lunedì 7 ottobre 2013

Diamond, Il mondo fino a ieri

 
 
Jared Diamond è l’autore di un importante libro sulla storia del mondo, Armi, acciaio e malattie. Il suo ultimo libro, che ho da poco ricevuto in graditissimo regalo nella recente traduzione italiana, si intitola Il mondo fino a ieri (Torino, Einaudi, 2013, pp. xiv + 504, ISBN 978-88-06-21452-4; titolo originale, The world until yesterday, 2012; traduzione di Anna Rusconi) e, come il precedente Collasso, contiene diverse cose interessanti ma non è altrettanto bello. Soprattutto, non è altrettanto significativo. Armi, acciaio e malattie presentava in modo intelligente e documentato un’idea ragionevole, definita e inedita sulla storia, sintetizzando con rara abilità dati provenienti da più campi disciplinari. Qui l’idea invece non c’è. A sostituirla, c’è una specie di spunto di discussione: “Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali?” (spoiler: non molto). Anche il livello dell’esposizione è stato poi molto abbassato, prendendo evidentemente come punto di riferimento un lettore statunitense e non molto istruito.
 
Beninteso, il libro è opera di una persona intelligente che non solo sa un sacco di cose, ma ha avuto diverse esperienze esotiche. Diamond ha trascorso lunghi periodi in Nuova Guinea, e ha una montagna di cose interessanti da raccontare in proposito. Una di queste è il suo quadretto iniziale con descrizione della folla nell’aeroporto di Port Moresby, che esibisce un rapporto recente ma del tutto disinvolto con la scrittura:
 
Nell’arco di un paio di generazioni, e della vita di molti dei presenti in quell’aeroporto, gli abitanti degli altipiani avevano imparato a scrivere, a usare il computer e ad andare in aereo. Forse alcuni di essi erano stati addirittura i primi della tribù ad alfabetizzarsi (p. 4)… Se a raccontarci com’è andata a finire non vi fosse la storia recente, forse saremmo qui a domandarci se è davvero possibile che una popolazione completamente digiuna di scrittura possa impadronirsene nell’arco di una sola generazione (p. 6).
 
Del resto, perché una società dovrebbe richiedere più di una generazione per far rientrare la scrittura (o una qualunque altra novità tecnologica) nelle proprie abitudini? Quanto tempo hanno impiegato le automobili o i cellulari per integrarsi nella cultura italiana? I singoli individui hanno i propri tempi e periodi di apprendimento, ma, appunto, nell’arco di una generazione viene assimilato tutto quel che c’era da assimilare.
 
Anche a prescindere dalle esperienze in Nuova Guinea, comunque, Diamond è ancora capace di sintetizzare con rara abilità dati disparati, da non-specialista che ha studiato le cose giuste e spesso riesce a dirle meglio degli specialisti. Per esempio, il capitolo decimo, di cui parlerò in dettaglio più avanti, è dedicato al plurilinguismo e condensa in due pagine (377-378, con qualche piccola svista) una delle migliori descrizioni del rapporto tra italiano e lingue romanze, e italiano e dialetti, che mi sia capitato di leggere di recente… anche se la mancanza di una bibliografia classica non mi permette di capire da dove siano state riprese le informazioni.
 
Il problema del libro è un altro: è che, appunto, lo spunto di discussione iniziale si ramifica in una serie di confronti a livello di capitolo, su argomenti ben poco collegati tra di loro. Tipo: come si gestiscono i conflitti nelle diverse società? Come si allevano i bambini? Come si trattano gli anziani? Come si gestiscono i pericoli? Come ci si prende cura della salute? Eccetera. E, ovviamente, su molti di questi punti le società tradizionali non possono fornire esempi a noi utili. Per esempio, abbandonare alla fame o agli animali della foresta gli anziani o i malati risolve in molti casi i problemi di gestione, ma la pratica, per quanto diffusa nelle società tradizionali, forse non va incoraggiata in quelle postindustriali…
 
Diamond alla fine qualche suggerimento lo ricava comunque: gestire i conflitti personali in modo meno burocratizzato, dare più indipendenza ai bambini, prestare maggiore attenzione alle lingue straniere. Inutile dire che i suggerimenti sono rivolti al pubblico americano, e che in due di questi casi, per esempio, la società italiana sembra molto più vicina di quella americana al modello tradizionale… senza che questo, temo, la renda migliore (la gestione dei bambini, d’altro canto, in Italia è oggi follia pura e sospetto che di questo stato di cose pagheremo a lungo le conseguenze nei prossimi decenni).
 
