mercoledì 4 gennaio 2012

Pasquali, Scritti sull'università e sulla scuola

Giorgio Pasquali (da Wikipedia)

Da secoli una quantità sorprendente delle energie mentali d’Europa (e dintorni) viene impegnata a discutere di riforme dell’università. Nella letteratura, credo che l’esempio più toccante di questa fedeltà sia la sfortunata Tony Buddenbrook di Thomas Mann, che, avendo amato uno studente povero e politicizzato nella Lubecca pre-1848, decenni più tardi torna, meccanicamente, a infervorarsi sull’argomento nelle conversazioni (“Vuol credere, per esempio, che solo pochissimo tempo prima del fidanzamento ho saputo che quattro anni prima erano state rinnovate le leggi federali sulle università e la stampa? Belle leggi, del resto!...”).

Bon. Con un po’ di esperienza, direi che, quando le riforme universitarie vengono trattate nello spazio di un articolo di giornale, l’autore ne esce sempre male. Le descrizioni sensate richiedono misura di libro: condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per trattare in modo convincente un organismo complesso come l’università nel suo assieme, che più di ogni altro pezzo della società contemporanea deve rispondere a spinte diverse (didattica, ricerca, formazione professionale...). Per gli Stati Uniti, una sintesi bilanciata e ragionevole è secondo me quella recente di Derek Bok, di cui ho già parlato. Per l’Italia, viceversa, non saprei indicare nulla di recente e condivisibile. Il che è un problema.

In mancanza di meglio, nel periodo delle feste ho quindi letto un classico: gli Scritti sull’università e sulla scuola di Giorgio Pasquali, nell’edizione curata nel 1978 da Marino Raicich (Firenze, Sansoni; XLVIII + 442 pagine). Il volume, come si capisce dal titolo, raccoglie diverse opere di Pasquali, tra cui articoli sparsi e i contenuti interi della silloge Università e scuola, pubblicata in origine nel 1950 (mancano invece gli articoli pubblicati nella più celebre silloge Pagine stravaganti). Il grosso del volume (i due terzi...) è però formato dalla riproposizione integrale del libro L’università di domani, pubblicato nel 1923 e mai riproposto altrove. Pasquali lo pubblicò assieme a Piero Calamandrei, ma il libro è sostanzialmente del primo autore, che su 300 pagine di testo ne scrisse 190 di “Parte generale” e una trentina dedicate alla Facoltà di Lettere. Calamandrei scrisse invece settanta pagine dedicate alla Facoltà di Giurisprudenza, e un’appendice sulla nomina dei professori.

Trattata l’area umanistica, gli autori dell’Università di domani auspicavano che i loro sforzi venissero integrati da quelli di docenti di altre facoltà, ognuno dei quali avrebbe dovuto descrivere la propria particolare situazione. I contributi supplementari però non arrivarono mai: il 1923 non era momento propizio. Non solo per le convulsioni politiche e l’instaurazione del regime fascista ma, più nello specifico, perché nel giro di mesi venne approvata la riforma Gentile dell’università. Che da un lato era politicamente blindata, ma dall’altro veniva incontro, di fatto, a molte delle esigenze di Pasquali e Calamandrei (i quali entrambi, è bene ricordarlo, pur aderendo al Manifesto degli intellettuali antifascisti, alla fine giurarono fedeltà al regime).

Leggere oggi il libro così come lo lasciarono gli autori nel 1923 dà quindi da pensare a diversi livelli. Io ne distinguerei due: quello di straniamento, in quanto la lettura mette di fronte in modo traumatico ad alcune cose che sono state per fortuna superate, e ad altre che sono rimaste sorprendentemente uguali; e dall’altro quello di discussione degli obiettivi – che, cosa strana (ma non troppo), sono ancora oggi in buona parte condivisibili.


