sabato 27 ottobre 2018

Tavosanis, Italiano, dialetti, inglese… Il lessico e il cambiamento linguistico

  
 
L'italiano e la rete, le reti per l'italiano
Durante l’ultima Settimana della lingua italiana, come da tradizione, l’Accademia della Crusca ha pubblicato un libro nella collana “La lingua italiana nel mondo”. Il libro ha lo stesso titolo della Settimana, cioè L’italiano e la rete, le reti per l’italiano, ed è stato ottimamente curato da Giuseppe Patota e Fabio Rossi. I contenuti sono formati da una raccolta di contributi sulla lingua della comunicazione in rete, e tra questi ce n’è anche uno mio, intitolato Italiano, dialetti, inglese… il lessico e il cambiamento linguistico.
 
All’interno del mio contributo, la questione è affrontata in prospettiva ampia. Le parole entrate nel lessico italiano in tempi recenti, in collegamento a volte diretto a volte indiretto con la comunicazione in rete, sono viste nel contesto del cambiamento linguistico in generale. La mia analisi è piuttosto conservativa: le novità sono piuttosto limitate e si concentrano in alcuni generi testuali e in alcune tipologie di parole. Inoltre, proprio per loro stessa natura, molte di queste novità hanno natura effimera ed è quindi difficile pensare che portino a effetti significativi sull’italiano. Perfino la pressione dell’inglese, che è molto forte, potrebbe interrompersi prima di quanto pensiamo, per ragioni politiche o tecnologiche – in particolare, come ripeto spesso, in rapporto alla diffusione della traduzione automatica.
 
Il libro contiene poi molti altri contributi interessanti. Per esempio, Elena Pistolesi e Giuliana Fiorentino affrontano, da prospettive diverse, il rapporto tra la della comunicazione in rete e il dialogo. Rita Fresu descrive invece, sulla traccia di molti suoi contributi recenti, il modo in cui il tradizionale concetto di “semicolti” deve essere modificato alla luce della situazione comunicativa contemporanea.
 
Nel complesso, una lettura consigliatissima e un’importante aggiunta alla bibliografia italiana sull’argomento.
 
Mirko Tavosanis, Italiano, dialetti, inglese… il lessico e il cambiamento linguistico , in L’italiano e la rete, le reti per l’italiano, a cura di Giuseppe Patota e Fabio Rossi, Firenze, Accademia della Crusca e goWare, 2018, pp. 35-48, ISBN 978-88-3363-077-9. Il libro può essere acquistato in vari formati dal sito di goWare, che l’ha reso gratuitamente disponibile durante la Settimana della lingua italiana nel mondo, oppure da altre piattaforme di vendita di e-book, ed è disponibile anche in versione su carta; la lunghezza complessiva del libro è di 174 pagine.
 

mercoledì 24 ottobre 2018

¡Que viva México!

  
 
Per le strade di Puebla
Ora sono in Guatemala, ma la scorsa settimana ero in Messico per la Settimana della lingua italiana nel mondo. Gentilmente invitato dal direttore dell’Istituto italiano di cultura di Città del Messico, Marco Marica, ho avuto l’opportunità di tenere lì un corso di aggiornamento per docenti in cui ho parlato soprattutto di Wikipedia per l’insegnamento della scrittura, anche a non madrelingua. Ho anche fatto qualche dimostrazione di uso della traduzione automatica e uso di Google Home, in rapporto ai miei più recenti interessi di ricerca.
 
Vale la pena ricordare che questo taglio è stato reso possibile dal fatto che il tema della Settimana della lingua italiana nel mondo era “L’italiano e la rete, le reti per l’italiano”. Ma su questo, dirò qualcosa di più nel prossimo post!
 
In linea con il programma, ho poi tenuto conferenze sul lessico dell’italiano nell’epoca delle reti sociali. La prima conferenza si è svolta a Città del Messico il 18, la seconda a Puebla, all’inizio del convegno sull’insegnamento dell’italiano organizzato dalla Benemerita Università Autonoma di Puebla (BUAP).

