venerdì 26 luglio 2013

Sorpresa: il blog diario non è morto (ma quello con le K sì)

 
Negli ultimi anni avevamo dato per scontato che il blog diario fosse morto. Salta fuori che non è così.
 
Che cos’è, però, il blog diario? In linea di massima, un blog diario è semplicemente un blog dedicato alla presentazione di vicende personali del suo autore. Le classificazioni dei blog sono molto variate e divergenti, ma tutte danno spazio a questa categoria… anche perché, negli anni in cui i blog erano di moda, quello di “diario in pubblico” sembrava l’uso prevalente di questo tipo di siti. In generale, la categoria contrapposta può essere definita quella dei blog “tematici”, centrati non sulle vicende personali degli autori ma su un argomento specifico, spesso trattato con taglio giornalistico.
 
Di questi argomenti mi sono occupato in dettaglio nel cap. 7 del mio libro sull’italiano del web. Alle origini, avevo lavorato anzitutto sulla diffusione dei due tipi: una ricerca che avevo svolto nel 2007 su un campione di 100 blog mostrava che i blog diario, ricercati tramite Google Blog Search (servizio che ha cambiato nome diverse volte), sembravano in minoranza. Con una ricerca sui post, svolta nello stesso anno, avevo trovato percentuali un po’ più alte sull’allora popolare, e oggi defunto, sito Splinder.it. Tuttavia, al momento dell’uscita del mio libro nel 2011 mi sembrava che la diffusione dei blog diario si fosse molto ridotta, rispetto al 2007 – e non ero l’unico a pensarla in questo modo.
 
Le ragioni per sospettare un calo erano e sono ovvie: il desiderio di espressione del singolo oggi trova sfogo più facilmente su Facebook, che ha un pubblico già “incorporato”. Certo, la marginalizzazione dei blog diario non significava scomparsa totale… qualche blog diario continuavo (e continuo) a seguirlo regolarmente pure io. Ma, appunto, la sensazione era che fossero diventati ormai casi isolati.
 
Quest’anno, però, all’interno del mio pezzo di corso di Linguistica italiana II per la laurea magistrale in Informatica umanistica qui a Pisa, Mariagiovanna Scarale ha fatto una ricerca proprio per vedere se il genere era del tutto scomparso. Risposta: no.
 
La metodologia è stata un mix di quella seguita nei due studi del 2007 che ho citato, ma in sostanza è basata su quello del primo: fare con Google Blog Search la ricerca di una parola molto diffusa in italiano, andare a vedere i risultati partendo dalla ventesima pagina di risultati (SERP), aprire l’ultimo link riportato nella pagina e leggere il primo post del blog aperto, classificando il post (qui sta l’unica differenza rispetto alla ricerca originale, che classificava il blog e non il post), passare poi alla SERP successiva e così via. La classificazione è stata quella basata su tre categorie di base che ho usato anch’io: “diario”, “tematico” e “letterario”.
 
Risultati delle due ricerche, a confronto:
 
2007
  • Tematico: 59 
  • Diario: 31 
  • Letterario (o “inclassificabile”): 10
 
2013
  • Tematico: 71 
  • Diario: 20 
  • Letterario: 9
 
La classificazione è stata empirica e ha un margine di soggettività – però, per esempio, io l’avrei fatta allo stesso modo (tra i post esaminati non ne avrei spostato nessuno di categoria). Quindi, supponendo che sia una classificazione rappresentativa, che cosa si può concludere?
 
Direi in sostanza che il panorama dei blog sembra stabile. I blog tematici rafforzano la propria supremazia, ma le altre categorie resistono bene (e vale la pena notare che i blog diario che ho visto sono di regola scritti con estrema cura, da parte di persone che hanno un bel po’ di cose da dire e spesso sanno bene come dirle). Inoltre, all’interno di tutti i post esaminati non è stato trovato nemmeno un singolo caso di grafia espressiva (k per ch, eccetera): nel corpus di Splinder del 2007 era presente nel 10% dei post “diario”, quindi sarebbe stato legittimo aspettarsi di trovare almeno un paio di post con fenomeni di questo tipo. Invece, nulla. Il che conferma la mia impressione: questa moda sta tendendo al calo. Se fosse effettivamente così, non ne sarei affatto sorpreso.
 

martedì 25 giugno 2013

Aiuto per un titolo

 
Ho un problema di titoli. Sul sito ICoN è necessario introdurre una nuova sezione che descriva le attività portate avanti assieme a enti esterni al Consorzio (per esempio, i nostri corsi di lingua per Ciência sem Fronteiras – Italia). La nuova sezione dovrà essere richiamata dalla barra gialla in alto, con un link che compaia accanto a quelli per “Info ICoN”, “Laurea” e così via.
 
