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giovedì 29 luglio 2021

Andrade, The Gunpowder Age

 
 
Copertina di Tonio Andrade, The Gunpowder Age
Il libro di Tonio Andrade The Gunpowder Age sembra a prima vista molto lontano dai miei interessi normali: la scrittura, la linguistica italiana, la comunicazione elettronica … In realtà, però, si incrocia con alcuni lavori in corso per diversi aspetti importanti: l’importanza della narrazione nella presentazione di informazioni, il rapporto tra testo e immagine, i rapporti tra Asia ed Europa nel Seicento… Per questo motivo ho preso appunti diffusi. 
 
Il libro racconta la diffusione della polvere da sparo confrontando ciò che avvenne in Cina e in Europa durante il periodo in cui questa tecnologia fu importante, dal Medioevo all’Ottocento. Potrebbe sembrare un argomento logoro! Ma la realtà è che questa storia ancora oggi viene spesso raccontata ripetendo luoghi comuni vecchi di secoli e approssimazioni. Rivedere il quadro a mente fresca è importante e permette anche di ripensare situazioni simili.

La scelta degli argomenti e la narrazione

  
La storia della polvere da sparo viene raccontata da Andrade in ordine cronologico, partendo dalla sua invenzione in Cina. Il racconto descrive poi la diffusione di questa tecnologia in Europa dopo il 1320 e l’arco cronologico si chiude con una specie di rimpatrio: il primo confronto diretto tra gli armamenti cinesi e i loro discendenti europei due secoli più tardi, a partire dal 1511, con l’arrivo dei portoghesi in Oriente. Da qui in poi la trattazione diventa molto più selettiva: non ha più scala globale ma si concentra sulle occasioni di conflitto tra europei e cinesi, mostrando come a un’epoca di conflitti in condizione di “parità” nel Seicento facesse seguito un lungo periodo di pace nel Settecento. Dopodiché, alla riapertura delle ostilità nell’Ottocento, la superiorità occidentale nell’uso degli armamenti era divenuta schiacciante e – fino a oggi – incolmabile.
 
Dei dettagli di contenuto parlerò più avanti. Diciamo però subito che questa impostazione ha l’enorme vantaggio di permettere un racconto coerente, in ordine sostanzialmente cronologico, al servizio dell’argomentazione dell’autore. I diversi capitoli trattano argomenti molto diversi tra di loro, ma sono ben inseriti in un percorso narrativo compatto che, penso, piacerebbe molto a chi come Gino Roncaglia insiste molto sull’importanza della complessità nell’età della frammentazione
 
La quarta di copertina del libro riporta un entusiastico giudizio di Jared Diamond, che definisce l’opera “as exciting, dramatic, and engaging as a novel”. Smorzerei un pochino i toni, ma sottoscriverei la sostanza. Anche se una buona revisione potrebbe togliere alcune ripetizioni e alcuni effetti retorici un po’ troppo facili, è vero che la struttura data al libro consente di leggerlo “come un romanzo”.

I contenuti in dettaglio

 
Come anticipato, il libro parte dalle origini, raccontando ciò che si sa sullo sviluppo, graduale e lento, della polvere da sparo in Cina, incluse le sue applicazioni militari. E qui, i nomi in uso oggi ingannano, suggerendo una continuità che non esiste. Per esempio, poiché le prime formulazioni avevano dei tempi di combustione relativamente lunghi, la polvere da sparo degli esordi veniva di regola usata come semplice sostanza incendiaria, non come esplosivo.
 
Agli inizi del XII secolo le guerre tra i Song e i Jin portarono però allo sviluppo di armi più efficienti, incluse le famose “lance di fuoco” e le bombe in ferro. Nemmeno queste erano però simili alle armi da fuoco in senso moderno. Le “lance di fuoco”, per esempio, usate da Chen Gui durante l’assedio di De’an nel 1132 (pp. 35-39), erano lance a cui venga agganciato un tubo con polvere da sparo. All’accensione, dal tubo usciva una fiammata che in alcuni casi veniva usata anche per scagliare pietre, con forza ridotta a distanze non tanto grandi (più che vere pallottole, le pietre erano “coviativi”, secondo una definizione di Joseph Needham: p. 51).
 
Il passo successivo fu quello di usare canne in metallo, in cui potevano essere infilati proiettili di diametro simile a quello dell’apertura. Questa soluzione permetteva di trasferire molta più energia al proiettile, e il meccanismo inizia ad assomigliare alle armi dei secoli successivi. Il primo esemplare databile con sicurezza di un’arma da fuoco in metallo  risale al 1298 ed è stato trovato nelle rovine di Xanadu, ma altri reperti potrebbero essere anteriori di alcuni decenni (p. 53). Alla metà del Trecento, i Ming usavano regolarmente armi da fuoco di questo tipo, relativamente piccole e concepite solo per l’uso contro la fanteria.
 