Il Tempio del Sole a Teotihuacán

 
In entrambi i casi, l’ospitalità è stata calorosa. Ne ho anche approfittato per vedere alcuni tra i luoghi più celebri delle due città. A Città del Messico, lo Zocalo, gli scavi del Templo Mayor e il Museo di Antropologia, oltre alle case di Frida Kahlo e Leon Trotsky a pochi passi dalla sede dell’istituto italiano di cultura, a Coyoacán. A Puebla, il centro storico, patrimonio Unesco, e la piramide di Cholula. In più, all’arrivo sono andato alle rovine di Teotihuacán. Un’esperienza istruttiva a tantissimi livelli – e resa possibile dall’entusiasmo di tutte le persone coinvolte nel lavoro. A tutte loro vanno i miei sentitissimi ringraziamenti!
 

giovedì 11 ottobre 2018

Da HAL all'assistente vocale

  
 
Da HAL all'assistente vocale
Negli ultimi mesi sono stato impegnatissimo a preparare una serie di eventi e presentazioni che andranno avanti fino al 18 novembre. Più che altro si tratta di eventi collegati alla Settimana della lingua italiana nel mondo… ma si inizia domani, venerdì 12 ottobre, quando dalle 15 alle 18, all’interno dell’Internet Festival di Pisa si svolgerà l’evento Da HAL all'assistente vocale. L'evento si svolgerà presso il Museo degli strumenti per il calcolo (Vecchi Macelli), Palazzina A1. Ecco il programma!
 
Moderatore: Gianni Del Vecchio (Huffington Post)
 
Introduzione – Mirko Tavosanis (Università di Pisa): ore 15
 
15:10-15:30 – Franco Cutugno (Università di Napoli) - Interazione Naturale Multimodale: uomini e avatar che dialogano in ambienti virtuali tridimensionali
 
15:30-15:50 – Roberto Basili (Università di Roma "Tor Vergata") - Linguaggio naturale, apprendimento nelle macchine e robotica
 
15:50-16:10 – Maria Palmerini (Cedat85, Roma) - Il riconoscimento del parlato: applicazioni, criticità e pregiudizi
 
16:10-17:00 – Tavola rotonda. Relatori e relatrici: Franco Cutugno, Mirko Tavosanis, Roberto Basili, Maria Palmerini, Roberto Pieraccini, Carlo Aliprandi
 
17:00-18:00 – Demo della Guida Museo con Google Home
 

martedì 11 settembre 2018

Roy e Tavosanis, Il focalizzatore anche nei testi scritti di studenti con lingue indoarie come L1

  
 
Le lingue extra-europee e l'italiano
Ho appena ricevuto la copia digitale di una mia nuova pubblicazione: un contributo scritto assieme a Tanya Roy dell’Università di Delhi e dedicato al focalizzatore anche nei testi scritti di studenti indiani di italiano. Il testo è stato presentato come contributo al convegno SLI dell’anno scorso, e gli atti del convegno, con encomiabile rapidità, sono usciti in tempo per il convegno SLI di quest’anno.
 
L’uso anche sembra una banalità. Tuttavia, la frequenza della parola in italiano fa sì che gli errori d’impiego siano ben evidenti – e complessità dei vincoli sul suo uso fa sì che si mantengano anche nello scritto e nel parlato di apprendenti molto avanzati. Capita quindi di frequente di sentire frasi tipo “Anche ho visitato Venezia” al posto di “Ho visitato anche Venezia”, e così via. Su questo argomento, da vent’anni sono punto di riferimento essenziale gli studi di Cecilia Andorno.
 