1. Ciò che è stato superato e ciò che è rimasto uguale

Novant’anni possono essere anche pochi, nella società. Nel caso di questo libro sono molti, perché in mezzo c’è stato quel processo di liberazione culturale che dagli anni Cinquanta alla fine dei Settanta, passando dal Sessantotto, ha dato un bel colpo ad alcuni indifendibili punti di riferimento della civiltà occidentale: razzismo e sessismo in primo luogo. Così, colpisce oggi (e colpiva Raicich già nel 1978) il modo in cui Pasquali parla delle donne... dando per scontata la loro assoluta inferiorità. Giusto per dare un campione di un concetto ripetuto diverse volte nel libro, e mai in modo ironico:

Certo, già la compagnia che tra loro si fanno giovani dati a studî diversi, impedisce che la specializzazione scolastica soffochi l’umanità in essi, o, per meglio dire, negli studenti maschi: le signorine si esauriscono completamente, e completamente si esauriranno per tutta l’eternità, nell’andare a scuola, prendere appunti, ricopiarli, mandarli a memoria; esse, a parlar propriamente, hanno solo anima vegetativa e affettiva, mancano di anima intellettuale (p. 183).

Di razze umane per fortuna, se ho ben visto, non se ne parla (a parte un ambiguo riferimento alla “comunità israelitica d’una grande città” a p. 171, e una nota sulla Cina che richiamerò più oltre). Ma non è difficile immaginare quali idee potesse avere Pasquali, in coerenza con il clima dell’epoca... E questo nonostante la polemica contro il nazionalismo negli studi, che si trasformava d’altra parte in Pasquali in regolare difesa della Germania e addirittura in celebrazione lirica (nel 1951!) del popolo tedesco come il “più alto” tra gli europei (p. 439, in un articolo che include, nella veste pubblicata qui, anche un polemico commento d’epoca di Enzo Enriques Agnoletti proprio a questo slancio di entusiasmo).

Se il libro sembra quindi per certi versi venire da un altro pianeta, per altri sembra scritto ieri. Ritoccando qualche frase e qualche giro di parole qua e là, molti dei discorsi di Pasquali sull’università potrebbero essere stati scritti ieri, a commento di qualche “riforma” o proposta di riforma recente. Tra gli argomenti toccati ci sono gli orari dei docenti, la didattica seminariale, il problema del reclutamento, il ruolo dei “precari” (allora istituzionalizzato con la “libera docenza”), il valore del titolo di studio, la concorrenza tra le sedi... Tutte cose su cui si torna e si ritorna a intervalli regolari, in quanto prodotto dell’incontro di spinte di sistema, tradizioni, abitudini e volontà di compromesso.

2. Gli obiettivi

Sfrondato dagli aspetti più superficiali, comunque, il discorso di Pasquali è in buona parte condivisibile. Il suo modello è quello tedesco e humboldtiano: l’università è una comunità di persone che fanno didattica e ricerca, e didattica attraverso la ricerca. Lontanissimo quindi dal modello inglese (l’università è il posto in cui si fa vita sociale insieme...) e da quello ibrido americano che si stava consolidando negli stessi anni.

In totale coerenza con il modello, la didattica migliore è quindi per Pasquali quella organizzata per seminari, e non per lezioni. E l’unica didattica utile è quella in cui lo studente impara qualcosa che va a formare la persona. Tutto ragionevolissimo, ancora oggi, e molto familiare, in un periodo in cui sembra che la formazione universitaria venga vista come pura e semplice somma di “crediti”. Resta ovviamente il problema di come conciliare queste spinte con alcune caratteristiche dell’università di massa – ma a Pasquali, morto nel 1952, questo problema era destinato a rimanere del tutto estraneo.

L’autore porta poi il discorso avanti proponendo ciò che all’epoca era un passo indietro: uno dei punti chiave del suo progetto era infatti l’abolizione degli “esami speciali” che si erano affermati nel periodo, cioè in pratica degli attuali esami di fine corso. Nella sua ottica lo sbocco naturale della preparazione universitaria è dato da una parte dalla laurea come titolo scientifico, e dall’altra da un esame di Stato per tutti i titoli che abbiano valore professionale. Lì, e quasi solo lì, si valuta ciò che si deve valutare. Del resto, la frequenza ai seminari assicurerebbe il fatto che gli studenti non vadano allo sbaraglio a queste prove finali.

