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mercoledì 31 agosto 2022

I prossimi convegni

 
Per la prima volta dal 2020, in queste settimane parteciperò a due convegni in presenza e fuori Pisa. Il primo, addirittura all’estero! Oggi pomeriggio, alle 16:30, parlerò infatti dell’Uso dell’italiano in Asia nel Seicento attraverso le testimonianze collegate ai viaggi di Giuseppe Maria Sebastiani. Il contesto è il XVI Congresso della Società internazionale di Linguistica e filologia italiana, rinviato per ben due anni e ora finalmente arrivato in porto grazie alla tenacia degli organizzatori.
 
Dal 21 al 24 settembre sarò invece a Napoli (e a Procida) per il XXI congresso dell’Associazione per la Storia della lingua italiana. Il mio intervento sarà dedicato a presentare Varietà dell’italiano e lingue straniere nella testimonianza di Pietro Della Valle.
 
Dopo tanti lavori dedicati a Internet e Wikipedia, passo insomma a parlare di faccende più distanti nel tempo e nello spazio. Ma non per questo meno interessanti - anzi!
 

martedì 3 ottobre 2017

I miei prossimi convegni

  
 
Napoli fuori dalle finestre del convegno SLI
Tra la fine di settembre e il mese di ottobre, per me, ci sono stati e ci saranno diversi impegni fuori sede.

 
La settimana scorsa sono stato a Napoli per il LI convegno della Società di Linguistica Italiana, dedicato a Le lingue extra-europee e l’italiano. Problemi didattici, socio-linguistici, culturali e caratterizzato anche da molte toccanti commemorazioni della figura di Tullio De Mauro.  Il mio intervento, realizzato insieme a Tanya Roy, illustrava il modo in cui viene usato Il focalizzatore anche nei testi scritti di studenti con lingue indoarie come L1… e naturalmente includeva anche qualche risultato delle mie esperienze di didattica in India.
 
La prossima settimana sarò a Siena per il Convegno ASLI Scuola Scrivere nella scuola oggi. Obiettivi, metodi, esperienze. Lì, sabato 14, nella sessione che va dalle 11:30 alle 13, terrò un intervento dedicato a Scrivere su Wikipedia dall’Università alla scuola.
 
Dal 18 al 20 ottobre sarò invece a Bruxelles per il convegno L’italiano che parliamo e scriviamo, organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura. Il mio intervento si terrà giovedì 19 alle 16 e avrà il titolo Dai computer come strumenti di comunicazione ai computer che parlano e scrivono: cambiamenti e stabilità nell’italiano.
 
A Napoli le cose sono andate benissimo, anche grazie all’ottima organizzazione del convegno. Soprattutto, mi sono divertito un sacco e ho imparato un sacco di cose… confido che succeda lo stesso anche con i prossimi convegni.
 

venerdì 11 novembre 2016

Tavosanis, Il linguaggio della comunicazione politica su Facebook

  
 
Copertina de L'italiano della politica e la politica per l'italiano
La settimana scorsa a Firenze ci sono stati convegno e assemblea dell’Associazione per la Storia della Lingua Italiana (ASLI). Nell’occasione ho ricevuto dall’editore Cesati anche la mia copia del volume L’italiano della politica e la politica per l’italiano (Firenze, Cesati, 2016), a cura di Rita Librandi e Rosa Piro, che presenta gli atti del precedente convegno ASLI, svoltosi a Napoli nel 2014.
 
Il volume è imponente (911 pagine!) e molti contributi non li ho ancora letti, ma all’interno c’è anche un mio intervento su Il linguaggio della comunicazione politica su Facebook (pp. 677-685). Nel mio lavoro noto in particolare la notevole importanza di Facebook nella vita comunicativa italiana… e la poca attenzione con cui è stato studiato. Gli studi sulla comunicazione politica elettronica coprono infatti di regola solo Twitter.
 
Questa preferenza anche in questo volume. Il mio intervento è collocato nella sezione Il linguaggio politico dei social network, ma in pratica tutti gli altri contributi sono dedicati al solo Twitter. Annarita Miglietta ha scritto infatti un contributo su Il dibattito politico in pochi cinguettii (un’analisi dei rapporti di conversazione in 20 tweet, pp. 633-643), Giuseppe Paternostro e Roberto Sottile hanno parlato di “In alto i cuori / L’Italia cambia verso”. Discorso politico e interazione nei social network (sulle dinamiche di comunicazione Twitter di Beppe Grillo e Matteo Renzi, pp. 645-660). Fabio Ruggiano illustra attraverso un piccolo campione di tweet Giudizi sul linguaggio dei politici e ideologia linguistica diffusa (pp. 687-696).
 
