sabato 13 ottobre 2012

ICoN: i nuovi corsi di lingua italiana

 
La prossima settimana sarà la dodicesima Settimana della Lingua Italiana nel mondo, che prevede una nutrita serie di iniziative per la diffusione della lingua (anche se il sito ufficiale dell’ente promotore, cioè il Ministero degli Affari Esteri, curiosamente, non riporta indicazioni aggiornate). Io sono qui in Asia orientale anche per dare il mio piccolo contributo all’iniziativa, e quindi domenica volerò all’Istituto Italiano di Cultura di Giacarta (via Kuala Lumpur) per fare una presentazione sul rapporto tra insegnamento della lingua italiana e nuove tecnologie. Spero di approfittarne per girare un po’ per Giava – e di avere l’occasione di scrivere qualche post da lì!
 
Oltre alle azioni in presenza, però, il mio lavoro per ICoN e per la diffusione dell’italiano è al momento dedicato in buona parte alle azioni a distanza. In particolare, dall’inizio di settembre, con ICoN abbiamo iniziato a promuovere i nostri nuovissimi corsi di italiano: uno per il livello A1 (“base”) e uno per il livello A2 (“principiante”) del Quadro Comune Europeo.
 
I corsi sono normalmente in vendita in autoapprendimento a 150 euro. Per la Settimana della Lingua Italiana nel mondo li offriremo però, scontati, a 120 euro. In più, faremo una piccola campagna promozionale che in queste settimane ho cercato di coordinare al meglio attraverso una montagna di messaggi di posta elettronica e di conversazioni via Skype. Spero che molti approfittino dell’occasione per acquistare...
 
Di sicuro, ho il forte sospetto che nei prossimi mesi dovrò dedicare buona parte del mio tempo alla commercializzazione di questi corsi, e di quelli di prossima uscita (entro fine anno sarà disponibile anche il B1, e così via). Compito non facile – ma l’organizzazione ICoN è fatta di persone molto brave e competenti, e i corsi sono di alto livello, quindi con un po’ di fortuna per la prossima Settimana della Lingua Italiana avremo qualche risultato interessante da presentare.
 

giovedì 11 ottobre 2012

Dizionari e app per caratteri

 
I caratteri della scrittura cinese sembrano, in isolamento, assolutamente indecifrabili per chi non li conosce. Nella pratica, però... è esattamente così. Come si fa a capire che cosa vuol dire un determinato carattere? La prima soluzione è: chiedere a chi lo sa. La seconda: imparare.
 
Tuttavia, non sempre c’è a portata di mano qualche persona gentile (di solito, cinese) che legga i caratteri al posto di qualcun altro, e per imparare ci vuole letteralmente tutta la vita. Lunedì scorso mi sono quindi comprato il mio primo dizionario cinese: il Concise Chinese Dictionary di Li Dong (Tuttle, Tokyo, Rutland, Singapore, 2009, 710 pp. ISBN 978-0-8048-3773-6, HK$ 140), con traduzioni cinese-inglese e viceversa. È molto elementare e compatto, ma si è già rivelato utile.
 
Il modo in cui funzionano poi i dizionari di cinese è piuttosto interessante. Il mio, per esempio, è costituito da una grossa sezione alfabetica in cui la parola cinese è presentata scritta in pinyin, cioè in caratteri dell’alfabeto latino, e da questo punto di vista, si può dire che funzioni come il dizionario di qualunque lingua europea. Nella civiltà cinese, però, l’uso della traslitterazione è molto marginale, quindi è raro trovare testi scritti in pinyin: quel che si trova sono testi scritti in caratteri.
 
Quindi, come si passa da caratteri a pinyin? Nel caso specifico, ci si basa sui componenti dei caratteri e si usano gli indici. I caratteri cinesi includono circa duecento (le classificazioni variano) radicali, cioè elementi base riciclati in più caratteri, e questi radicali sono usati da migliaia di anni proprio per scopi di ordinamento e classificazione delle parole.
 
Va tenuto poi presente che un radicale (o un carattere) viene scritto con un numero predefinito di tratti di pennello. Un carattere può essere disegnato con un numero di tratti che va da 1 fino a 23, e un radicale con un numero di tratti che va da 1 fino a 12 – nel mio dizionario, almeno (altri dizionari includono anche caratteri e radicali con un numero più alto di tratti). Quindi, la prima cosa da fare è individuare un radicale all’interno del carattere che interessa, contare i tratti da cui è composto... il che è abbastanza facile per chi ha un po’ di familiarità con il sistema... e poi andare a vedere la lista di radicali con quel numero di tratti.
 

