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martedì 28 gennaio 2020

A Basilea

   
La Spalentor a Basilea
Negli ultimi due mesi non sono riuscito ad aggiornare il blog. Troppe attività, e troppo di corsa, anche nel periodo delle vacanze di fine anno… Riprendo adesso, raccontando a ritroso le ultime cose fatte.
 
La settimana scorsa, per esempio, ho avuto la fortuna di partecipare a un evento interessantissimo. Su invito di Angela Ferrari e Filippo Pecoraro, sono andato all’Università di Basilea per contribuire al convegno su Accordi e disaccordi in rete: aspetti linguistici, comunicativi e psicosociali (23 e 24 gennaio 2020). All’evento hanno partecipato molte delle persone che si occupano di comunicazione digitale in Italia: oltre agli organizzatori hanno parlato Elena Pistolesi, Giuliana Fiorentino, Fabio Rossi, Vera Gheno, Massimo Palermo, Letizia Lala, Benedetta Rosi, Raffaella Setti e Stefania Iannizzotto.
 
L’organizzazione è stata perfetta. Soprattutto, poi, il formato dell’incontro (relazioni a invito su un tema ben definito) ha facilitato molto lo scambio di idee. I diversi interventi si sono, credo, rinforzati a vicenda; il quadro teorico di riferimento è diventato senz’altro condiviso – anzi, potrebbe essere utile fare un passo avanti, e formalizzarlo ulteriormente – e gli esempi presentati hanno illustrato una gran varietà di situazioni ed eventi, da Facebook ai profili social dell’Accademia della Crusca, dalle recensioni online ai blog culturali.
 
Lato mio, mi sono occupato della Gestione delle discussioni su Wikipedia in lingua italiana. Ho fornito un po’ di dati di statistica linguistica e di analisi della conversazione, ma buona parte dell’intervento è stata dedicata all’illustrazione dei criteri espliciti e delle pratiche di Wikipedia. Cosa inevitabile, perché ci sono molti tratti che distinguono Wikipedia da altri contesti. Su Wikipedia infatti le discussioni dovrebbero essere finalizzate a un obiettivo pratico preciso, cioè la realizzazione di un’enciclopedia, e sono molto formalizzate. Inoltre, le discussioni dovrebbero essere finalizzate al raggiungimento del consenso, evitando quanto più possibile il ricorso a votazioni nel caso di disaccordo.
 
La presentazione di Basilea rientra in una più ampia serie di interventi in cui ho parlato e parlerò di Wikipedia in lingua italiana. L’anno scorso è uscita una descrizione dei Laboratori di scrittura che ho tenuto negli ultimi anni; a ottobre al convegno ILPE a Messina ho tenuto una presentazione sull’ideologia linguistica di Wikipedia e il mese prossimo spero di partecipare al convegno ASLI Scuola a Roma parlando della parafrasi delle fonti all’interno delle voci di enciclopedia. Insomma, tante occasioni per parlare di uno dei siti che ritengo più importanti del web italiano, e al tempo stesso uno dei più sottovalutati dal punto di vista della ricerca e della didattica.
 

giovedì 7 novembre 2019

Da Torino a Lecce

  
 
Immagine dal sito del Festival della tecnologia di Torino
I prossimi giorni saranno per me fitti di impegni fuori sede!
 
Si inizia domenica 10, quando, dalle 15 alle 16:30, parteciperò a un dibattito all’interno del Festival della Tecnologia al Politecnico di Torino. Il titolo è: Storia di un e-taliano. Media e linguaggi nel mondo digitale; modera Gino Roncaglia e partecipano Vera Gheno ed Elena Pistolesi.
 
Mercoledì 13, alle 9, su graditissimo invito di Annarita Miglietta, terrò una lezione sull’Italiano del web a Lecce, all’Università del Salento, all’interno dei seminari di Sociolinguistica per gli studenti dell'area umanistica.
 
Nel pomeriggio dello stesso giorno sarò poi a Bari, dove inizia il convegno CLiC-it 2019. Alle 15:30 parteciperò alla sessione Poster Madness I con il mio lavoro sulla valutazione dei traduttori a reti neurali per i testi giornalistici tradotti dall’inglese in italiano.
 
Insomma, andrò da un capo all’altro dell’Italia... e in diagonale! Incrocio le dita e mi affido alla capacità di Trenitalia di portarmi in orario alle varie destinazioni.
 

giovedì 25 luglio 2019

Tavosanis, Dai computer come strumenti di comunicazione ai computer che parlano e scrivono

 
Copertina di: L'italiano che parliamo e scriviamo
Ho ricevuto da poco un nuovo libro, L’italiano che parliamo e scriviamo, curato da Sabina Gola. Pubblicato con il contributo dell’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, il libro prende le mosse dal convegno organizzato appunto a Bruxelles da Sabina Gola nel 2017. Gli interventi presentati vanno però oltre i temi originali e offrono una serie di interessanti approfondimenti su varie sfaccettature dell’italiano contemporaneo.
 