In parallelo, però, negli anni Venti del Trecento, le armi da fuoco erano già arrivate in Europa, in forme inizialmente simili a quelle cinesi. La rapidità di questa diffusione, molto superiore a quella di tecnologie come la bussola o la carta, colpisce, così come colpisce il fatto che le altre civiltà asiatiche non vedessero niente di simile. La situazione è sorprendentemente simile a quella della stampa, centocinquant’anni più tardi, e in entrambi i casi rimane la vaga possibilità che quelle europee siano state invenzioni del tutto indipendenti: ma su questi argomenti fa ancora testo Paper and printing di Tsien Tsuen-Hsuin

Comunque, non è chiarissimo che aspetto avessero le prime armi da fuoco europee: i primi esemplari conservati risalgono a fine Trecento, le descrizioni a parole (come quella di Petrarca citata da Andrade) sono confuse e i disegni pochi. Apparentemente, erano attrezzi simili a quelli cinesi:  “cannoncini” di piccole dimensioni, simili a pentole robuste, oppure armi collocate su pali e simili alle “lance di fuoco”.
 
In Europa però a questo punto ci fu un’evoluzione rapida, che portò alla nascita di armi di grandi dimensioni: una vera artiglieria, molto diversa da tutto ciò che era stato creato in Cina. A stimolare la trasformazione, secondo Andrade, fu un fattore esterno. Le città e le fortezze cinesi avevano mura di terra, robustissime, e a nessuna persona ragionevole poteva venire in mente di sviluppare armi da fuoco capaci di abbatterle. In Europa però le mura erano sottili… come quelle che a Pisa devo attraversare ogni giorno per andare in Dipartimento. Ciò rendeva concepibile sviluppare armi in grado di abbattere le mura, oltre che uccidere gli esseri umani, e nella ricostruzione di Andrade ciò è appunto quanto accadde a fine Trecento nel ducato di Borgogna (p. 88). Lo sviluppo successivo fu rapido: attorno al 1480 i grossi cannoni europei – e turchi – avevano già preso l’aspetto che conservarono fino all’Ottocento: armi con canne molto lunghe rispetto al diametro della bocca, che sparavano proiettili in ferro (p. 105).
 
Questi cannoni “classici” (p. 106) si rivelarono efficienti nel fare a pezzi non solo le vecchie fortezze (come in Italia mostrò bene l’arrivo di Enrico VIII) ma anche, imbarcati dai portoghesi, le navi nemiche. I cinesi, nel frattempo, non avevano sviluppato nulla di simile. Per questa divergenza, in aggiunta alla diversa natura delle difese, Andrade propone una spiegazione semplice. La seconda metà del Quattrocento era stata infatti un periodo relativamente pacifico per la Cina (e, aggiungo, per l’Italia), ma non per l’Europa settentrionale. Lì i conflitti avevano dato la spinta giusta al momento giusto.
 
I frutti della divergenza divennero valutabili nel più concreto dei modi nel giro di pochi decenni: nel 1511 gli europei, e più precisamente i portoghesi, arrivarono per la prima volta in Cina via mare, portandosi dietro appunto i cannoni “classici”. L’accoglienza cinese fu assai più interessata di quanto oggi tipicamente si ritiene: i cannoni europei furono subito individuati come una novità di rilievo, degna di imitazione. Nel 1521, grazie alla propria artiglieria, una piccola flotta portoghese ottenne un’insperata vittoria su una più numerosa flotta cinese nell’estuario del Fiume delle Perle. Già nel 1522, però, i cinesi ottennero una rivincita, anche grazie alle proprie armi da fuoco rapidamente migliorate (pp. 124-131).
 
Questi episodi introducono la terza parte del libro, An Age of Parity. Il titolo stesso fa capire che Andrade condivide un’idea presentata da diversi storici contemporanei, tra cui il Pomeranz di cui parlavo giusto dieci anni fa. In sostanza, la superiorità europea di questo periodo sarebbe un’illusione ottica creata dal senno di poi: fino al Settecento, le grandi società dell’Asia si misuravano alla pari con gli europei. E, avendo letto negli ultimi anni un bel po’ di relazioni di viaggio del periodo, anch’io mi sento propenso a concordare.
 
In ogni caso, i  luoghi comuni sul disinteresse dello stato cinese per gli sviluppi tecnologici sembrano, appunto, solo luoghi comuni. L’uso delle fonti cinesi, e in particolare delle storie Ming, mostra che i primi scontri armati produssero un vivo interesse dei letterati verso le novità occidentali. Un alto funzionario confuciano, Wang Hong, per esempio, propose immediatamente di usare i cannoni di modello portoghese per difendere la Grande Muraglia (p. 136). In poco tempo, “The Frankish cannon was, in effect, nativized to China, and (…) the term folangji, or ‘Frankish cannon,’ remained in use, a testament to Confucian bureucrats’ willingness to adopt foreign technologies” (p. 143).
 
A questo punto inizia uno dei blocchi più consistenti del libro, in cui l’autore lascia da parte l’artiglieria e si dedica alle armi da fuoco individuali. Il capitolo 11 spiega il modo in cui, in fanteria, le armi da fuoco divennero particolarmente efficienti quando fu trovato il modo per impiegarle nel “fuoco di fila”. In altri termini, quando i soldati, invece di sparare tutti assieme con le armi individuali e poi passare un tempo lunghissimo a ricaricare, venivano divisi in file che si davano il cambio, con un gruppo che sparava mentre altri gruppi ricaricavano. Questo evitava lunghe pause nel fuoco e permetteva quindi di tenere a distanza i nemici. In Europa, la tecnica venne apparentemente sviluppata nel corso del Cinquecento e nel corso della guerra dei Trent’anni contribuì alla fine del predominio dei tercios spagnoli di cui ho parlato il mese scorso; ma in Cina era stata sviluppata già prima della diffusione delle armi da fuoco, per il tiro con balestre, e fu facile adattare il modello all’uso del moschetto moderno.