Il contributo descritto qui prende invece in esame una serie di esempi ricavati dagli scritti di studenti di corsi di italiano dell’Istituto Italiano di Cultura di Delhi. Gli esempi mostrano una distribuzione di errori complessa, ma probabilmente classificabile in tre fasi:

  • Fase iniziale: uso di anche basato sul modello di parole grosso modo equivalenti in altre lingue, tipo l’inglese also e l’hindi भी, e quindi molto esposto all’interferenza. 
  • Fase avanzata: uso di anche basato sulla ricostruzione incompleta delle regole d’uso italiane, e quindi esposto più ai fenomeni di interlingua che all’interferenza. 
  • Fase finale: uso di anche a livello madrelingua.
 
Vale la pena di dire che la valutazione dell’interferenza è più difficile in questo che in altri contesti. Gli studenti indiani spesso infatti studiano l’italiano come terza, quarta o quinta lingua; per esempio, uno studente dell’area di Delhi potrebbe avere il punjabi come lingua materna, l’hindi e l’inglese come lingue studiate a scuola e di ampio uso, e magari la conoscenza di un’altra lingua europea come il francese. In una situazione del genere, non è immediatamente chiaro quale sia la lingua che esercita interferenza: occorre fare confronti con tutte per capirlo. Il metodo adottato nel contributo è stato quello di chiedere agli studenti di “tradurre” a posteriori nelle altre lingue a loro note le frasi che avevano prodotto in italiano. Sono venute fuori quindi corrispondenze come:
 

  • Anche io ho insegnato dei studenti africani.
  • Also I have taught African students.
  • म ने कुछ अ रीकी छा र को पढ़ाया भी है.
 
Vale la pena precisare che io non parlo hindi, punjabi o bengalese (per ora, sono in grado solo di leggere l’alfabeto devanagari e di capire qualche parola), quindi, mentre in altre sezioni il lavoro è stato condiviso, le corrispondenze con queste lingue sono state studiate solo da Tanya Roy.

In ogni caso, un problema che vale la pena approfondire… e con cui spero di tornare a lavorare presto, con un po’ di fortuna, con gli studenti di Delhi.
 
Tanya Roy e Mirko Tavosanis, Il focalizzatore anche nei testi scritti di studenti con lingue indoarie come L1, in Alberto Manco (a cura di), Le lingue extra-europee e l’italiano: aspetti didattico-acquisizionali e sociolinguistici. Atti del LI Congresso Internazionale di Studi della Società di Linguistica Italiana (Napoli, 28-30 settembre 2017), Milano, Officina21, 2018, pp. 357, pp. 323-338, prezzo n. d., ISBN edizione cartacea: 978-88-97657-25-5, ISBN edizione digitale: 978-88-97657-24-8; copia ricevuta dal curatore.
 

mercoledì 27 giugno 2018

Varoufakis, Adults in the Room

  
 
Yanis Varoufakis, Adults in the Room
Uno dei motivi per cui i libri hanno un ruolo difficile da sostituire è la presentazione di situazioni complesse, in cui anche i dettagli di quanto accade nelle fasi precedenti contribuiscono a spiegare gli esiti delle fasi successive. Adults in the Room racconta appunto una storia complessa e che si vede meglio in retrospettiva, quando le cose si sono chiarite. Al tempo stesso, la storia è relativamente compatta, perché descrive soprattutto il periodo di Yanis Varoufakis come ministro delle finanze del primo governo Tsipras, in Grecia, dal 28 gennaio al 6 luglio 2015: un momento chiave nella politica europea contemporanea.
 