Una volta individuato il radicale, si guarda il numero scritto accanto: per esempio, “102”. A quel punto si va a vedere il numero 102 di un’altra lista, ordinata per radicali, che presenta dopo ogni radicale tutti i caratteri che lo contengono. Una volta individuato il carattere, accanto compare la trascrizione in pinyin della parola che lo contiene, e a quel punto si può finalmente consultare il dizionario vero e proprio.
 
Sembra complicato? Va benissimo, perché lo è.
 
A questo punto però entrano in scena le app dei moderni cellulari. Ho scoperto rapidamente, infatti, che il problema meccanico di individuare il carattere viene oggi gestito in modi molto intelligenti. Uno è quello di, semplicemente, disegnare il carattere sullo schermo, con il dito, all’interno di un’app dedicata. Questo fa comparire i caratteri più simili al disegno, e una volta individuato quello giusto, il gioco è fatto.
 
Una soluzione ancora più radicale è quella di Pleco, un’applicazione-contenitore scaricabile gratuitamente dall’App Store al cui interno si possono poi attivare, a prezzi piuttosto elevati, diversi moduli. Uno di essi è un programma di OCR ($ 9,99 nella versione “Educational”) che prende il controllo della videocamera del telefono: basta quindi inquadrare il carattere o i caratteri che si vogliono leggere, e lo schermo mostra una rapidissima successione di alternative. Dopodiché, se si inquadra quella giusta, si può fermare il tutto – e il display mostra non solo il carattere, ma anche la trascrizione in pinyin e la traduzione inglese della parola (o delle parole):

 
Chi ha già una buona familiarità con i caratteri cinesi mi dice che il modo più rapido per ricostruire i caratteri è tracciarli a mano. Usare la videocamera, però, dà tutta un’altra sensazione... quella di essere, in effetti, nel 2012!
 

domenica 7 ottobre 2012

La gita a Lamma

 
Ieri sera c’era la cena del gruppo MULTI / ospiti stranieri del Politecnico. Oggettivamente, il vino non è mancato... e stamattina (domenica) mi sono risvegliato intontito. Postumi da Chianti? Com’è ovvio, in un caso del genere la cosa più ragionevola da fare è prendere il ballonzolante minibus della residenza, andare a Tsim Sha Tsui, prendere l’ancor più ballonzolante Star Ferry per Central Hong Kong, e da lì imbarcarsi sul traghetto per l’isola di Lamma, al cui confronto gli altri mezzi di trasporto citati sono piantati sulla roccia.
 
Stranamente, però, la cosa ha funzionato meglio di come si poteva immaginare, anche se il viaggio d’andata non è stato privo di momenti problematici. Tra l’altro, la rotta per Lamma è quella su cui c’è stato l’incidente d’inizio settimana: ai moli ci sono fasci di fiori per le vittime, e inviti della polizia perché eventuali testimoni si facciano vivi. Lasciandosi Central e Kowloon alle spalle, si capisce anche come sia potuto succedere – tutta la zona è piena di enormi portacointainer all’ancora o in movimento (una marchiata ITALIA, un’altra HYUNDAI...) , navi ormeggiate, traghetti che vanno e vengono, motoscafi lanciati a tutta velocità. Il traghetto si infila quindi in lunghe serie di scie, con immensa gioia mia e del mio stomaco.

 
Comunque, dopo mezz’ora di navigazione si arriva a Lamma. Isola assolutamente turistica, ma meno di quel che ci si potrebbe aspettare da un posto che si trova direttamente di fronte alle pareti di grattacieli di Aberdeen. La passeggiata classica, dicono le guide, è quella che in un’oretta e mezzo porta da Yung Shue Wan, il porto in cui sono sbarcato, fino a Sok Kwu Wan, sull’altro lato dell’isola, dove si può prendere un altro traghetto per tornare a Central. Entrambi i villaggi hanno una strada principale che è una lunga successione di ristoranti di pesce e negozietti:


Tuttavia, a Yung Shue Wan io tiro dritto, vado a visitare il misero tempietto “storico” di Tin Hau, mi inerpico per qualche strada laterale e alla fine mi ritrovo fuori. Il sentiero classico è oggi chiamato “Family trail” ed è, ahimè, completamente cementato. Appena fuori da Yung She Wan scopro però che lo percorre un numero stranamente ridotto di turisti, quasi tutti occidentali. Ogni tanto, qualche rara bicicletta (su Lamma i veicoli a motore sono vietati); e viceversa, tantissime farfalle – la zona di Hong Kong in generale ha le farfalle più grandi e colorate di qualunque altro posto che abbia mai visitato.