Il fuoco di fila dei moschettieri Ming, di Yprpyqp - Opera propria, dal manuale di Bi Maokang, 1639, CC BY-SA 4.0, 
 
In ogni caso, nel Seicento cinesi, giapponesi e coreani adottarono entusiasticamente prima l’archibugio e poi il moschetto di tipo europeo (il Giappone poi proibì le armi da fuoco nella lunga pace dei Tokugawa). Per tutto il Seicento, questo produsse una parità militare con gli occidentali, che potevano contare su due soli vantaggi tecnologici privi di equivalenti asiatici: le navi da guerra (capitolo 14) e le fortezze di tipo italiano (capitolo 15), quasi impossibili da attaccare per un nemico impreparato. Gli scontri potevano quindi finire in un modo o nell’altro: se i cinesi si dimostrarono incapaci di tener i russi lontani dai propri confini, riuscirono però a riprendere Taiwan agli olandesi nel 1662.
 
La parità venne poi persa, gradualmente, nel Settecento. Per quale ragione? Secondo Andrade, di nuovo la più semplice: mentre gli europei continuarono a combattere tra di loro per tutto il secolo, in Cina e in Giappone ci furono lunghissimi periodi di pace. In particolare, durante la lunga pace dei Qing, tra il 1760 e il 1839, gli eserciti cinesi persero per mancanza di allenamento e motivazione quasi tutta la loro capacità bellica: gli esercizi rimanevano puramente formali e le spade arrugginivano nei foderi. Durante la Prima guerra dell’oppio il dislivello divenne quindi evidente in tutta la sua drammaticità: questo è il tema della quarta parte del libro, The Great Military Divergence (che ricollega la questione militare a quella della “grande divergenza” in generale).
 
Cosa interessante, Andrade attribuisce buona parte della divergenza, già nel Settecento, non solo allo sviluppo sociale e tecnologico ma anche a quello scientifico. In connessione con tutto il resto, certo… ma vale la pena citare qui le conclusioni dell’autore:
 
I came to believe during the writing of this book that one extra-military factor in particular played a vital role in the Great Military Divergence. I used to teach, in my lectures in Chinese history, that arguments about a lack of Chinese science in the Ming and Qing period were overwrought, that indigenous discourses such as the kaozheng school of evidentiary research were analogous to Western science, and that people have been too quick to discount the many writings on nature within the sea of Chinese thought. Certainly there’s still a tendency to underrate the dynamism of intellectual life in Late Imperial China, but today I find myself agreeing with China specialist Mark Elvin, who writes of his own conversion to the view that “something dramatic” was happening in Europe in the seventeenth century (p. 303).
 
Qui non posso che concordare anch’io, forse anche per amor di patria: la scienza galileiana non aveva semplicemente equivalenti nel mondo! E dal punto di vista pratico, leggiucchiando in giro, diventa evidente quanto i miglioramenti graduali ma sistematici nelle tecniche delle armi da fuoco e nel modo di adoperarle si accumularono in questo periodo, anche se visivamente l’aspetto esterno delle armi cambiò poco. Il pendolo balistico inventato nella prima metà del Settecento da Benjamin Robins permise per la prima volta di calcolare con precisione la velocità dei proiettili d’artiglieria e di individuare il ruolo della resistenza dell’aria, portando alla realizzazione di armi molto più pratiche e precise. Da metà Settecento, innovazioni razionali come le carronate diedero il via a una rincorsa alle prestazioni che oggi può risultare invisibile a chi oggi vede nei cortili dei musei pezzi apparentemente tutti simili gli uni agli altri. Pur cambiando poco all’esterno, i cannoni divennero più maneggevoli, si misero a sparare con più efficienza e si fecero molto più micidiali. Nelle parole di Andrade:
 
The British artillerists who fought in the Opium War were able to use ballistics models that took into account the expansion of gas in the gunpowder reaction, the loss of pressure due to the leaking of gas through touchholes and past projectiles, and the effects of wind resistance. The Qing gunners had no such resources (p. 251).
 
Questo significava, in pratica, che i britannici potevano affondare navi, demolire forti e sterminare la fanteria nemica da lontano e in tutta calma. A Ningbo, un centinaio di inglesi riuscì a respingere un attacco di migliaia di soldati Qing, sterminandoli.

Lo shock della Prima guerra dell’oppio portò, beninteso, a un notevole investimento cinese nell’acquisizione dei sistemi europei: cannoni, navi a vapore, nuove tecniche di addestramento. Alla fine dell’Ottocento, la Cina si era da molti punti di vista più “occidentalizzata” del Giappone. Ma le circostanze erano critiche: dalla prima alla seconda guerra dell’oppio, dalla ribellione dei Tai Ping fino a quella dei Boxer, la storia cinese fu una catena di catastrofi ben oltre l’uscita di scena della polvere da sparo come arma da guerra, sostituita da prodotti più efficienti. 

Testo e immagini

 
Il libro di Andrade include molte immagini al servizio del testo: fotografie, ma anche miniature e disegni d’epoca, europei e cinesi. L’importanza di queste immagini per la chiarezza dell’esposizione è evidente. Le illustrazioni delle pagine 80 e 81, per esempio, mostrano rispettivamente una foto del trecentesco cannone di Loshult e una miniatura quattrocentesca di un’arma da fuoco europea simile alle “lance di fuoco”. Queste riproduzioni fanno capire con assoluta chiarezza quanto le armi da fuoco europee del Medioevo fossero diverse da quelle dei periodi successivi, e dall’immaginario comune. Descrivere le stesse differenze a parole, con la stessa incisività, è davvero difficile!
 
