilità di lettura.
 
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