Comunque, l’idea del viaggio per mare si è rivelata funzionale, e dopo pochi minuti di strada mi accorgo che nausea e mal di testa sono spariti. Il sentiero porta rapidamente alla spiaggia di Hung Shing Yeh, ma è ancora presto e la spiaggia, deserta, è direttamente di fronte a un’immensa centrale elettrica a carbone (che incombe anche sul resto dell’isola, ma che qui in pratica forma metà del paesaggio). Quindi tiro dritto lungo il sentiero, che si inerpica tra le colline e ogni tanto offre scorci panoramici niente male:


Alla fine arrivo alla spiaggia di Lo So Shing, anch’essa deserta nonostante sia piacevolmente ombreggiata da alberi che arrivano fino sulla riva (la voce di Wikipedia conferma che lo spopolamento non è un fatto occasionale). L’attrezzatura fa invidia a qualunque sistemazione italiana: subito sopra la spiaggia ci sono bagni puliti, cabine per infilarsi il costume, docce, pronto soccorso e postazione in cemento armato per il bagnino che sorveglia la zona. Tutto, ovviamente, gratis. Ma tutta questa organizzazione ha peraltro, sembra, delle contropartite: la zona balneabile è minima, delimitata da boe; una piattaforma piazzata a un centinaio di metri dalla riva riporta il divieto di tuffarsi e immergersi; e una grossa rete antisquali sigilla la baia. Il tutto sotto lo sguardo di un secondo bagnino che, piazzato sotto un ombrellone su un patino alla viareggina, arranca da un punto all’altro della zona balneabile per tenere d’occhio i bagnanti.
 
I quali bagnanti, a un certo punto, sono solo io: la spiaggia continua per un bel pezzo a essere deserta, a parte qualche turista straniero che ogni tanto fa capolino tra gli alberi. Beh, io mi spoglio e mi tuffo nelle tiepide onde del Mar Cinese Meridionale. L’acqua non è eccezionale, ed è piatta quasi come quella di una piscina, ma almeno è salata e senza cloro... La sabbia grossa della spiaggia va giù in un istante, e a cinque metri dalla riva già non si tocca più. La rete antisquali evidentemente funziona: non incontro creature pericolose (anche se ogni tanto qualcosa di strano... micromeduse?... mi dà delle strinate alle braccia), e alla fine mi stendo soddisfatto sulla riva ad asciugarmi e a leggere il Sunday Morning Post:


Sul giornale trovo tra l’altro un articolo che spiega come a Hong Kong sarebbe necessario insegnare a nuotare alla gente, per evitare che incidenti come quello d’inizio settimana si trasformino in stragi. Solo un abitante di Hong Kong su cinque sa nuotare, dice l’articolo; e questo in effetti spiega un po’ il vuoto della spiaggia, che continua comunque a lasciarmi perplesso... al punto che quando arriva una comitiva di chiassosi ragazzini di Hong Kong, sono perfino contento.

Da lì in poi, la strada porta in pochi minuti a Sok Kwu Wan, attraverso paludi, canali e grotte in cui a suo tempo, sembra, i giapponesi avevano preparato basi di barchini-kamikaze (ma più probabilmente, semplici depositi di materiali), in attesa di uno sbarco che non c’è mai stato. Anziane signore con cappello conico curano qua e là qualche orto:


Evitando giapponesi, comitive e gite scolastiche, alla fine rientro pacificamente da Sok Kwu Wan a Central con il traghetto delle 16.05; e poi a casa, a riguardare un documento ICoN accanto alla piscina, a mandar via le lettere più urgenti e a riflettere su una città di mare in cui ben pochi, sembra, vanno anche solo in spiaggia.  

venerdì 5 ottobre 2012

In treno con il Kindle

 
Birra, Kindle e verdurine nel deserto del Gobi: cose che danno soddisfazione
Le mie due settimane di viaggio sono state anche l’occasione per mettere alla prova il vecchio Kindle che ho in dotazione dalla Facoltà di Lettere e Filosofia (e che nel frattempo, chiuse in Italia le Facoltà, è rimasto orfano: dovrò trovare un modo per registrarlo con il nuovo Dipartimento cui afferisco). Per fortuna si tratta di un modello 3G, e come tale ha la connessione gratuita all’Amazon Store e a Wikipedia in lingua inglese da qualunque parte del mondo...
 