All’interno c’è anche un mio contributo: Dai computer come strumenti di comunicazione ai computer che parlano e scrivono (pp. 67-77). Ovviamente, il tema è collegato a quanto ho scritto nel mio libro su Lingue e intelligenza artificiale; tuttavia, avendo qualche mese in più a disposizione, in questo contributo sono riuscito a fare qualche accenno anche a novità successive all’uscita del libro. Una sezione del testo parla quindi di “altoparlanti intelligenti”, cioè in sostanza di Google Home e Amazon Echo, divenuti disponibili in italiano solo nel corso del 2018. Un’altra accenna agli sviluppi delle tecniche di conversazione, facendo riferimento anche al premio Alexa.
 
Tutto questo rende il contributo, spero, un aggiornamento interessante su quanto detto nel libro. Sarebbe importante riuscire poi a continuare il lavoro, e chissà che non ce ne sia l’occasione…
 
In aggiunta a questo, nel libro sono presenti numerosi altri contributi di rilievo. Mi limito qui a segnalarne uno, La punteggiatura italiana contemporanea tra (neo)standard e lingua mediata dalla rete. Il caso della virgola e dei puntini di sospensione, di Angela Ferrari e Filippo Pecorari (pp. 43-55). Di particolare interesse qui è il trattamento di ciò che viene chiamato “virgola enunciativa”, collocata a cavallo di due enunciati al posto di un punto, di un punto e virgola o dei due punti. Si nota in particolare che nella comunicazione in rete la virgola “sembra essere il segno preferenziale” in uno dei casi in cui viene evitata nello standard: il cambio di funzione illocutiva (p. 49). Quindi si trova spesso per esempio quando si passa da una dichiarazione a una domanda, o, come in questo caso (preso da un forum), da un ringraziamento a un’asserzione:
 
volevo ringraziarti anticipatamente per la tua disponibilità, io sono nuova del forum ma ho trovato davvero utile il tuo mess
 
Anche su questa base, si osserva poi che “dal punto di vista della testualità, la scrittura elettronica è dunque altrettanto lontana dal (neo)standard che dal parlato: un aspetto che non viene mai osservato, ma che è cruciale per capire la specificità della lingua mediata dalla rete” (p. 50). Lato mio, mi sembra di averlo osservato spesso, in particolare nel mio lavoro su L’italiano del web; ma l’importante è che queste distanze vengano studiate e appropriatamente interpretate.
 
Mirko Tavosanis, Dai computer come strumenti di comunicazione ai computer che parlano e scrivono, pp. 67-77, in L’italiano che parliamo e scriviamo, a cura di Sabina Gola, Firenze, Cesati, 2019, pp. 145, € 18, ISBN 978-88-7667-771-7. Copia autore ricevuta dall’editore.
 

martedì 13 novembre 2018

Settimane lunghe


 
Mercoledì scorso sono rientrato in Italia dopo una lunghissima Settimana della lingua italiana nel mondo. Tanto lunga che è stato praticamente un mese…
 
Giusto per ricapitolare. In questo periodo ho tenuto due corsi di aggiornamento docenti dedicati allo Scrivere per la rete – in cui ho parlato in particolare della scrittura su Wikipedia in lingua italiana. I corsi si sono svolti presso gli Istituti italiani di cultura di Città del Messico (16-17 ottobre) e di Città del Guatemala (23 e 24 ottobre).
 
Soprattutto, però, ho fatto conferenze. Per la precisione: 

Nell’assieme, un’esperienza notevole! Ringrazio tutti gli organizzatori che mi hanno invitato: in particolare, il Direttore Marco Marica dell’IIC di Città del Messico, il dottor Matteo Cattaneo dell’IIC di Città del Guatemala, la professoressa Francesca Bagaggia dell’Università di Innsbruck, il Direttore Gianni Vinciguerra dell’IIC di Istanbul. Un ringraziamento particolare va anche al gruppo di simpaticissime docenti della Facoltà di lingue della Benemerita Università Autonoma di Puebla, e a tutte le persone che con il loro lavoro hanno reso possibile questo tour de force. Per me è stata una splendida occasione di parlare di argomenti che mi stanno molto a cuore – e di insistere sulle grandi opportunità che, credo, l’italiano nel mondo avrà di fronte nei prossimi decenni.
 