Le finalità dell’esame di Stato vengono descritte quindi in questo modo: “un esame complessivo, ordinato in modo da fornire allo Stato sufficiente guarentigia che il candidato possieda non solo le cognizioni, ma anche le abilità indispensabili all’esercizio professionale” (p. 25). E il modo in cui Pasquali disambigua le finalità del sistema è ancora oggi in buona parte condivisibile:

Della scienza si dà saggio in un modo solo: lavorando scientificamente e pubblicando i proprî lavori, rendendo cioè pubblicamente conto dei metodi seguiti e offrendo i risultati alla verifica dei competenti. Ma la società non ha nessun interesse a misurare la scienza di un tale, perché questa non ha valore sociale diretto e immediato in quanto scienza, ma soltanto nelle sue applicazioni. Un interesse sociale a verificare la capacità di alcuno sorge appena essa è rivolta a fine professionale; e in questo caso l’organo della collettività non può essere se non lo Stato. Poiché tutti hanno interesse a sapere se un tale ha le nozioni e abilità indispensabili per fare quel che professa di voler fare, il medico, l’avvocato, l’ingegnere, l’insegnante di lettere o di scienze naturali, o se è invece uno sfrontato ciarlatano, è doveroso che lo Stato compia esso la verifica, per mezzo di un esame opportunamente ordinato a tal fine (pp. 25-26).

In retrospettiva, la cosa più interessante da dire novant’anni dopo è molto semplice: il modello di Pasquali può essere riproposto ancora oggi perché, semplicemente, è così che funzionano gli esseri umani e la conoscenza. Rimane il dubbio di quale ruolo dare ad alcuni tipi di competenze e abilità, e rimangono fuori diverse questioni importanti che riguardano tutte le università moderne. Tuttavia, forse non si sbaglia se si dice che oggi la politica universitaria si è clamorosamente dimenticata di molte considerazioni di banale buon senso.

3. La scrittura

Per me è poi interessante notare che nell’università sognata da Pasquali grande spazio avrebbe dovuto essere assegnato alla scrittura, sia durante il corso degli studi sia durante le due verifiche finali (laurea ed esame di Stato). Su questo poi anche Calamandrei concorda, a p. 234 per quanto riguarda gli esami durante il corso e alle pp. 277-78 per gli esami di Stato.

Per quanto riguarda più specificamente il corso degli studi, Pasquali parla di scrittura soprattutto in un articolo del 1920 e incluso in questa raccolt, Contro gli esami nella Facoltà di Lettere. Qui l’autore entra in dettaglio sul discorso dell’abolizione degli “esami speciali” e ritiene che negli esami complessivi, da dare come dimostrazione della conoscenza di materie molto ampie, le “prove scritte” dovrebbero avere “posto ancor più importante che quelle orali”. Queste prove dovrebbero anche includere “un breve lavoro d’indole scientifica, da farsi a casa dentro termini di tempo ragionevoli, magari prorogabili, sur un tema assegnato dal professore d’accordo con il candidato” (p. 388). Questo assetto, tra l’altro corrisponde al sistema ancora in uso nella Scuola Normale di Pisa (dove, per esempio, per la classe di Lettere sono obbligatori i “colloqui” di passaggio d’anno, con relazioni appunto su un tema concordato), di cui Pasquali fu professore incaricato presso il Seminario di Filologia classica a partire dal 1930, e dove mi sembra che la pratica abbia ancora oggi la sua importanza.