Beh, quasi qualunque parte. In realtà la connessione ha smesso di funzionare in Bielorussia, è ripresa in Russia, ma si è interrotta di nuovo più o meno all’altezza del lago Bajkal (nella regione dei buriati). In Mongolia non ha mai funzionato. Si è riattivata al confine con la Cina, e da lì in poi non ha più avuto problemi. Globale con qualche lacuna, insomma – ma, visti i costi del normale roaming internazionale, non ci si può lamentare!
 
In sostanza, quindi, con un Kindle 3G è possibile comprare e-book da Amazon da buona parte del pianeta esattamente come se ci si trovasse in Italia. Per me, si è rivelato un sistema meraviglioso per evitare di sovraccaricarmi di libri... tra Kindle e cavetto di ricarica, il peso e l’ingombro sono meno di quelli di un singolo tascabile. Considerato che mi portavo dietro la roba per tre mesi in climi caldi più un po’ di materiale di sopravvivenza per climi freddi, è stata un’ottima scelta.
 
Certo, durante il viaggio ho soprattutto tentato di studiare il cinese. Ho fatto conversazione con i miei compagni di viaggio. Ho guardato un sacco fuori dal finestrino. Ho cercato di lavorare a distanza. E però, anche così, di tempo per la lettura amena ne è rimasto molto. Avevo dietro due libri cartacei, arrivati in regalo per il viaggio e apprezzatissimi. Finiti quelli, sono riuscito a far fuori sul Kindle:
 
  • Ghost train to the eastern star di Paul Theroux: una serie di viaggi in treno attraverso l’Asia compiuti dall’autore nel 2006, più di trent’anni dopo la pubblicazione del suo famoso libro di viaggi The great railway bazaar Molto adatto alle circostanze – include ovviamente un viaggio con la Transiberiana, dipinta in modo un po’ più deprimente di come la Transmongolica è sembrata a me.   
  • Bêtes, hommes et dieux di Ferdynand Ossendowski: la traduzione francese (l’originale inglese non era disponibile su Amazon) di Beasts, men and gods, un resoconto che l’autore, antibolscevico, pubblicò in America dopo esser fuggito dalla Russia via Mongolia nel 1921. Il grosso del racconto si incentra sul tempo trascorso in Mongolia, ed è stato un’ottima occasione per valutare somiglianze e differenze con quel che vedevo... Tanto per dirne una, è stato sorprendente notare che già nel 1921 i mongoli avevano capito che, stretti tra Russia e Cina, l’unica loro speranza di indipendenza era appoggiarsi agli Stati Uniti: dal 1991 in poi hanno fatto effettivamente così.  
  • Una barca nel bosco di Paola Mastrocola: il viaggio di un ragazzo attraverso la scuola superiore italiana, con appendici sulla sua vita universitaria e post-laurea. Le opere “saggistiche” di Paola Mastrocola sono semplicemente odiose; la narrativa ha altre regole, per fortuna, e così il romanzo, anche se con alti e bassi, si fa leggere.  
  • Redshirts di John Scalzi: la storia di come i membri dell’equipaggio di un’astronave simil-Star Trek si accorgono che nelle missioni pericolose qualche sfortunato ci lascia sempre la pelle, mentre un gruppetto di ufficiali se la cava sempre senza danni... e si rendono così conto di essere in realtà le comparse, sacrificabili, di una serie televisiva. Il prologo è divertentissimo; il resto del romanzo è meno geniale, ma si fa comunque leggere.  
  • The rapture of the nerds di Cory Doctorow e Charles Stross: la vita di un tecnofobo che, in un mondo post-singolarità, si trova coinvolto in alcuni assurdi complotti e deve poi giustificare alle onnipotenti civiltà aliene il diritto della razza umana a sopravvivere. In effetti, sembra più Stross che Doctorow, ma questo secondo me non è un male! 
  • Infine, Solaris rising: the new Solaris book of Science fiction, a cura di Ian Whates: raccolta di racconti di fantascienza, in buona parte britannici, di livello non eccezionale ma con alcuni punti validi. Questo libro l’avevo già un po’ spiluccato anche prima della partenza, e devo dire che ho trovato un po’ deprimente vedere come molti dei racconti inclusi avrebbero potuto benissimo essere stampati nel 1975, o giù di lì.
 Altra cosa notevole è che tutto questo assieme di letture, assieme a diverse consultazioni di guide turistiche (molto problematiche! Ma di questo forse parlerò a parte...) e di Wikipedia, l’ho fatto con due o tre ricariche in totale. Avessi cercato di fare lo stesso sull’iPhone, avrei dovuto passare metà tempo collegato alla presa di corrente. Apparentemente, per un viaggio come il mio, né la carta né altri apparecchi elettronici possono offrire un’esperienza migliore rispetto a quella dei Kindle.
 