E il capitolo sulle lingue? Innanzitutto Diamond presenta in modo molto articolato e intelligente la situazione linguistica dell’Occidente e delle società tradizionali. Poi prende in esame due argomenti all’apparenza molto diversi: le conseguenze individuali della conoscenza di più lingue e la diffusione delle lingue minoritarie.
 
Per il primo argomento, il bilinguismo e il plurilinguismo sono molto diffusi in alcune società tradizionali, più di quanto non accada negli Stati Uniti. Diamond fa poi una sintesi di diversi studi recenti, che “non hanno dimostrato differenze cognitive generalizzate fra soggetti bilingui e monolingui” (p. 391), mentre i bilingui hanno ovviamente – come minimo – il vantaggio di conoscere più lingue. Qualche leggera differenza nello svolgimento di compiti d’altronde si manifesta, e alcuni studi mostrano, addirittura, che i bilingui sono più protetti dei monolingui nei confronti di malattie come l’Alzheimer.
 
Anche per la diffusione delle “lingue minoritarie” Diamond fa ricostruzioni su cui oggi c’è ampio accordo. Per esempio, considera a rischio tutte le lingue che non sono state adottate da uno stato-nazione: 192, o 70, a seconda del modo di calcolarle (p. 404). E poi pone una domanda: ha senso cercare di salvare le lingue minoritarie? Qui i due filoni accennati sopra si saldano, perché Diamond parte ricordando che, per quel che ne sappiamo, il bilinguismo non è un ostacolo allo sviluppo mentale, ma semmai un aiuto. Non è quindi necessario che tutta l’umanità parli la stessa lingua, perché l’esistenza di una lingua franca internazionale risolve i problemi di comunicazione senza produrre inconvenienti e, se è vero che le lingue possono anche essere un fattore di divisione, in realtà molte delle peggiori tragedie della storia recente si sono consumate all’interno di comunità che parlavano la stessa lingua.
 
Sì, ma perché fare un’azione positiva per salvare le lingue minoritarie? Diamond fornisce in proposito una serie di ragioni di varia solidità. Intanto, ripete l’argomentazione sull’aiuto del bilinguismo per lo sviluppo mentale e va bene. Poi si allarga parlando del bilinguismo come di un vero e proprio arricchimento della vita; e alla fine incomincia a esagerare (“Lingue diverse comportano poi vantaggi diversi, per esempio il fatto che certi concetti ed emozioni sono più facili da esprimere in una lingua che in un’altra”, p. 408), arrivando a tirar fuori perfino relitti come l’ipotesi Sapir-Whorf… Ritorna alla ragionevolezza spiegando che, poiché in una lingua “sono codificate una letteratura e una cultura, nonché un’enorme conoscenza”, perdere una lingua significa “perdere gran parte di quella letteratura, cultura e conoscenza”. Non solo una letteratura in traduzione è meno apprezzabile, ma esistono montagne di informazioni che non saranno mai “tradotte” usando metodi tradizionali – giusto per fare un esempio che mi ha toccato da vicino negli ultimi mesi, tutta la bibliografia di base sulla storia della stampa in Cina è in cinese, e rimarrebbe quindi inaccessibile nel caso (improbabile) di una perdita della lingua. Seguono considerazioni un po’ meno sensate, anzi, proprio strampalate, sul ruolo identitario delle lingue. Per esempio, Diamond si domanda se la Gran Bretagna si sarebbe opposta con vigore al nazismo nel 1940 se in tutta Europa l’unica lingua fosse stata il tedesco… Ehm… Che senso ha chiedersi una cosa del genere? O, meglio ancora, perché non capovolgere l’esempio e chiedersi se il nazismo avrebbe potuto anche solo esistere, se nel 1940 l’Europa fosse stata un continente in cui l’unica lingua fosse stata l’inglese?
 
