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martedì 26 novembre 2013

Magno, L'alba dei libri

 
 
Magno, L'alba dei libri
Venerdì scorso ero a Venezia per lavoro e mi sono trovato, a sorpresa, anche qualche ora libera prima di poter prendere il treno del ritorno (l’Italo delle 18:55 per Firenze). Visto il tempo, gelido ma gloriosamente illuminato, all’inizio del pomeriggio mi sono quindi piazzato su una panchina della Fondamenta delle Zattere, di fronte al Canale della Giudecca. Certo, la panchina era in mezzo a un lago salmastro, visto che il marciapiede non si era ancora liberato dell’ultima acqua alta, ma i miei vecchi scarponcini si sono rivelati all’altezza della situazione…
 
Venendo lì avevo poi visto nella vetrina della Libreria Toletta un libro che mi incuriosiva da un pezzo e molto adatto all’ambiente, L’alba dei libri di Alessandro Marzo Magno: standomene beatamente seduto al freddo e al sole, con una scelta che fa riflettere sul rapporto tra distribuzione fisica e distribuzione elettronica dei libri, ho tirato fuori il Kindle, mi sono fatto spedire da Amazon l’anteprima del testo e poi, soddisfatto, l’ho comprato e scaricato (Garzanti, 2012, ASIN B006ZPR4KS, 209 pagine, “basato sull’edizione stampata” con ISBN 9788811682080, €9,99).
 
Che cosa c’entrava il libro con l’ambiente? Più che nel genericissimo titolo, la spiegazione sta nel sottotitolo: “Quando Venezia ha fatto leggere il mondo”. Il libro è infatti una sintesi del ruolo svolto da Venezia nella diffusione del libro a stampa e nell’evoluzione dell’editoria. Sintesi divulgativa, e opera di un non specialista (che apparentemente non ha fatto ricerche originali in merito), ma valida e competente. Nella saggistica a grande diffusione… avercene, di libri così!
 
La sintesi è in buona parte tematica. Il primo capitolo fa una breve storia degli esordi e del periodo più glorioso dell’editoria veneziana, che agli inizi del Cinquecento divenne la più importante del mondo – fino a produrre in alcuni anni, secondo alcune stime, la metà di tutti i libri stampati in Europa (pos. 75). In continuità con questo si colloca il secondo capitolo, dedicato ad Aldo Manuzio. E poi inizia una serie di capitoli (3-6) dedicati all’editoria in altre lingue: ebraica, araba, armena, greca, e diverse lingue slave. Più i relativi alfabeti.
 
Ancora più tematici sono i capitoli 7-9, che coprono le carte geografiche e la trattatistica militare, l’editoria musicale (una delle sezioni più interessanti del libro, e una di quelle su cui sapevo meno) e i trattati medici, cosmetici e gastronomici. Poi il capitolo 10 è dedicato a Pietro Aretino e la nascita dell’autore, e l’undicesimo torna a una descrizione complessiva (La decadenza, il ritorno e la fine), allungandosi con salti e scatti fino all’Otto e al Novecento, ma in modo non sistematico.
 
La varietà di argomenti non permette al libro di mantenere un’argomentazione coerente, e i singoli capitoli, o addirittura le sezioni di uno stesso capitolo, hanno spesso l’impostazione di articoli autonomi. Tuttavia la pura e semplice varietà di informazioni rappresenta un punto di forza, in quanto permette di gettare lo sguardo su campi molto diversi e tra cui di solito non c’è scambio. In diversi casi ho quindi scoperto cose a me del tutto ignote – per esempio, l’esistenza di una tradizione di editoria caramanlidica veneziana! Alzi la mano chi sa già di che cosa si tratta…

Rimessa veneziana

Un ulteriore motivo di soddisfazione è stato anche il ritrovarmi a leggere dei lavori di esperti che ho avuto occasione di conoscere di persona in passato, quando (ahimè) riuscivo ancora a lavorare nel settore. Angela Nuovo, per esempio, la scopritrice del primo Corano a stampa, realizzato a Venezia poco prima del 1540 (alla vicenda è dedicato il quarto capitolo, Il Corano perduto). Oppure Fabio Massimo Bertolo, il cui studio su Aretino e la stampa: strategie di autopromozione a Venezia nel Cinquecento è alla base di buona parte del decimo capitolo. Insomma, un po’ di tempo ben speso. Poi squilla il telefono e si torna al lavoro, in un paesaggio ormai notturno di mostre d’arte e rimesse illuminate.
 

martedì 24 settembre 2013

Balsamo e Tinto, Origini del corsivo nella tipografia italiana del Cinquecento

 
Balsamo e Tinto, p. 62: un esempio del corsivo di Dolcibello
Sull’innovatività della tipografia, Luigi Balsamo non la mandava a dire:
 
La continuità fra libro manoscritto e libro a stampa si rileva in tutte le caratteristiche esterne dei due diversi prodotti. La nuova arte o tecnica di stampare non aveva altro scopo che quello di sostituire la mano dell’amanuense divenuta troppo lenta in rapporto alla crescente richiesta del mercato (…) Il torchio di Gutenberg e le sue lettere metalliche, componibili e scomponibili, vollero risolvere dunque soltanto un problema di produzione senza che alcuno pensasse di modificare il prodotto (p. 13).
 