Le Storie di Erodoto cominciano nel mezzo delle cose, in un modo che le convenzioni di scrittura dei millenni successivi hanno abbandonato ma che a me è sempre piaciuto: “Περσέων μέν νυν οἱ λόγιοι Φοίνικας αἰτίους φασὶ γενέσθαι τῆς διαφορῆς”, “I saggi persiani dicono che causa della discordia sono stati i fenici”. Allo stesso modo, dice Varoufakis(pp. 23-27), alla base della crisi greca degli ultimi anni si trova una serie di prestiti concessi da banche francesi e tedesche al governo greco. Nel 2009, con la crisi globale, il governo greco si rivelò incapace di rimborsare i prestiti. La prima preoccupazione delle istituzioni europee fu allora di impedire l’azione più ragionevole, che sarebbe stata inevitabile in altre circostanze, cioè la dichiarazione di fallimento da parte della Grecia. Il fallimento avrebbe infatti comportato il mancato rimborso dei prestiti e ciò avrebbe a sua volta mandato in crisi le sovraesposte banche dell’Europa settentrionale. L’obiettivo europeo venne raggiunto con il classico giochino del “privatizzare i profitti, socializzare le perdite”: alla Grecia fu impedito di dichiarare il fallimento. Le istituzioni europee fornirono invece al paese, a condizioni capestro, un prestito con cui rimborsare le banche. Con questo piano, presentato come un generoso “salvataggio” (bailout), il carico venne spostato dalle spalle delle banche su quelle dei contribuenti europei e alla Grecia fu imposto un debito impossibile da ripagare. Il tutto, in violazione di diverse regole, fu gestito all’epoca da Nicholas Sarkozy in Francia, da Angela Merkel in Germania e da Dominic Strauss-Khan al FMI.
 
Con il bailout, i banchieri francesi e tedeschi, incapaci ma politicamente importanti, sono stati tirati fuori dal guaio in cui si erano cacciati da soli – o tutt’al più con l’aiuto dei governi greci di centrodestra, che per anni avevano truccato i conti (Varoufakis fa notare che anche l’Italia e la Germania hanno fatto la stessa cosa, solo che in quei casi il giochino non è uscito allo scoperto; sospetto però che nel caso greco i trucchi siano stati decisamente più numerosi).
 
Salvate le banche, la scelta fondamentale della troika è stata quella di non mettere in piedi nessun piano ragionevole di uscita della Grecia dalla crisi attraverso una rinegoziazione o cancellazione del debito. Alla Grecia sono stati invece concessi in più occasioni prestiti che hanno evitato la chiusura delle banche e l’uscita dall’euro ma che erano legati a condizioni capestro di austerità e di interventi sulle fasce più deboli della popolazione. Questo a sua volta – com’è ovvio – ha creato un circolo vizioso, devastando ulteriormente l’economia greca e rendendo sempre più difficile rimborsare i debiti. Varoufakis ha buon gioco a far notare, per esempio, che in un momento in cui una delle poche fonti di reddito per il paese era l’industria del turismo, le misure di austerità richiedevano di far pagare un’IVA del 23% ai turisti delle località greche collocate di fronte a corrispondenti località turche in cui l’IVA era del 7% (p. 437).
 
In questo contesto, Varoufakis descrive in modo molto chiaro il suo progetto come ministro delle finanze del governo di Syriza: rinegoziare il debito, cancellandone una parte o spostandone il rimborso a un futuro indefinito. In caso di rifiuto, la strategia obbligata per la Grecia sarebbe stata quella di uscire dall’euro. Che, dice Varoufakis a scanso di equivoci, per la Grecia sarebbe stata un disastro economico, ma meno grave delle assurde politiche di “rimborso” e austerità ancora in vigore.
 
Per spingere i creditori europei in questa direzione, Varoufakis contava da un lato sull’ovvia razionalità economica della proposta, dall’altro sul deterrente di cancellare unilateralmente una piccola parte di debito greco, quella dovuta alla Banca centrale europea. Quest’ultimo sarebbe stato un passo minimo dal punto di vista delle somme coinvolte, ma avrebbe reso legalmente impossibile la prosecuzione della fondamentale politica di Quantitative Easing della Banca centrale europea (pp. 93-94).
 
Il deterrente mi sembra meno credibile di quanto descritto nel libro, ma il resto delle idee di Varoufakis mi sembra assolutamente ragionevole. Si può discutere se il loro propugnatore le abbia sapute difendere bene nei negoziati, ma questa è una faccenda complessa e in cui è difficile dimostrare qualcosa… A occhio, dati gli interessi in gioco, nessun negoziatore greco sarebbe riuscito a cambiare ciò che i creditori volevano. Comunque, alla fine, l’esito è quello noto: il governo greco presieduto da Tsipras si è un po’ alla volta allineato alle richieste degli interlocutori europei, fino al punto di ignorare clamorosamente il risultato del referendum popolare del 5 luglio 2015. Scelta che provocò le dimissioni immediate di Varoufakis dal governo.
 