Mi colpisce poi che in questa rassegna di argomenti a favore della conservazione delle lingue ne manchi uno specialistico, ma importante per i linguisti: la possibilità che alcune delle lingue oggi minacciate permettano di capire meglio la natura del linguaggio, visto che le lingue più diffuse rappresentano solo una piccola sezione della varietà linguistica umana. Ho già parlato per esempio di come Daniel Everett ritenga che il pirahã, lingua amazzonica usata da poco più di quattrocento individui, permetta di smentire alcune ipotesi oggi correnti sul linguaggio umano (che sia vero o no, è un altro discorso). Diamond peraltro conosce i lavori di Everett, e lo cita ripetutamente per altre questioni, ma lascia del tutto da parte le sue idee linguistiche.
 
Insomma, secondo me questo capitolo riproduce in piccolo i pregi e i difetti del libro: si affrontano troppi argomenti, e su alcuni di essi chiaramente l’autore non ha riflettuto a sufficienza.
 

sabato 5 ottobre 2013

Crimi, Facebook, Twitter e gli uffici stampa

 
 
Raccontavo giusto lunedì delle mie diffidenze nei confronti della paternità di molti tweet di politici italiani. Chiaramente, in alcuni casi è il politico stesso a scriverli. In altri è il suo “ufficio stampa” (definizione puramente di comodo, che può corrispondere a un vero e proprio ufficio o a collaboratori che si occupano in modo molto più informale della comunicazione sulle reti sociali).
 
Ieri mattina la questione della paternità di messaggi simili è però arrivata all’attenzione del pubblico nazionale, visto che il dibattito politico è stato agitato dalle discussioni attorno al voto della Giunta per le elezioni del Senato che ha votato per la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi (PDL). Il voto in sé naturalmente è quello che ha il maggior impatto politico, ma alcuni degli strascichi polemici riguardano direttamente la gestione delle reti sociali. Sulla pagina Facebook di uno dei componenti della Giunta, il senatore Vito Crimi (M5S), durante la fase di udienza pubblica dei lavori della Commissione è apparso infatti un aggiornamento che commentava in modo squallido sull’età e sulle condizioni intestinali del senatore Berlusconi; poi, durante i lavori della Commissione, sono apparsi altri aggiornamenti su argomenti non collegati.
 
A quanto hanno riportato i giornali, gli aggiornamenti sulla pagina di Crimi ha spinto il capogruppo PDL in Senato, Renato Schifani, a chiedere l’interruzione dei lavori della Giunta, in quanto il primo aggiornamento esprimeva un pregiudizio e i successivi erano comunicazioni inviate in un momento in cui Crimi avrebbe dovuto essere privo di contatti con l’esterno. L’interruzione però non c’è stata, e gli aggiornamenti della pagina di Crimi non hanno quindi esercitato un’influenza rilevante sui lavori, anche se hanno avuto un certo impatto politico. Dal punto di vista che mi interessa, tuttavia, ciò che è successo in questa occasione ha messo bene in luce il modo in cui oggi diversi politici italiani comunicano attraverso le reti sociali. Non si tratta direttamente di Twitter, perché gli aggiornamenti sono stati pubblicati in originale su Facebook e solo richiamati dall’account Twitter di Vito Crimi (@vitocrimi), ma molte osservazioni saranno sicuramente valide per entrambi i canali.
 
Qualche ora dopo l’inizio dei lavori della Commissione, sulla pagina di Crimi è comparso un altro aggiornamento che, in linguaggio molto burocratico, comunicava:
 
Buongiorno a tutti voi, amici.
 
Chi scrive ora, come già accaduto in altre occasioni, è il collaboratore di Vito Crimi, che aggiorna la sua pagina quando Vito non è in condizione di poterlo fare (come è di norma per tantissimi altri collaboratori parlamentari).
 
Alcune precisazioni:
 
a) il post relativo a Berlusconi è stato inserito alle ore 10.04, prima dell'inizio dei lavori in Camera di Consiglio.
b) i post successivi, già programmati (relativi a Lampedusa ed al resoconto "5 giorni a 5 stelle") sono stati inseriti dal sottoscritto.
 
In fede,
Adriano Nitto
Collaboratore parlamentare di Vito Crimi
 
L’autore del messaggio non lo dice quindi in modo esplicito, ma lascia pensare che “il post relativo a Berlusconi” sia stato inserito di persona dal senatore Crimi. Non è naturalmente detto che sia così, ma la cosa è verosimile. Vale la pena però notare che il comunicato non dice nulla su chi ha effettivamente scritto i testi di cui si parla – si limita a dire, per due di essi, chi li ha “inseriti”.
 
