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mercoledì 24 luglio 2024

Tavosanis, L’italiano in Asia nella testimonianza di Pietro Della Valle

 
Il mio prossimo libro sarà dedicato a un tema su cui lavoro da tempo, ma di cui ancora non avevo parlato su questo blog: l’uso dell’italiano in Asia nel Seicento, in particolare nell’area degli attuali Iraq e Iran, fino in India. Un uso assai più rilevante di quel che si immagina di solito, e che mi dà molta soddisfazione riportare alla luce.
 
Un primo contributo in questa direzione è intanto uscito nel corposo volume I testi e le varietà, a cura di Rita Librandi e Rosa Piro. Il volume è interessantissimo di per sé, ma è impossibile riassumere i testi presenti nelle sue quasi 900 pagine. Mi limito quindi a parlare del mio contributo, dedicato a L’italiano in Asia nella testimonianza di Pietro Della Valle.
 
Visto il tema del volume, il mio contributo è dedicato, più che a mostrare le situazioni dell’impiego dell’italiano, le varietà di lingua coinvolte: italiano letterario, italiano regionale, dialetti italianizzati, italiano di stranieri… La testimonianza di Pietro Della Valle, figura legata a ben altri interessi, non sempre è tanto esplicita quanto si potrebbe desiderare. Ma proprio qui sta la parte forse più divertente del lavoro: nel cercare di strizzare il testo e ricavarne quanto è possibile, distinguendo bene tra ragionevoli certezze e pure speculazioni.
 
Per esempio, nel quadro oggi ricostruibile è ovvio, e spesso dichiarato in modo esplicito, che molti europei non italiani presenti in Asia parlavano italiano. Ma come lo parlavano? Certo, di regola, non a livello di madrelingua. Però in tutte le lettere contenute nei suoi Viaggi, che occupano più di duemila pagine a stampa, Pietro Della Valle offre un’unica testimonianza di questo italiano di stranieri, in una frase in cui menziona il “comporre in prosa rettorichescamente, come dice un Franco che è qui con noi in Ispahan” (discussa a p. 806 del mio contributo).
 
Non entro ulteriormente nel dettaglio dei contenuti, ma dirò solo che sono molto contento di questo primo assaggio. Spero di poter parlare presto anche dei seguiti…
 
Mirko Tavosanis, L’italiano in Asia nella testimonianza di Pietro Della Valle, in I testi e le varietà, a cura di Rita Librandi e Rosa Piro, Firenze, Cesati, 2024, pp. 898, € 85, ISBN 979-12-5496-143-8, pp. 801-811. Copia ricevuta come autore.
 

lunedì 11 ottobre 2021

Rothman, Brokering Empire


 
Copertina di Brokering Empire
Brokering Empire
di E. Natalie Rothman è un libro che nasconde molti contenuti interessanti dietro un titolo poco trasparente. Il sottotitolo resta sul vago, ma precisa un po’ meglio i contenuti: “Trans-Imperial Subjects between Venice and Istanbul”. All’interno non si parla infatti di mediazione (o “brokeraggio”?) di imperi, ma più modestamente di alcuni esempi dei diversi modi in cui a Venezia, tra Cinque e Seicento, venivano gestite diverse categorie di “stranieri”. Il libro si divide in quattro sezioni, di estensione grosso modo equivalente:
 
  • Mediation: la gestione della mediazione commerciale a Venezia, in particolare dopo che nel 1503 era stata istituita la gilda dei sensali, che assegnò a cento cittadini veneziani il monopolio di queste attività a Rialto – creando anche il problema di distinguere, cosa non facile, tra gli stranieri che svolgevano normali attività di supporto ai connazionali e quelli che provavano davvero a fare da mediatori professionisti.
  • Conversion: i processi di conversione al cattolicesimo visti attraverso la Pia Casa dei Catecumeni. Le modalità di questi processi erano molto diverse a seconda che i convertiti fossero ebrei (spesso residenti da tempo in città, ben integrati e padroni della lingua) e musulmani (spesso presenti come schiavi); l’autrice nota però che, anche se a volte la conversione consentiva un miglioramento delle condizioni di vita, il ruolo sociale del convertito restava di regola immutato, così come le sue reti di relazioni.
  • Translation: l’istutizione dei dragomanni pubblici a Venezia e i modi in cui la loro attività veniva definita (ne parlo più in dettaglio più sotto).
  • Articulation: i vari modi per caratterizzare gli stranieri a Venezia (anche ai fini del pagamento delle tasse sui dragomanni) e in particolare l’ambiguità dell’etichetta di “levantini”, che si riferiva a referenti anche molto diversi fra loro.
Il libro è molto interessante anche se, come si vede fin dai titoli, spesso nasconde concetti semplici e intuitivi dietro a giochini di parole di vario genere: una moda della saggistica statunitense che, con un po’ di fortuna, prima o poi passerà. Un’altra caratteristica, connessa, è la tendenza a complicare la spiegazione di cose del tutto evidenti. Per esempio, un paragrafo dedicato ai diversi modi in cui in quel periodo venivano considerate le conversioni religiose si intitola “Peregrinations in space-time” (!, p. 96). All’interno vengono presentati due diversi modi di motivare e presentare la conversione al cattolicesimo: come una questione di cambiamento di comportamenti, spesso condizionati dalle necessità esterne, per chi veniva dall’Islam, o come una questione di sviluppo di una convinzione interiore per chi veniva dal protestantesimo. La differenza non è certo difficile da descrivere o capire, ma per “elucidarla” (“to elucidate”), l’autrice ricorre al concetto di cronotopo introdotto da Bachtin (p. 97). Il concetto, com’è ovvio, non aggiunge assolutamente nulla alla descrizione della situazione e non aiuta affatto a capirla: è un puro sfoggio di erudizione, nemmeno troppo appropriato visto che il concetto originale di Bachtin si riferiva alle opere letterarie.
 
Un altro limite da tener presente è la comprensione delle fonti italiane, basata su trascrizioni non impeccabili e ogni tanto con veri e propri errori nel testo o nella traduzione. Certo, il senso di regola è presentato correttamente, ma in alcuni casi gli errori portano a fraintendimenti significativi. Per esempio, nella traduzione di una petizione della gilda dei sensali al Senato veneziano del 1587 si dice che gli ebrei “daily devour the blood” (p. 80), e l’autrice la commenta menzionando “Overtones of blood libel”. In effetti, in questa forma, sembra che ci sia un collegamento diretto con la tradizione del “blood libel”, nota in italiano come “accusa del sangue” (la leggenda, a diffusione europea, secondo cui gli ebrei uccidevano i bambini cristiani per berne ritualmente il sangue). Il testo originale italiano, presentato in nota, contiene invece, sia pure espresso in modi che richiamano la tradizione antiebraica, un più pragmatico lamento dei sensali nei confronti della concorrenza economica degli  ebrei, “quali quotidianamente ci divorano il sangue”.
 
Una volta detto che il testo richiede qualche cautela, va però aggiunto che già la prospettiva da cui è scritto aiuta a correggere le deformazioni della tradizione italiana. L’autrice per esempio, fin dal titolo, inquadra quello di Venezia come un “impero veneziano”, contrapposto all’“impero ottomano”. La definizione è del tutto corretta: in Oriente, nel Medioevo e per tutta l’età moderna, fino all’inizio dell’età contemporanea, i veneziani avevano un vero e proprio impero coloniale (anche se di estensione relativamente ridotta). La resistenza italiana a vedere le cose in questo modo è tale che per esempio perfino uno specialista come Francesco Bruni ha potuto caratterizzare l’espansione dell’italiano all’estero come quella di “una lingua senza impero”. In realtà, l’impero c’era, e per buona parte dell’età moderna la sua esistenza influenzò certamente la diffusione della lingua in Oriente – in positivo e in negativo.
 
Soprattutto, poi, il libro ha un fondamento solido: la ricerca in diversi archivi veneziani per testimoniare i processi descritti.
 
