giovedì 19 gennaio 2012

I libri di testo elettronici non saranno una bacchetta magica

 
Da qualche giorno si parla molto dell’evento che Apple ha organizzato per oggi (giovedì 19 gennaio) a New York. Evento centrato sull’educazione, e di cui sul Wall Street Journal Shara Tibken dice che “is expected to unveil textbooks optimized for the iPad and that feature ways to interact with the content, as well as partnerships with publishers”... il resto dell’articolo non lo vedo, perché accessibile solo ai paganti (o, per un breve periodo, ai registrati).
 
D’altra parte, la rivista online Ars technica riferisce in un articolo di Chris Foreman che “sources close to the matter have confirmed to Ars that Apple will announce tools to help create interactive e-books—the ‘GarageBand for e-books’, so to speak—and expand its current platform to distribute them to iPhone and iPad users”.
 
Beh, ormai basta aspettare qualche ora per sapere chi ha ragione... Ma, indipendentemente dai dettagli dell’innovazione che sarà annunciata oggi, partiamo dal presupposto ottimistico che si tratti comunque di qualcosa di interessante. Che impatto può avere per il mercato dei “libri di testo”? La cosa mi coinvolge anche a livello personale, visto che ho lavorato a un bel po’ di libri di testo, per la scuola e l’università, e uno lo sto chiudendo proprio adesso.
 
È importante ricordare, però, che l’introduzione di “libri di testo elettronici” viene spesso vista in Italia come una specie di bacchetta magica. Per esempio, tra le Cento proposte per l’Italia lanciate il 31 ottobre 2011 sindaco di Firenze Matteo Renzi è stato trovato lo spazio per dedicarne una, la n. 85, agli Ebook per tutti:
 
Moltissimi libri sono liberi dai diritti d’autore, in pratica lo sono tutti i classici della letteratura italiana. L’invenzione degli ebook ha eliminato i costi di stampa e di distribuzione di un libro e, nel caso specifico, non essendoci diritti d’autore, neppure questa voce di spesa è presente. I costi sono soltanto legati alla accessibilità su web dei titoli e l’organizzazione del loro downloading. Il Ministero della Pubblica Istruzione, con spesa molto contenuta, potrebbe offrire la disponibilità degli e-readers a titolo gratuito a tutti gli studenti e promuovere una diffusione simile, a basso costo, anche dei libri di testo.
 
L’autore di questa proposta (forse Giorgio Gori, ex direttore Mediaset) non ha messo a fuoco il problema della codifica dei testi e pare non si renda conto del fatto che i classici della letteratura italiana sono già da tempo disponibili in modo organizzato su diversi siti... nonostante le difficoltà di Bibliotecaitaliana, moltissimi titoli sono per esempio disponibili da decenni sul sito di LiberLiber. Però, anche al di là di questo e delle sgrammaticature, la proposta non mi è molto chiara: si vogliono fornire lettori di ebook gratis a tutti gli studenti italiani con la speranza che leggano classici della letteratura? Beh, perché no? Ben pochi di questi strumenti, temo, verrebbero poi usati effettivamente per leggere – tantomeno per leggere classici della letteratura italiana, che già oggi giacciono in milioni di copie, non particolarmente contese, nelle biblioteche – e il costo dell’operazione a occhio si aggirerebbe sul mezzo miliardo di euro (= 50 € per ogni lettore, moltiplicato per i circa 9 milioni di studenti delle scuole di ogni ordine e grado)... però anche se l’investimento non è troppo sensato, meglio impiegare i soldi in questo modo che in molti altri. Di sicuro, sarebbe un bell’aiutino di Stato per il mercato dei libri elettronici.
 
La proposta comunque, noto, termina evocando i “libri di testo” e i possibili risparmi ottenibili in questo modo. Sullo stesso argomento è tornato due mesi dopo il nuovo ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Francesco Profumo, che in un videoforum ha espresso auspici in tal senso: “I libri si spostino sui tablet. Si possono scaricare - non gratis, le cose hanno un valore -. Possono così divenire dei ‘book in progress’, sfruttare al massimo l'interattività. E alla fine si risparmia, pur considerando l'acquisto del tablet”.
 