Che cosa mostra l’aggiornamento, dal punto di vista operativo? La situazione reale, credo, di “tantissimi” account Facebook e Twitter dei politici. In cui i testi scritti da un politico vengono integrati da un ufficio stampa. Questa integrazione andrà poi da un minimo a un massimo. Ci saranno account in cui il politico non scrive mai nulla (quello di Angelino Alfano, per esempio, mi sembra un buon candidato), e altri in cui scrive tutto in prima persona; più tutta la gamma intermedia, comprendente per esempio situazioni in cui il politico scrive qualcosa e lascia agli altri il compito di pubblicarla al momento giusto.
 
Mi sembra molto difficile fornire stime sulla diffusione di questo fenomeno. Se mi si chiedesse una stima a occhio, basata sugli account che ho visto… forse il 50% dei politici dotati di account non scrive mai nulla, il 40% lo fa occasionalmente (tipo, da un paio di volte l’anno in su), e il 10% lo fa in modo prevalente. Ma, appunto, è una stima del tutto a occhio.
 
Ciò che invece sospetto è che questi comportamenti corrispondano a una spaccatura comunicativa e linguistica. Che cioè i messaggi “broadcast”, che non rientrano in una discussione, siano in larga maggioranza opera degli uffici stampa – a me non che non presentino commenti fortemente personali. I messaggi che rientrano in una discussione, viceversa, sembrano in buona parte (ma non la totalità, e forse nemmeno la maggioranza) opera dei politici stessi. Dal punto di vista linguistico, come ho già anticipato, le differenze tra i due tipi mi sembrano molto significative… La spaccatura sarebbe insomma paragonabile a quella tra “post” e “commenti” già descritta, da altri e da me, per i blog. Comunque, ho il forte sospetto che sia la seconda categoria quella che può dirci le cose più interessanti sull’italiano di oggi.
 

lunedì 30 settembre 2013

Spina, Openpolitica

 
Stefania Spina, Openpolitica
Il libro più recente di Stefania Spina, Openpolitica, è un importante contributo alla conoscenza dei mezzi di comunicazione e del loro rapporto con la lingua italiana. Il volume (Milano, FrancoAngeli, 2012, pp. 203, ISBN 978-88-568-4951-6, € 25; io ne ho ricevuto una copia dall’autrice) è dedicato, come riporta il sottotitolo, a Il discorso dei politici italiani nell’era di Twitter, ed è interessante sia per gli argomenti trattati sia per l’impostazione.
 
Dal punto di vista strutturale, Openpolitica si divide in tre parti:

  1. Prima di Twitter: il discorso politico nell’epoca della televisione
  2. L’ecosistema di Twitter: un flusso ininterrotto di conversazioni
  3. Il discorso dei politici italiani su Twitter 
La parte più innovativa e corposa è la terza, che occupa 110 pagine, cioè più di metà volume, e ne parlerò in dettaglio più avanti. La seconda è invece una sintetica (20 pagine) descrizione del modo in cui funziona Twitter, almeno per gli aspetti di rilevanza linguistica, e la presenza di sezioni “di servizio” di questo tipo è un’assoluta necessità per qualunque studio sulla comunicazione elettronica.
 
La prima parte richiede invece qualche parola di presentazione. Al suo interno presenta innanzitutto i risultati di una ricerca originale su un corpus di interventi politici in televisione. In parallelo, sintetizza poi molte descrizioni correnti sul discorso politico italiano degli ultimi decenni, e questa sezione è a mio parere la meno convincente. Il difetto però è nel manico, non nella sintesi, e sta nel modo in cui il discorso politico è stato appunto esaminato dagli studi precedenti. I quali hanno fornito informazioni ma non sono riusciti, a parte alcune eccezioni, a mettere a fuoco in modo convincente la natura e, soprattutto, la funzione di questo tipo di linguaggio. Tutti in compenso in qualche modo condannano la comunicazione politica reale, con un repertorio retorico che ha poco da invidiare per monotonia a quello dei politici stessi e che al tempo stesso annulla le pur importanti differenze. Non sorprende quindi che per esempio alcune osservazioni critiche di Pier Vincenzo Mengaldo o Annamaria Testa sul linguaggio politico anteriore agli anni Novanta vengano applicate qui (pp. 51-52) anche al linguaggio della “Seconda repubblica”, post-1994, che viceversa per alcuni aspetti si colloca agli antipodi.
 
