Visualizzazione post con etichetta Turchetta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Turchetta. Mostra tutti i post

giovedì 14 febbraio 2013

Turchetta, Il mondo in italiano

 
Barbara Turchetta, Il mondo in italiano
Il bello della linguistica è anche questo: leggere frasi come “gli italofoni nel mondo sono circa 4.000.000, contro i 60.000.000 generalmente indicati”. In quali altre discipline si possono trovare oscillazioni di più di un ordine di grandezza, su fatti che sono sotto gli occhi di tutti? Immagino un po’ di esempi nel settore della geografia umana: “gli abitanti della Cina sono solo cento milioni, contro il miliardo e trecento milioni generalmente indicato”; “il reddito medio negli Stati Uniti è di quattromila dollari l’anno, inferiore a quello dell’Egitto”; “il più importante paese produttore di petrolio è l’Angola”; eccetera.
 
Bene, la frase riportata sopra viene dalla p. 14 di un interessante libro di Barbara Turchetta, Il mondo in italiano: varietà e usi internazionali della lingua (Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. VI + 158, € 16, ISBN 88-420-7706-2). Ho già citato il libro poche settimane fa per parlare appunto della conoscenza dell’italiano all’estero; vale però la pena di dire qualche parola di più.
 
In questo caso, il libro offre in realtà un po’ meno di quanto promesso dal titolo. Soprattutto perché è un testo sintetico: 158 pagine per affrontare un argomento molto vasto. Il punto di forza del testo è dato peraltro propriodal suo sbilanciamento. Più di un terzo delle sue pagine (66 su 158) è occupato dai due capitoli centrali, che non sono stati scritti dall’autrice principale:
 
Cap. 2, L’italiano lingua ufficiale e di lavoro nelle istituzioni comunitarie (pp. 41-71), di Elisa Ranucci, che descrive in dettaglio la situazione dell’italiano dal punto di vista della traduzione e dell’interpretariato a Bruxelles e Strasburgo
 
Cap. 3, L’italiano lingua della legislazione europea (pp. 73-106), di Laura Mori, che descrive le caratteristiche linguistiche collegate a questo uso, confrontando la situazione italiana con quella dell’Unione Europea e della Svizzera
 
Entrambi i capitoli sono interessantissimi, ma alla descrizione generale rimane relativamente poco spazio. Pazienza: i dati forniti dal libro sono comunque uno dei pochi tentativi di sintesi sull’argomento. In parte le informazioni possono basarsi sulle acquisizioni dello studio Italiano 2000, a cura di Tullio De Mauro, pubblicato nel 2002, ma in buona parte sono sintesi originali e utili.
 
Il titolo del primo capitolo, L’italiano lingua seconda in Europa e nel mondo, è peraltro fuorviante. Il capitolo è infatti dedicato per buona parte a descrivere il ruolo dell’italiano come lingua “materna” (usiamo questa semplificazione, per il momento) all’estero, in particolare nelle comunità di emigrati, e le competenze come L2 vengono trattate assieme a quelle come L1. Credo sia necessario tornare sopra ad alcuni aspetti di queste stime, e in particolare sul fatto che la stima generale del numero degli italofoni, punto di partenza di questa sintesi, viene generata in base a un unico dato, senza tener conto di ciò che viene detto nelle pagine successive. Segnalo però, soprattutto, che nel 2011 è uscita, a cura di Massimo Vedovelli, la corposa Storia linguistica dell’emigrazione italiana (Roma, Carocci), che presenta molte informazioni aggiuntive sulle singole situazioni.
 
Il quarto capitolo, Gli stranieri e la nostra lingua, è ancora più interessante. L’italiano è una lingua molto studiata all’estero (la quarta o la quinta lingua straniera più studiata in contesti formali, a seconda delle stime). Tutto questo studio, però, produce effetti? Turchetta cita (p. 121) i dati di un sondaggio Eurobarometro del 2000, in base al quale si stima che il 3% degli europei non-italiani conosca l’italiano (contro il 41% di quelli che, non essendo cittadini di paesi di lingua inglese, conoscono l’inglese), presumibilmente imparato in buona parte attraverso il turismo e lo studio scolastico. L’Unione Europea ha circa 500 milioni di abitanti, e questo significherebbe che 15 milioni di non-italiani conoscono l’italiano. Non è chiaro se da questi andrebbero sottratti o meno i 2 milioni di cittadini italiani residenti in altri paesi dell’Unione Europea, ma anche togliendoli si arriva alla rispettabile cifra di 13 milioni di persone.
 