Soprattutto, Stefania Spina presenta una sintesi collegata ai suoi numerosi lavori su Twitter: La politica dei 140 caratteri: l’equivoco della brevità e l’illusione di essere social (pp. 645-659). Il suo esame, basato su un vasto corpus e sull’analisi dettagliata del lessico, mostra che il mezzo sembra aver spinto i politici italiani a scrivere “testi comprensibili, legati alla loro concreta attività di parlamentari, dai quali qualunque cittadino ha la possibilità di capire le azioni concrete che intraprendono nello svolgimento dei loro compiti e le posizioni che assumono sui temi politici in discussione” (p. 657).
 
L’autrice stessa nota poi che anche in questo contesto i politici non aprono veri dialoghi con i cittadini e puntano soprattutto all’autopromozione. Inoltre, l’abitudine alla chiarezza non sembra passare per esempio negli interventi televisivi degli stessi politici. Il contributo è un’importante messa a fuoco sulle caratteristiche della svolta comunicativa della politica italiana recente. Ma soprattutto, insisterei sul fatto che Twitter resta uno strumento di (relativamente) pochi per pochi.
 
Per quanto riguarda nello specifico Facebook, cioè uno spazio in cui gli italiani sono massicciamente presenti, nel mio contributo ho presentato come prima cosa le caratteristiche broadcast della comunicazione politica al suo interno. Su Facebook, infatti, i politici in pratica non dialogano mai: si limitano a inviare equivalenti di comunicati stampa (più o meno formali) e si astengono dall’intervenire nei commenti di risposta.
 
Il contributo era peraltro fatto in modo da permettere un confronto tra Twitter e Facebook, grazie ai dati ricavati da una tesi di laurea. I risultati mostrano che Facebook condivide per esempio la densità lessicale con Twitter, mentre su altri indicatori è più vicino al parlato televisivo. Saranno necessari ulteriori studi, ma mi sembra che la comunicazione politica di Facebook conservi molte caratteristiche che ha su Twitter, e che una parte di ciò che distingue Twitter sia dovuto, meccanicamente, ai limiti di brevità imposti dallo strumento, che obbligano a distorcere e concentrare il testo.
 
Resta il rimpianto di non aver ancora approfondito il modo in cui il pubblico commenta le comunicazioni dei politici. L’interazione del singolo cittadino è in effetti di estremo interesse; all’argomento è peraltro dedicata nello stesso volume una delle “comunicazioni”, quella di Alessandro Orfano, che ha preso in esame Lingua italiana e linguaggio politico dei forconi di Livorno e Piombino attraverso i social network (pp. 867-877). Speriamo sia solo il primo di una lunga serie di studi.
 
L’italiano della politica e la politica per l’italiano. Atti del XI Convegno ASLI Associazione per la Storia della Lingua Italiana (Napoli, 20-22 novembre 2014), a cura di Rita Librandi e Rosa Piro, Firenze, Cesati, 2016, pp. 911, ISBN 978-88-7667-609-3, € 65.
 

venerdì 21 novembre 2014

Prossimi appuntamenti

 
Un appunto al volo, visto che sono in trasferta... Nelle prossime settimane farò due presentazioni ad altrettanti convegni.
 
Si comincia subito con il IX convegno dell’Associazione per la Storia della lingua italiana (ASLI), dal 20 al 22 novembre a Napoli. Il tema del convegno è “L’italiano della politica e la politica per l’italiano”: io parteciperò oggi, venerdì 21, a una tavola rotonda (14:30-15:30) dedicata alla prima metà del tema, e più specificamente al linguaggio politico dei social network. Il mio intervento dovrebbe essere l’ultimo della serie e sarà dedicato a Il linguaggio della comunicazione politica su Facebook. Luogo, l’Aula Pessina dell’Università di Napoli “Federico II”, in Corso Umberto I, 40.
 
Il 9 e il 10 dicembre si terrà invece a Pisa la prima Conferenza Italiana di Linguistica Computazionale: CLiC-it 2014. Qui, il pomeriggio del 9 ottobre, dalle 16:30 alle 17:30 presenterò un poster dedicato a Il Corpus ICoN: una raccolta di elaborati di italiano L2 prodotti in ambito universitario. Seguirà la sessione poster. Luogo, l’auditorium del CNR.
 

venerdì 13 dicembre 2013

In partenza per la Crusca

 
La sede dell'Accademia della Crusca (foto da Wikipedia)Oggi dovrei passare tutta la giornata a Firenze, all’Accademia della Crusca. La mattina ci sarà la presentazione degli atti del X convegno ASLI: Il Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612) e la storia della lessicografia italiana, a cura di Lorenzo Tomasin. Il pomeriggio sarà invece dedicato all’assemblea annuale dell’ASLI stessa.
 

mercoledì 23 novembre 2011

Italiano che vale un terzo


Le ultime “riforme” universitarie dovrebbero cambiare il modo in cui l’università italiana assumerà i nuovi docenti. Non si faranno più ricercatori a tempo indeterminato (come me), e per diventare professori associati oppure ordinari sarà necessario avere prima un’abilitazione nazionale e poi vincere un concorso locale.