Inoltre, le immagini stesse sono fonti primarie. Per esempio, parlando del “fuoco di fila”, le semplici testimonianze scritte d’epoca rendono in diverse occasioni impossibile capire se ciò di cui si parla era un vero “fuoco di fila” o no. Viceversa, lo schema di movimento fornito in una lettera di Gugliemo di Nassau a suo cugino Maurizio nel 1594 presenta con chiarezza la tecnica sperimentale descritta nel testo, permettendo di capire che si tratta di un vero “fuoco di fila”. Le immagini che descrivono il comportamento dei balestrieri e moschettieri Ming nel Jun qi tu shuo di Bi Maokang sono altrettanto importanti nel mostrare che la tecnica descritta era un vero “fuoco di fila”. E così via.
 
Chi poi è interessato ad approfondire questo specifico problema dal punto di vista tecnico può farlo per esempio sulla voce di Wikipedia in lingua inglese dedicata al fuoco di fila, che si basa quasi per intero appunto su questo libro, riproducendo molte delle immagini chiave (su Wikipedia in lingua italiana non esiste nemmeno una voce dedicata al “fuoco di fila”, e in generale tutte le voci su argomenti simili sono di scarsa qualità).

Il messaggio finale

 
In sintesi, mi sono sentito in estrema sintonia con l’impostazione di questo libro. Il senno di poi inganna. Le grandi generalizzazioni ingannano. Le storie che tutti conoscono non sempre sono quelle corrette. E dettagli in apparenza secondari possono cambiare completamente l’utilità di una tecnologia o la situazione sociale.
 
Il senno di poi inganna soprattutto nel Seicento: un’epoca in cui il mondo era già connesso, ma in modo parziale e senza centri di dominio assoluto. Questo è ciò che rende il periodo particolarmente interessante oggi… e, come spero di mostrare nel prossimo futuro, è qualcosa di cui si deve tener conto anche parlando delle lingue in generale, e della lingua italiana in particolare.
 
Tonio Andrade, The Gunpowder Age. China, Military Innovation, and the Rise of the West in World History, Princeton, Princeton University Press, 2016, ISBN 978-0-691-13597-7, pp. ix + 432. Letto nella copia della Biblioteca di Economia dell’Università di Pisa.
 

mercoledì 11 settembre 2013

Correzioni di bozze e tirature cinesi

 
Stampa di testi religiosi in età Song - Tsien, p. 381
Contrariamente a quel che sostengono molte teorie, la diffusione della stampa in Cina non ha prodotto nessuna rivoluzione culturale, né ha generato qualcosa che assomigliasse alla scienza moderna. A me sembra che ciò permetta di scartare l’ipotesi che tra innovazioni tecniche di questo tipo e conseguenze culturali ci sia un forte rapporto deterministico. Tuttavia, i sostenitori dell’ipotesi hanno sempre la possibilità di appigliarsi a diversità tecniche più minute. Per esempio, si potrebbe dire che la stampa cinese differiva nell’elemento X dalla stampa occidentale, e che proprio questo dettaglio le ha impedito di esercitare appieno la sua forza rivoluzionaria…
 
Ragionamenti di questo genere si scontrano però con il fatto che in astratto la stampa cinese aveva in molti casi caratteristiche migliori rispetto a quelle della stampa occidentale, come strumento per la diffusione delle idee. Per esempio, la tecnologia occidentale obbligava gli editori a produrre i testi riducendo al minimo le correzioni: la forma di stampa composta per un fascicolo usava buona parte dei caratteri disponibili in tipografia, quindi occorreva usarla subito, senza aspettare troppi controlli, e scomporla appena terminata la stampa del fascicolo stesso. Capitava dunque che gli errori, anche se gravi, venissero lasciati nel testo e indicati solo (a volte) nelle liste degli Errata corrige preparate a fine stampa. Per usare due esempi ben noti del Cinquecento italiano, Ariosto, pur essendo fisicamente presente in tipografia, non riuscì a evitare molti errori di stampa nelle tre edizioni dell’Orlando furioso pubblicate sotto il suo controllo (1516, 1521 e 1532), e ci mise anche del suo introducendo correzioni in corso d’opera; nel 1525 Pietro Bembo, che aveva lasciato l’incarico di supervisionare la stampa delle sue Prose della volgar lingua al suo segretario Cola Bruno, notò diversi errori nel testo pubblicato e si rassegnò a correggerli solo negli Errata, tranne uno, che su sua esplicita richiesta fu corretto a penna dal segretario stesso nelle copie già stampate.
 
Viceversa, in Cina, dice Tsien Tsuen-Hsuin,

at least four proof-readings were usually required before printing, the latter occurred following transcription, correction, engraving, and the first impression. Because of this careful preparation, a well-collated and printed edition was valued above a copied manuscript, which was likely to contain unintentional errors. Textual accuracy was, therefore, an additional important reason besides its lower cost, for readers to choose a printed edition (p. 373).
 