Dalla mia prospettiva, linguistica, le informazioni più importanti sono forse quelle riferite ai dragomanni, cioè gli interpreti, e in particolare a quelli che ricoprivano la carica di “dragomanno pubblico”, istituita sul modello di quanto avveniva alla corte ottomana. In pratica, questi dragomanni furono figure “trans-imperiali”, che si muovevano con un certo agio tra i territori veneziani e quelli ottomani. L’autrice descrive in dettaglio la situazione dei nove dragomanni pubblici nominati a Venezia tra il 1534 e il 1701 (tabella riportata a p. 183, da confrontare con quella fornita da Cristina Muru a p. 153 nel suo La variazione linguistica nelle pratiche scrittorie dei Dragomanni, pubbilcato nel 2016):
  • Girolamo Civran 
  • Michiel Membré 
  • Andrea Negroni 
  • Giacomo de Nores 
  • Francesco Scaramelli 
  • Pietro Fortis 
  • Giacomo Fortis
Tutti, a parte Scaramelli, erano nati all’estero (tre a Cipro quando era ancora veneziana, tre a Istanbul) e non erano cittadini veneziani al momento di entrare in servizio. In aggiunta alla conoscenza delle lingue (tra cui la più importante era di gran lunga il turco) avevano però solide reti di relazioni sia a Venezia sia nell’Impero ottomano, e in questo senso possono essere descritti come personaggi “trans-imperiali”.

Dal punto di vista linguistico è poi per me interessante vedere quanto poco numerose fossero, perfino a Venezia, le persone capaci di parlare lingue orientali. Giacomo de Nores, nel 1594, nella sua petizione per ottenere l’incarico di dragomanno dichiarava che gli era “facilissimo il leggere, il scrivere, il compore et tradure” in turco, ma aggiungeva di avere “altrotanta cognitione della lingua Araba, et della Persiana da me solo forsi non da altri in questa Città intesa” (p. 261). L’osservazione, verosimilmente, non sarà stata disinteressata o del tutto oggettiva, ma mi sembra comunque significativa.
 
L’attività dei dragomanni si collega poi ai tempi di Michiel Membré a quella dei sensali, perché, in aggiunta ai servigi per lo stato, a loro viene assegnato il ruolo di assistere i mercanti stranieri nelle trattative. Veniva infatti dato per scontato che questi ultimi, non conoscendo la lingua e le usanze del posto, venissero facilmente raggirati da sensali e mercanti locali. Ma vale la pena riportare qui per intero la sintesi fornita da E. Natalie Rothman (pp. 169-170):
 
Alongside the institutionalization of the office of dragoman attached to the Venetian bailo’s house in Istanbul and the office of chancellery interpreter in the maritime colonies, by the early sixteenth century we see the emergence of the office of Public Dragoman in Venice proper, a position unparalleled in other Italian states. This institution combined the diplomatic functions of the Ottoman Grand Dragoman with the mercantile duties of the bailo’s dragomans (who, in addition to their involvement in diplomatic negotiations were charged with assisting Venetian merchants in Istanbul in their dealings with local merchants and Ottoman magistracies). Unlike the interpreters employed in the Venetian colonial administration, Public Dragomans mediated not between the rulers and the ruled but between government officials and Ottoman and Safavid sojourners, both diplomatic envoys and merchants. Thus, whereas in the Ottoman context dragomans dealt with both subject populations and foreign dignitaries of all provenances, in Venice they dealt primarily with foreigners. Moreover, their position was unique in Venice as well because the only specialized full-time interpreters on record in the Venetian chancellery during this period were for Turkish and Greek. [in nota, rinvio a uno studio di Neff] The very association of the presumed foreignness of Ottoman sojourners with special linguistic needs thus became institutionalized in Venice in ways that the foreignness of the subjects of other neighboring states was not. [in nota: With Latin and Italian the dominant languages of European diplomacy well into the seventeenth century, the Venetian government had only limited use for translation and interpretation to and from most other vernacular languages. Sanuto’s rare references to a chancellery secretary providing translations for German documents sent by the emperor or offering simultaneous interpretation to Russian or Hungarian emissaries confirm the sense that, by and large, Venetian use of interpreters for languages other than Turkish was unusual. On the dominance of Latin and Italian in the linguistic training of Renaissance diplomats, see Roland (1999, 44).]
 
The duties of the Public Dragoman in Venice were multiple: to translate official letters sent to the doge by the sultan, as well as internal Ottoman correspondence intercepted by the Venetians; to accompany Ottoman dignitaries on official audiences and produce authoritative reports on such occasions; to travel to the Venetian-Ottoman borderlands to negotiate in border disputes; and most, frequently, to assist Ottoman and Safavid merchants in Venice in their interactions with often less-than-scrupulous merchants and commercial brokers. The Public Dragoman’s Position can thus be summarized as two-pronged; he was a civil servant, expected to keep tabs on Ottoman and Safavid foreigners and report on their whereabouts to his patrician employers, the Senate and the Board of Trade; at the same time, he was charged with safeguarding Ottoman merchants’ interests under the assumption that they were vulnerable and in need of special protection due to their lack of connections in the city.
 
L’attività dei dragomanni veniva compensata attraverso la tassa del terzo sui compensi dei sensali, e ciò generava anche reazioni: particolarmente istruttiva è quella dei mercanti armeni, che nel 1650 chiesero di essere esentati dal coinvolgimento del dragomanno nei loro affari perché dichiaravano di essere tutti in grado di parlar bene l’italiano (il caso è descritto nella quarta sezione, alle pp. 196-197). Viceversa, nel caso di molte altre nazioni – tra cui a volte, sorprendentemente, i greci – le necessità di supporto linguistico erano dichiarate in modo esplicito. Tutte informazioni che è importante tener presente guardando alla situazione dell’italiano nel Mediterraneo.
 
E. Nathalie Rothman, Brokering Empire. Trans-Imperial Subjects between Venice and Istanbul, Ithaca, Cornell University Press, pp. 538, ISBN 978-0-8014-7996-0. Letto nella copia della Biblioteca Centrale dell’Università di Bologna – Campus di Forlì e Cesena, ricevuta per prestito interbibliotecario.
 

giovedì 14 maggio 2020

Tavosanis, L’italiano su Facebook fuori d’Italia

 
Copertina di «LId’O – Lingua italiana d’oggi», 14, 2017
Sull’ultimo numero della rivista «LId’O – Lingua italiana d’oggi» è uscito un mio contributo intitolato L’italiano su Facebook fuori d’Italia: emigrazione recente ed emigrazione di ritorno.
 
Sono molto soddisfatto della pubblicazione, perché mi sembra sia uno dei pochissimi tentativi di parlare, appunto, degli effetti linguistici dell’emigrazione recente e dell’emigrazione di ritorno. Cioè, in sostanza, del modo in cui mantengono l’uso dell’italiano da un lato i tantissimi italiani che negli ultimi anni sono andati all’estero, e dall’altro le tantissime persone di varia nazionalità che, pur avendo passato in Italia un periodo consistente (o addirittura tutta la vita!), se ne sono poi andate, rientrando spesso nel paese da cui venivano, o da cui venivano i loro genitori.
 
Quest’ultimo punto mi sembra particolarmente interessante, perché in Italia di questo tipo di parlanti si sa davvero poco – e aggiungerei che, almeno in alcuni casi, si vuole sapere poco. Per esempio, non sono riuscito a trovare nessuna stima affidabile su quante persone siano passate dall’Italia in questo modo, e quanto si siano fermate… Certo, più o meno si sa quanti sono gli stranieri residenti in un dato periodo. Non esiste però nessuna stima complessiva su quante persone, e di quale origine, abbiano trascorso per esempio almeno un anno in Italia. Eppure, da Facebook si ricava l’esistenza di un milione di persone che, nei paesi del Mediterraneo o in Europa orientale, si servono regolarmente della lingua italiana per comunicare. È quindi forte il sospetto che il numero si spieghi grazie all’emigrazione di ritorno, e che testimoni un buon grado di contatto con la comunità di lingua italiana anche da lontano.
 
Una ricerca è utile solo nella misura in cui sono affidabili i dati. Purtroppo, le informazioni provenienti da Facebook non sono pensate per uso linguistico: sono i numeri ricavabili dalla stima delle coperture delle campagne pubblicitarie in lingua italiana, e il modo in cui sono generati non è del tutto chiaro… Tuttavia, il confronto con situazioni in cui è possibile una conferma esterna fa pensare che siano piuttosto credibili, e che (con le dovute cautele) possano essere estesi anche alle altre situazioni di cui ho parlato.
 