In questo, a livello generale, non c’è nulla di particolarmente nuovo: i fattori principali che determinano la carriera dei docenti saranno, come in passato, la quantità di soldi di cui l’università dispone e il tipo di lavoro offerto alle persone che potrebbero essere interessate a insegnare lì. Il resto sono dettagli... ma è anche vero che a volte il diavolo è nei dettagli, e che alcune caratteristiche del prossimo concorso nazionale sono come minimo sorprendenti.

Chi scriverà le regole per il concorso di abilitazione dei futuri docenti? La legge fornisce solo indicazioni generiche, da determinare con un regolamento successivo. In questi giorni circola in effetti una bozza di Decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca che presenta appunto un “Regolamento recante criteri e parametri per la valutazione dei candidati ai fini dell’attribuzione dell’abilitazione scientifica nazionale per l’accesso alla prima e alla seconda fascia dei professori universitari, ai sensi dell’articolo 16, comma 3, lettere a), b) e c) della legge 30 dicembre 2010, n. 240”. La bozza di decreto non sembra pubblicata ufficialmente, ma diversi organismi l’hanno discussa e presentata in tutto o in parte; io l’ho letta in una versione presentata sul sito della Rete 29 aprile.

Ora, come rileva esplicitamente il Consiglio Universitario Nazionale nel suo parere del 19 ottobre (parte prima, punto 3), per quanto riguarda la valutazione scientifica delle pubblicazioni la bozza corrente attribuisce in sostanza il potere di fissare i parametri di valutazione all’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR). La base di partenza della valutazione sarà quindi verosimilmente costituita dai parametri che l’ANVUR ha presentato come proposta di lavoro nel suo documento 1/2011, modificati con le osservazioni contenute nel documento 2/2011 (pubblicato il 25 luglio).

L’assieme dei due documenti ANVUR fornisce indicazioni in parte condivisibili, in parte sorprendenti. L’ANVUR divide la ricerca universitaria in due grandi aree, a seconda che siano disponibili o meno indicatori bibliometrici consolidati (quelli che stabiliscono il “valore” di una pubblicazione su determinate riviste, l’importanza del numero di citazioni che ha avuto un articolo, eccetera). Si può discutere sui parametri esatti, e alcune scelte dell’ANVUR sono state criticate appunto in quest’ottica, oltre che in alcune scelte di fondo, ma come minimo si può dire che criteri del genere si fondano su prassi condivise dalla comunità dei ricercatori.

In molte aree di ricerca, però, gli indicatori bibliometrici non esistono: è il caso, in sostanza, di tutta la ricerca umanistica. Gli addetti ai lavori sanno bene quali sono le sedi di pubblicazione più selettive e prestigiose, e quali no, ma non c’è una gerarchia rigida e pubblica paragonabile a quella presente, per esempio, nella biologia molecolare. Di conseguenza, o si mette in piedi un sistema di valutazione internazionale anche per questi settori – cosa decisamente fuori portata – oppure bisogna rassegnarsi... o no? L’ANVUR, davanti al problema, ha fatto una scelta sbagliata: ha proposto per tutta quest’area di usare indicatori inventati e approssimativi, sia pure sottolineandone i limiti e auspicandone l’uso nella sola “prima tornata di abilitazioni”. Vedere per credere. Nel documento 1/2011 si propone di valutare le pubblicazioni dell’area innanzitutto secondo il loro numero (punto 5, parametro 2):


il parametro è il numero di pubblicazioni (esclusi gli atti dei congressi) negli ultimi 10 anni, ponderato per tenere conto del diverso impegno nella produzione di monografie e articoli e delle differenze di diffusione tra lavori pubblicati all’estero o in Italia.

Per la ponderazione viene poi proposto questo schema:

- monografia pubblicata da editore internazionale (autore o coautore) : peso 3
- articolo pubblicato su rivista internazionale (ISI o Scopus) : peso 1,5
- curatela di volumi pubblicati da editori internazionali : peso 1,2
- monografia pubblicata da editore nazionale: peso 1
- articoli pubblicati su riviste nazionali: peso 0,5
- articoli pubblicati su riviste internazionali non ISI o Scopus: peso 0,5
- articoli o capitoli pubblicati su volumi nazionali: peso 0,5.