Inoltre il mantenimento nel tempo dei testi corretti era garantito da tutta una serie di istituzioni: edizioni di riferimento su pietra, spazi per conservare le matrici di stampa… Attorno al Mille l’Accademia Nazionale cinese conservava per esempio le matrici dei classici confuciani, pronta a ristamparli su richiesta nell’edizione di riferimento. Già, perché le matrici in legno potevano durare secoli. Ancora oggi, in Corea, i Tripitaka Koreana sono una raccolta di testi canonici buddisti conservata in 81.528 matrici di tipo cinese incise a metà Duecento – e la voce di Wikipedia in lingua inglese sull’argomento dice che in questa notevole raccolta non è stato finora trovato nessun vero errore di stampa.
 
Quante copie venivano però fatte, di questi testi ben corretti? Tsien cita due volte una stima moderna di Lu Chhien, che dice che le matrici potevano venir usate per stampare fino a 15.000 copie, o 25.000 dopo esser state ritoccate, ma che la prima tiratura di un libro era tipicamente di trenta copie (p. 370). Cifre del genere sono molto basse, secondo gli standard occidentali: in Europa fin dagli inizi le tirature si attestavano tra le trecento e le mille copie, in media. In Cina, invece, perfino le opere stampate con caratteri mobili avevano tirature ridotte, come avvenne per l’enciclopedia Ku Chin Thu Shu Chi Chheng, stampata nel 1725-1726 in sole 66 copie (e riprodotta litograficamente in 100 copie nel 1890: p. 370, nota d).
 
Questo sembra in effetti un punto di divergenza un po’ più significativo. Le basse tirature cinesi da un lato rendevano i libri probabilmente più costosi rispetto alle loro controparti occidentali (anche se, dice Tsien, rimanevano comunque dieci volte meno costosi dei manoscritti equivalenti, p. 373), dall’altro rendevano meno impellente la ricerca del successo da parte degli editori. Può darsi che queste divergenze facessero la differenza tra la rivoluzione intellettuale e la conservazione? A me sembra molto, molto difficile.
 

giovedì 5 settembre 2013

Tsien, Paper and printing


Tsien Tsueh-Hsuin, Paper and printing
Finalmente, con le vacanze di agosto ho avuto la possibilità di finire di schedare Paper and printing di Tsien Tsuen-Hsuin, prima parte del quinto volume (“Chemistry and chemical technology”) dell’imponente opera curata per decenni da Joseph Needham, Science and civilisation in China. Il libro (Cambridge, UK, Cambridge University Press, “third printing, revised 1987”, pp. 485, ISBN 0 521 08690 6) è una miniera di informazioni. Risponde a quasi tutti le mie domande sulla storia della stampa in Cina, e aggiunge molto altro.
 
Sulla storia della stampa in sé dirò poco: ne ho accennato qualche mese fa, parlando per esempio del libro di Twitchett, e i tratti fondamentali sono già abbastanza noti. In Cina, specularmente a quanto è successo in Occidente, l’invenzione della carta è sembrata un punto di svolta della civiltà, mentre la stampa non ha ricevuto particolare attenzione. Eppure, sicuramente già prima dell’VIII secolo, usando matrici di legno i cinesi erano in grado di riprodurre fogli semplici in decine di migliaia di copie, e libri in tirature discrete. La storia è affascinante, e il libro fornisce una miniera di informazioni in questo settore – direi che, salvo sorprese, è l’opera di riferimento fondamentale per chiunque si interessi all’argomento. Inoltre, le riproduzioni di cui è corredata, seppure in uno spartano bianco e nero, sono una gioia per gli occhi.
 
Qui però mi interessa soprattutto trattare il discorso più generale, relativo al mio antico interesse sul rapporto tra tecnologia e pensiero. L’autore parte dichiarando, come molti suoi contemporanei, che “the printed message has brought about changes in the intellectual mode of the human mind” (p. 1). Lo stesso messaggio viene poi ripetuto, molto più in dettaglio, all’inizio della sezione j del libro, dedicate a descrivere il “Contribution of paper and printing to world civilization”. Tsien parla infatti della stampa come di riconosciuto “turning point” per il passaggio, in Europa, dal Medioevo alla modernità (p. 360). E il suo quadro d’assieme è completamente basato su Eisenstein, Febvre e Martin, Hirsch e McLuhan:
 
Printing (…) had profound effects upon European thought and society in the late 15th and early 16th century. It stimulated the spirit of the Renaissance and the Reformation (…). In short, almost everything in the progress of modern civilization can be linked in one way or another to the introduction and development of printing in the Western world (p. 367).
 
Eppure… dopo aver riportato questo bel quadretto, Tsien deve notare che nel caso cinese le cose sono andate ben diversamente, come il suo libro mostra in dettaglio. Certo, alcuni tratti sono comuni. Sia Oriente sia a Occidente
 
printing promoted culture, widened the scope of subjects that interested scholars, helped shift the bias from religious to classical learning, it popularized education, spread literacy, and enriched art and literature; though it did so to a different degree in each (p. 382).
 
Tuttavia si nota che
 
in the West printing also stimulated intellectual unrest and promoted the development of national languages and their use in literature; in China, on the contrary, it facilitated the continuity and universality of the written language and thus became an important vehicle for sustaining the cultural tradition. This is seen especially in the printing of the Confucian classics and similar material for the civil service examinations, and therefore acted as an important element in the relative stability of Chinese culture and society (pp. 382-283).
 