Nell’Università di domani Pasquali invece insiste sulla scrittura soprattutto parlando di esami di Stato, e la sua posizione in merito è decisa: “solo la prova scritta, almeno in legge e in lettere, può assicurarci quali risultati [il candidato] possa conseguire da sé, ove abbia agio di riflettere e disponga degli strumenti di lavoro indispensabili” (p. 32). Pasquali ritiene inoltre che “il miglior modo” per svolgere questa prova “sarebbe di assegnare a ciascun candidato un diverso tema di lavoro da svolgersi dentro un tempo determinato, poniamo un mese, a casa sua, con l’aiuto dei libri proprî e delle biblioteche pubbliche” (sempre p. 32). Di fronte all’ovvio rischio che in una prova del genere i candidati presentino lavori in realtà preparati da altri, l’autore ricorda innanzitutto che questo era un problema già endemico con le lauree dell’epoca; ritiene poi che il problema possa essere ridotto da un lato da una discussione consistente in “una serie di domande dirette a mettere in luce quanto cosciente delle proprie argomentazioni e conclusioni sia l’esaminando”, e dall’altro da prove scritte integrative “da compiersi in poche ore in una sala sotto sorveglianza rigorosa” (p. 33). In questo, propone anche di prendere ispirazione per alcuni punti dal sistema per la selezione dei mandarini cinesi, e in particolare dall’uso di cellette dedicate per esami (p. 33, con toni di ironica superiorità – e del resto, Pasquali parla di “Celeste Impero” come se ai suoi tempi la Cina non fosse divenuta già da anni una repubblica; possibile che, semplicemente, non lo sapesse?).

Infine, in coerenza con questa impostazione, Pasquali difende l’elaborato di laurea (pp. 46-47). Allora come oggi, ovviamente, l’elaborato di laurea è visto come fumo negli occhi da parte di chi vuol togliere all’università il suo carattere humboldtiano e trasformarla in scuola superiore. Vale la pena trascrivere qui il discorso intero di Pasquali:

Il più noto nemico [non riesco a capire a chi si riferisse] dell’indirizzo scientifico nell’insegnamento superiore apre la sua crociata contro l’Università scientifica, proponendo di abolire la laurea. Questa sembrerà ragione sufficiente per mantenerla a chi, come me, nella missione scientifica dell’Università e nella scientificità dell’insegnamento superiore crede fermamente. E infatti, finché gli esami speciali non saranno aboliti, la laurea sarà necessaria. Troppo evidentemente assurdo è che uno sia abilitato a una professione liberale, solo perché ha saputo ripetere con ordine approssimativo e chiarezza sufficiente dieci, quindici, venti corsi di lezioni. La tesi offre allo studente di materie non sperimentali l’unica occasione di far qualcosa di meglio che ascoltare in silenzio e con attenzione, appuntare, mandare a memoria e... rovesciare, come dicono i Siciliani quando vogliono parlare decente (pp. 46-47).

Giusto per smorzare gli entusiasmi, Pasquali a questo punto giustifica il suo amore per la laurea sulla base dell’esperienza: “le studentesse di lettere” si rivelano “inferiori agli uomini” nella laurea, e non negli esami... Ma fatta la tara al sessismo, Pasquali ha qualcosa di più interessante da dire su un argomento che ancora oggi torna fuori:

Mi siano risparmiati i predicozzi sull’immoralità di una istituzione che incita menti non ancora interamente formate a una produzione immatura. Quando una mente sarà formata completamente? E quali sono, di grazia, i limiti tra attività ricettiva e produzione? Anzi, è possibile, è concepibile un apprendere puramente ricettivo? (p. 47).

Giustissimo. Anche se negli anni Cinquanta, tornando sull’argomento in un articolo qui incluso, Pasquali dichiara “che i più degli studenti, anche ragazzi studiosi e capaci, a ventidue, ventitré, venticinqu’anni non sono in grado di organizzare un lavoro di lena siffatto che metta conto pubblicarlo, che è la guarentigia più sicura che esso è veramente scientifico” (p. 326), la sostanza non cambia. Secondo un discorso riproposto anche a p. 421, il punto chiave è che la laurea come lavoro scientifico pubblicabile è possibile solo se lo studente si è fatto le ossa più a monte, con lavori preliminari.