Soprattutto, però, spero che questa ricerca preliminare, con tutti i suoi limiti, possa rappresentare uno stimolo per portare avanti il lavoro. Non sarebbe male se questo primo sguardo inducesse indurre altri a gettare luce su una realtà così poco conosciuta, e al tempo stesso così importante per il futuro della lingua italiana.
 
Mirko Tavosanis, L’italiano su Facebook fuori d’Italia: emigrazione recente ed emigrazione di ritorno, «LId’O – Lingua italiana d’oggi», 14, 2017 (ma 2020), pp. 113-127, € 20, ISBN 978-88-6897-193-9.
 

martedì 22 dicembre 2015

Quattro voci sull'italiano nel mondo

  
 
Tra i lavori fatti nell’ultimo anno, sono contento di alcuni interventi che hanno rinforzato le informazioni sulla lingua italiana all’estero presenti su Wikipedia. Lo spunto è nato dal mio corso di Linguistica italiana II del 2014-2015 (Magistrale in Informatica umanistica), che nel Modulo A era dedicato appunto all’italiano allestero.
 
La breve voce Lingua italiana in Marocco l’ho dunque scritta in buona parte io, a scopo dimostrativo, durante il corso. Lavori più consistenti sono stati fatti invece nel 2015 dai miei studenti, in particolare per tre voci:
 Un passo alla volta, si possono integrare molte altre cose. Adesso però sarebbe importante soprattutto intervenire sistematicamente su tutte le voci connesse e fornire un quadro realistico della situazione. Per fortuna, cè chi ha iniziato proprio questo importante lavoro.
 

martedì 6 ottobre 2015

Mia intervista su Community


 
Community RAI: no, io non sono nessuno dei due
Ieri è andata in onda una mia intervista nella prima puntata della nuova stagione del programma RAI Community, dedicato agli italiani all’estero. Intervistato dal conduttore, Alessio Aversa, ho presentato brevemente le nuove attività del Consorzio ICoN; in particolare, i prossimi contributi alla Settimana della lingua italiana nel mondo e l’importante intervento della Fondazione Sicilia per il sostegno alle borse di studio.
 
Community viene trasmesso in America, Asia, Australia e Africa nel pomeriggio secondo questa scaletta, che riflette le complessità dell’emigrazione italiana:
 
Rai Italia 1 (Americhe). New York – Toronto: dal lunedì al venerdì ore 17.30. Buenos Aires: dal lunedì al venerdì ore 18.30.
 
Rai Italia 2 (Asia-Australia). Pechino – Perth: dal lunedì al venerdì ore 14.45. Sydney: dal lunedì al venerdì ore 17.45.
 
Rai Italia 3 (Africa). Johannesburg: dal lunedì al venerdì ore 15.30.
 
In Italia e in Europa il programma non viene trasmesso. Le puntate, dopo un paio di giorni, dovrebbero però essere disponibili all’indirizzo www.raitalia.it.
 
Per gli interessati: il mio intervento è molto breve, ma, cercando la puntata di Community del 5 ottobre 2015, dovrebbe essere molto facile da trovare, visto che è proprio in coda alla trasmissione!
 

venerdì 31 ottobre 2014

Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo

 
Storia linguistica dell'emigrazione italiana nel mondo
Lo studio degli aspetti linguistici dell’emigrazione italiana nel mondo ha da qualche anno un importante punto di riferimento bibliografico: la Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo a cura di Massimo Vedovelli (Roma, Carocci, 2011, ISBN 978-88-430-6028-3, pp. 567, € 45).
 
Per la sostanza, va detto poi che alcuni degli esiti dell’emigrazione italiana rappresentano una specie di costante universale, altri variano a seconda dei contesti. Coerentemente, anche la SLEIM è divisa in due parti. La prima è un “Quadro concettuale di riferimento” (pp. 35-192); la seconda, assai più corposa, è dedicata a “Le vicende linguistiche nelle aree geografiche” (pp. 193-532).
 
Partiamo dagli elementi generali. La prima sezione include tre capitoli che illustrano altrettante “ipotesi” (ma lo stato delle conoscenze, oggi, direi che permette di parlare già di “constatazioni”):  
  • ipotesi del parallelismo: “le dinamiche linguistiche che hanno coinvolto da un lato gli immigrati italiani nel mondo e dall’altro la società italiana d’origine si sono svolte secondo vie parallele e hanno mostrato, nonostante le distanze e le separazioni, esiti simili o assimilabili” (p. 38)
  • ipotesi della discontinuità: sottolinea lo scarto tra la prima grande ondata di emigrazione (fino al 1914) e la seconda, dopo la Seconda guerra mondiale (p. 81) – più alfabetizzata, meno dialettofona, e diretta in Europa
  • ipotesi dello slittamento: con il tempo, l’italiano “slitta fuori” dallo spazio linguistico delle generazioni più giovani; per queste ultime l’italiano diventa insomma una L2, cioè “una vera e propria lingua straniera” (p. 99)
 
Tra queste la meno intuitiva è in fin dei conti la prima (che anche nella SLEIM riprende in sostanza l’impostazione data mezzo secolo fa da Tullio De Mauro). Anche all’altro capo del mondo, l’emigrazione degli italiani non ha infatti portato a nuove lingue o a nuove varietà di lingua. Le lingue, fossero dialetti o italiano standard, sono rimaste in grande misura sincronizzate con quelle della madrepatria. Formazioni autonome e quasi-pidgin come il cocoliche argentino (p. 315 e p. 324), il broccolino statunitense (cap. 13.1.11, pp. 410-413) e l’australoitaliano (cap. 14.1.10, pp. 465-467) hanno avuto vita breve e si sono esauriti con la prima generazione di parlanti.
 
Il che, ovviamente, non era scontato! Dal punto di vista linguistico, avrebbe potuto benissimo affermarsi qualche pidgin, pronto per esempio a trasformarsi in lingua creola, o almeno in qualcosa di simile all’afrikaans. Questo però non è successo, anche se in alcuni casi ci si trova quasi sul confine, come accade per il “taliàn” brasiliano (cui è dedicato il capitolo 11, di Alberto Secci, purtroppo non molto informativo; una descrizione più solida del punto di vista scientifico si trova al cap. 10.5.11, pp. 340-341): un dialetto veneto di koinè ancora oggi parlato da comunità molto ampie nello stato di Rio Grande do Sul. Anzi, se qualcuno vuole sentire una web radio in taliàn
 
Girando per il mondo, comunque, quelli che si trovano oggi sono soprattutto “oggetti” linguistici familiari immersi in un contesto esotico. Dalla conservazione del dialetto veneto ottocentesco di Segusino nella comunità messicana di Chipilo (cap. 12.1.4, pp. 372-375) alla scelta di molti soldati italiani prigionieri in Sudafrica di fermarsi sul posto anche al termine della Seconda guerra mondiale, vista come base per la numerosa colonia italiana presente nel paese (p. 481), i contesti sono a volte sorprendenti e comunque impossibili da riassumere in poche pagine. C’era bisogno di uno strumento che li descrivesse con un’ampiezza maggiore di quella delle poche sintesi già esistenti, e la SLEIM è venuta a ricoprire appunto questo ruolo.
 

giovedì 23 ottobre 2014

L'accostamento a Salé

 
L'accostamento a Salé
Tra Rabat e Salé c’è l’estuario del Bouregreg. Per attraversarlo, il modo più pratico è salire in tram. Il modo più pittoresco è prendere la piccola barca a remi che fa da traghetto all’inizio della medina di Rabat. Ci vanno due o tre persone per volta, e i passeggeri che vedo montare sono quasi tutti marocchini. Qualche turista, anche. Tra cui il sottoscritto. Ma in sostanza è gente del posto, che per la traversata paga un dirham (meno di € 0,10). Non è molto per lo sforzo del barcaiolo, che al momento del mio passaggio doveva anche combattere contro una forte corrente di marea verso l’interno.
 