E questo non è sufficiente a mostrare il disaccoppiamento tra stampa e rivoluzioni del pensiero? In sostanza, il grande esperimento di “dare la stampa a una civiltà e vedere se questo provoca una rivoluzione nel pensiero” è stato condotto due volte. La prima, non è stato correlato a nessuna rivoluzione. La seconda, sì. Il che fa pensare che il rapporto sia più casuale che causale, e che sia il contesto culturale, più che l’introduzione di una specifica tecnologia, a provocare cambiamenti. Con qualche legame, certo, ma comunque in modo assolutamente non deterministico.
 

sabato 29 dicembre 2012

Censura e diritto d’autore nella Cina medievale

 
Sempre dal libro di Twitchett di cui ho già parlato, è interessante vedere alcuni paralleli tra le pratiche della Cina medievale e quelle della Cina contemporanea. Un capitolo (beh, tre pagine: 60-62) di notevole interesse è dedicato per esempio al rapporto tra The state and printing. La sintesi dell’autore è che, di fronte a una “enormous proliferation” di libri a stampa, durante la dinastia Sung (oggi di solito chiamata “Song”: 960-1279) il governo cinese fece “constant efforts to regulate publication”. In particolare:
 
The state attempted to maintain its own monopoly in some categories of literature. Calendars and astronomical o astrological charts, whose possession had been forbidden to commoners in the law codes since the seventh century, but for which nevertheless there was a brisk demand, were in Sung times printed by government agencies and sold at fixed prices, heavy penalties being imposed on private printers. Collections of state documents and legal works printed by private publishers were also repeatedly forbidden, but the prohibitions proved ineffective. National histories were also a government monopoly and strict laws forbade their export to neighbouring states whose rulers might use them as a source of intelligence.
 
Tuttavia, questi divieti si rivelavano regolarmente inefficaci, così come lo erano quelli contro l’esportazione di libri o quelli che tentavano di regolare la stampa di manuali per gli esami imperiali (incluse le “miniature editions that could easily be smuggled into the examination halls”).
 
D’altro canto, altri tipi di libro erano “strictly censored”. Per esempio, i testi taoisti, buddisti e manichei non ortodossi, ma anche le opere politiche di critica al governo, o quelle che potevano presentare informazioni militari sensibili, soprattutto riguarda alla difesa dei confini. Il primo editto formale sulla censura risale al 1009, mentre nel 1090 “the court issued a full set of regulations on the printing and circulation of books”, che in teoria prevedeva uno stretto controllo dei manoscritti destinati alla stampa. Tra il 1195 e il 1201 queste regole “were codified in a set of laws which allowed censorship not only for unorthodox ideas, but even on the grounds of unacceptable style”. I certificati di autorizzazione potevano poi includere informazioni molto precise sul numero di parole di cui era composto il testo, il numero di blocchi da usare nella stampa e il prezzo di vendita al dettaglio. Le continuità con il presente non sembrano poche…
 
Dal punto di vista tecnico, il controllo statale era facilitato dal fatto che, almeno per alcune opere, gli editori lavoravano usando matrici di proprietà del governo, conservate presso archivi appositi. Ma d’altra parte, aggiungo io, probabilmente il controllo era poco efficace anche perché la stampa cinese non richiedeva le costose e ingombranti attrezzature richieste dalla stampa occidentale.
 
D’altra parte, secondo Twitchett “the official imprimatur gradually developed ino a concept of the author’s and publisher’s rights in a book… the first book including a claim to copyright under government protection was printed in Szechwan between 1190 and 1194”. Ecco la riproduzione relativa, con la traduzione di Twitchett (p. 63):

La prima dichiarazione di diritto di copia?

Simili al meccanismo dei privilegi europei, dichiarazioni del genere a volte tutelavano anche l’autore contro “unauthorized abridgements and alterations of his text”. Rimasero rare in età Song, ma “the primitive idea of copyright survived into the Mongol period, though probably without the forse of law”. Tuttavia:
 
Copyright proved impossible to enforce, and during the Ming (1368-1644) the very concept disappeared, together with the practice of reviewing books before granting permission to publish. It was not to appear in China again until 1910, and even since then its status has proved very unsure.
 
In effetti, come può constatare chiunque giri per un mercato cinese (non troppo dissimile da un mercato italiano di qualche anno fa, del resto), le direttive contro la contraffazione sembrano ancora oggi emanate più che applicate – anche per il mercato interno:

Avviso in un mercato di Shanghai
 

giovedì 27 dicembre 2012

Twitchett, Printing and publishing in Medieval China

 
Twitchett, Printing and publishing in Medieval China
Con Printing and publishing in Medieval China di Denis Twitchett (Frederic C. Beil, New York, 1983, pp. 94) ho fatto un primo tuffo nel mondo, appunto, dell’editoria cinese medievale. Il libro è in realtà un libretto: ridotto nel formato e nel numero delle pagine, e perdipiù abbondantemente illustrato, è “based on a talk given to the Wynkyn de Worde Society at Stationers’Hall London on 28 September 1977” (p. 6). Ragion per cui il tempo di lettura è minimo. Non importa: ciò che ne emerge è affascinante. Per chi si è occupato solo di editoria europea, è un piacere scoprire lunghe serie di somiglianze e differenze nel mondo dell’editoria cinese.
 