La terza parte è comunque, come già accennato, la più significativa, e include un confronto tra il linguaggio di Twitter e quello della televisione. Uno dei suoi obiettivi è infatti “dimostrare che il discorso politico su Twitter ha caratteristiche diverse da quello della televisione” (p. 83); d’altra parte, le differenze sono tanto evidenti, anche a occhio nudo, che direi che più che di “dimostrare” qui si tratta di “documentare”. Nessuno infatti sostiene, penso, che un politico (o il suo ufficio stampa) scriva su Twitter in modo linguisticamente indistinguibile da quello con cui lo stesso politico si esprime in un dibattito televisivo.
 
A documentare questo stato di cose si colloca comunque un’impressionante varietà di analisi, che coprono:
  • Densità lessicale
  • Ricchezza lessicale
  • Specificità lessicale
  • Frequenza dei bigrammi e dei trigrammi
  • Struttura sintattica della frasi (esaminata sulla base di indicatori)
 
Il campione originale su cui si basano le analisi è formato da tutti i tweet scritti da 40 politici italiani nel periodo novembre 2011 – febbraio 2012. In totale, 31.581 tweet (p. 83), in buona parte parlamentari. Una serie di osservazioni (p. 85) fa pensare che in pratica i 40 includano tutti i parlamentari attivi su Twitter in modo regolare e creativo – non solo con il rilancio di testi scritti per altra destinazione; e mi colpisce il fatto che alcuni politici presi in esame in una prima fase siano stati “in seguito esclusi perché usavano sistematicamente nei loro tweet lingue diverse dall’italiano” (p. 85). Che lingue erano? Immagino inglese, prodotto dai rispettivi uffici stampa e pensato al servizio dei giornalisti stranieri… ma sarebbe molto interessante sapere qualcosa di più!
 
Un campione del 5% dei messaggi è stato classificato a mano in sei categorie (pp. 89-90):
 
  • informazioni personali
  • appuntamenti
  • commenti
  • live-tweeting
  • link
  • altro
I “commenti” (52%) sono la categoria prevalente, e la cosa non sorprende in un corpus di politici.
 
Ciò che invece colpisce, a livello più generale, è che il campione è formato per 1/3 dai tweet di due soli politici, entrambi del PD: Giuseppe Civati (@civati), che ha scritto 6016 tweet, realizzando cioè da solo quasi il 20% del totale, e Andrea Sarubbi (@andreasarubbi), che ne ha scritti 5007. Sarebbe interessante, per i motivi indicati più avanti, sapere che tipo di media verrebbe fuori escludendo dal calcolo questi due outsider – il terzo classificato, Ivan Scalfarotto, sempre del PD, si ferma a 2480.
 
Dopodiché, un dubbio fondamentale è quello sulla paternità dei tweet. L’idea di Stefania Spina è che in “buona parte” (p. 87) i tweet siano prodotti dai politici stessi. Per qualcuno di loro è certamente così, e mi sembra che sia questo il caso anche dei due superproduttori; per molti altri, però, ho diversi dubbi. I tweet recenti di Angelino Alfano (@angealfa), Felice Belisario (@politicaevalori) e Rosy Bindi (@rosy_bindi) mi sembrano per esempio tutti prodotti di ufficio stampa, e sospetto che questa fosse la situazione anche nel periodo preso in esame nello studio.
 
Che senso hanno questi dubbi? Dal mio punto di vista, sono un modo per precisare meglio un discorso importante dell’autrice: l’idea che la comunicazione via Twitter, per i politici italiani, sia “soprattutto una modalità nuova di instaurare relazioni sociali” (p. 82), più che un sistema di trasferimento informazioni. Questo giudizio mi sembra sì valido, ma solo se si considera il numero dei tweet e non quello degli scriventi. I tweet infatti non sono equamente distribuiti: mi pare evidente che alcuni politici usano il sistema per conversare in prima persona, ma molti altri lo usano solo per trasferire informazioni oppure opinioni – che in politica sono a loro volta spesso un tipo particolare di informazione.
 