In conclusione: Pasquali fornisce una testimonianza d’annata sul nesso stretto tra scrittura, ricerca scientifica e formazione. A novant’anni di distanza, non mi sembra che su questo punto ci siano state novità sostanziali – semmai, battaglie che continuano a ripetersi.

lunedì 19 dicembre 2011

Tablet PC e inchiostro digitale

Grazie a un gruppo di relazioni dei miei studenti, nelle ultime settimane ho messo (tardivamente) a fuoco l’esistenza dei tablet PC. In giro non se ne parla molto, ma in sostanza sono computer portatili in cui lo schermo può essere usato come superficie per scrivere con uno stilo e, a volte, con le dita. Diversi produttori, tra cui in particolare Asus, HP, Fujitsu e Toshiba, hanno dedicato negli anni un po’ di risorse allo sviluppo di questa categoria di macchine.

Rispetto ai veri e propri tablet (dall’iPad ai modelli Android), i tablet PC hanno molte differenze. Innanzitutto, spesso sono fisicamente dei veri e propri notebook, dotati di disco rigido, periferiche abbondanti di input e output, eccetera – e spesso hanno anche la forma di un notebook, con la differenza che lo schermo può essere ruotato sopra la tastiera, nascondendola e rimanendo all’esterno del dispositivo.

Una differenza forse ancora più importante è data dal fatto che su questi tablet PC gira Windows. Sistema operativo che nelle ultime versioni, da XP in poi, ha sempre tenuto conto di questa categoria di dispositivi. Windows non è mai stato ottimizzato fino in fondo per i tablet (le lamentele su questo argomento sono frequenti), tuttavia è in grado di gestire molti tipi di interazione e, soprattutto, fa girare una categoria di programmi che non ha equivalente presso altri sistemi operativi.

OneNote Microsoft è un esempio di questi programmi. La gestione degli appunti manoscritti e la possibilità di farne (a volte) una conversione via OCR sono uno dei punti chiave del software, a funzioni simili è stato dato anche il nome, appropriato, di “inchiostro digitale” o digital ink . Di OneNote esiste anche una versione per iPad, ma l’iPad non ha, ahimè, un digitalizzatore attivo, e quindi la scrittura sul dispositivo è tutt’altro che soddisfacente (ho fatto anche delle prove in questi giorni usando uno stilo): l’hardware fa la differenza.

I tablet PC sembrano molto promettenti come supporto per la scrittura professionale. Per esempio, secondo molte segnalazioni, sono molto usati (e sono adatti) per un lavoro che faccio molto di frequente: l’annotazione a mano libera su file PDF o assimilabili, a cominciare dalle bozze dei libri a stampa. Sono quindi molto curioso di provare in prima persona le possibilità d’uso.

Tuttavia, i tablet PC hanno anche il difetto di essere apparecchi professionali, e quindi relativamente costosi, con prezzi che vanno di regola dai 1500 euro in su. Attrezzature che costano un mese di stipendio non possono certo essere acquistate alla leggera... ma ho idea che, se riuscirò a ottenere sufficienti fondi di ricerca, l’anno prossimo un acquisto simile sarà quasi inevitabile. Nel frattempo, mi preparo leggendo aggiornamenti su un blog molto interessante, il Tablet PC italico.

giovedì 15 dicembre 2011

Gleick, The information


Uno dei libri divulgativi più interessanti dell’anno che si chiude è stato, secondo me (e altri), The information. A history, a theory, a flood, di James Gleick (Pantheon, 2011).

Non è un libro perfetto né geniale. Però è un libro fatto bene, utile, e molto leggibile. Gleick lo organizza come una cavalcata di capitoli, a volte connessi a volte meno, collocati in ordine più o meno cronologico. I singoli capitoli sono in sostanza piccoli saggi su argomenti circoscritti: si parte con il linguaggio dei tamburi africani, si prosegue con il primo vocabolario dell’inglese, si passa ai logaritmi di Napier, e poi all’entropia, a Shannon, ai dubbi sulla possibilità di estrarre informazione dai buchi neri...

