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venerdì 18 febbraio 2011

Bibliolatria ad Amritsar

Qualche giorno fa sono andato a passare il fine settimana ad Amritsar. Gli obiettivi di base erano due: andare a lavare i piatti nelle cucine del Tempio d'Oro (sì, a volte mi vengono fisse del genere...) e andare a vedere di persona come viene tenuto il Guru Granth Sahib, cioè il libro sacro dei sikh.

Il primo obiettivo è stato facile da raggiungere. Basta munirsi dell'indispensabile pezzuola (con risultati estetici più o meno discutibili), andare alla mensa del tempio (il Langar), dove i sikh danno da mangiare a tutti i pellegrini, e cercare un po' intorno. La sala lavapiatti è in realtà uno spazio coperto da tettoia, con un sacco di vasconi e un rumore terrificante di metallo sbattuto, e lì mi sono aggregato ai volontari. Tre quarti d'ora impegnati a pulire i tre oggetti d'acciaio che vengono consegnati a ogni pellegrino all'ingresso: una ciotola (per l'acqua), un vassoio a quattro scomparti (per la roba da mangiare) e un cucchiaio. Ne valeva la pena - anche perché, come si scopre passando dall'altra parte, i cuochi volontari sono davvero bravi.

Il secondo obiettivo si è rivelato più complesso, perché il Guru Granth Sahib durante il giorno è tenuto nel Tempio d'oro, in mezzo al "lago d'ambrosia" che occupa buona parte della zona sacra. Le file per arrivarci, a seconda dell'ora, sono molto lunghe... e così, ho deciso di abbandonare il primo tentativo e di andarci di notte.

Nell'attesa, sono andato a vedere la principale attrazione non-sikh di Amritsar: la cerimonia di chiusura serale del confine tra India e Pakistan, a trenta chilometri dalla città. Lì, separati da alti cancelli, due grandi anfiteatri, uno da ogni lato del confine, ospitano gli indiani e i pachistani che vengono a incoraggiare le rispettive truppe. Un'ora di canti popolari, balli (waka waka incluso) e urla di Hindustan zindavan da una parte, un'ora di altrettanto dall'altra, con la variante Pakistan zindavan. Poi c'è una specie di parata caricaturale, in cui i soldati dell'una e dell'altra parte eseguono esattamente gli stessi movimenti, cala la bandiera e i cancelli si chiudono fino al giorno dopo.

Fin qui tutto bene, anzi, molto divertente. Al ritorno però il gruppo di turisti a cui mi ero accodato si è fermato a vedere una cosa che spingeva la cerimoniosità decisamente oltre: il moderno tempio indù di Mata Mandir. Lì, in una specie di incrocio tra edificio sacro e baraccone del luna park, si segue un percorso obbligato tra Krishna illuminati al neon e tunnel con l'acqua in terra, fino ad arrivare a una serie di cerimonie urlate.

Per una serie di motivi, non ero nello spirito giusto per questo genere di cose (beh, non penso di essere mai nello spirito giusto). Ne sono uscito infastidito. Ancora più infastidito in quanto, tornando al Tempio d'oro, i ritardi della giornata mi lasciavano diversi lavori da fare: finire di rivedere i test d'accesso della Facoltà di Lettere e Filosofia, per esempio. Sbrigare il lavoro, o assistere alla processione che riporta il Guru Granth Sahib nell'edificio che lo ospita la notte?

Però, lo spettacolo notturno del Tempio d'oro è fantastico - e le code sono più corte. Così, alla fine sono riuscito a entrare a un'ora ragionevole nella prima sala, dove il libro viene tenuto sotto un velo e un gruppo di musicisti suona harmonium e tabla per accompagnare la lettura ininterrotta del testo.

OK, niente di troppo impressionante... ma poi sono salito al piano di sopra. E lì, in una sala coperta di tappeti, c'era un altro rito: un sikh in turbante arancione che leggeva in pubblico un'altra copia del libro, una pagina dopo l'altra, muovendo appena le labbra. E attorno, un pubblico di devoti che, seduti per terra, leggevano anche loro, da una serie di libretti tascabili. E al piano di sopra, quasi la stessa scena.

Beh, ci sono tanti modi per adorare un libro... ma tenerlo sotto un telo, tutto sommato, non è poi un gran che. Adorarlo leggendolo, invece, è tutta un'altra cosa... Ne sono uscito talmente contento e soddisfatto che ho preferito, per evitare disillusioni, saltare direttamente la processione e cacciarmi al computer a rivedere quesiti.

Wikipedia mi spiega poi che il Guru Grant Sahib viene adorato in quanto testo, non in quanto oggetto fisico; e che quindi ogni copia è considerata sacra quanto qualunque altra; e che la legge indiana considera questo libro "persona giuridica"; e che la scrittura gurmukhī è stata inventata apposta per scriverlo; e che il libro è considerato l'ultimo ed eterno guru dei sikh; e che quando il libro viene stampato, eventuali fogli malriusciti devono essere cremati con un rito sacro; e che...

Insomma, c'è ancora da spiegare come mai volevo andare ad Amritsar?

martedì 14 dicembre 2010

Kamkwamba, The boy who harnessed the wind

Domanda: è possibile imparare qualcosa solo leggendo? Sì, chiaramente; ma fino a quale punto?