La testimonianza fornita in questo libro è eccezionale, anche perché viola le regole non scritte di riservatezza che gli addetti ai lavori si danno di solito (Varoufakis insiste molto sul suo profilo da outsider, in un contesto in cui tutti cercano di essere insider e parte di una rete intricata di rapporti tra persone “che contano”). L’affidabilità è difficile da valutare, ma mi sembra piuttosto alta. Il che rende interessante la descrizione dell’esplicito disdegno “that bordered on contempt” delle élite nei confronti della sovranità popolare. Su questo Varoufakis cita per esempio Pier Carlo Padoan, che avrebbe chiesto retoricamente come il governo greco poteva aspettarsi che “la gente comune” (“normal people”, p. 447) comprendesse complessi problemi economici. La risposta che Varoufakis dichiara di aver dato in questa occasione dovrebbe essere quella di qualunque sistema democratico:
 
“We are strong believers in the capacity of the people, of voters, to be active citizens,” I replied. “And to make a considered analysis and take decisions responsibly concerning the future of their country. This is what democracy is all about” (p. 447).
 
Ovviamente, il richiamo alla cittadinanza attiva è l’antitesi sia dell’elitismo sia del populismo – e la giusta strada da percorrere. Soprattutto perché, come anche Varoufakis mostra (e le mie esperienze personali confermano), le supposte élite sono assai meno competenti di quel che vogliono far credere, o credono. L’antagonista principale della storia, il tedesco Wolfgang Schäuble, viene per esempio descritto in questi termini in un rapporto attribuito a Glenn Kim:
 
His command of economics is quite weak. I can recall on more than one occasion him mixing up yields and prices and making references to financials without understanding what they mean. Absolutely hates the markets. Thinks that makets should be controlled by technocrats (p. 210).
 
Lato mio, sono molto interessanti anche i dettagli su come si svolge in questi ambienti il lavoro intellettuale. Come per esempio la descrizione di questo momento, nell’aprile 2015:
 
That night I worked for hours with Spyros Sagia, preparing the legal argument that I would present to Christine Lagarde. Spyros was scribbling in Greek in a legal notebook; I was typing into my laptop, the two of us managing little by little to produce Greek- and English-language versions of our official letter to the IMF managing director (p. 356).
 
Ma in generale, il centro di interesse del libro è una lotta contro persone che avevano un solo obiettivo: fare della Grecia un esempio per i governi europei recalcitranti. Obiettivo collegato al desiderio non solo di mantenere un saldo controllo tedesco sull’economia europea, ma anche di imporre specifiche politiche sul mercato del lavoro (come nel caso del “Jobs Act” del governo Renzi: p. 200), con l’ideale di portare, prima o poi, “la troika anche a Parigi”. Alla base di tutto c’è poi il terrore dei politici tedeschi di presentarsi come deboli di fronte ai propri elettori… E in un contesto simile, i tentativi di Varoufakis di proporre soluzioni economicamente ragionevoli e rispettose dei cittadini erano destinati alla sconfitta (queste sono anche le conclusioni presentate da Adam Tooze in un’importante recensione al libro). La sua testimonianza resta però fondamentale per capire quanto nell’Europa di oggi la democrazia e lo sviluppo economico siano minacciati dal populismo da una parte, dalla tecnocrazia dall’altra. La sfida non è facile, ma di sicuro avere più informazioni sulla situazione aiuterà a gestire questi tempi difficili.
 
Yanis Varoufakis, Adults in the Room. My Battle with Europe’s Deep Establishment, Londra, Vintage, 2017, pp. vii + 562, £ 9,99, ISBN 978-1-784-70576-3.
 
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