sabato 2 aprile 2011

Un po' di buon senso?

Nell'incredibile massa di disinformazione che i giornali hanno sparso attorno al caso di Fukushima, qualcuno per fortuna sta incominciando a porsi delle domande...

Sul manifesto di oggi Pio d'Emilia, in un articolo sobriamente intitolato Viaggio alle porte dell'inferno (p. 16), racconta la propria sorpresa nell'arrivare vicino a Fukushima e scoprire che la zona è ancora piena di gente, e che tutti se ne vanno tranquillamente in giro senza tute protettive e senza troppe preoccupazioni. L'esordio dell'articolo è questo:

Qualcosa non quadra. I giapponesi non sono buzzurri, di radiazioni purtroppo ne sanno molto. E allora delle due l'una. O davvero, quanto meno per il momento, farsi una passeggiata nei pressi della centrale maledetta è come passare una giornata nel corridoio di una sala radiologia di un qualsiasi ospedale, oppure sono tutti pazzi, incoscienti e incapaci.

Già... Un po' alla volta, un po' di buon senso potrebbe anche farsi strada. Mettendo da parte improbabili ipotesi su complotti o enormi errori di valutazione, un po' alla volta anche i giornali di tutto il mondo (non solo quelli italiani... il che è la cosa più incredibile) potrebbero rendersi conto che, al momento e salvo sorprese, i problemi ai reattori di Fukushima hanno avuto un forte impatto economico, ma effetti medici pari a zero su chiunque si trovasse all'esterno dell'impianto.

venerdì 1 aprile 2011

Moriranno tutti. Anzi, forse no

In questi giorni tengo d'occhio le notizie sui problemi ai reattori nucleari di Fukushima. Per vari motivi, ma in buona parte perché i servizi giornalistici su questi argomenti sono spesso, purtroppo, esempi da manuale di come non si fa buona informazione.

Un esempio quasi perfetto lo fornisce l'edizione online di oggi del Corriere della sera, che presenta in discreta evidenza questi titoli (guardare per credere):

Titolone: I 300 di Fukushima: «Moriremo tutti»

Occhiello: ma hanno deciso di continuare tutti a compiere il loro dovere

Sottotitolo: I tecnici, soldati, ingegneri e pompieri che lavorano alla centrale sono tutti convinti di morire per le radiazioni

Leggendoli, sono sobbalzato. In base a quel che si sa, i problemi ai reattori non hanno prodotto alcuna conseguenza sulla salute di chiunque si trovasse all'esterno dell'impianto, e chi lavora all'interno lo fa in condizioni controllate. Non in sicurezza perfetta, purtroppo - pochi giorni fa, due lavoratori hanno ricevuto un irraggiamento pericoloso ai piedi, e in generale i livelli di radioattività a cui i lavoratori sono esposti hanno superato in 19 casi, anche se non di molto, la soglia dei 100 millisievert (al di sotto di questa soglia non si riesce a rilevare una correlazione significativa tra l'esposizione alle radiazioni e l'insorgenza di tumori).

Questo non vuol dire che siano tutti condannati a una fine rapida e terribile: vuol dire, alle dosi conosciute, che c'è il rischio - non la certezza - che, andando a riesaminare le loro storie mediche tra qualche decina di anni, si noti che l'incidenza di tumori tra le persone che hanno lavorato alla centrale è un po' più alta di quella che ci si potrebbe aspettare da un gruppo di controllo con pari caratteristiche. Un rischio basso, ma che per essere affrontato richiede senz'altro un notevole coraggio e una dedizione di cui non si può che essere grati.

Basso quanto? In questo settore è molto difficile arrivare a conclusioni indubitabili, ma qualche paragone si può fare con l'incidente di Chernobyl del 1986. In questo caso, le conseguenze sulla popolazione sono molto difficili da valutare, e forse inesistenti (conclusione da prendere con molta cautela, com'è ovvio), ma il caso dei lavoratori esposti immediatamente al grosso delle radiazioni è più facile da seguire. Non si tratta di un caso del tutto sovrapponibile a quello di Fukushima, perché a Chernobyl l'esposizione è stata molto più forte ed è stata ricevuta in assenza di adeguate precauzioni, ma proprio per questo il confronto risulta illuminante.