Non c’è forse un’idea che possa essere considerata veramente il cuore del libro, e questo non sorprende: a molti livelli, l’umanità deve ancora digerire tutte le implicazioni delle scoperte sull’informazione. Un po’ di tempo fa la nostra veniva spacciata come “la società dell’informazione” - ma siamo ancora ben lontani dall’esserlo.

Uno dei centri del libro è però senz’altro costituito dal rapporto tra fisica e informazione. A volte questo produce un’ottica quasi filosofica, a volte si scende nei meccanismi delle ricerche di Google. Per quanto riguarda argomenti di cui ho parlato di recente, il cap. 13 è dedicato per esempio a un fatto di base: Information is phisical. Nelle parole di John Archibald Wheeler, non è sbagliato ritenere che

every it – every particle, every field of force, even the space-time continuum itself – derives its funciont, its meaning, its very existence... from bits.

L’universo può essere considerato fondamentalmente come una macchina che elabora informazione? Probabilmente sì, e prima o poi anche i filosofi come Maurizio Ferraris riusciranno ad aggiornarsi sulla bibliografia. Nel frattempo, è interessante occuparsi delle implicazioni del calcolo quantistico, che finalmente ha trovato qualche applicazione pratica (!).

In conclusione: il libro di Gleick non è l’ultima parola sull’argomento. È invece un promemoria per farci capire quanto ancora c’è da fare in questo settore, e quante scoperte rilevanti sono evidentemente lì, di fronte a noi, in attesa che qualcuno le faccia. Spero quindi che The information abbia il successo che merita.

giovedì 8 dicembre 2011

Bibliotecaitaliana.it non funziona


La più imponente raccolta di testi elettronici della tradizione culturale e letteraria italiana è stata per anni Biblioteca italiana. La raccolta comprendeva 1700 testi dalle origini al Novecento, digitalizzati di norma sulla base delle migliori edizioni disponibili e codificati nel formato XML-TEI. Il sito permetteva non solo di leggere i testi, ma anche di interrogarli eseguendo ricerche di parole all’interno del singolo testo o anche dell’intero corpus. Inoltre, forniva l’accesso alle riproduzioni in formato immagine (non interrogabili) dei volumi della collana “Scrittori d’Italia” Laterza, per un totale di 287 volumi, 179 opere e 125171 immagini.

L’uso dell’imperfetto non è casuale: da luglio il sito è irraggiungibile. A settembre è tornato in linea per qualche settimana, e poi è scomparso di nuovo. Tutte le persone interessate a questo fondamentale repertorio sono in agitazione... e qualche traccia di questa agitazione arriva anche a me, perché una quindicina di anni fa (!) ho fatto da coordinatore del progetto Cibit (Centro interuniversitario per la biblioteca italiana telematica), che a Biblioteca italiana ha poi fornito buona parte dei testi. Qualche mail di domanda mi arriva quindi ancora. Che fine ha fatto la Biblioteca italiana?

Risposta: difficile dirlo. Il progetto, negli ultimi anni, era stato gestito dalla Sapienza di Roma, ed era stato progettato di farlo confluire nel sito Internet Culturale. Tuttavia, la pagina dedicata alla Biblioteca Italiana sul sito Internet Culturale dice, dopo poche righe di presentazione, che “Al momento la collezione non è disponibile”. E in effetti non è disponibile, anche se sulla stessa pagina, incredibilmente, compare un link chiamato “Accedi alla collezione”! Ciò che è disponibile a questo indirizzo è comunque in sostanza – anche se presentato in modo quasi incomprensibile – il catalogo della Biblioteca italiana. Da lì si riesce a risalire alle schede dei testi e perfino a qualche pagina di testo presentata in formato immagine... ma la grande maggioranza della collezione non è raggiungibile.