The boy who harnessed the wind, raccontato direttamente dal ragazzo del titolo (William Kamkwamba, in collaborazione con Bryan Mealer), è anche una risposta a questa domanda. Il libro, infatti, è la storia di come pochi anni fa un ragazzo del Malawi si sia in testa, in un villaggio quasi del tutto privo di corrente elettrica, di realizzare un generatore a vento per portare la luce in casa. Senza avere a disposizione incoraggiamenti o insegnanti, ma solo una biblioteca con qualche scaffale di libri in inglese arrivati per donazione.

Un libro in particolare, Explaining physics (sembrerebbe questo), gioca un ruolo fondamentale, perché fornisce le indicazioni necessarie: a capire i principi alla base della dinamo, o la differenza tra corrente continua e corrente alternata, o il modo per cambiare la tensione. Non che il protagonista non abbia già qualche base, dall'inglese all'algebra (imparati in scuole con i buchi nel pavimento, senza libri né attrezzature); però in un contesto in cui nessuno, dalla famiglia ai pochi proprietari di biciclette e luci elettriche, ha la minima idea di come funzioni la corrente.

Il libro, insomma, è la storia di un successo. Con una storia che però prende forma solo a metà del testo, perché le prime sezioni raccontano la vita di William Kamkwamba, la storia della sua famiglia e, soprattutto, la carestia del 2001, che (assieme alla vendita, fatta poco prima, delle riserve nazionali di grano, e alla sparizione dei profitti risultanti...) porta alla fame l'intero villaggio e il resto del paese. Dopodiché, nel giro di qualche anno, abbandonata la scuola, il protagonista si trova quasi per caso a creare il suo mulino a vento. Dopo il successo, la radio e i giornali locali lo notano, e da lì a una conferenza TED il passo - beh, non è breve, ma è rapido:



Il racconto è avvincente. Soprattutto, però, fa ricordare che i libri permettono a volte di fare cose sorprendenti, quando incontrano un lettore preparato a prenderli sul serio.

martedì 16 novembre 2010

Black & Decker


Una delle differenze fondamentali tra testi elettronici e testi su carta, comunque, è: la carta occupa spazio. E così, dopo anni di rinvii, finalmente ho comprato assi e viti e ho messo assieme una libreria per il garage. Il tutto, in sostanza, per contenere un bel po' di numeri di Topolino e Urania che altrimenti sarebbero rimasti nelle casse dell'ultimo trasloco. Non è una cosa sana... anche perché il valore di mercato del contenente, probabilmente, non è molto superiore al costo del legname necessario per contenerlo.

Però, tant'è... Una fila di titoli ben allineati è sempre una soddisfazione.

Prossimo passo - e lavoro per una delle prossime sere: riordinare la raccolta dei Pdf sul computer. Sarà più rapido, ma, temo, molto meno divertente.

lunedì 21 settembre 2009

Libri sotto vetro

C'è chi ama i libri in perfette condizioni: come se non fossero mai stati aperti.

Non è il mio caso.

A me i libri piacciono in quanto strumenti: oggetti per conservare informazioni. Che siano in perfette condizioni è secondario. Anzi, se possibile, preferisco comprare libri usati piuttosto che nuovi. Certo, se vengono da una biblioteca non va bene scriverci sopra; e anche se i libri sono di proprietà personale, è bene non maltrattarli, perché dopo un po' cadono a pezzi. Ed è bene non riempirli troppo di scritte, perché poi non ci si capisce niente (o non si possono fotocopiare per le lezioni). Eccetera.

Questione di gusti, certo.

Però a volte capita qualcosa di curioso. Stamattina mi sono informato sulla possibilità di comprare qualche libro con i miei fondi di ricerca (cioè i soldi disponibili per portare avanti i lavori individuali: nel caso mio, poco più di mille euro, per il 2009). La risposta: sì, si possono comprare libri con quei fondi, ma i libri devono essere acquistati tramite la biblioteca di dipartimento e devono essere conservati in biblioteca. E quindi non possono essere usati per prendere appunti, evidenziare, eccetera. Cosa che, in effetti, volevo fare con un'edizione della Grammatica di Renzi - di cui in biblioteca sono già presenti un paio di copie, che però, giustamente, vanno conservate al meglio. Nulla da fare. Se voglio un libro da usare in questo modo, devo pagarmelo di tasca mia.

Cosa quantomeno curiosa. Se compro un computer con i miei fondi di ricerca, non devo depositarlo in nessuna biblioteca. In pratica, posso usarlo, strapazzarlo, metterci sopra i programmi che mi sembrano più utili, perfino smontarlo o usarlo come fermaporta, se mi torna utile per il lavoro. Com'è giusto che sia.

I libri no. Devono rimanere immacolati.

Regolamento di Ateneo, mi hanno detto. Probabilmente nato da qualche idea molto generica, tipo "così aumentiamo la dotazione delle biblioteche". E forse anche da un concetto di livello più alto, ma sbagliato: "i libri non sono strumenti come tutti gli altri". Sono cose da riverire, e tenere sotto una campana di vetro? Per evitare che vengano usati?

Bah. Questo regolamento non è certo l'ostacolo peggiore che ci si trova di fronte su lavoro. Ma è un ostacolo talmente irragionevole che dà un po' da pensare.
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