sabato 27 ottobre 2018

Tavosanis, Italiano, dialetti, inglese… Il lessico e il cambiamento linguistico

  
 
L'italiano e la rete, le reti per l'italiano
Durante l’ultima Settimana della lingua italiana, come da tradizione, l’Accademia della Crusca ha pubblicato un libro nella collana “La lingua italiana nel mondo”. Il libro ha lo stesso titolo della Settimana, cioè L’italiano e la rete, le reti per l’italiano, ed è stato ottimamente curato da Giuseppe Patota e Fabio Rossi. I contenuti sono formati da una raccolta di contributi sulla lingua della comunicazione in rete, e tra questi ce n’è anche uno mio, intitolato Italiano, dialetti, inglese… il lessico e il cambiamento linguistico.
 
All’interno del mio contributo, la questione è affrontata in prospettiva ampia. Le parole entrate nel lessico italiano in tempi recenti, in collegamento a volte diretto a volte indiretto con la comunicazione in rete, sono viste nel contesto del cambiamento linguistico in generale. La mia analisi è piuttosto conservativa: le novità sono piuttosto limitate e si concentrano in alcuni generi testuali e in alcune tipologie di parole. Inoltre, proprio per loro stessa natura, molte di queste novità hanno natura effimera ed è quindi difficile pensare che portino a effetti significativi sull’italiano. Perfino la pressione dell’inglese, che è molto forte, potrebbe interrompersi prima di quanto pensiamo, per ragioni politiche o tecnologiche – in particolare, come ripeto spesso, in rapporto alla diffusione della traduzione automatica.
 
Il libro contiene poi molti altri contributi interessanti. Per esempio, Elena Pistolesi e Giuliana Fiorentino affrontano, da prospettive diverse, il rapporto tra la della comunicazione in rete e il dialogo. Rita Fresu descrive invece, sulla traccia di molti suoi contributi recenti, il modo in cui il tradizionale concetto di “semicolti” deve essere modificato alla luce della situazione comunicativa contemporanea.
 
Nel complesso, una lettura consigliatissima e un’importante aggiunta alla bibliografia italiana sull’argomento.
 
Mirko Tavosanis, Italiano, dialetti, inglese… il lessico e il cambiamento linguistico , in L’italiano e la rete, le reti per l’italiano, a cura di Giuseppe Patota e Fabio Rossi, Firenze, Accademia della Crusca e goWare, 2018, pp. 35-48, ISBN 978-88-3363-077-9. Il libro può essere acquistato in vari formati dal sito di goWare, che l’ha reso gratuitamente disponibile durante la Settimana della lingua italiana nel mondo, oppure da altre piattaforme di vendita di e-book, ed è disponibile anche in versione su carta; la lunghezza complessiva del libro è di 174 pagine.
 

martedì 24 ottobre 2017

Palermo, Italiano scritto 2.0

  
 
Massimo Palermo, Italiano scritto 2.0
Ho letto con molto interesse l’ultimo libro di Massimo Palermo, Italiano scritto 2.0. Il tema è centrale per il mio lavoro ed è comunque molto stimolante: in che modo affrontare i nuovi testi prodotti dalla comunicazione elettronica?
 
Massimo Palermo ha deciso di farlo in primo luogo attraverso gli strumenti della linguistica testuale. Oggi (per fortuna) sembra ormai intuitivo che non esista un “italiano della rete” (p. 77), ma per approfondimenti occorre entrare un po’ più nel dettaglio. 
 
Procedendo in ordine di lettura, il primo capitolo del libro, Breve storia delle tecnologie della parola (pp. 15-49), sintetizza nella sua prima parte una visione ancora molto diffusa sui rapporti tra scrittura e oralità, secondo l’impostazione di Walter Ong. Nella seconda, affronta vari tipi di testo digitale e le modalità con cui questi testi sono fruiti.
 
Il secondo capitolo, Il testo, i testi (pp. 50-76), presenta le basi dell’esame linguistico dei testi: importanza dell’interpretazione, ruolo dei contenuti impliciti, coerenza, coesione, ruolo del canale, intertestualità, tipi e, appunto, generi testuali.
 