Possibile? Forse. Sospetto che questi sistemi di rilevazione producano stime gonfiatissime – e per esempio, per alcuni dati di Eurobarometro sull’uso di Internet, in passato ho visto per esempio stime che erano sicuramente superiori di un ordine di grandezza rispetto alla situazione ricostruibile attraverso altre fonti (). Però in questo caso non ci sono dati diversi, o più affidabili: prendiamo quindi per buona la cifra, tenendo presente che verosimilmente le analisi future non potranno che ridimensionarla.
 
Al di fuori dell’Unione Europea, le stime sulla conoscenza dell’italiano non esistono. Si può però ritenere che l’apprendimento attraverso lo studio o il turismo sia minimo: due o tre milioni di persone che abbiano appreso l’italiano attraverso questo canale mi sembrerebbero già tantissime!
 
A completare il quadro manca però, vistosamente, un capitolo: quello sull’italiano degli immigrati. Che di recente sono stati presenti sul suolo italiano a milioni, per poi fare ritorno, di regola, nei paesi d’origine. Quanti di loro hanno imparato l’italiano e ne hanno conservato in qualche misura la conoscenza? Non molti, forse, ma l’Italia non vuole sapere molto sul modo in cui gli immigrati imparano l’italiano e poi continuano a usarlo. Le forze politiche che spingono contro l’integrazione degli immigrati hanno un peso tale che perfino i tentativi di insegnare la lingua agli stranieri incontrano spesso opposizione basata sul terrore che i neo-italofoni possano decidere di stabilirsi in Italia. Mancano quindi le risorse per la didattica, figurarsi quelle per incoraggiare gli immigrati che rientrano a mantenere un contatto con l’italiano… una situazione che per esempio è stata descritta per il Marocco in un recente articolo di giornale di Claudio Giunta. Dal punto di vista della ricerca: argomenti interessantissimi da studiare, scoperte interessanti da fare. Dal punto di vista umano e di sistema, forse un’occasione persa.
 

lunedì 28 gennaio 2013

Quanti italiani all’estero sanno parlare italiano?

 
Bella domanda. Alla fine della scorsa settimana ho fatto appunto qualche altro intervento sulla voce di Wikipedia Lingua italiana, in risposta a interventi di un altro utente, e rielaborando a fondo una sezione.
 
E allora, quanti italiani all’estero (includendo sia i cittadini italiani, sia le persone di discendenza italiana che però non hanno cittadinanza italiana) possono parlare italiano? Sull’argomento tace, se ho ben visto, l’Enciclopedia dell’italiano; e tace anche, il che è più sorprendente, la Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo a cura di Massimo Vedovelli (anche se in entrambi i volumi si trovano dati relativi a singole situazioni).
 
In compenso dice qualcosa di specifico il libro di Barbara Turchetta Il mondo in italiano (Roma-Bari, Laterza): che è del 2005, ma descrive una situazione che probabilmente in questi ultimi anni non è troppo cambiata. La risposta che viene fornita qui, e che ho visto spesso citata, è: “circa 4.000.000” (p. 14). Mi sembra però che le cose siano assai meno chiare di come sono descritte nel libro.
 
Il modo in cui Barbara Turchetta arriva al suo dato è abbastanza diretto. I quattro milioni sono infatti i cittadini italiani che risultano iscritti all’Anagrafe Italiana Residenti Estero. Quest’ultima includerebbe infatti solo cittadini che “provengono da residenze anagrafiche in Italia ed erano quindi precedentemente iscritti anagraficamente presso comuni italiani” (p. 13). Non includerebbe invece coloro che hanno acquisito “la cittadinanza in quanto oriundi fino alla quarta generazione” (p. 13). In altri termini, i figli (nati all’estero) di cittadini italiani, o loro discendenti, che spesso “non sono mai di fatto vissuti in Italia”.
 