Al di là di un’affermazione come “non gratis, le cose hanno un valore”, che sarebbe agghiacciante se non fosse evidentemente buttata lì tanto per dire, anche il ministro sembra non essersi accorto di un fatto: nella scuola italiana i “libri di testo” elettronici sono già obbligatori. O meglio, l’articolo 15 della legge 133 del 6 agosto 2008 stabilisce al comma 2 che “A partire dall'anno scolastico 2011-2012, il collegio dei docenti adotta esclusivamente libri utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista”. Ma, appunto, penso che della bacchetta magica se ne siano accorti in pochi. Sui problemi di applicazione della legge, evidenti già alla sua approvazione, segnalo una bella analisi d’epoca di Francesco Scervini; mi chiedo però come stiano andando le cose adesso, a termini scaduti... Molti editori hanno, credo, ottemperato all’obbligo di legge mettendo in linea da qualche parte i PDF dei propri libri. Molti, immagino, se ne sono semplicemente disinteressati, ben consapevoli del fatto che dal punto di vista pratico è oggi impensabile che in Italia gli studenti possano usare libri di testo principalmente elettronici. Ma non ho informazioni concrete. Cercando in rete, ho trovato solo un comunicato stampa relativo a un sondaggio non pubblicato, e sarei molto curioso di sapere se qualcuno ha dati più precisi.
 
In ogni caso, le osservazioni fatte finora da politici e ministri italiani – e le leggi corrispondenti! – non si alzano molto al di sopra del livello delle conversazioni da dopocena. Viceversa, sui vantaggi, e sui limiti, dei dispositivi elettronici dal punto di vista didattico c’è ormai una bibliografia imponente, che ha prodotto alcune importanti acquisizioni. E, anche se è chiaro che tutto il mondo che ruota attorno ai libri di testo ha un ampio margine di miglioramento, le bacchette magiche si sono rivelate ben poco efficaci di fronte a questo genere di problemi. Su questo argomento spero di scrivere alcuni post nel prossimo futuro – magari illuminato dall’evento che sta per svolgersi oltreoceano.
 

lunedì 16 gennaio 2012

Ostler, The last lingua franca

The last lingua franca: English until the return of Babel di Nicholas Ostler (Allen Lane, London, 2010, ISBN 978-1-846-14215-4, pp. xx + 330) è stato una delle letture più interessanti degli ultimi mesi. In primo luogo perché è un testo che si colloca in uno spazio poco frequentato: scritto per un pubblico generale, ma fondato su competenze solide e capace di dire cose che nelle pubblicazioni per addetti ai lavori, semplicemente, non sono mai state dette.
 
Cose importanti, anche. Ostler parte dallo stato attuale dell’inglese come lingua della comunicazione internazionale e si chiede se questo stato sarà mantenuto in futuro. Secondo lui, oggi è “dominant, indeed commonsense” (p. xvii) l’idea che lo sarà – cosa che contrasta un po’ con la mia percezione: mi pare che moltissima gente pensi che l’inglese sarà presto sostituito dal cinese. Comunque, Ostler ritiene che il ruolo dell’inglese come lingua di comunicazione internazionale non sia affatto garantito, e argomenta la sua tesi in modo molto convincente, partendo da alcune constatazioni di buon senso.

Intanto, una lingua sopravvive a lungo se è lingua madre per qualche comunità; da questo punto di vista il futuro dell’inglese in molte parti del mondo sembra assicurato. Tuttavia, l’inglese è oggi conosciuto soprattutto da persone che non l’hanno assimilato come lingua madre. Anzi, oggi lo parlano (secondo i dati di Ethnologue, rielaborati dall’autore in una tabella interessante a p. 227) 1.143 milioni di persone, di cui “solo” 331 lo usano come lingua madre, mentre il 71% del totale è dato da persone che sono in grado di parlarlo come lingua franca – dato da confrontare con quello del cinese mandarino, 1.051 milioni di parlanti, che però per l’83% sono di madrelingua (e quasi tutto il 17% residuo è formato da persone che vivono in Cina). L’inglese ha quindi un peso eccezionale come lingua franca, anche se due lingue franche di uso geograficamente più circoscritto, lo swahili in Africa e il malese in Asia sudorientale, lo superano come percentuali di non-madrelingua... 98% e 73% rispettivamente.