Una differenza base è data intanto dalla maggiore antichità. Giusto per riferirsi a due prodotti che si possono rimirare a pochi passi di distanza nella sala esposizione della British Library, tra la più antica stampa cinese datata, la Sutra del diamante dell’868, e la Bibbia di Gutenberg, probabilmente terminata nel 1455, passano quasi sei secoli. Inoltre, diversi esempi non datati di stampe cinesi risalgono probabilmente all’VIII secolo (pp. 13-14). Il margine di vantaggio, insomma, è notevole.
 
Certo, nel caso della stampa cinese c’è il grosso problema di individuare le origini di una pratica che ha forti continuità con altre. L’invenzione di Gutenberg si basava su diversi componenti molto originali: innanzitutto, i caratteri mobili in metallo; poi, un torchio capace di mettere in contatto forma e fogli con una rapida e potente strizzata dall’alto; e infine, un meccanismo a carrello per muovere il materiale. La stampa cinese invece non si distacca molto da pratiche come le “rubbings on paper” che, per i classici confuciani e altri testi incisi su pietra, si facevano già “by the early seventh century if not before” (p. 14), e che ancora vengono realizzate, per la gioia di appassionati di calligrafia e turisti, in posti come la Foresta di stele a Xi’an.
 
Le stampe cinesi classiche furono inoltre prodotte in sostanza da xilografie, incise in rilievo (oppure, “in rare cases”, da blocchi fatti in terracotta, corno o metallo: p. 68). Il meccanismo, a differenza di quello della stampa europea, era semplicissimo: “The printer inked the block with one end of double-headed brush, laid the paper on the inked face of the block, and took an impression by rubbing over the paper with the other end of his brush” (p. 70). I fogli prodotti in questo modo venivano raccolti in vario modo: in rotoli nei primi secoli della stampa, e successivamente in libri a fisarmonica, stampati da un lato solo, secondo un sistema rimasto stabile fino al Novecento (p. 68). Questo sistema permetteva tra l’altro una notevole flessibilità a tutti i livelli. Per esempio, permetteva di combinare facilmente testo e immagini (p. 86), ma anche di aggiungere o togliere “pagine” ai libri.

Pagina di un testo medico stampato nel 1211 (Twitchett, p. 41, riproduzione XII)
  
Per giunta, le matrici erano sorprendentemente resistenti: “blocks of some books cut in the seventeenth century were still being used in this century [nel Novecento]” (p. 85). In effetti, “once the block was cut it could be stored, and the book could remain ‘in print’ indefinitely” (p. 70), a differenza dei libri europei, in cui le costosissime matrici venivano di regola composte e scomposte al volo, per la stampa di ogni singolo fascicolo. Questo permetteva “an early form of that ‘printing on demand’ that we associate with modern techniques of reprography” (p. 85), basata anche sull’esistenza di enormi archivi statali da cui gli editori potevano prendere in prestito le matrici per una ristampa.
 
Contropartita di questa flessibilità era probabilmente un costo maggiore rispetto ai libri europei. Il confronto diretto è impossibile da fare, ma Twitchett fornisce a p. 64 alcuni esempi, mostrando che alcuni libri costavano quanto lo stipendio mensile di un funzionario di medio livello.
 
Anche con questo limite, però, la stampa aveva una notevole diffusione, così come l’avevano le tecniche precedenti: se già in epoca Tang “manuscript copies of texts, popular poems and rubbings of stone inscriptions were on sale in the markets of the great cities” (p. 17), nel IX secolo i poeti potevano lamentarsi per il fatto che le proprie opera venivano stampate abusivamente. E nello stesso periodo si diffondevano le stampe di manuali e compiti modello da prepararsi per gli esami imperiali… non male, considerato che in Italia era il tempo dei Dagoberti e degli Agilulfi. “Printing immediately multiplied the available supply of books, and in the course of the next two or three centuries transformed the whole business of publishing and bookselling” (p. 17).
 
Una svolta importante, e una differenziazione vistosa rispetto agli esiti dell’editoria occidentale, venne nel X secolo, all’epoca delle Cinque dinastie, quando la stampa divenne faccenda di Stato:
 
From 925 to 934 one of these dynasties temporarily gained control of Szechwan, and two of its ministers, Feng Tao and Li Yu, were so impressed by a print edition of the Wen hsuan, the most famous of all literary anthologies, which had been produced by a Shu minister called Wu Chao-I, that they decided to produce in wood-block printed form a standard orthodox edition of the entire canon of Confucian Scriptural writings. The preparation and editing of this huge work was overseen by the National Academy at Loyang, and the enterprise progressed slowly under four successive brief dynasties until in 952 the completed printing was presented to the emperor, and copies of the various classics were put on sale. Sad to relate, this, the world’s major printing project, ended with charges of embezzlement against its director, T’ien Min. But these were hurriedly hushed up. Meanwhile, in Szechwan the kingdom of Shu, independent once again, was publishing its own rival standard version of the Confucian canon, which based its text on a standard recension of the canonical works engraved on stone in their capital Ch’eng-tu between 944 and 951” (p. 31).
 