Qualche elemento della sintesi andrà forse corretto, ma sulla sostanza c’è poco da fare. Anche se ancora oggi capita di leggere commenti sulla diversità radicali tra libro a stampa e manoscritto, chiunque abbia passato un po’ di tempo in compagnia degli uni e degli altri, dal Trecento al Cinquecento, sa che il panorama è all’insegna della continuità. Di fronte alla riproduzione di molte pagine quattrocentesche, insomma, a volte anche un lettore smaliziato non riesce a capire a colpo d’occhio se si tratta di un manoscritto o di un testo a stampa. Dal punto di vista della leggibilità e dell’usabilità, un manoscritto ben realizzato era spesso pari o superiore al corrispondente testo a stampa. Il quale aveva di regola come punto di forza il prezzo ridotto, non la qualità.
 
Se proprio vogliamo essere pignoli, poi, sul lungo periodo il testo a stampa ha reso meno usabile il rapporto testo-immagine. Gli autori delle parole si sono staccati sempre di più da quelli dei disegni, e il coordinamento si è spesso perso. Ne è testimonianza perfino il bellissimo volume di cui parlo: Luigi Balsamo e Alberto Tinto, Origini del corsivo nella tipografia italiana del Cinquecento (Milano, il Polifilo, 1967, ristampa 1977, pp. 184). In cui la descrizione dei singoli caratteri per esempio sarebbe molto più chiara se fosse accompagnata, sullo stesso rigo, dalla riproduzione dei caratteri stessi – cosa quasi inconcepibile, oggi, al di fuori degli esempi forniti da Edward Tufte e pochi altri.
 
A parte questo, tuttavia, per gli appassionati come me il libro è meraviglioso. La sua storia si colloca in un momento in cui, appunto, i tipografi e gli editori si sforzavano di avvicinarsi quanto più possibile al modello dei manoscritti, e in cui l’invenzione del moderno “corsivo”, a opera di Aldo Manuzio e Francesco Griffo, fu un salto di qualità. I caratteri aldini, infatti, usati per la prima volta a stampa nell’anno 1500, giocavano tutto sull’imitazione dell’elegante scrittura a mano, comprese le legature delle lettere. E rappresentano anche, aggiungo io, l’ultima vera innovazione nei caratteri tipografici, a parte la creazione dei caratteri senza grazie – con cui hanno in comune alcuni problemi di leggibilità.
 
Il successo editoriale di Aldo spinse comunque una quantità di disegnatori e incisori a cimentarsi con il corsivo, e il libro di Balsamo e Tinto è ancora oggi un punto di riferimento fondamentale per orientarsi tra di loro. Luigi Balsamo, in particolare, autore dei primi capitoli, porta alla luce l’originalità grafica di una serie di incisori e disegnatori di caratteri d’inizio Cinquecento, che in precedenza erano stati considerati semplici imitatori del lavoro di Aldo: lo stesso Francesco Griffo, innanzitutto, che cercò fortuna per conto proprio e fece una fine tragica; Benedetto Dolcibello, che realizza quelli che a me paiono i caratteri più bilanciati; i Paganini padre e figlio; e altri di minore rilevanza.
 
Alberto Tinto prosegue la rassegna in senso cronologico, partendo dal più noto inventore di corsivi dopo Aldo Manuzio: Ludovico degli Arrighi, che spinse il disegno dei caratteri in senso calligrafico creando “il vero e proprio capostipite dei moderni corsivi” (p. 127). Affronta inoltre Giovanni Antonio Tagliente, con il suo corsivo meravigliosamente arcaico, e lì si ferma. La diffusione del corsivo nella stampa europea è argomento di altri studi.
 
Dopodiché, va constatato che questi elegantissimi corsivi persero alla fine la guerra con il carattere tondo. Dopo il loro esplosivo successo a inizio secolo, i lettori li trascurarono in nome dei più leggibili, anche se meno eleganti, caratteri tondi. Quelli cioè che usiamo ancora adesso nella gran parte dei testi.
 
Perché il corsivo è stato emarginato? Il giudizio corrente è che sia stato un problema di leggibilità. Ma siccome gli studi moderni sulla lettura mostrano che i lettori sono più flessibili di quel che sembra, io ho qualche dubbio, e il testo mi incoraggia. Parlando del primo tipo di corsivo di Alessandro Paganini (Corsivo I Paganini), Balsamo nota che non solo “è meno ‘corrente’, di struttura più statica, di disegno meno fluente e più angoloso” rispetto ai predecessori, ma che nella pratica dell’editore “le dimensioni molto ridotte, sia della pagina che del carattere, danno per risultato una pagina densa, fitta e scomoda ai nostri occhi” (p. 84). Questo però “prova quanto sia mutato il modello di leggibilità attraverso il tempo, dato che i lettori dei primi del Cinquecento trovarono invece questo carattere di loro gradimento, come prova il successo incontrato dall’originale collezione” (dove, a uso mio, noto che Balsamo insiste sul modo in cui i Paganini progettavano interi “programmi” di libri, più che vere e proprie collane, verificando con qualche edizione di prova la risposta del mercato).
 
Insomma, il rapporto tra lettura e usabilità è complesso. La storia del libro mostra che perfino soluzioni che sulla carta sembrano meno funzionali di altre possono in realtà portare a veri e propri trionfi di pubblico e di mercato… I legami con il mondo contemporaneo mi sembrano evidenti.
 
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