Problema: che nome diamo alla sezione? “Attività portate avanti assieme a enti esterni” è l’etichetta giusta, ma non è molto adatta a una voce di menu. “Attività”? Troppo generico. “Attività in collaborazione”? Troppo lungo. Eccetera. L’ideale sarebbe usare non più di 15 caratteri per descrivere la sezione. E meno caratteri si usano, meglio è.
 
In inglese potrebbe andar bene “Partnerships”. Ma in italiano? “Collaborazioni” sarebbe la scelta più immediata ma ha connotazioni troppo passive… si “collabora” di solito a qualcosa progettato o gestito da altri (“apporto” viene considerato un sinonimo). E quindi? I miei preferiti al momento sono, in ordine decrescente:
  • Con altri 
  • Assieme 
  • Insieme 
  • Attività 
  • Altri corsi
A qualcuno vengono in mente soluzioni migliori? Tra quelle che sono già state proposte, ma che per vari motivi mi sembrano insoddisfacenti, figurano “accordi”, “pratiche”, “partecipazioni”, “progetti”, “altri corsi”, “convenzioni”, “attività speciali”, “progetti speciali”, “formazione”… Grazie in anticipo a chi vorrà proporre qualcosa di nuovo!
 

mercoledì 19 giugno 2013

I corsi per il Brasile

 
Studenti del programma Ciência sem Fronteiras
Il Consorzio ICoN ha iniziato a fare corsi di lingua online per quasi mille studenti brasiliani in arrivo in Italia. Gli studenti fanno parte del programma Ciência sem Fronteiras (Scienza senza frontiere), e in autunno verranno a studiare in Italia: tutti i dettagli sull’accordo sono disponibili sul nostro sito di notizie.
 
Ovviamente, è una soddisfazione non da poco… È anche un lavoro enorme, per tutte le persone coinvolte, ma ne vale senz’altro la pena. E, dati i numeri coinvolti, è anche un contributo significativo all’internazionalizzazione del sistema universitario italiano!
 
Vale però la pena di dire qualcosa anche su Ciência sem Fronteiras in sé. Il programma è infatti una delle iniziative di politica universitaria più importanti a livello mondiale: il governo brasiliano ha deciso nel 2011 che il paese aveva bisogno di migliorare il numero e la qualità dei laureati, e per questo, fino al 2014, finanzierà gli studi all’estero di 75.000 studenti e ricercatori. In quanto, banalmente, è difficile che un’economia moderna si sviluppi se il livello di istruzione dei cittadini non è sufficiente. Il contrasto con la politica universitaria italiana è, come dire, impressionante…
 

giovedì 13 giugno 2013

In partenza per Banja Luka


Sono in partenza per Banja Luka, capitale della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina. Obiettivo: partecipare al convegno Chernarus organizzato da Danilo Capasso. Parlerò del modo in cui la lingua della comunicazione elettronica si colloca nel sistema delle varietà di italiano, facendo una proposta un po’ diversa da quella di Giuseppe Antonelli di cui ho già scritto su questo blog.
 
Questo dovrebbe anche essere l’ultimo viaggio della stagione: dalla prossima settimana in poi spero di avere anche tempo di aggiornare più di frequente il blog.
 

mercoledì 22 maggio 2013

Casati, Contro il colonialismo digitale

 
Casati, Contro il colonialismo digitale
Ecco un libro che mi ha ritirato su: Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati (Roma-Bari, Laterza, 2013; pp. VI + 130, ISBN 978-88-581-0731-7, € 15; io l’ho ricevuto per recensione, e credo che sia appena arrivato in libreria). Nel senso che mostra come di scrittura elettronica si possa parlare in modo intelligente anche senza essere specialisti di usabilità e informatica – ma semplicemente, direi, in quanto osservatori di buon senso.
 