Il secondo punto di partenza di Ostler è la nozione di “lingua franca”. Nella linguistica contemporanea la si usa tutto sommato poco, preferendole nozioni un po’ più sofisticate come, in italiano, quelle di “lingua straniera” (LS) e “seconda lingua” (L2). Ostler naturalmente conosce queste definizioni, ma ritiene che ai fini della sua analisi risultino inutilmente dettagliate (p. 37). Per speculare sull’evoluzione dei linguaggi basta sapere prendere una categoria generale che contenga “alla language deliberately acquired outside the home environment” (p. 35), etichettato in buona parte del testo come “lingua-franca”, con il trattino. Si tenga presente che in base a questa definizione l’italiano risulta, nella già citata tabella, la lingua franca n. 11 al mondo, in quanto dei 63 milioni di parlanti totali, non lo possiedono come lingua materna ben 23 milioni di persone... che sono, però, in sostanza, gli italiani che hanno come madrelingua il dialetto (al ruolo dell’italiano come lingua franca fuori d’Italia Ostler accenna a p. 227, e alle colonie italiane alle pp. 238-239).

Sulla base appena descritta, Ostler non ha problemi a fare questa previsione generale:

International English is a lingua franca, and by its nature, a lingua franca is a language of convenience. When it ceases to be convenient – however widespread it has been – it will be dropped, without ceremony, and with little emotion. People will not just get around to learning it, not see the point, be glad to escape a previously compulsory subject at school. Only those who have a more intimate relation to it, its native speakers, may feel a sense of loss – much as French people do today when their language is passed over, or accorded no special respect. And those who are conscious of having made a serious investment to learn the language – having misread the signs of change afoot in global communication – may also feel cheated, even disappointed, when others seem to be excused from having to know it. But the world as a whole will shrug and go on transacting its business in whatever language, or combination of languages, next seems useful (p. xv).

I confronti storici con cui Ostler rafforza la sua tesi sono ottimi e convincenti, e forniscono un esempio da manuale di come la storia possa illuminare il futuro. La seconda parte del volume (“Lingua-francas past”, pp. 65-172) è in un certo senso il nucleo del libro, e fa confronti competenti e ragionevolissimi tra l’inglese e una galleria impressionante di altre lingue, dal nahuatl al pali e dal latino al sanscrito.

Ostler però individua bene il punto in cui i confronti con il passato verosimilmente non saranno più utili. Come risulta dal titolo stesso del libro, a suo parere infatti l’inglese sarà “l’ultima lingua franca”: non solo la più recente, ma quella che non avrà successori nel ruolo. Infatti i sistemi automatici di traduzione diventeranno presto – in termini storici – tanto sofisticati da cancellare il bisogno di una vera “lingua franca”. Per intendersi con stranieri, noi o i nostri discendenti useremo d’abitudine sistemi automatici. I quali magari per lungo tempo non saranno in grado di fornire traduzioni perfette, ma presto forniranno traduzioni abbastanza buone da rendere l’apprendimento di una lingua per scopi pratici un cattivo impiego del tempo. O, come dice Ostler,

Ultimately, and perhaps before too long – say by the middle of the twenty-first century – everyone will be able to express an opinion in his or her own language, whether in speech or in writing, and the world will understand (p. 261).

Ostler conosce bene, naturalmente, la lunga serie di stime troppo ottimistiche su questo traguardo. Però, con i distinguo appena fatti, credo anch’io che la sua stima sia ragionevole, e che Google Translate faccia già intravedere un futuro non vicinissimo, ma ragionevolmente sicuro. Peccato per il cinese...