Il percorso è una buona introduzione alla differenza delle due città. Dalla Ville Nouvelle di Rabat io ci sono arrivato scendendo accanto ai monumenti più illustri del luogo, cioè il marmoreo e moderno mausoleo di Mohammed V e l’incompiuta Torre di Hassan, con i resti dell’altrettanto incompiuta moschea che, nel XII secolo, avrebbe dovuto diventare il più grande luogo di culto islamico del mondo. Il lungofiume è una ben arredata distesa di cemento, con bar attivi “depuis 1998”. Sull’altra sponda c’è invece una spiaggia desolata, affollata di gabbiani. Fino a pochi anni fa era evidentemente più estesa; oggi invece è occupata da una siepe di condomini di lusso vista fiume. In buona parte incompiuti, in evidente attesa di tempi migliori dal punto di vista economico, nascondono allo sguardo le mura della vecchia medina di Salé e mi sembrano pericolosamente bassi sull’acqua. Se la città vecchia è stata costruita più in alto, un motivo forse ci sarà stato?
 
A parte questo, Salé si presenta più che altro come studio di contrasto rispetto all’ordinata Rabat. Le loro storie, a quel che leggo, sono state parallele per molti secoli, e hanno conosciuto l’ultimo momento di gloria comune nel Seicento, come “repubblica pirata del Bouregreg”. Poi Rabat è diventata la capitale del Marocco e i destini dei due insediamenti si sono nettamente separati.
 
Per le strade di Salé

Oggi la medina di Salé è decisamente più malconcia di quella della capitale e i suoi suk sono affollatissimi. Le mura sono pittoresche, e non ci vuole molta fantasia per vederne l’utilità per i pirati del Marocco! A parte quello non ci sono monumenti di particolare spicco, ma in un angolo della medina si trova una bella madrasa aperta ai visitatori. Rispetto agli standard marocchini la città è messa bene dal punto di vista economico, ma sembra già diversi scalini più in basso rispetto alla capitale. Per me è stata una meta interessante per una mezza mattinata… e poi è arrivato il momento di prendere il tram e andare all’Università Mohammed V, anche qui per un incontro con gli studenti di italiano.
 
Il tram merita una menzione a parte. Inaugurato nel 2011, scintillante e affollatissimo, scavalca di slancio il Bouregreg e passa come un’astronave accanto alle mura medievali di Salé e Rabat. Sulla linea 1 è strapieno di studenti universitari: non mi sento proprio a casa, ma quasi.
 
L’università Mohammed V invece è una serie di cancellate inaccessibili, con posti d’accesso ben sorvegliati per gli alloggi studenti. Provo a entrare in uno per chiedere informazioni, ma ben pochi tra i custodi e gli studenti parlano francese. Alla ricerca di un interprete, alla fine vengo spinto verso una cancellata che protegge gli uffici amministrativi: gruppi di studenti maschi (perché, come scoprirò, sono finito in un alloggio per maschi) si aggrappano alle sbarre e sventolano foglietti. Gli impiegati aprono un cancello di scatto, mi trascinano letteralmente dentro e richiudono tutto a chiave tra grandi urla, come se avessero a che fare con una gabbia di tigri. Mi spiegheranno poi che è una questione di assegnazione di alloggi.
 
In compenso, la Facoltà di Lettere, dove arrivo poco più tardi, è calma e tranquilla. Grazie alle gentilezza della lettrice di italiano, Jacqueline Spaccini, mi inserisco in una lezione rivolta agli studenti del terzo anno. Non sono tanti: sono sei in tutto, e stavolta prevalgono i maschi. Il livello di italiano è alto. Gli studenti parlano di Pindemonte, di Foscolo, della Restaurazione…
 
Aula 31

Ritrovo lo schema che ho già visto. Due tra i presenti sono tornati di recente dall’Italia, e una di loro è anche nata lì. Gli altri invece hanno studiato italiano nelle scuole marocchine. E qui metto a fuoco un punto importante, e cioè che nelle scuole marocchine con sezioni di italiano spesso (o sempre?) la scelta della lingua è forzata. Va nella sezione di italiano chi è obbligato ad andarci. Poi però, in alcuni casi, evidentemente c’è interesse anche per proseguire gli studi di italiano all’Università!
 
A fine pomeriggio rientro all’Istituto Italiano di Cultura e ascolto un’interessantissima presentazione (in francese) di Walter Barberis sulla digitalizzazione del mercato del libro in Italia e sul ruolo di Einaudi in questo contesto. Intervengono numerosi scrittori ed editori marocchini, e la discussione va avanti a lungo. Sono presenti anche tantissimi studenti della Scuola “Mattei” di Casablanca, che a quel che sento parlano tutti benissimo l’italiano. Il mio soggiorno, intanto, si sta avviando alla conclusione.
 

mercoledì 22 ottobre 2014

I blog di Rabat


 
Professionalità a 1000
Ieri pomeriggio ho fatto la mia presentazione all’Istituto Italiano di Cultura di Rabat. Ho fatto una breve storia dei blog italiani, e ho raccontato anche il modo in cui nel giro di pochi anni, soppiantati da Facebook, sono scomparsi i “blog diario” realizzati da adolescenti e pieni di k e abbreviazioni.
 
D’altra parte, i “blog diario” in sé non sono scomparsi, come ho notato anche qualche mese fa. Quelli che ci sono, però, sono di taglio decisamente diverso: letterario. Anche quando descrivono fatti minori della vita di tutti i giorni. La qualità di scrittura media è molto alta e, cosa decisamente interessante in una prospettiva più ampia, tutti gli esempi che conosco sono scritti da donne. Durante la presentazione ne ho citati alcuni attivi nell’ultimo anno:
 
 
Spero che i partecipanti abbiano apprezzato! Il pubblico era composto soprattutto di studenti di italiano di livello A2, ed è stato difficile per me valutare la comprensione del parlato – anche se le diapositive presentavano alcune frasi chiave del testo. Non so quanti di loro diventeranno lettori di blog italiani, ma io sono ottimista!
 
In precedenza, durante la mattina, ero invece riuscito a fare un lungo giro a piedi per Rabat. Anzi, ho attraversato tutta la città vera e propria, andata e ritorno! Partenza dalle rovine della colonia romana di Sala (e necropoli di Chellah), piazzata subito fuori dalle mura, con le sue iscrizioni latine in bella mostra nel foro. E un giardino niente male, pieno di gatti e uccelli che cantano nel caldo estivo delle rive del Bou Regreg. Anzi, qualcuno riesce a identificare gli uccellini che cantano qui?




Uscito dalla necropoli, sono rientrato in città attraverso la porta Bab Zaer e ho costeggiato le lunghissime mura esterne del palazzo reale. Poi ho attraversato la Ville Nouvelle, seguendo l’Avenue Mohammed V: altro percorso molto lungo, e in buona parte sotto portici, che passa davanti alla stazione ferroviaria e termina al confine della vecchia medina.

Porta Bab Chellah nella medina di Rabat



La medina stessa è separata dalla città da un imponente viale e dal Vallo Andaluso, che, isolato e ben tinteggiato, fa la sua bella figura. All’interno sono riuscito a passare solo dalla zona più turistica, lungo la Rue des Consuls. Ma ne valeva la pena, per arrivare fino alla kasbah degli Oudaya. In cima, la vecchia piattaforma del semaforo offre una splendida vista sull’Atlantico e sull’estuario del Bou Regreg. Provo a presentarla qui sotto forma di panorama realizzato con iPhone:

L'estuario del Bou Regreg

Sulla spiaggia di sotto, la meglio gioventù di Rabat si esercita con i surf (onde oceaniche, anche all’interno del frangiflutti…) Dall’altro lato del fiume si staglia invece la città gemella di Salé. Con un po’ di fortuna, riuscirò ad andarci oggi.

 

martedì 21 ottobre 2014

Casablanca e l’italiano di ritorno



Vicino alla moschea Hassan II
“Casablanca è un posto dove si va soprattutto per lavorare e fare soldi”. Uno dei motivi, senz’altro, è anche l’assenza di grandi attrattive turistiche. Casablanca non è una delle quasi millenarie città imperiali del Marocco: è un insediamento recente e relativamente anonimo. In compenso, però, ha l’Oceano Atlantico, grigio e minaccioso.
 
