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venerdì 3 febbraio 2017

La vecchia Goa

  
 
Venditrice di frutta a Miramar
Oltre alla geopolitica da spiaggia del presente c’è quella del passato. Nel caso della vecchia Goa, è una geopolitica che si è trasformata in pietre e chiese imbiancate.
 
A quel che mi sembra, in Italia non è molto nota la storia della città di Goa. Collocata nell’estuario del fiume Mandovi, all’origine era la capitale di un regno islamico sulla costa occidentale dell’India. Nel 1510 venne conquistata da Alfonso de Albuquerque, poi persa, poi riconquistata; rimase poi per secoli la capitale dei territori portoghesi in India, importanti per il commercio delle spezie. In quel periodo fu riempita di palazzi e, soprattutto, di chiese imponenti, sulla scala di una città europea di discrete dimensioni.
 
Goa era però anche un posto devastato regolarmente dalle epidemie. A partire dal Settecento i portoghesi iniziarono quindi a spostarsi qualche chilometro più a mare, a Panjim e il processo portò all’abbandono totale nell’Ottocento. Goa rimase come un assieme di costruzioni in disfacimento, finché nel Novecento non iniziò un’opera di conservazione.
 
Oggi i resti della città sono in pratica scomparsi e rimangono solo gli edifici principali. Il campanile della vecchia chiesa di Sant’Agostino, crollato per metà, domina il centro da una collinetta. Sulla riva del fiume le chiese principali sono isolate all’interno di ampie spianate e giardini ben tenuti. Gruppi di turisti indiani si spostano dall’uno all’altro sotto il sole dei Tropici, e si fotografano davanti a questi resti di una civiltà remota.
 
Di esotismo, per loro, ce n’è. Nella basilica del Bom Jesus fanno mezzo giro attorno alla cappella in cui è esposto il corpo di San Francesco Saverio: dentro una teca di cristallo, e in cima a un monumento realizzato nel Seicento da Giovan Battista Foggini a spese del Granduca di Firenze. Ancora più gettonato sembra un presepe a grandezza naturale nel chiostro. I selfie davanti a re magi e cammelli si sprecano.
 
Per me, il modo migliore per apprezzare il posto è vederlo dall’altra riva del Mandovi. Per farlo, si scende al fiume dove un tempo c’erano negozi e mercati e la Rua Direita, una delle vie principali di Goa. Si passa sotto il ricostruito Arco del Viceré e si sbuca sull’ormeggio degli scassati traghetti (due) che fanno la spola gratis tra Goa e l’isola Divar, duecento metri più in là, trasportando macchine, motorini e pedoni.
 
All’ormeggio sull’altro lato dell’isola non c’è niente: solo un baracchino che vende acqua e patatine, e una fermata dell’autobus. Un uomo pesca in una pozza usando zampe di pollo come esca e avverte (o segnala): “Snake!” Effettivamente, nell’acqua stagnante c’è un serpentone addormentato. Però la vista ripaga. Le chiese di Goa sono nascoste da una parete di palme da cocco; spuntano solo le cime dei campanili, e la cupola della chiesa di San Gaetano.

La chiesa di San Gaetano di Goa vista dal fiume Mandovi

Per cambiare ritmo, la cosa migliore è fare un salto a Panjim. A Miramar, partono le barchette che fanno un giro turistico di un’ora all’estremità dell’estuario, a mostrare rive e delfini per la modica cifra di trecento rupie. Il bigliettaio mi vede e si preoccupa: “There is loud Indian music, sir”. Ah, sì? Ma solo su questa barca o su tutte? “All.” E allora…
 
Turisti in barca a Miramar


In effetti la partenza avviene al ritmo di musica punjabi, che non c’entra molto con l’ambiente marino. Ci si intona di più quando si passa a Pani pani sunny sunny. Il commentatore indica i vecchi forti portoghesi e racconta tutto sui film di Bollywood girati lì: attori, trama, canzoni di successo. Poi arriva il momento di eccitazione quando il battello incontra un gruppetto di delfini – belli grossi, tra l’altro. Si manovra, si aspetta la risalita. Si gira attorno a un peschereccio; i turisti sul battello fotografano il peschereccio, i pescatori a bordo fotografano i turisti… gli unici che non fanno foto sono i delfini, sembra. Per quanto, chi può dirlo?
 