L’ultimo argomento mi sembra quello centrale (valutazione non sorprendente, visto che i miei lavori propongono come chiave dello studio proprio i generi testuali e i vincoli pragmatici a essi collegati). Qui Palermo propone una separazione netta tra “testi nativi digitali, cioè concepiti per una fruizione esclusivamente telematica e ipertestuale e testi e-migrati, concepiti come testi tipografici e che vivono solo per una parte della loro vita nel computer” (p. 74). È senz’altro vero che per molti generi la distinzione è valida, e la presento in questo senso anche nel mio libro su L’italiano del web. Tuttavia, va notato che una contrapposizione netta non è facile: per esempio, l’articolo di giornale oggi spesso non viene mai stampato ma è un genere testuale che nasce per la carta stampata; lo stesso avviene per l’articolo di enciclopedia o la definizione di dizionario. In tutti questi casi la continuità è molto forte, al di là di qualche piccolo adattamento in rapporto al cambiamento dei vincoli pragmatici quando si passa dalla carta allo schermo. 
 
Il terzo capitolo, I testi nella rete: verso una destrutturazione?, esordisce con un paragrafo il cui titolo mi trova molto in sintonia: Perché non esiste un italiano della rete. La motivazione è naturalmente in linea con quanto detto poco sopra: la natura eterogenea dei testi presenti in rete, che vanno esaminati non nel loro assieme ma in rapporto ai “singoli tipi di scrittura” (p. 77; io vedrei appunto come centrali, oltre ai tipi di scrittura, direttamente i generi). I punti di maggior interesse di questi tipi di scrittura, secondo l’autore, sono rappresentati dalla suddivisione in campi, dalla dialogicità, dalla brevità e dalla frammentarietà.
 
Il quarto capitolo, Il ruolo della scuola (pp. 99-126), propone una visione decisa per il rapporto tra scuola e tecnologie della comunicazione. Secondo Palermo, sono illusorie sia l’idea “di tener fuori la rete dal processo educativo” (p. 99) sia quella di trasferire in classe “le tecnologie e l’apprendimento informale” (p. 100). Importante, invece, è conservare le abitudini “tipografiche” sviluppando, in parallelo, quelle legate ai testi digitali. Particolarmente importante, in quest’ottica, viene vista la capacità di discutere criticamente le fonti e di aggirare i vincoli della brevità eccessiva.
 
Gli argomenti sono tutti appassionanti, ma, a proposito di brevità, va detto che Italiano scritto 2.0 risulta davvero molto sintetico: in pratica, ogni singolo paragrafo meriterebbe un’espansione in forma di libro. Speriamo che ci sia modo di averla, nel prossimo futuro!

Massimo Palermo, Italiano scritto 2.0. Testi e ipertesti, Roma, Carocci, 2017, pp. 141, € 12, ISBN 978-88-430-8874-4. Copia ricevuta in omaggio dall’editore.
 

martedì 27 gennaio 2015

La comunicazione politica italiana e Facebook

 
«...e tu pensi che un premier abbia il tempo di rispondere ai post?»
Sul “Magazine” del sito Treccani.it è uscito un mio nuovo contributo. Il titolo è:  «...e tu pensi che un premier abbia il tempo di rispondere ai post?». La politica su Facebook

Il contributo fa parte di uno speciale interessante e articolato: Parola di leader. Strategie del linguaggio politico in Italia. All’interno, per esempio, Michele Cortelazzo si chiede se il politichese si è davvero rinnovato. Stefania Spina esamina la comunicazione politica su Twitter. E così via.

Il mio contributo affronta un tema piuttosto ampio. Il quadro d’assieme, però, si può riassumere in poche parole: i politici italiani usano Facebook per fare una comunicazione molto tradizionale, istituzionale, “da uno a molti” e priva di dialogo. Il che si contrappone sia alle potenzialità della rete, sia a ciò che in pratica avviene su Twitter. Su Twitter infatti diversi politici commentano e rispondono pubblicamente a molte osservazioni... come nel caso, ben noto, di Maurizio Gasparri. Certo, anche su Twitter i casi del genere sono piuttosto ridotti. Però esistono, mentre su Facebook no.

Anche le probabili ragioni della differenza sono semplici da individuare. Su Facebook c’è la gente: metà della popolazione italiana (!). E, soprattutto, c’è anche la ggente: gruppi consistenti di persone che, da semiprofessionisti, intervengono, commentano e insultano pubblicamente il politico a ogni messaggio.

Questo pubblico di affezionati insultatori non è un campione rappresentativo del Paese, naturalmente, però fornisce affascinante materia di indagini al linguista. Un po’ perché porta allo scoperto tutte le varietà dell’italiano, comprese quelle in passato difficili da documentare, come l’italiano popolare. E un po’ perché mostra, al di là di torti e ragioni, come in molte situazioni il semplice volume delle urla possa cancellare ogni tentazione di dialogo.
 

martedì 20 gennaio 2015

Fortis, Scrivere per il Web

 
Ho apprezzato molto il manuale di Daniele Fortis Scrivere per il Web. L’avevo ricevuto in copia omaggio dall’editore all’inizio del 2014, ma solo adesso sono riuscito a leggerlo – per fortuna, ne è valsa la pena!
 