Domenica sera, al momento del mio arrivo, il professor Nassih Redouan mi ha gentilmente portato a fare un giro per Casablanca. Cominciando appunto dall’oceano, e da uno dei monumenti più discussi del paese: la moschea Hassan II, da poco realizzata in stile tradizionale ai confini del porto. Enorme e costosissima, la moschea si allunga sulle onde dell’Atlantico all’interno di un labirinto di scogli rasati a pelo d’acqua. Non ci vuole un occhio allenato per accorgersi che non siamo più sulle rive del Mediterraneo. Vicino all’ingresso della moschea, qualche ragazzino si tuffa da dieci metri nell’acqua sudicia dei fossi in cui l’oceano esaurisce la propria spinta. “Da qualche anno, gli studenti di italiano sono meno numerosi”, mi spiega intanto il professor Redouan. “Con la crisi economica dell’Italia la gente è meno interessata a imparare l’italiano”. Comprensibile.
 
Poco oltre la moschea comincia la Corniche: una lunga passeggiata, prudentemente collocata almeno cinque o sei metri al di sopra delle spiagge. Le onde di sicuro non scherzano, e a quel che ho capito le piscine, i ristoranti e i locali che si trovano “al piano di sotto” vengono spesso invasi dal mare. Ma non questa domenica sera, che è affollata da famiglie marocchine dall’aspetto molto globalizzato e bambini con occhiali e palloncini che mangiano il gelato. Il Marocco resta un paese tremendamente povero, ma da questa vetrina non si direbbe proprio. La Corniche va infatti avanti per chilometri, e si conclude con quello che è forse il più grande centro commerciale dell’Africa, il Morocco Mall, completo di cinema Imax. Accanto le scorre un viale intasato di macchine, con una gamma che va dai catorci improbabili alle Mercedes di lusso.
 
Lungo la Corniche

E questo è nulla rispetto a quel che succede il sabato sera, mi spiega il professor Redouan. Che a Perugia e Bologna ha studiato le Operette morali di Leopardi e i lavori di Michele Amari, e adesso è il capo del piccolo Dipartimento di italiano dell’Università Hassan II. Solo tre docenti, ma un discreto numero di studenti: molti di loro li incontrerò il lunedì mattina. Intanto, dopo il bagno di traffico, ci spostiamo di qualche chilometro. Il professore mi offre infatti un tè alla menta in una più tranquilla piazza all’ingresso del quartiere degli Habous.
 
Il quartiere stesso è una specie di medina occidentalizzata e addolcita, costruita dai francesi negli anni Trenta. I tavoli dei bar sono affollati di uomini che bevono tè e caffè. Ogni tanto passano ragazzini sugli skateboard. Un altro mondo? In un certo senso. Ma che cosa può interessare, dell’Italia e dell’italiano, a chi vive in Marocco? Adesso che appunto l’economia italiana è in crisi e si sono ridotti anche i finanziamenti italiani per la diffusione della lingua all’estero.
 
Ne discutiamo a lungo, ma qualche risposta in più l’avrò la mattina dopo all’interno dell’Università. Sotto il sole rovente, il campus è pieno di verde e di studenti. Nella sala professori della Faculté de Lettres et de Sciences Humaines mi accoglie anche il professor Abdelkader Mouloud; e arriva altro tè alla menta. Ci si potrebbe abituare…
 
Gli studenti che partecipano alla mia presentazione, alla fine, sono una ventina e provengono dal quinto e dal terzo semestre. Le loro competenze linguistiche si rivelano subito molto alte, e del resto nessuno di loro ha davvero iniziato lo studio dell’italiano all’Università. Molti hanno iniziato durante le scuole superiori; già, perché ho scoperto qui che a Casablanca, oltre alla ben nota scuola italiana “Enrico Mattei”, ci sono cinque scuole marocchine con sezioni in cui si insegna l’italiano. Il livello di insegnamento, mi dicono, non è altissimo – ma gli studenti che vengono di lì sono evidentemente bravi.
 
E poi, ed è la sorpresa maggiore, buona parte degli altri studenti sono marocchini che vengono dall’Italia. Sapevo che nelle aree da cui è partita l’emigrazione per l’Italia c’è stato anche un forte ritorno, anzi, ero molto curioso di vedere le conseguenze linguistiche di questo rientro. E sapevo già che tantissimi ragazzi che hanno iniziato gli studi in Italia sono conseguentemente rientrati in Marocco. Però non mi aspettavo che molti dei componenti di questa generazione decidessero di dedicarsi allo studio dell’italiano all’Università.
 
OK, che gli emigranti ritornino in grande maggioranza nel luogo da cui sono partiti è, come sto dicendo da anni in varie occasioni, cosa normale; è ciò che, al di là dei terrori degli italiani, è successo di regola in tutte le situazioni moderne. Ma quello che si sta producendo adesso in Marocco è un controesodo che sembra non desiderato dai diretti interessati. Si tratta di un puro prodotto della crisi italiana, a quel che mi dicono, ed è un pessimo segno per il paese.
 
Dal punto di vista linguistico, però, le conseguenze sono sorprendenti. Per la prima volta mi capita di sentire in un’aula universitaria studenti “stranieri” che però parlano un buon italiano, e spesso con tracce evidenti di inflessioni regionali: veneto, milanese e, credo, napoletano. Spiazzante. Nella storia linguistica italiana non si era mai visto nulla di simile. O perlomeno, non su questa scala.
 
Durante l'incontro all'Università Hassan II


Oltre ad avere questo alto livello di conoscenza, poi, gli studenti sono anche attivi! Fanno domande, intervengono, discutono. Due ore volano via in questo modo: a parlare dei destini delle lingue, dei prossimi sviluppi dell’italiano nel mondo della comunicazione elettronica, e così via. Oppure di cose più pratiche, a cominciare dalla domanda di base. E cioè, che tipo di lavoro può trovare chi si laurea oggi in Marocco in lingua italiana. Io, ahimè, non sono in grado di dare risposte definitive, e posso solo sperare che nei prossimi anni la scelta si confermi ragionevole. Tanto più che, se ho ben capito, per l’insegnamento alla Hassan II l’Italia non fornisce contributi di alcun genere, libri inclusi.
 
Finisce la mattinata. Il professor Redouan, sempre gentilissimo, mi porta di corsa alla futuristica stazione ferroviaria di Casablanca Port. Saluto, mi compro il biglietto e salgo sul treno delle 15:20 per Rabat. È un viaggio di un’ora, e si svolge su un anonimo e moderno treno pendolari a due piani, per lo più in mezzo tra case anonime e una campagna arida altrettanto anonima. All’orizzonte, però, ogni tanto si affaccia l’Atlantico. Che è sempre lì: non va da nessuna parte, per il momento.
 

lunedì 20 ottobre 2014

Trasferta in Marocco

 
In volo sull'Africa con Alitalia
Anche quest’anno è iniziata la benemerita Settimana della lingua italiana nel mondo. Il Consorzio ICoN sarà presente in forze, domani e dopodomani, agli Stati generali della lingua italiana nel mondo a Firenze. Io invece sono stato gentilmente invitato in Marocco dalla Direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Rabat, Gabriella Fortunato. Domani alle 18:30 (ora locale) parlerò appunto all’Istituto su un tema a me molto caro – L’italiano del web: i blog.
 
Per raggiungere Rabat, però, venendo in aereo dall’Italia spesso si scende a Casablanca. È quello che ho fatto io, con un volo che ha attraversato non solo il Mediterraneo ma anche un bel tratto di spettacolari deserti del Nordafrica, tra il bianco e il marrone bruciato. Approfitterò della sosta per fare stamattina una breve presentazione agli studenti di italiano dell’Università Hassan II. Poi, sul treno per Rabat... domattina, spero, racconterò come sono andate le cose!
 

martedì 23 settembre 2014

Testa, L’italiano nascosto

 
L’italiano nascosto di Enrico Testa è un libro importante. Mostra infatti in modo convincente come, per alcuni aspetti (non per tutti!), gli storici della lingua siano stati troppo pessimisti nel valutare la diffusione dell’italiano in età moderna.
 