venerdì 27 gennaio 2017

Geolinguistica da spiaggia

  
 
Sulla spiaggia di Benaulim, a Goa
Questa settimana, approfittando della Festa della Repubblica indiana, sono andato a Goa. In particolare, ho soggiornato a Benaulim, che è un paesino nella parte meridionale dello stato di Goa. Forse l’unico paesino, tra l’altro, in cui i cristiani siano in maggioranza (nell’assieme dello stato, nonostante i cliché del cinema indiano, sono solo il 30%).
 
Il nord di Goa era antica zona di hippy e oggi è meta di turismo di massa. Il sud di Goa è decisamente meno affollato. A Benaulim c’è una bella spiaggia pulita e i bagnanti sono in numero ragionevole: se la spiaggia fosse più stretta, e le palme da cocco meno numerose, assomiglierebbe a una Marina di Vecchiano in bassa stagione (“si Parigi avesse lu mere…”). Quando il vento soffia da terra, il mare diventa una tavola distesa fino all’orizzonte e forse anche oltre, in direzione della Somalia. I pescatori tirano le reti, donne e bambini stendono il pesce sulla strada a seccare. I bufali tagliano la strada ai turisti in bicicletta, che tollerano, e tutto va bene.
 
Pesce e cocco

Oltre a essere un’ottima occasione per nuotare e leggere, i miei giorni a Goa sono stati però un’altra conferma del mio modo di vedere la vita delle lingue. Goa è rimasta territorio portoghese per 451 anni, dal 1510 fino al 1961. Ora, a parte i nomi, questo mezzo millennio ha lasciato un’eredità linguistica pari grosso modo a zero… In un posto pieno di persone che si chiamano Lourenço Souza, Salvador D’Silva e così via, nessuno parla portoghese – anche se qualche anziano, a quel che leggo, l’ha imparato a scuola in età coloniale – e in giro non ci sono scritte in portoghese. La lingua della popolazione era ed è rimasta il konkani, che oggi si scrive usando il devanagari indiano (uso ufficiale) oppure l’alfabeto latino (preferito dalla Chiesa cattolica).
 
Per il resto, la lingua del turismo e della modernità è naturalmente l’inglese e i cartelli di ogni tipo riflettono la situazione – incluse le pubblicità rivolte ai residenti. Ma il turismo di Goa è internazionale, e in buona parte europeo: a Benaulim una buona fetta della popolazione sembra composta di atletici pensionati di lingua francese. E soprattutto, c’è una sorprendente presenza di russi, al punto che le scritte sui negozi e i menu dei ristoranti sono spesso in doppia versione, inglese e russa. In nome dell’antica alleanza, e dei bassi costi, direi, e tutto va bene.
 
"Hawaii Garden"
Dal punto di vista linguistico, naturalmente, tutto questo è con ogni probabilità temporaneo. La popolazione parla konkani, impara l’inglese e resiste alle pressioni per usare hindi o marathi. Per quanto l’inglese si diffonda nell’istruzione, sospetto che le madri, i compagni di scuola e le famiglie continueranno a parlare il konkani e a usare lingue diverse solo con gli ospiti. Quando gli ospiti se ne andranno, il konkani rimarrà.
 
Nel frattempo però è interessante guardare questo spettacolo multilingue. Le scritte inglesi in lode della Madonna di Vailankanni si incrociano con gli avvisi in devanagari e le promesse di коктейль, e tutto va bene. Anche se il visitatore più attento noterà, in aeroporto, i due squadroni di MiG-29KUB della marina indiana piazzati lì. A ricordare che la storia a volte prende brutte strade, e che nell’ultimo anno sull’orizzonte sono comparse tante nuvole che non mi piacciono.
 
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