Di sicuro, sarebbe urgente mettere in linea una pagina informativa all’indirizzo bibliotecaitaliana.it, per fornire aggiornamenti ai numerosi interessati. Si può poi sperare che i testi tornino in linea presto... però, avendo lavorato per anni a questo assieme di materiali (sia pure in un momento in cui la codifica digitale era a uno stadio infinitamente più primitivo di quello contemporaneo), so che non si tratta di un lavoro facile. Soprattutto, si tratta di un lavoro che non può essere preso sottogamba, e che dà molto da pensare sul problema della gestione delle risorse elettroniche in Italia.

sabato 3 dicembre 2011

Un nuovo schema di architettura dell’italiano contemporaneo


In un manuale appena uscito a cura di Andrea Afribo ed Emanuele Zinato (Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi, Roma, Carocci, 2011) è presente anche un contributo di Giuseppe Antonelli dedicato alla Lingua (pp. 15-52).

Ora, Antonelli è l’autore della migliore descrizione in volume oggi disponibile per l’italiano contemporaneo (L’italiano nella società della comunicazione, Bologna, il Mulino, 2007, che uso da tempo nei miei corsi – e, per chiarimento di rapporti, devo ricordare che Antonelli ha fatto anche una ben visibile recensione del mio libro sull’Italiano del web, e che il libro stesso è citato più volte anche in questo contributo). L’aggiornamento di quest’anno non smentisce le aspettative, e il contributo sulla Lingua diventa a sua volta, a mio giudizio, la più convincente sintesi oggi disponibile su questa lunghezza.

Nelle pagine finali del suo ultimo contributo, comunque, Antonelli fornisce come sintesi uno schema di quella che a suo parere è la struttura dell’italiano contemporaneo (p. 51):



Ovviamente si tratta di una variazione del celebre schema che Gaetano Berruto ha proposto nel 1987, rivisto per tenere conto delle variazioni degli ultimi anni. Il corsivo segna ciò che non c’era nello schema di Berruto; per il resto, Antonelli descrive in questo modo le variazioni dall’uno schema all’altro (p. 52):

a) la maggiore incidenza della diatopia, che (sia pure con un’interferenza più leggera, resa qui da un grigio chiaro [ma nella versione che ho visto io il rapporto dei colori è invertito]) entra nel quadrante alto della diastratia/diafasia e invade – in diamesia – il settore della lingua scritta;
b) la risalita dell’italiano standard (ormai di fatto cristallizzato in quello scolastico) fin quasi a coincidere con l’italiano aulico formale (...), e l’identificazione del nuovo standard con l’italiano di un buon articolo di giornale (...);
c) ai piani alti, la promozione dell’italiano tecnico-scientifico a varietà di massimo prestigio e la sostituzione dell’italiano burocratico con quello aziendale, misto di residui burocratici e di tecnicismi economici;
d) la netta distinzione tra italiano regionale e italiano popolare;
e) il sensibile avvicinarsi (fin quasi a sovrapporsi) di italiano parlato colloquiale, italiano regionale e italiano informale trascurato;
f) la comparsa, nel quadrante in alto a destra, di una varietà scritta spiccatamente informale e diastraticamente trasversale: l’italiano digitato.

Su quest’ultima varietà ho però un’osservazione: è curioso che Antonelli collochi l’“italiano digitato” tanto a destra, cioè spostato lungo l’asse diamesico verso il polo del “parlato”. L’“italiano digitato” è, per sua stessa natura, una varietà di lingua scritta – che, se letta ad alta voce, si trasforma spesso in una delle altre varietà (e, vistosamente, in italiano parlato colloquiale, italiano regionale, italiano informale-trascurato, anche se a volte presenta tratti riconducibili all’italiano più formale). L’unica sua collocazione possibile mi sembra quindi all’estrema sinistra dello schema.

Comunque ciò che non mi sembra discutibile è il punto chiave: l’identificazione del nuovo “centro” della lingua “con l’italiano di un buon articolo di giornale” (una nota: nella lista delle forme dell’“italiano dell’uso medio” presentata alle pp. 30-31, va tenuto presente che in effetti gli per “a loro” è oggi comune anche negli articoli di giornale, e non è più quindi estraneo allo scritto). Nel bene e nel male, svanito il prestigio dell'italiano letterario, questo è il modello attorno a cui oggi sembra ruotare il sistema.

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