La stampa dei classici rimase un monopolio di Stato fino al 1064 (p. 32), e anche in seguito vennero prodotti imponenti progetti pubblici di sistemazione testuale e di edizione – in aggiunta alle versioni di riferimento in pietra che oggi si possono vedere a Xi’an e in altre parti della Cina. Ma, assieme ai testi di riferimento, alle banconote, alle edizioni dei canoni buddisti e taoisti, venivano pubblicati a stampa anche testi con destinazione molto diversa: dai calendari alle enciclopedie popolari, dalla poesia alla narrativa. Il tutto in un mercato di cui “we know tantalizingly little” (p. 52).
 

lunedì 24 dicembre 2012

Bibliografia sulla storia della stampa in Cina

 
Banconota cinese del XIII secolo (Wikipedia, voce History of printing in East Asia)
Batti e ribatti, più passa il tempo più mi sembra che la conoscenza storica, “umanistica” rimanga ancora lo strumento più potente per capire il mondo umano. Non l’unico, per carità, ma se si cerca di capire per esempio come potrà evolversi il rapporto con le informazioni nei prossimi decenni, non è dalla matematica né dalle neuroscienze né tantomeno dalle improvvisazioni dei giornalisti che si potranno avere illuminazioni significative.
 
Ora, i miei rapidi passaggi in Cina sono anche stati un’occasione per riapprezzare quanto poco corrisponda alla realtà l’idea secondo cui il medium è il messaggio. La stampa è stata la causa della nascita del pensiero scientifico e della modernità? Beh, forse. O forse no. Tanto per dirne una, in Cina la stampa è stata inventata molto prima che in Occidente, ma ciò non ha prodotto alcuna rivoluzione scientifica.
 
Però forse questo era dovuto a limiti della tecnica di stampa cinese… cioè, la stampa in Cina è rimasta una curiosità, e poco altro? Direi proprio di no. Però, è difficile dimostrarlo, perché di stampa medievale in Cina si sa, ancora oggi, incredibilmente poco. Sulla stampa in Occidente abbiamo ottime informazioni sul numero di libri pubblicati, sulle tirature, sui tipi di opera pubblicati, sui margini di guadagno dei tipografi, sul numero di persone coinvolte, eccetera. Sulla Cina, io ho notevoli difficoltà a trovare qualcosa di simile! La lingua è ovviamente il principale ostacolo alla ricerca – ma va tenuto conto del fatto che la ricerca umanistica in Cina non ha tenuto il passo con quanto avvenuto in Occidente. Idee come “bibliografie”, “note” e “rinvio alle fonti” sembrano ancora estranee alla costruzione della ricerca storica cinese (ma forse questo è semplicemente un problema mio…), e senza questi punti di partenza è difficile fare lavori approfonditi – il che tra l’altro contribuisce a far capire quanto il lavoro umanistico delle università occidentali sia prezioso e al tempo stesso tutt’altro che inevitabile…
 
Vabbè. Torniamo al punto di partenza, e cioè a quello della ricerca bibliografica. Che è un esercizio interessante di per sé, perché, per farmi un’idea di un argomento di cui in partenza non so nulla, devo partire proprio dagli strumenti di base. In particolare, le enciclopedie. E, poiché siamo ormai in periodo di vacanze, andare in biblioteca è escluso, e mi restano solo le enciclopedie online. Dove, tra le fonti corrispondenti a pubblicazioni tradizionali, né la Britannica né la Treccani forniscono, mi sembra, indicazioni per letture di approfondimento. Lo stesso vale per Wikipedia in lingua italiana, che presenta solo poche righe di informazioni all’interno della voce Stampa.
 
Un po’ meglio vanno le cose per Wikipedia in lingua inglese, che sull’argomento dispone di una voce dedicata; anche qui, però, la bibliografia di riferimento è ridottissima. Include un libretto piuttosto interessante di Denis Twitchett, Printing and publishing in Medieval China, di cui spero di parlare tra poco, ma le vere opere di riferimento sembrano solo due:
 
1. Thomas Frances Carter, The invention of printing in China, and its spread westward del 1925 (!), nella versione riveduta nel 1955 (!) da L. Carrington Goodrich.
 
2. Un po’ più aggiornato (1985), il volume di Tsuen-Hsuin Tsien su Paper and Printing, parte 5.1 della monumentale serie Science and Civilization in China iniziata da Joseph Needham.
 
Quest’ultimo per fortuna è leggibile come “anteprima” anche su Google Books, e spero di poter dire tra breve qualcosa di più in proposito (per fortuna, poi, ce n’è una copia disponibile presso la Biblioteca di Storia e Filosofia qui a Pisa).
 
Mancano però lavori più recenti, e mancano anche (e soprattutto, dal mio punto di vista) lavori dedicati alle conseguenze sociali della stampa e della lettura. L’equivalente, insomma, di quello che libri come La rivoluzione inavvertita di Elizabeth Eisenstein (1979) sono stati per la storia della stampa e dell’editoria in Occidente. Sembrano potenzialmente interessanti alcuni testi che ho trovato cercando su Amazon, e cioè:
 
  • Kai-Wing Chow (2007), Publishing, culture, and power in Early Modern China
  • Joseph P. McDermott (2006), A social history of the Chinese book: books and literati culture in Late Imperial China
  • A cura di Cynthia J. Brokaw e Kai-Wing Chow (2005), Printing and book culture in Late Imperial China
  • Lucille Chia (2003), Printing for profit: the commercial publishers of Jianyang, Fujian (11th-17th Centuries)
 
Mi chiedo però se mi stia sfuggendo qualcosa di importante, e soprattutto se questi siano testi che vale la pena leggere!
 
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