Questo pessimismo è stato una costante negli studi di storia della lingua italiana del Novecento. Secondo una famosa stima di Tullio De Mauro, per esempio, così come viene presentata nella seconda edizione (Bari Laterza, 1970) della sua Storia linguistica dell’Italia unita, nel 1861 solo il 2,5% degli abitanti del neonato Regno d’Italia era in grado di parlare italiano. Punto di partenza del ragionamento erano i dati per cui “Nel 1862-63 la istruzione postelementare”, considerata già all’epoca necessaria per arrivare a un pieno possesso della lingua, “veniva impartita all’8,9 per mille della popolazione in età fra gli 11 e 18 anni” (p. 42). Da qui, De Mauro arrivava alla percentuale definitiva valutando che in Toscana e a Roma la vicinanza del dialetto alla lingua fosse tale da rendere sufficienti due anni di scuola per arrivare al possesso della lingua, e aumentando quindi i numeri sulla base degli italiani che, nelle aree indicate, raggiungevano questo livello di scolarizzazione.
 
Anche posizioni critiche successive come quella di Arrigo Castellani (arrivato a stimare una percentuale di italofoni pari al 10%) non hanno modificato molto il risultato di base. Che corrisponde senz’altro a una situazione reale, ma che al tempo stesso è un po’ difficile da raccordare a capacità linguistiche specifiche: a che cosa corrisponde, esattamente, la soglia di “effettiva e definitiva acquisizione” di cui parla De Mauro (p. 42)? Per avere qualche dettaglio in più occorre affidarsi al giudizio dei testimoni dell’epoca, spesso probabilmente non immune da esagerazioni.
 
Il problema della soglia se ne porta dietro un altro, perché la tentazione è stata spesso quella di vedere l’acquisizione dell’italiano come una specie di discrimine, in modo a volte poco verosimile dal punto di vista linguistico. L’italiano di metà Ottocento, e per estensione quello dei secoli precedenti, è stato spesso considerato come una lingua da un lato del tutto ignota al 97,5% della popolazione, dall’altro buona solo per la letteratura. Come ricorda Testa (p. 13), De Mauro arrivava a dire che:
 
Fuori di Roma e fuori della Toscana, al sistema linguistico italiano si faceva ricorso solo negli scritti e solo nelle occasioni più solenni (…) Per secoli, la lingua italiana (…) ha vissuto soltanto o quasi come lingua di dotti (citato dalla p. 27 della Storia linguistica dell’Italia unita).
 
L’italiano nascosto mostra che una posizione del genere è troppo estrema. Molti lavori recenti hanno infatti portato alla luce testimonianze di come l’italiano fosse in realtà piuttosto diffuso in tutta Italia in contesti del tutto estranei alla letteratura: nei tribunali, nella Chiesa, nella vita quotidiana. Mettendo a frutto queste ricerche, e basandosi quasi per intero su edizioni esistenti, nel primo capitolo del libro (Le scritture dei semicolti) Testa presenta in ordine cronologico una nutrita serie di esempi di testi “italiani” attribuibili a personaggi di non alto livello culturale. Spesso, beninteso, si tratta di testi linguisticamente molto lontani dallo standard, ma comunque giudicabili “italiani con qualche tratto dialettale”, e non “dialettali con qualche tratto di italiano”.
 
Per avere un’idea della varietà dei testi presentati e sinteticamente commentati nel libro, vale forse la pena fare l’elenco dei documenti da cui sono tratte le citazioni lunghe del primo capitolo (estese su più di una frase). Inserisco qui una descrizione dei documenti, chiusa dalla data di stesura e dal numero della pagina in cui inizia la citazione. Indico anche il luogo di origine degli autori, includendo la sigla della provincia attuale in cui si colloca, e il luogo di scrittura, nel caso si trovi in una provincia diversa; in diversi casi ho integrato dati non forniti nel testo. 
  • Confessione autografa di Bellezze Ursini da Collevecchio (RI), domestica e guaritrice: 1527 o 1528 (p. 24). 
  • Trascrizione del testo precedente, effettuata in contemporanea e negli stessi luoghi da Luca Antonio, notaio (p. 28) 
  • Lettera di Baldassarre da Orvieto (TR) al servizio di casa Orsini: scritta da Monterotondo (RM), 1539 (p. 31) 
  • Diario di Giorgio Franchi, parroco di Berceto (PR): 1551 e 1552 (p. 36) 
  • Lettera di Domenico Scandella detto Menocchio, mugnaio di Montereale (PN), ai suoi giudici: 1584 (p. 42) 
  • Deposizione di Anna Parolini da Plano (TN) a un processo per stregoneria: 1612-1614 (p. 49) 
  • Supplica al papa da parte degli abitanti del rione Campitelli di Roma (RM): 1610 (p. 55) 
  • Supplica al papa da parte del caporione e degli abitanti del rione Monti di Roma (RM): 1664 (p. 55) 
  • Ricorso anonimo, presentato a Roma (RM): 1685 (p. 55) 
  • Ricevuta scritta da Maddalena Morelli per conto di Giuseppe Morelli, fabbricante di sedie a Roma (RM): 1689 (p. 57) 
  • Cartello diffamatorio lasciato a Roma (RM): 1621 (p. 59) 
  • Diario o cronaca di Francesco Fongi, fabbro ferraio ad Alessandria (AL): 1690-1693 e 1696 (p. 61) 
  • Memoria difensiva di Giovanni Garbino, pescivendolo all’ingrosso a Genova (GE): 1747 (p. 68) 
  • Lettera di Francesco Elia da Asti (AT), servitore di Vittorio Alfieri, al conte di Cumiana: 1770, scritta da Pietroburgo (p. 74) 
  • Lettera di Antonino Fusco, amministratore di terre a Lentini (SR), al principe di Biscari: 1797 (p. 79) 
  • Cartello del brigante Carmine Crocco di Rionero in Vulture (PZ), esposto a Calvello: 1861 (p. 86) 
  • Lettera di ricatto del brigante Pasquale Cavalcante di Corleto Perticara (PZ) scritta a Calvello: 1862 (p. 87) 
  • Lettera di ricatto del brigante Gioacchino Longo (CZ?) scritta nella Sila (CZ?): 1865 circa (p. 88) 
  • Rapporto del generale Giuseppe Sirtori di Monticello Brianza (LC) scritto probabilmente ad Acri (CS): 1863 (p. 89) 
  • Lettera del tenente Pasquale Alamprese (PZ?) inviata da Ginestra (PZ) al giudice del Circondario di Barile: 1861 (p. 90) 
  • Lettera del mezzadro Domenico Mezzano (CN?) inviata da Cortemilia (CN) a Giuseppina Viola: 1859 (p. 94) 
  • Lettera del mezzadro Domenico Mezzano (CN?) inviata da Cortemilia (CN) a Giuseppina Viola: 1860 (p. 96) 
  • Lettera di Antonio D. di Rovigo (RO) alla famiglia, scritta nel manicomio di Genova (GE): 1916
Va detto subito che questa campionatura non esaurisce affatto i testi messi in luce negli ultimi anni, e che a loro volta le ricerche recenti non sono state affatto condotte in modo rappresentativo: ciò che è stato pubblicato e discusso rimane un campione casuale. Tuttavia, vale la pena notare che alcune caratteristiche della campionatura sembrano rappresentative. Per esempio, fino alle soglie dell’Unità non è affatto facile trovare testi “italiani” che provengano dal mondo contadino (e la popolazione italiana era, in assoluta maggioranza, parte di questo mondo), o dalle regioni meridionali. E il fatto che la documentazione seicentesca provenga quasi per intero da Roma si accorda con la tanto nota e precoce quanto eccezionale italofonia di quella specifica città, descritta in dettaglio da De Mauro per il periodo successivo.
 