Secondo il rapporto UNSCEAR del 2011, quindi, subito dopo l'incidente 137 dipendenti dell'impianto e soccorritori vennero ricoverati per avvelenamento da radiazioni - con esposizione molto superiore a quella che oggi ricevono i lavoratori di Fukushima, di cui solo due sono stati ricoverati per un problema simile, ma causato da dosi molto inferiori. Dei 137 ricoverati, 28 morirono nei mesi immediatamente successivi, come succede per l'esposizione a dosi molto alte di radiazioni; gli altri, 25 anni dopo, pur essendo stati esposti a dosi decine o centinaia di volte superiori a quelle dei lavoratori di Fukushima, sono ancora quasi tutti vivi (nel frattempo ne sono morti altri 19, per varie cause spesso non collegabili in nessun modo alle radiazioni). Certo, le conseguenze di un'esposizione a radiazioni sono variate e imprevedibili, e non sono univocamente collegate alla dose assorbita, ma non sembra proprio che Fukushima possa diventare una perfetta macchina di morte.

Come mai allora i lavoratori giapponesi, presumibilmente ben informati della situazione, sono convinti di dover morire tutti per le conseguenze delle radiazioni? Una possibilità, naturalmente, è che sappiano qualcosa che il pubblico non sa, e che contraddice tutte le informazioni a oggi note . C'è però una possibilità alternativa più semplice: che la notizia sia, banalmente, falsa. E basta leggere il testo del miniarticolo per capire che in effetti, sì, il titolo è falso anche in rapporto al contenuto dell'articolo stesso.

L'articolo intanto traduce solo (e, per fortuna, lo dichiara: spesso non succede neanche questo) alcune informazioni pubblicate dal quotidiano inglese The Telegraph, che riporta la notizia in toni molto simili. Leggendo il testo, si scopre l'inghippo. Chi dice che i lavoratori "sono tutti convinti di morire per le radiazioni" (ciò che dichiara, letteralmente, il Corriere)? Risposta: nessuno. È la madre di uno di loro che:

has admitted that the group have discussed their situation and have accepted that death is a strong possibility.

Cioè, secondo la madre, i lavoratori si dichiarano disposti a morire "if necessary", come viene detto subito dopo, e ritengono che ci sia non una certezza, ma "una forte possibilità di morte". Cosa anche vera, per opportuni valori di "forte": dando per scontato che l'informazione di partenza sia vera, le ambiguità del linguaggio naturale, le incertezze della comunicazione figlio-madre e la traduzione dal giapponese all'inglese rendono priva di significato ogni speculazione più precisa. Per me, per esempio, anche solo una possibilità su mille è "una forte possibilità di morte", e mi rifiuterei categoricamente di svolgere una qualsiasi attività che comportasse un rischio del genere e non fosse indispensabile per salvare la vita a qualcuno. Però, su trecento persone, significa grosso modo che c'è solo una possibilità su tre che una di loro muoia (e due possibilità su tre che non succeda nulla a nessuno).

Insomma, anche in questo caso il giornalismo su Fukushima, sia quello originale che quello dei traduttori della "redazione online", non fa una bella figura. D'altra parte, chi mai leggerebbe un articolo intitolato "I lavoratori di Fukushima hanno riflettuto sul rischio di morte da radiazioni, e sanno che un qualche rischio c'è, e la madre di uno di loro dice che il rischio è forte"? Meglio sbattere nella home del principale quotidiano italiano un interessante Moriremo tutti. Senza curarsi troppo del fatto che l'informazione sia smaccatamente falsa.

giovedì 31 marzo 2011

Prima presentazione

Con breve preavviso, domattina alle 9 presenterò L'italiano del web alla XVI fiera del libro "Strade di Carta", nella biblioteca dell'IIS Pesenti di Cascina (PI). Non ci saranno ancora copie del libro a disposizione, ma in giornata dovrebbero arrivare le prime nelle librerie, sembra...

martedì 29 marzo 2011

L'italiano del web

Copertina di: L'italiano del web

Giovedì 31 marzo dovrebbe essere in libreria il mio nuovo libro: L'italiano del web, pubblicato da Carocci (collana "Studi superiori / Linguistica", 252 pagine, 21 €). Ho già ricevuto le prime copie, ed è una soddisfazione!