In sostanza, per incredibile che possa sembrare, un’agenzia di valutazione propone di misurare metà delle ricerca universitaria italiana mettendo tutte le pubblicazioni di uno stesso tipo allo stesso livello, senza badare al fatto che un libro può essere un’opera geniale e un altro una farneticazione pubblicata a spese dell’autore. Inoltre, cosa altrettanto incredibile, dice che se un lavoro è stato pubblicato da un editore italiano vale tre volte di meno rispetto a un qualunque lavoro dello stesso tipo pubblicato da un qualunque editore straniero!

Le cose peggiorano ulteriormente nel documento 2/2011 che, intervenendo al punto 3 sull’appena citato punto 5 del primo documento, propone che a essere penalizzati non siano più i lavori pubblicati da “editori nazionali”, ma quelli presentati “in italiano”, contrapposti a quelli “in lingua diversa dall’italiano”. Letteralmente: in questo schema, qualunque lavoro in italiano vale perciò stesso tre volte di meno di un qualunque lavoro equivalente pubblicato in qualunque altra lingua (inglese, ungherese, cantonese...).

Dire, come fa l’ANVUR, che questo modo di procedere ha dei “limiti” è un eufemismo non da poco. A occhio, la cancellazione totale della ponderazione produrrebbe probabilmente meno assurdità e distorsioni rispetto a una scelta del genere.

Com’è possibile che un’agenzia di valutazione proponga una scelta così bislacca? Le motivazioni esplicite addotte sono queste quattro:

(a) un volume pubblicato all’estero, in lingua diversa dalla lingua madre (italiano) comporta di norma uno sforzo maggiore per l’autore rispetto ad un volume in italiano;
(b) esso è stato sottoposto ad una selezione che inevitabilmente si è basata su una competizione più ampia e più severa, in quanto per definizione più numerosi sono i concorrenti
(c) esso raggiunge grazie alla distribuzione nei canali internazionali una platea più vasta di lettori ed utilizzatori, realizzando in questo modo un ampliamento della comunicazione scientifica (che è un valore in sé), una maggiore visibilità della ricerca italiana nel mondo, ma anche un impatto più incisivo della spesa pubblica in ricerca
(d) qualora si tratti della traduzione in lingua estera di un precedente lavoro in lingua italiana, essa testimonia del riconoscimento internazionale del lavoro dell’autore (in questo caso andrebbe conteggiato solo il lavoro originale o la traduzione, non entrambi).

Alcune di queste motivazioni rasentano la follia. Per esempio, che senso ha (punto a) valutare lo “sforzo” compiuto da un autore? La ricerca scientifica non è un compitino di scuola elementare, in cui l’insegnante può dire “d’accordo, non ce l’ha fatta, ma si è impegnato molto...”. Nella ricerca contano solo i risultati, non il fatto che arrivarci sia stato faticoso – e, ancor peggio, artificiosamente faticoso. Il punto (b) e il punto (c) si basano invece su una valutazione del pubblico che per molti settori è tutta da dimostrare. Io mi occupo di linguistica italiana: chi si interessa a questo argomento sa quasi inevitabilmente leggere l’italiano, ed è molto probabile che una pubblicazione in inglese tagli fuori, in Italia, un numero di potenziali interessati pari o superiore rispetto a quello che si guadagna all’estero. E di sicuro, dal punto di vista della produzione, gli studiosi di linguistica italiana capaci di scrivere con agio in inglese sono meno numerosi di quelli capaci di scrivere in italiano...

Va sottolineato poi che l’ANVUR parla pudicamente di “lingua diversa dall’italiano”, ma pensa in realtà al solo inglese. Che senso avrebbero i criteri di “ampiezza del pubblico” per una pubblicazione scritta, per esempio, in svedese?

Insomma: nella comunicazione scientifica fare una graduatoria a priori delle lingue ha ben poco senso. Ogni ricercatore desidera che il proprio lavoro sia conosciuto dalle persone interessate, e si regola di conseguenza, sulla base delle proprie capacità. In alcuni settori, se si vuole diffondere il proprio lavoro, bisogna scrivere in inglese. In altri, semplicemente, no. Stabilire a priori che certe lingue sono inferiori rispetto alle altre... anzi, che una lingua è inferiore rispetto alle altre... non ha alcun senso scientifico. Potrebbe essere un atto di politica della ricerca, ma è difficile immaginarsi che se per esempio la linguistica italiana si mettesse a pubblicare solo in inglese, i suoi risultati migliorerebbero o sarebbero più noti all’estero (verosimilmente, avremmo articoli in inglese scritti peggio rispetto agli equivalenti italiani, grazie al famoso “sforzo”).

Dopodomani ci sarà l’assemblea dell’Associazione per la Storia della lingua italiana, cui appartengo anch’io, e spero ci sia occasione di presentare come minimo una forte mozione contro una proposta tanto assurda.
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