mercoledì 3 ottobre 2012

La Festa di Metà autunno

 
Venerdì scorso ho incontrato il preside della Faculty of Humanities e alcuni colleghi: ho fatto i primi piani pratici di lavoro e ho ricevuto le chiavi del mio ufficio – decisamente migliore di qualunque sistemazione abbia mai avuto a Pisa. Dopodiché, il mio primo fine settimana a Hong Kong era anche la Festa di Metà autunno (secondo il calendario cinese, ovviamente). La ricorrenza è in realtà una festa nazionale cinese, importata a Hong Kong nel 1997, e comporta, in aggiunta al fine settimana, due giorni di vacanza (il lunedì e il martedì). Rinviata la ripresa delle attività al mercoledì, io ne ho approfittato per girare un po’ e fare qualche visita.
 
Sabato sera ho fatto una cosa tranquilla: sono stato a una cena di colleghi del programma Erasmus MULTI e dintorni in uno dei ristoranti del Politecnico. Domenica sera, invece, ho preso un traghetto che parte vicino al mio alloggio e sono andato sull’isola di Hong Kong, nel quartiere di Tin Hau, a vedere la Festa delle Lanterne e la Danza del Drago di fuoco. Quest’ultima è una cerimonia del quartiere durante la quale, spiegano le brochure, i residenti e gli ex residenti portano in processione per le stradine di quello che era un tempo un villaggio di pescatori (e oggi è una giungla di casermoni) un “drago di fuoco”: un lungo rotolo di erbe locali su cui sono infissi centinaia di bastoncini d’incenso accesi.
 

All’inizio mi ero preoccupato: la folla avrebbe reso impossibile vedere la processione? Tempo di arrivare in zona e mi sono reso conto che la cosa difficile non è trovare il Drago di Fuoco, ma sfuggirgli. Apparentemente, buona parte del divertimento dei portatori consiste nell’andare addosso ai passanti, caricandoli e scuotendo sulla loro testa l’incenso in fiamme!
 

Tutto sommato mi è andata bene: i tizzoncini roventi mi hanno prodotto solo un buco di pochi millimetri nello zaino e un’ustione ridotta sulla pianta del piede sinistro (se ne è infilato uno tra il piede e la suola del sandalo...). Colpa mia, che in un momento di pausa mi ero distratto con un gelato “Moon Cake” preparato con l’azoto liquido. La cui preparazione del gelato è peraltro più spettacolare del sapore...
 

Ammaestrato dall’esperienza, sono poi passato a vedere il più tranquillo Festival delle Lanterne, nello stadio Victoria. Troppo organizzato e commerciale, d’accordo, ma una buona alternativa alle microustioni. La parte più affollata era l’enorme “Lantern Wonderland” sponsorizzato dalla salsa di soia Lee Kum Kee. Un bel colpo d’occhio, in effetti:
 

Ritenendo di aver dato il giusto per i festival di Hong Kong, il lunedì ho riattraversato il porto, questa volta sul noto Star Ferry, e, attraverso l’altrettanto noto sistema di scale mobili (“Escalators”) ho cominciato la salita al Peak, il punto più alto dell’isola di Hong Kong. Salita ripidissima, in effetti... Poi, in cima, ho fatto il circuito di tre chilometri attorno al Peak, in mezzo alla folla di residenti e turisti. Al ritorno mi sono rifatto un po’ in un pretenzioso ristorante vegetariano lungo le scale mobili, e ho visto il pomeriggio festivo dell’isola: ressa all’Apple Store, decine di donne (filippine?) stese / chiuse in cartoni, lungo le passerelle pedonali, e impegnate a telefonare, giocare a carte, mangiare, scrivere al computer...

 
La sera c’è stato lo spettacolo impressionante dei fuochi artificiali lungo il braccio di mare tra isola e terraferma, tra due pareti di grattacieli. Io un po’ li ho visti da fuori, un po’ dalla finestra dell’alloggio e un po’ in televisione... ma nel frattempo, a pochi chilometri di distanza, una collisione tra battelli ha prodotto il peggior disastro marittimo della storia recente di Hong Kong. Io ne sono rimasto bellamente all’oscuro finché il giorno dopo, alle otto ora italiana, mi ha telefonato mia madre che si era inquietata guardando il telegiornale del mattino! Qui a Hong Kong erano le due, e in effetti ero a pranzo con un vecchio amico di famiglia, Lawrence Lui, al ristorante di una delle altre classiche mete turistiche, l’Ippodromo (“Racecourse”).
 
E oggi, al lavoro.
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