Nei prossimi giorni spero di dare le notizie sulle prime presentazioni, eccetera. Intanto mi godo il momento...

martedì 1 marzo 2011

L'inglese alla finestra


Il mio rientro in Italia si sta avvicinando: è una buona occasione per ripensare a diverse cose e, nel piccolo, anche all'esperienza linguistica indiana.

Uno dei punti più interessanti è anche il più ovvio. Nell'India del nordovest, tra università e turismo, nella vita quotidiana è possibile cavarsela senza nessun problema usando l'inglese. La conoscenza dell'inglese non è assolutamente universale, ma tutte le persone istruite lo conoscono e quasi tutti sanno le due o tre parole necessarie per la maggior parte degli scambi.

Quanto è diffuso? A livello di lingua scritta, quasi tutto ti viene presentato anche in inglese: in un mese e mezzo la mia conoscenza del devanagari si è rivelata indispensabile solo in un paio di occasioni, per decifrare qualche scritta importante. Inoltre, io sto in zona universitaria e, se guardo alla finestra, oltre il filo spinato della residenza, oltre il traffico di Banda Bahadur (B. B.) Marg (nella foto aerea si vede bene, sul lato ovest di B. B. Marg, il tetto della fermata del bus che fa capolino da destra nella foto qui sopra), tutti i negozi visibili espongono solo insegne in inglese e in alfabeto latino. A Delhi è una situazione eccezionale, e Delhi è uno dei centri in cui l'inglese è più diffuso... però anche questo fa parte dell'India.

Pochi giorni fa, del resto, il mio amato New York Times pubblicava un articolo di Manu Joseph intitolato India Faces a Linguistic Truth: English Spoken Here. Nell'articolo, esagerando un po', si dice che "English is the de facto national language of India"; non è proprio così, ma sicuramente nella competizione per la lingua più amata, l'inglese ha molti vantaggi, per esempio, nei confronti dell'hindi. A me è capitato, per esempio, di ricevere come consiglio quello di provare a parlare inglese, piuttosto che hindi, anche per le cose più semplici, incluso prendere auto e ciclorisciò. Il motivo: molti conducenti, e molti lavoratori di Delhi, sono immigrati, e non hanno molta simpatia per l'hindi. Delhi è una città che si è riempita di gente proveniente dal Bengala o dal Punjab, e spesso gli immigrati non comprendono o non parlano volentieri l'hindi. Molte scritte sui mezzi pubblici sono in quattro lingue e quattro alfabeti diversi: hindi (in devanagari), inglese (in alfabeto latino), urdu (in alfabeto arabo) e punjabi (in alfabeto punjabi).

In questo contesto, l'inglese non è la lingua degli ex dominatori: è semplicemente una comoda lingua che mette in grado molti di comunicare sullo stesso piano, senza sentimenti di inferiorità. Presentato così, il quadro forse è troppo roseo. Però resta il fatto che, venendo dall'Italia e da tutte le menate sulla "difesa dell'italiano", eccetera, colpisce il modo pragmatico in cui gli indiani adottano l'inglese. Per quanto mi piaccia l'italiano, insomma, mi trovo molto a mio agio con l'idea di una lingua internazionale di riferimento, che tutti possono usare. Qualcuno la sa meglio degli altri, perché è la sua lingua madre? Beh, pazienza: non sarà certo quello a fare la differenza.

Per quel che vedo, quindi, tra gli indiani non c'è nessun sentimento di inferiorità (come invece si ritrova, a volte, tra i cinesi), né l'idea di essere in qualche modo sminuiti dall'uso dell'inglese. L'India ha un sacco di problemi, che gli indiani non si nascondono, ma non mi è mai capitato di trovare qualcuno che dicesse: "tutta colpa dei colonizzatori / della globalizzazione / delle multinazionali", e via dicendo. Anzi, in un lungo viaggio in treno a Jaisalmer, mi è capitato anche di sentirmi fare prediche sull'autonomia da un simpatico ufficiale ("Wing commander") dell'Aeronautica: "Ah, avete anche voi gli americani in casa? Come in Giappone? Non dev'essere tanto bello, trovarsi qualcun altro a comandare!"

Io ho cercato di spiegargli che le cose non stanno proprio così, ma non so se l'ho convinto fino in fondo. E comunque, com'è ovvio, tutta la conversazione si è svolta in inglese...
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