Nota. Ho comprato questo libro una volta tanto su carta, invece che su Kindle, perché sospettavo che contenesse esempi in alfabeti diversi dal latino, o in cinese, e diffidavo della resa elettronica. Sui contenuti non mi sbagliavo... ma il processo editoriale si è rivelato imperfetto anche su carta. L’edizione che ho io riporta caratteri cinesi senza problemi ma esibisce numerosi problemi con gli alfabeti non latini – cosa strana, visto l’argomento specialistico. Per esempio, frasi e parole in arabo vengono riportate in una specie di ingrandimento a bassa qualità alle pagine 63, 83, 93, 94, 104, 106, 178 e 244, mentre ci sono due esempi isolati in cui è stato usato un font corretto a p. 85. A p. 157 si trovano testi in alfabeti dello Sri Lanka, della Cambogia e del Myanmar, correttamente riprodotti, ma a p. 163 compaiono estratti in ebraico e aramaico ripresi da un file immagine molto sgranato. Perfino i simboli dell’alfabeto fonetico, ripresi da un font molto schematico, vengono inseriti in modo molto stridente all’interno di parole in corsivo (per esempio pp. 78-79 e pp. 130-131). Né è l’unico difetto: una mappa a p. 189 è malamente ripresa da un libro e risulta quasi illeggibile, mentre alle pp. 22, 27 e 207 compaiono grafici realizzati probabilmente con gli strumenti di default di Office, fatti con tanta imperizia da usare simboli in sfumature di grigio quasi indistinguibili gli uni dagli altri.

mercoledì 11 gennaio 2012

Aggiornamento: stampatello minuscolo

Beh, stamattina nella classe di mia figlia hanno iniziato a fare lo stampatello minuscolo (o, come scrivono loro, lo stampato minuscolo). Ecco le prime prove di questo esercizio di prima elementare.

Primo stampatello minuscolo

Per ora si tratta solo di alfabeto italiano: nessun accenno a j, k, w, x, y.

martedì 10 gennaio 2012

Stampatello maiuscolo in prima elementare

Anche se lavoro nel settore, mi guardo bene dall’interferire con quello che fanno i miei figli a scuola. Regola uno: mai mettere le mani nel lavoro degli insegnanti. La regola è facile da rispettare, credo, anche perché le scuole con cui abbiamo avuto a che fare sono sempre state di alto livello... Decisamente migliori di quelle in cui ho studiato io, tanto per fare un esempio.

Com’è ovvio, però, seguo con attenzione quello che viene fatto. In particolare per mia figlia, che quest’anno è in prima elementare e sta “imparando” a leggere e scrivere. Le virgolette ci vogliono perché, come in molti casi – non in tutti – i bambini ora arrivano in prima elementare sapendo già leggere e scrivere. A volte in modo non uniforme, beninteso: mia figlia ha imparato a scrivere quasi due anni fa, e si è regolarmente divertita a copiare scritte in stampatello, ma fino alla fine dell’anno non era mai riuscita a leggere. Con la scuola, subito prima delle vacanze ha imparato invece a leggere rapidamente e ad alta voce.

In ogni caso, l’insegnamento si è adattato alle circostanze. Ho visto che i metodi variano da classe a classe, ma nel nostro caso l’impostazione è stata questa:
  • partire dall’inizio dell’anno scrivendo su quadernoni A4 a quadretti di un centimetro
  • iniziare praticamente subito con i caratteri in stampatello maiuscolo (senza passare dalle fasi di “cornicine” che ancora oggi ricordo, dalla mia remota infanzia, come una noia mortale)
  • completare l’alfabeto in stampatello maiuscolo (cosa avvenuta alla fine di dicembre) prima di passare ad altri tipi di scrittura
  • scrivere un carattere per ogni quadretto
  • indicare la separazione tra le parole non con un quadretto bianco, ma con un quadretto che contiene un puntino
  • lasciare tra una riga di scrittura e l’altra una riga vuota, indicata da un puntino nel quadretto iniziale
  • soprattutto, copiare molti testi dalla lavagna
Come dicevo, non è un’impostazione universale. In molte scuole di Pisa, per esempio, i quattro tipi di scrittura previsti (stampatello maiuscolo e minuscolo, corsivo maiuscolo e minuscolo) vengono studiati contemporaneamente. Non so se ci siano studi scientifici sulla maggiore efficacia dell’un approccio o dell’altro... a una prima ricerca, non ne ho trovati; probabilmente, come per molte altre cose, sul lungo periodo le differenze di metodo non producono differenze misurabili di apprendimento, ma sarebbe interessante saper qualcosa di più.