Da un’analisi di questo tipo non può venir fuori la contestazione quantitativa delle stime di De Mauro, come Testa stesso riconosce. Il lavoro mostra però, con evidenza maggiore rispetto a ogni altra trattazione recente, due cose: che l’uso pratico della lingua esisteva; e che anche chi non riusciva a scrivere in modo del tutto aderente agli standard poteva comunque avere come punto di riferimento “un italiano comune, anche d’uso orale, unificato, al suo fondo, dalla persistenza di tratti nettamente condivisi” (p. 273). Un po’ meno interessanti a questo fine, al confronto, sono i tre capitoli successivi, dedicati a mostrare rispettivamente i Libri per leggere e libri per imparare rivolti a questo tipo di pubblico, le scritture meno sorvegliate che si trovano Nel retroscena dei letterati e, infine, Un volgare per la fede (cioè la produzione connessa alla chiesa cattolica, che in alcuni casi è anche opera di “semicolti” come quelli visti nel primo capitolo). In tutti questi casi, infatti, anche se compaiono ogni tanto esempi di lingua dei “semicolti” il grosso delle testimonianze proviene da letterati più tradizionali – dei quali nessuno ha mai messo in dubbio la capacità di scrivere in italiano, anche se a volte in modo volutamente semplificato e adattato ai destinatari.
 
Testa parla poi di un italiano dei “semicolti” che “si muove in un perimetro tracciato da forme relativamente unitarie” (p. 276). E in effetti, alcuni tratti di queste testimonianze, come l’uso di forme burocratiche, sorprendono per la loro costanza. Ma di sicuro occorrono descrizioni molto più estese e dettagliate prima che sia possibile indicare con una certa sicurezza le forme e le circostanze in cui il modello italiano riusciva a penetrare più a fondo e a sostituire più regolarmente il dialetto. Per esempio, quelli che Testa segnala come i tratti per cui i testi esaminati si allontanano maggiormente dall’italiano a livello fonologico sono anche in buona parte i tratti che oppongono molti dialetti d’Italia al toscano, e cioè:
 
il basso ricorso alla dittongazione; la tendenziale assenza dell’anafonesi toscana; la conservazione di ar protonico; la preposizione articolata dil e l’articolo plurale maschile li per ‘i’; le desinenze verbali della I pers. plur. dell’indicativo presente del tipo -amo, -emo; esiti anomali soprattutto nell’indicativo imperfetto e nel congiuntivo; il condizionale in -ia; e varie forme analogiche del verbo (p. 279).
 
Più interessante, nella mia ottica, è il fatto che una testimonianza indipendente della vitalità “pratica” della lingua arrivi da una fonte indipendente, e cioè da L’italiano d’oltremare, titolo del (breve) quinto capitolo del libro. La vitalità della lingua italiana all’estero è stata infatti notata, ma non valorizzata quanto sarebbe necessario – per il bacino del Mediterraneo e oltre, e dagli usi di alta diplomazia in giù. Non è insomma un caso, ma solo uno dei tanti esempi possibili, se a metà Seicento il pascià di Alessandria d’Egitto inviava al Granduca di Toscana lettere di questo tipo:
 
E però la prego quanto pregare la posso che non mi manche di consolarme con suoi lettere da me tante desiderate, perché altro non desidero che li suoi comandamente in quel che mi trova buono in questi parte: sempre sarò prontissimo in ogne suoi hoccasione. Non stendendome in altro mi resto con pregare Idio che li dia felicissime anne et a me dia gratia per servirla. Di Alessandria sotto li 4 aprile 1640 (citata a p. 267).
 
Dietro a queste lettere c’erano traduttori e mediatori professionisti, ma anche abitudini di comunicazione ben precise – al punto che nei territori ottomani e in generale in Medio oriente, fino alla Persia, l’italiano era usato non solo per comunicare con gli italiani, ma anche con gli altri europei (come nella lettera del dey di Tunisi ai governatori e consoli di Marsiglia citata a p. 270) e addirittura “tra occidentali di paesi diversi” (p. 269). Questa è una ricerca comunque ancora in buona parte da fare… e qualche piccolo contributo spero di poterlo mostrare anch’io durante il mio corso di Linguistica italiana II di quest’anno.
 
Enrico Testa, L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale, Torino, Einaudi, 2014, pp. VIII + 321, € 20, ISBN 978-88-06-21165-3; letto nella copia della Biblioteca LM1 dell’Università di Pisa.
 

giovedì 14 febbraio 2013

Turchetta, Il mondo in italiano

 
Barbara Turchetta, Il mondo in italiano
Il bello della linguistica è anche questo: leggere frasi come “gli italofoni nel mondo sono circa 4.000.000, contro i 60.000.000 generalmente indicati”. In quali altre discipline si possono trovare oscillazioni di più di un ordine di grandezza, su fatti che sono sotto gli occhi di tutti? Immagino un po’ di esempi nel settore della geografia umana: “gli abitanti della Cina sono solo cento milioni, contro il miliardo e trecento milioni generalmente indicato”; “il reddito medio negli Stati Uniti è di quattromila dollari l’anno, inferiore a quello dell’Egitto”; “il più importante paese produttore di petrolio è l’Angola”; eccetera.
 
Bene, la frase riportata sopra viene dalla p. 14 di un interessante libro di Barbara Turchetta, Il mondo in italiano: varietà e usi internazionali della lingua (Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. VI + 158, € 16, ISBN 88-420-7706-2). Ho già citato il libro poche settimane fa per parlare appunto della conoscenza dell’italiano all’estero; vale però la pena di dire qualche parola di più.
 
In questo caso, il libro offre in realtà un po’ meno di quanto promesso dal titolo. Soprattutto perché è un testo sintetico: 158 pagine per affrontare un argomento molto vasto. Il punto di forza del testo è dato peraltro propriodal suo sbilanciamento. Più di un terzo delle sue pagine (66 su 158) è occupato dai due capitoli centrali, che non sono stati scritti dall’autrice principale:
 
Cap. 2, L’italiano lingua ufficiale e di lavoro nelle istituzioni comunitarie (pp. 41-71), di Elisa Ranucci, che descrive in dettaglio la situazione dell’italiano dal punto di vista della traduzione e dell’interpretariato a Bruxelles e Strasburgo
 
Cap. 3, L’italiano lingua della legislazione europea (pp. 73-106), di Laura Mori, che descrive le caratteristiche linguistiche collegate a questo uso, confrontando la situazione italiana con quella dell’Unione Europea e della Svizzera
 
Entrambi i capitoli sono interessantissimi, ma alla descrizione generale rimane relativamente poco spazio. Pazienza: i dati forniti dal libro sono comunque uno dei pochi tentativi di sintesi sull’argomento. In parte le informazioni possono basarsi sulle acquisizioni dello studio Italiano 2000, a cura di Tullio De Mauro, pubblicato nel 2002, ma in buona parte sono sintesi originali e utili.
 
Il titolo del primo capitolo, L’italiano lingua seconda in Europa e nel mondo, è peraltro fuorviante. Il capitolo è infatti dedicato per buona parte a descrivere il ruolo dell’italiano come lingua “materna” (usiamo questa semplificazione, per il momento) all’estero, in particolare nelle comunità di emigrati, e le competenze come L2 vengono trattate assieme a quelle come L1. Credo sia necessario tornare sopra ad alcuni aspetti di queste stime, e in particolare sul fatto che la stima generale del numero degli italofoni, punto di partenza di questa sintesi, viene generata in base a un unico dato, senza tener conto di ciò che viene detto nelle pagine successive. Segnalo però, soprattutto, che nel 2011 è uscita, a cura di Massimo Vedovelli, la corposa Storia linguistica dell’emigrazione italiana (Roma, Carocci), che presenta molte informazioni aggiuntive sulle singole situazioni.
 
Il quarto capitolo, Gli stranieri e la nostra lingua, è ancora più interessante. L’italiano è una lingua molto studiata all’estero (la quarta o la quinta lingua straniera più studiata in contesti formali, a seconda delle stime). Tutto questo studio, però, produce effetti? Turchetta cita (p. 121) i dati di un sondaggio Eurobarometro del 2000, in base al quale si stima che il 3% degli europei non-italiani conosca l’italiano (contro il 41% di quelli che, non essendo cittadini di paesi di lingua inglese, conoscono l’inglese), presumibilmente imparato in buona parte attraverso il turismo e lo studio scolastico. L’Unione Europea ha circa 500 milioni di abitanti, e questo significherebbe che 15 milioni di non-italiani conoscono l’italiano. Non è chiaro se da questi andrebbero sottratti o meno i 2 milioni di cittadini italiani residenti in altri paesi dell’Unione Europea, ma anche togliendoli si arriva alla rispettabile cifra di 13 milioni di persone.
 