La spiegazione del libro si fa qui però confusa, perché subito dopo si dice che
 
Come conseguenza di ciò [cioè, sembra di capire, del fatto che molti oriundi non sono neanche mai stati in Italia] molti iscritti all’AIRE non sono stati scolarizzati in italiano né hanno mai parlato la nostra lingua in contesti formali e non, non avendo neanche appreso l’italiano in famiglia (p. 13).
 
Il discorso non è chiaro. Ma il punto è che, contrariamente a quanto detto nel libro, l’AIRE non registra solo cittadini che “provengono da residenze anagrafiche in Italia”: il Ministero dell’Interno dice anzi esplicitamente che devono iscriversi all’AIRE sia “i cittadini nati e residenti fuori dal territorio nazionale, il cui atto di nascita è stato trascritto in Italia e la cui cittadinanza italiana è stata accertata dal competente ufficio consolare di residenza” sia “le persone che acquisiscono la cittadinanza italiana all’estero, continuando a risiedervi”.
 
Piuttosto discutibile mi sembra quindi anche la conclusione, che porta l’autrice a fornire appunto la stima dei quattro milioni: “risulta evidente che, sebbene il numero di cittadini italiani residenti all’estero si avvicini a quello degli italofoni all’estero, esso è certamente in eccesso rispetto a quest’ultimo” (p. 13). Sicuro?
 
Prescindendo dalla poco chiara frase citata sopra, le idee alla base del discorso di Barbara Turchetta mi sembrano queste:
  1. Chi è nato in Italia è in grado di parlare italiano, anche se è emigrato all’estero
  2. Chi è nato all’estero non è in grado di parlare italiano, anche se figlio di uno o due genitori italiani
 
Il primo punto sembra abbastanza realistico. Oggi gli italiani residenti all’estero ma nati in Italia rappresentano in buona parte, direi, generazioni nate dopo la guerra, quando il contatto con la lingua italiana ha cominciato a essere diffuso – sono generazioni nate da genitori che in Italia hanno avuto probabilmente un po’ di scolarizzazione, e hanno spesso visto il cinema o sentito la radio. Quindi si può dare per scontato che un rapporto con l’italiano ci sia.
 
Il secondo punto sembra confermato all’ingrosso da quel che sappiamo sull’evoluzione delle comunità italiane, ma presenza di sicuro numerose eccezioni. La mia famiglia è, credo, rappresentativa da questo punto di vista. Da un lato, infatti, esistono numerosi Tavosanis d’Argentina, emigrati dalle terre patrie a inizio secolo… e nessuno di loro è ovviamente in grado di parlare italiano. Dall’altro, visto che mia sorella è esempio di emigrazione più recente, o di ciò che oggi si chiama “fuga dei cervelli”, tre miei nipoti sono nati in Germania ma sono perfettamente capaci di parlare italiano (anche se con accento tedesco), di guardare film in italiano, eccetera.
 
Oppure: negli Stati Uniti risultano oggi residenti, secondo l’AIRE, poco più di 200.000 cittadini italiani, ma nel censimento del 2000 i cittadini americani che dichiaravano di parlare italiano in famiglia sono risultati circa un milione. In molti casi avranno parlato in realtà un dialetto, e molti di loro saranno stati molto anziani, ma sospetto che negli Stati Uniti le persone capaci di parlare italiano oggi siano comunque più numerose dei cittadini italiani residenti! Un dato relativo al 2007 fornito dall’United States Census Bureau valuta ancora i parlanti italiano a più di 700.000, cioè più del triplo rispetto ai cittadini italiani residenti nel paese.
 
Insomma, se da un lato molti iscritti all’AIRE non saranno in grado di parlare italiano, dall’altro ci sono di sicuro moltissime persone in grado di parlare italiano e non iscritte all’AIRE. Temo quindi che non ci sia scampo: per arrivare a una valutazione più credibile del numero di italiani all’estero in grado di parlare italiano, occorre fare un lavoro più di fino, e vedere di integrare meglio i dati disponibili. E magari procurarsene di nuovi!
 
Creative Commons License
Blog di Mirko Tavosanis by http://linguaggiodelweb.blogspot.com is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia License.