Per quanto riguarda il disegno dei caratteri, se ho visto bene non viene data nessuna indicazione sul modo in cui devono essere tracciati (dall’alto, dal basso, etc.). O perlomeno, mia figlia esegue le sequenze in modo piuttosto idiosincratico – e anche qui mi chiedo se sia utile o meno dare indicazioni esplicite sul percorso migliore di tracciamento.

Le insegnanti, inoltre, hanno evitato di dare un nome alle lettere: invece di chiamarle “esse”, “zeta”, eccetera, mi sembra ci sia solo l’uso di dare la pronuncia corrispondente (s, z...). Nei casi in cui una lettera corrisponde a più di una pronuncia? Non so. Di sicuro, mi sembra che non venga nemmeno notato il fatto che una E può corrispondere a una e aperta o a una e chiusa, eccetera (il che in una scuola toscana non dovrebbe produrre particolari difficoltà).

A ogni modo, nella trascrizione di ieri (riprodotta qui sotto, in file ad alta definizione) direi che sono stati abbandonati i puntini tra le parole. Il programma prevede poi che si passi ai digrammi e ai trigrammi. Attendo con interesse.

domenica 8 gennaio 2012

Nuovi blog: ROARS e Mike Rose

Per l’anno nuovo ho fatto un po’ di ordine nella colonna dei blog qui a sinistra. Intanto ho aggiunto gli snippet dei nuovi post: spero che siano un buon modo per dare un’idea dei contenuti!

In secondo luogo, ho fatto un po’ di pulizia, mettendo in parcheggio i blog meno aggiornati (o più lontani dalle mie aree di interesse) e facendo un paio di aggiunte. Innanzitutto ROARS (Return On Academic ReSearch), che in effetti è un prodotto collettivo coordinato da un gruppo di docenti e ricercatori universitari italiani. ROARS ha l’obiettivo di “intervenire in modo credibile e competente in una discussione che abbia per interlocutori coloro che devono gestire il processo di trasformazione dell’università italiana e specialmente le forze politiche che si candidano a governare in futuro il Paese” e centrata sui rapporti tra la ricerca accademica e il resto della società. ROARS fino a oggi ha pubblicato contributi di notevole livello, presentando sia materiale originale sia collegamenti commentati ad altre fonti: di questo genere di pubblicazioni c’è estremo bisogno, e rispetto al chiacchiericcio dei quotidiani siamo decisamente su un altro piano.

Il secondo blog che ho aggiunto è quello di Mike Rose, chiamato semplicemente Mike Rose’s Blog. Rose è un esperto di educazione e soprattutto di ciò che in inglese si chiama literacy e in italiano... beh, non c’è il concetto corrispondente, ma se ne ha un’idea sommando “alfabetizzazione” e “competenze e capacità in lettura e scrittura”. Il blog ripresenta materiali già apparsi su altre pubblicazioni e ha cadenza più o meno mensile. In quanto ai contenuti, Rose è un esperto dell’integrazione tra literacy e attività pratiche, soprattutto in rapporto a quella che negli Stati Uniti è la working class. Molto spesso si tratta di letture affascinanti, che corrispondono molto alle mie esperienze e che dovrebbero far considerare buona parte dei discorsi italiani sul “poverini, mandiamoli a lavorare e non a studiare, per il loro bene” per ciò che sono: idiozie.

Creative Commons License
Blog di Mirko Tavosanis by http://linguaggiodelweb.blogspot.com is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia License.