Un indicatore fortissimo di interattività è però dato dal politico che si mette in gioco interagendo in una conversazione. Qualche precisazione potrebbe essere utile in questo caso: per esempio, nel libro si dice che nel corpus “sono presenti 24.985 menzioni (…) questo significa che il 79% dei tweet contiene una menzione” (p. 97). In realtà, no: come si vede dal fatto che ad alcuni politici sono riconducibili più menzioni che tweet, molti tweet contengono più di una menzione. Per esempio, si prenda un tweet qualunque di Civati:
 
@sarracinus @Nath67Lic @ParodiAl @annaflalb per la verità è un contributo al partito su cui, come ripeto, mi sono espresso criticamente.
 
Quattro menzioni in un tweet solo, e il caso è tutt’altro che raro. Quindi, al massimo il 79% dei tweet contiene una o più menzioni. Inoltre, contengono menzioni anche tweet probabilmente prodotti da ufficio stampa come quelli di Alfano, Belisario e Bindi: non credo che la partecipazione a conversazioni di questo tipo implichi anche un coinvolgimento personale. Occorre quindi, caso per caso, andare a vedere che cosa sta succedendo.
 
Come funzionano però queste conversazioni? Nel corpus, “lo schema più diffuso è quello di una conversazione tra due interlocutori, composta da due tweet totali, uno di avvio e uno di replica” (p. 126). Il dato è per me sorprendente, perché, anche se queste conversazioni esistono, i tweet di un singolo politico rientrano spesso, a quel che vedo, in lunghe conversazioni. Per esempio, gli ultimi 14 tweet di Civati, aperti la sera del 29 settembre, con un’unica eccezione, sono tutti inseriti in conversazioni con molti interlocutori. Dal febbraio 2012 a oggi sono cambiate le abitudini?
 
Tirando le fila sulla base di questi dati stimolanti è forse possibile fare una distinzione forte. Oggi, a quel che vedo in prima persona e a quel che mi sembra possibile dedurre dai dati presentati da Stefania Spina, i politici italiani “twittanti” si dividono in due categorie: chi si affida a un ufficio stampa e/o a modi comunicativi collaudati e chi invece si spende in proprio, mettendo in gioco la propria voce personale. Mi sembrerebbe quindi utile innanzitutto vedere se l’ipotesi tiene, cioè se due modalità diverse di interazione sono davvero ben distinguibili. E, ammesso che lo siano, mi sembrerebbe poi utile vedere le diversità linguistiche tra l’una e l’altra. Spero che uno studio futuro dell’autrice possa tornare anche su questi aspetti…
 

martedì 24 settembre 2013

Balsamo e Tinto, Origini del corsivo nella tipografia italiana del Cinquecento

 
Balsamo e Tinto, p. 62: un esempio del corsivo di Dolcibello
Sull’innovatività della tipografia, Luigi Balsamo non la mandava a dire:
 
La continuità fra libro manoscritto e libro a stampa si rileva in tutte le caratteristiche esterne dei due diversi prodotti. La nuova arte o tecnica di stampare non aveva altro scopo che quello di sostituire la mano dell’amanuense divenuta troppo lenta in rapporto alla crescente richiesta del mercato (…) Il torchio di Gutenberg e le sue lettere metalliche, componibili e scomponibili, vollero risolvere dunque soltanto un problema di produzione senza che alcuno pensasse di modificare il prodotto (p. 13).
 
Qualche elemento della sintesi andrà forse corretto, ma sulla sostanza c’è poco da fare. Anche se ancora oggi capita di leggere commenti sulla diversità radicali tra libro a stampa e manoscritto, chiunque abbia passato un po’ di tempo in compagnia degli uni e degli altri, dal Trecento al Cinquecento, sa che il panorama è all’insegna della continuità. Di fronte alla riproduzione di molte pagine quattrocentesche, insomma, a volte anche un lettore smaliziato non riesce a capire a colpo d’occhio se si tratta di un manoscritto o di un testo a stampa. Dal punto di vista della leggibilità e dell’usabilità, un manoscritto ben realizzato era spesso pari o superiore al corrispondente testo a stampa. Il quale aveva di regola come punto di forza il prezzo ridotto, non la qualità.
 
Se proprio vogliamo essere pignoli, poi, sul lungo periodo il testo a stampa ha reso meno usabile il rapporto testo-immagine. Gli autori delle parole si sono staccati sempre di più da quelli dei disegni, e il coordinamento si è spesso perso. Ne è testimonianza perfino il bellissimo volume di cui parlo: Luigi Balsamo e Alberto Tinto, Origini del corsivo nella tipografia italiana del Cinquecento (Milano, il Polifilo, 1967, ristampa 1977, pp. 184). In cui la descrizione dei singoli caratteri per esempio sarebbe molto più chiara se fosse accompagnata, sullo stesso rigo, dalla riproduzione dei caratteri stessi – cosa quasi inconcepibile, oggi, al di fuori degli esempi forniti da Edward Tufte e pochi altri.
 
