martedì 16 settembre 2014

Gazoia, Come finisce il libro

 
Alessandro Gazoia, Come finisce il libro
L’editoria digitale è un settore in cui un po’ entro e un po’ esco. Aspetti pratici, problemi editoriali, questioni sociologiche… Per lavoro o per passione, ogni tanto mi ritrovo di nuovo a trafficare con tutto questo. Poi arrivano altre faccende e mi trovo a lasciar cadere il discorso; ma ogni tanto si ricomincia.
 
Adesso mi è stato gentilmente prestato da Dario Besseghini un libro di Alessandro Gazoia, noto anche come “jumpinshark” – parola che è anche il titolo del suo blog. Il libro si intitola, con leggero paradosso, Come finisce il libro e riporta un ambizioso sottotitolo: Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale (Roma, minimum fax, 2014, pp. 207, € 10, ISBN 978-88-7521-576-7). L’ho letto con piacere, ma mi sono rimaste anche diverse perplessità.
 
Innanzitutto, i lati positivi. Il libro è scritto molto bene ed è piacevole da leggere. Al di là di Introduzione e “Conclusione”, è diviso in tre parti, “Pubblicare”, “Digitale” e “Miti / Social”, e già nella prima ci sono diverse sezioni che ho apprezzato. Per esempio quelle in cui si ricorda che mode recenti, come l’autopubblicazione, in realtà hanno precedenti precisi nel mondo editoriale. Pare incredibile, ma molte discussioni recenti sull’editoria elettronica partono dal presupposto che “prima” il mondo fosse diviso in un bianco e nero, editoria cartacea da centomila copie oppure nulla. Viceversa, come ben ricorda Gazoia, c’era e c’è tuttora un “continuum”, che va dalle fotocopie agli editori a pagamento o alle pubblicazioni amatoriali, e le “vecchie riviste e fanzine di fumetti, musica, cinema e letteratura proiettano ancora oggi la loro ombra lunga nei mille blog culturali in rete” (pp. 53-54). Le dimensioni del fenomeno sono cambiate, ovviamente, ma forse non tanto quanto si potrebbe pensare.
 
Al di là di questo, Gazoia presenta in modo competente dati interessanti su molte evoluzioni recenti dell’editoria digitale. Cosa splendida per chi, come me, si ritrova appunto a seguire queste cose un po’ sì e un po’ no, e nella pratica si è perso molte vicende collegate per esempio alla diffusione in Italia del Kindle Direct Program, e così via. A livello internazionale, Gazoia richiama poi diverse sfaccettature rilevanti all’interno del movimento verso l’autopubblicazione: dai successi di E. L. James o di Hugh Howey fino alla diffusione dei servizi che offrono recensioni favorevoli, a pagamento, per i libri in vendita su Amazon. Tutto molto interessante.
 
L’analisi d’assieme è però piuttosto leggerina e non si avvicina nemmeno lontanamente a fornire un quadro d’assieme che giustifichi davvero, come minimo, titolo e sottotitolo. Ampio spazio viene dato per esempio al problema dei DRM (seconda parte) o alla descrizione di alcuni aspetti del fenomeno della fan fiction (terza parte), ma i dettagli non contribuiscono affatto a spiegare che rapporto ci sia tra tutto questo e una potenziale “fine del libro”. Le descrizioni restano frammenti: forniscono molte informazioni interessanti e che spesso non conoscevo, ma non si combinano molto tra di loro e non portano molto lontano. Beninteso, nessuno chiede onniveggenza, intelligenza infinita e preveggenza sovrumana… ma il libro di Gazoia, pur con i suoi aspetti positivi, è molto lontano dal livello che in Italia è stato raggiunto con La quarta rivoluzione di Gino Roncaglia.
 
Cito un paio di aspetti su cui mi piacerebbe per esempio, da lettore, leggere qualche analisi più motivata. Intanto, negli ultimi mesi ho letto un po’ di narrativa “disintermediata”, pubblicata direttamente dagli autori, e i risultati sono stati… uhm, piuttosto soddisfacenti ma anche molto variabili. Ci sono infatti, mi sembra, aspetti dell’editoria tradizionale di cui i lettori possono fare volentieri a meno, mentre altri aspetti meriterebbero aggiunte – ma sono pareri condivisi? Non lo so. Uno sviluppo che invece noto da tempo con favore è la trasposizione di molta cultura “alta”, letteraria e poetica, in un giro fatto di blog e pubblicazioni elettroniche e dotato nel complesso di assai minore prestigio rispetto alle riviste letterarie di una volta. Il che è giustissimo, e credo che ponga rimedio a una curiosa aberrazione storica del secondo Novecento. Però il tutto meriterebbe discussioni ben più approfondite, sia come dati sia come capacità di analisi, di quelle viste finora. Speriamo di leggerle presto!
 

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