Possibile? Forse. Sospetto che questi sistemi di rilevazione producano stime gonfiatissime – e per esempio, per alcuni dati di Eurobarometro sull’uso di Internet, in passato ho visto per esempio stime che erano sicuramente superiori di un ordine di grandezza rispetto alla situazione ricostruibile attraverso altre fonti (). Però in questo caso non ci sono dati diversi, o più affidabili: prendiamo quindi per buona la cifra, tenendo presente che verosimilmente le analisi future non potranno che ridimensionarla.
 
Al di fuori dell’Unione Europea, le stime sulla conoscenza dell’italiano non esistono. Si può però ritenere che l’apprendimento attraverso lo studio o il turismo sia minimo: due o tre milioni di persone che abbiano appreso l’italiano attraverso questo canale mi sembrerebbero già tantissime!
 
A completare il quadro manca però, vistosamente, un capitolo: quello sull’italiano degli immigrati. Che di recente sono stati presenti sul suolo italiano a milioni, per poi fare ritorno, di regola, nei paesi d’origine. Quanti di loro hanno imparato l’italiano e ne hanno conservato in qualche misura la conoscenza? Non molti, forse, ma l’Italia non vuole sapere molto sul modo in cui gli immigrati imparano l’italiano e poi continuano a usarlo. Le forze politiche che spingono contro l’integrazione degli immigrati hanno un peso tale che perfino i tentativi di insegnare la lingua agli stranieri incontrano spesso opposizione basata sul terrore che i neo-italofoni possano decidere di stabilirsi in Italia. Mancano quindi le risorse per la didattica, figurarsi quelle per incoraggiare gli immigrati che rientrano a mantenere un contatto con l’italiano… una situazione che per esempio è stata descritta per il Marocco in un recente articolo di giornale di Claudio Giunta. Dal punto di vista della ricerca: argomenti interessantissimi da studiare, scoperte interessanti da fare. Dal punto di vista umano e di sistema, forse un’occasione persa.
 

lunedì 28 gennaio 2013

Quanti italiani all’estero sanno parlare italiano?

 
Bella domanda. Alla fine della scorsa settimana ho fatto appunto qualche altro intervento sulla voce di Wikipedia Lingua italiana, in risposta a interventi di un altro utente, e rielaborando a fondo una sezione.
 
E allora, quanti italiani all’estero (includendo sia i cittadini italiani, sia le persone di discendenza italiana che però non hanno cittadinanza italiana) possono parlare italiano? Sull’argomento tace, se ho ben visto, l’Enciclopedia dell’italiano; e tace anche, il che è più sorprendente, la Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo a cura di Massimo Vedovelli (anche se in entrambi i volumi si trovano dati relativi a singole situazioni).
 
In compenso dice qualcosa di specifico il libro di Barbara Turchetta Il mondo in italiano (Roma-Bari, Laterza): che è del 2005, ma descrive una situazione che probabilmente in questi ultimi anni non è troppo cambiata. La risposta che viene fornita qui, e che ho visto spesso citata, è: “circa 4.000.000” (p. 14). Mi sembra però che le cose siano assai meno chiare di come sono descritte nel libro.
 
Il modo in cui Barbara Turchetta arriva al suo dato è abbastanza diretto. I quattro milioni sono infatti i cittadini italiani che risultano iscritti all’Anagrafe Italiana Residenti Estero. Quest’ultima includerebbe infatti solo cittadini che “provengono da residenze anagrafiche in Italia ed erano quindi precedentemente iscritti anagraficamente presso comuni italiani” (p. 13). Non includerebbe invece coloro che hanno acquisito “la cittadinanza in quanto oriundi fino alla quarta generazione” (p. 13). In altri termini, i figli (nati all’estero) di cittadini italiani, o loro discendenti, che spesso “non sono mai di fatto vissuti in Italia”.
 
La spiegazione del libro si fa qui però confusa, perché subito dopo si dice che
 
Come conseguenza di ciò [cioè, sembra di capire, del fatto che molti oriundi non sono neanche mai stati in Italia] molti iscritti all’AIRE non sono stati scolarizzati in italiano né hanno mai parlato la nostra lingua in contesti formali e non, non avendo neanche appreso l’italiano in famiglia (p. 13).
 
Il discorso non è chiaro. Ma il punto è che, contrariamente a quanto detto nel libro, l’AIRE non registra solo cittadini che “provengono da residenze anagrafiche in Italia”: il Ministero dell’Interno dice anzi esplicitamente che devono iscriversi all’AIRE sia “i cittadini nati e residenti fuori dal territorio nazionale, il cui atto di nascita è stato trascritto in Italia e la cui cittadinanza italiana è stata accertata dal competente ufficio consolare di residenza” sia “le persone che acquisiscono la cittadinanza italiana all’estero, continuando a risiedervi”.
 
Piuttosto discutibile mi sembra quindi anche la conclusione, che porta l’autrice a fornire appunto la stima dei quattro milioni: “risulta evidente che, sebbene il numero di cittadini italiani residenti all’estero si avvicini a quello degli italofoni all’estero, esso è certamente in eccesso rispetto a quest’ultimo” (p. 13). Sicuro?
 
Prescindendo dalla poco chiara frase citata sopra, le idee alla base del discorso di Barbara Turchetta mi sembrano queste:
  1. Chi è nato in Italia è in grado di parlare italiano, anche se è emigrato all’estero
  2. Chi è nato all’estero non è in grado di parlare italiano, anche se figlio di uno o due genitori italiani
 
Il primo punto sembra abbastanza realistico. Oggi gli italiani residenti all’estero ma nati in Italia rappresentano in buona parte, direi, generazioni nate dopo la guerra, quando il contatto con la lingua italiana ha cominciato a essere diffuso – sono generazioni nate da genitori che in Italia hanno avuto probabilmente un po’ di scolarizzazione, e hanno spesso visto il cinema o sentito la radio. Quindi si può dare per scontato che un rapporto con l’italiano ci sia.
 
Il secondo punto sembra confermato all’ingrosso da quel che sappiamo sull’evoluzione delle comunità italiane, ma presenza di sicuro numerose eccezioni. La mia famiglia è, credo, rappresentativa da questo punto di vista. Da un lato, infatti, esistono numerosi Tavosanis d’Argentina, emigrati dalle terre patrie a inizio secolo… e nessuno di loro è ovviamente in grado di parlare italiano. Dall’altro, visto che mia sorella è esempio di emigrazione più recente, o di ciò che oggi si chiama “fuga dei cervelli”, tre miei nipoti sono nati in Germania ma sono perfettamente capaci di parlare italiano (anche se con accento tedesco), di guardare film in italiano, eccetera.
 
Oppure: negli Stati Uniti risultano oggi residenti, secondo l’AIRE, poco più di 200.000 cittadini italiani, ma nel censimento del 2000 i cittadini americani che dichiaravano di parlare italiano in famiglia sono risultati circa un milione. In molti casi avranno parlato in realtà un dialetto, e molti di loro saranno stati molto anziani, ma sospetto che negli Stati Uniti le persone capaci di parlare italiano oggi siano comunque più numerose dei cittadini italiani residenti! Un dato relativo al 2007 fornito dall’United States Census Bureau valuta ancora i parlanti italiano a più di 700.000, cioè più del triplo rispetto ai cittadini italiani residenti nel paese.
 
Insomma, se da un lato molti iscritti all’AIRE non saranno in grado di parlare italiano, dall’altro ci sono di sicuro moltissime persone in grado di parlare italiano e non iscritte all’AIRE. Temo quindi che non ci sia scampo: per arrivare a una valutazione più credibile del numero di italiani all’estero in grado di parlare italiano, occorre fare un lavoro più di fino, e vedere di integrare meglio i dati disponibili. E magari procurarsene di nuovi!
 
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