A parte questo, tuttavia, per gli appassionati come me il libro è meraviglioso. La sua storia si colloca in un momento in cui, appunto, i tipografi e gli editori si sforzavano di avvicinarsi quanto più possibile al modello dei manoscritti, e in cui l’invenzione del moderno “corsivo”, a opera di Aldo Manuzio e Francesco Griffo, fu un salto di qualità. I caratteri aldini, infatti, usati per la prima volta a stampa nell’anno 1500, giocavano tutto sull’imitazione dell’elegante scrittura a mano, comprese le legature delle lettere. E rappresentano anche, aggiungo io, l’ultima vera innovazione nei caratteri tipografici, a parte la creazione dei caratteri senza grazie – con cui hanno in comune alcuni problemi di leggibilità.
 
Il successo editoriale di Aldo spinse comunque una quantità di disegnatori e incisori a cimentarsi con il corsivo, e il libro di Balsamo e Tinto è ancora oggi un punto di riferimento fondamentale per orientarsi tra di loro. Luigi Balsamo, in particolare, autore dei primi capitoli, porta alla luce l’originalità grafica di una serie di incisori e disegnatori di caratteri d’inizio Cinquecento, che in precedenza erano stati considerati semplici imitatori del lavoro di Aldo: lo stesso Francesco Griffo, innanzitutto, che cercò fortuna per conto proprio e fece una fine tragica; Benedetto Dolcibello, che realizza quelli che a me paiono i caratteri più bilanciati; i Paganini padre e figlio; e altri di minore rilevanza.
 
Alberto Tinto prosegue la rassegna in senso cronologico, partendo dal più noto inventore di corsivi dopo Aldo Manuzio: Ludovico degli Arrighi, che spinse il disegno dei caratteri in senso calligrafico creando “il vero e proprio capostipite dei moderni corsivi” (p. 127). Affronta inoltre Giovanni Antonio Tagliente, con il suo corsivo meravigliosamente arcaico, e lì si ferma. La diffusione del corsivo nella stampa europea è argomento di altri studi.
 
Dopodiché, va constatato che questi elegantissimi corsivi persero alla fine la guerra con il carattere tondo. Dopo il loro esplosivo successo a inizio secolo, i lettori li trascurarono in nome dei più leggibili, anche se meno eleganti, caratteri tondi. Quelli cioè che usiamo ancora adesso nella gran parte dei testi.
 
Perché il corsivo è stato emarginato? Il giudizio corrente è che sia stato un problema di leggibilità. Ma siccome gli studi moderni sulla lettura mostrano che i lettori sono più flessibili di quel che sembra, io ho qualche dubbio, e il testo mi incoraggia. Parlando del primo tipo di corsivo di Alessandro Paganini (Corsivo I Paganini), Balsamo nota che non solo “è meno ‘corrente’, di struttura più statica, di disegno meno fluente e più angoloso” rispetto ai predecessori, ma che nella pratica dell’editore “le dimensioni molto ridotte, sia della pagina che del carattere, danno per risultato una pagina densa, fitta e scomoda ai nostri occhi” (p. 84). Questo però “prova quanto sia mutato il modello di leggibilità attraverso il tempo, dato che i lettori dei primi del Cinquecento trovarono invece questo carattere di loro gradimento, come prova il successo incontrato dall’originale collezione” (dove, a uso mio, noto che Balsamo insiste sul modo in cui i Paganini progettavano interi “programmi” di libri, più che vere e proprie collane, verificando con qualche edizione di prova la risposta del mercato).
 
Insomma, il rapporto tra lettura e usabilità è complesso. La storia del libro mostra che perfino soluzioni che sulla carta sembrano meno funzionali di altre possono in realtà portare a veri e propri trionfi di pubblico e di mercato… I legami con il mondo contemporaneo mi sembrano evidenti.
 

giovedì 19 settembre 2013

Siamo sempre lì: tablet e didattica

 
Foto di Brad Flickinger - CC Licensed - http://www.flickr.com/photos/56155476@N08/
I tempi cambiano: non troppo tempo fa, le scuole italiane iniziavano a ottobre... E anche gli argomenti scolastici di cui si parla sui giornali sono un po’ cambiati. Per esempio, molte energie vengono dedicate alla questione dei libri di testo elettronici, o dei registri digitali.
 