Il libro non è una trattazione sistematica dell’argomento. Anzi, non è facilissimo dire quale sia l’argomento. Il volume si presenta infatti, oltre che con il titolo, con il sottotitolo Istruzioni per continuare a leggere, ma in realtà molto spazio è dedicato a temi che con tutto questo hanno relativamente poco a che fare, ed è composto in buona parte da brevi interventi apparse in varie sedi (ma principalmente sul Domenicale del Sole-24 Ore). I materiali sono presentati “con molta riscrittura”, ma l’eterogeneità rimane… poco male, però, dalla mia prospettiva, visto che dietro alla varietà di superficie c’è una notevole coerenza di fondo: l’esame della retorica digitale e di ciò che si guadagna o si perde nelle attività conoscitive con l’avvento del computer.

Come punto di partenza, Casati correttamente inserisce il “libro” in un’ecologia di strumenti per la comunicazione e l’informazione. Passa poi a vedere la distinzione tra “libro” e “libro”, cioè, per esempio, tra romanzi e opere di consultazione: Wikipedia viene presentata, per esempio, quale “prova provata di come il libro-enciclopedia non avesse molto senso e aspettasse ansiosamente di emigrare dallo scaffale allo schermo interattivo” (p. 24). Viceversa, il “saggio” tradizionale ha bisogno di una lettura senza distrazioni, e ciò rende il libro tradizionale un “formato cognitivo perfetto” (p. 27) per testi simili, mentre computer e iPad, che offrono infinite alternative alla lettura, semplicemente non vanno bene (il Kindle, invece, almeno per me funziona benissimo). In altri termini,

Il libro di carta presenta una serie di vantaggi cognitivi proprio là dove gli si vogliono imputare dei limiti tecnologici che l’ebook supererebbe: la linearità che permette di semplificare la comprensione, l’offrire argomenti nello spazio di una pagina stabile e non scorrevole che permette di tenere sott’occhio molti pensieri alla volta, l’isolamento relativo rispetto ad altri artefatti cognitivi che potrebbero entrare in concorrenza con la lettura, lo stesso peso fisico del libro come fonte di informazioni (p. 42).

Il discorso è noto, grazie agli studi di usabilità, ma è un piacere sentirlo riprendere con eloquenza e da un’angolazione un po’ insolita. La descrizione di computer e iPad come “macchine per distrazioni” (secondo la formulazione di Cory Doctorow) porta poi direttamente alla critica di tutti i movimenti per importare – anzi, per imporre – queste macchine a scuola e, più in generale, alla stroncatura decisa di tutte le tesi sui “nativi digitali”. Casati prende di mira in particolare la farsesca definizione di “intelligenza digitale” di cui ho già parlato qualche settimana fa, fornita da Paolo Ferri sulla scia di Antonio Battro:

Datemi un pizzicotto, per favore. Se questa è l’intelligenza di cui stiamo parlando, è il momento di rivedere al ribasso tutte le nostre ambizioni educative. Se invece questo è un semplice “saper fare” tra i mille su cui basare i percorsi di apprendimento, stiamo facendo molto rumore per nulla. Se, infatti, si trova qui qualcosa di cognitivamente definito, non c’è niente di più che la capacità di prendere decisioni contestuali con l’aiuto della memoria e del linguaggio: come detto prima, niente di specifico, è una capacità generale, più o meno declinabile all’ambiente dello schermo tattile o della tastiera (p. 63).

Dopodiché, rimane il fatto che la tecnologia non sembra aiutare molto l’apprendimento, così come il “multitasking” efficiente delle nuove generazioni è in sostanza un mito, e la distrazione una pratica che dovrebbe essere bandita dalle aule (p. 72). In compenso, Casati dedica molte pagine alla trattazione di alternative didattiche sensate. Notando insomma che, più che fornire “libri di testo digitali”, una didattica funzionante dovrebbe spingere gli studenti a scrivere, per esempio, voci di Wikipedia (come faccio anch’io io da anni…).

Insomma, in conclusione: una presentazione basata sul buon senso? Sì, e questo è quasi rivoluzionario, in un’area di discussione in cui il buon senso si è rivelato incredibilmente raro.
 
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