Io ogni tanto parlo di questi argomenti anche qui sul blog, e soprattutto li devo seguire per necessità di studio. La ragione è ovvia: anche se le cifre coinvolte sono modeste rispetto per esempio al bilancio complessivo della scuola italiana, non sono affatto trascurabili; e, più radicalmente, le scelte in questo settore hanno una risonanza notevole, collegata a idee diffuse e luoghi comuni contrapposti.
 
Un articolo di Carlo Rotella uscito giusto una settimana fa sul New York Times Magazine, No child left untableted, racconta il modo in cui sta evolvendo questa situazione negli Stati Uniti, tra venditori che premono per i tablet e insegnanti che, spesso, resistono. Ovviamente da un articolo di giornale non ci si possono aspettare valutazioni affidabili, ma il quadro che ne viene fuori è interessante. Carlo Rotella ritiene infatti che il miglioramento della didattica passi dagli insegnanti, non dai tablet, e le sue osservazioni personali insistono spesso in questa direzione:
 
Despite all the research showing that the educational benefits of new technology depend on good teaching, it can be easier to find money for cool new gadgets than for teachers. The Los Angeles school district, for instance, cut costs in recent years by laying off thousands of teachers yet is now using bonds to finance the spending of $500 million on iPads. (…) One afternoon, we watched a half-dozen students from nearby schools eat chips and test games on Amplify tablets. The raptly tender way they touched, pinched and stroked the screens awoke in me an urge to yank the gadgets and junk food out of their hands and lead them to a library or a good climbing tree.
 
Il punto chiave, però, è che qui non si tratta di un pregiudizio: le ricerche in tema supportano davvero le idee di Rotella. Se per alcuni tipi di attività possono essere un sussidio interessante, per altri, come lo studio approfondito e l’assimilazione di molti tipi di informazioni articolate, i tablet sono infinitamente inferiori rispetto, per esempio, alla carta. Inoltre, non è affatto chiaro che impatto possa avere uno dei punti cardine della propaganda degli “innovatori”, cioè la personalizzazione automatica dell’insegnamento. Ma, in generale, nella retorica dell’informatizzazione i punti incerti e non dimostrati sono moltissimi, e centrali.
 
Per questo motivo, tutte le valutazioni approfondite che conosco consigliano come minimo la cautela. Senza contare il fatto che gli studenti stessi sembrano ben poco interessati a tutte queste promesse. Una sintesi delle ricerche recenti, realizzata da Christopher Jones e Binhui Shao alla Open University britannica, The Net generation and digital natives: implications for higher education, conclude drasticamente che per le università non solo “Students persistently report that they prefer moderate use of Information and Communication Technologies (ICT) in their courses” (p. 1), ma a livello più generale
 
There is no obvious or consistent demand from students for changes to pedagogy at university (e.g. demands for team and group working). (…) There is no evidence of a consistent demand from students for the provision of highly individualised or personal university services (p. 2).
 
Insomma, non è che sappiamo tutto, ma in queste circostanze è chiaro che l’onere della prova spetta agli innovatori. Una qualunque scuola superiore italiana in cui, al termine di cinque anni di sperimentazione (e di controllo delle variabili…), i voti di maturità schizzassero verso l’alto sarebbe una bella fonte di propaganda... ma nulla di simile è ancora mai comparso. In giro ci sono solo tante belle dichiarazioni.

Cosa ancora più sconfortante, perfino progetti ufficiali ben finanziati come, in Italia, quello “Scuola digitale”, partono dall’idea di “verificare come e quanto, attraverso l’utilizzo costante e diffuso delle tecnologie nella pratica didattica quotidiana, l’ambiente di apprendimento possa essere trasformato” (come si dice nella presentazione di uno dei rami dell’iniziativa, “Cl@assi 2.0”), e stop. Certo, per valutare bisogna prima provare. Ma l’idea di vedere, prima o poi, se tutte queste sperimentazioni producono davvero miglioramenti sembra quasi uscita dall’orizzonte del dibattito.
 
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