Il libro ha un’impostazione molto in sintonia con le mie idee di didattica nel settore. Parte infatti dalle caratteristiche del mezzo-Web, descritte in modo molto simile a quello che ho trovato utile applicare per anni nei miei corsi. Passa poi già nel secondo capitolo a trattare di struttura del testo, enunciando principi classici (la piramide rovesciata), ma dedicando un ampio spazio a una delle mie più grandi passioni, cioè le liste, e arrivando fino alle tabelle. Il terzo capitolo è dedicato invece alla creazione di “link efficaci”.
 
Il grosso del testo, però, è occupato da due capitoli centrali, il quarto e il quinto, che sono dedicati rispettivamente a essere chiari e essere concisi, per un totale di quasi 100 pagine. Qui i criteri riguardano la scrittura in italiano, e sono molto estesi e dettagliati. Più di quanto si sia visto in qualunque altro manuale su questo argomento, mi sembra. Per esempio, un paragrafo sulla concisione lessicale si espande per 11 pagine prendendo in esame, con numerosi esempi:
  • Parole lunghe 
  • Parole “espanse”, con l’esame separato di 
  •   Sostantivi 
  •   Verbi 
  •   Aggettivi 
  •   Avverbi 
  •   Preposizioni e congiunzioni 
  • Coppie ridondanti 
  • Aggettivi e avverbi superflui 
  • Articoli superflui
Io a livello didattico ho sempre trovato più efficace indicare solo i principi di base e alcune tecniche campione (per esempio, eliminare la nominalizzazione), lasciando che fossero gli studenti a ricavarne tutte le conclusioni. Però è chiaro che un’esposizione di questo tipo può essere un ottimo punto di riferimento su cui tornare più volte, a distanza di tempo, per approfondire tecniche diverse.
 
Con il capitolo 6 il libro di Fortis si sposta poi su questioni generali di impaginazione, dalla scelta dei caratteri al ruolo delle immagini, mentre il settimo capitolo è dedicato a un argomento dal taglio molto pratico: scrivere per i motori di ricerca. Ovvero, scrivere (senza eccessi) in funzione di Google. Perché in fin dei conti la prima preoccupazione di chi scrive “deve essere redigere testi di qualità: informativi, di facile comprensione, rispondenti alle esigenze delle persone cui sono destinati” (p. 234).
 
Limiti del lavoro… se vogliamo trovarne, il più evidente è che la scrittura “per il web” ha qualche tratto unitario, ma più che altro si scompone in “scrittura per i diversi generi testuali che compongono il web” (natura che spero di aver dimostrato nel mio libro su L’italiano del web). Questo principio viene ogni tanto richiamato implicitamente nel libro, ma non è descritto in modo dettagliato; a livello pratico, l’unico esame sistematico di scrittura per un “genere testuale” è quello offerto dall’appendice 1 del libro, Scrivere una pagina di FAQ (pp. 235-242). Però è chiaro che questa è una scelta, e che il manuale nel suo assieme rappresenta un’ottima presentazione di criteri di scrittura per siti web di tipo “istituzionale”.
 
Daniele Fortis, Scrivere per il Web, Santarcangelo di Romagna, Apogeo Education e Maggioli Editore, 2013, pp. x + 261, € 19,50, ISBN 978-88-387-8988-5; ricevuto in omaggio dall’editore.
 

mercoledì 22 ottobre 2014

I blog di Rabat


 
Professionalità a 1000
Ieri pomeriggio ho fatto la mia presentazione all’Istituto Italiano di Cultura di Rabat. Ho fatto una breve storia dei blog italiani, e ho raccontato anche il modo in cui nel giro di pochi anni, soppiantati da Facebook, sono scomparsi i “blog diario” realizzati da adolescenti e pieni di k e abbreviazioni.
 
D’altra parte, i “blog diario” in sé non sono scomparsi, come ho notato anche qualche mese fa. Quelli che ci sono, però, sono di taglio decisamente diverso: letterario. Anche quando descrivono fatti minori della vita di tutti i giorni. La qualità di scrittura media è molto alta e, cosa decisamente interessante in una prospettiva più ampia, tutti gli esempi che conosco sono scritti da donne. Durante la presentazione ne ho citati alcuni attivi nell’ultimo anno:
 
 
Spero che i partecipanti abbiano apprezzato! Il pubblico era composto soprattutto di studenti di italiano di livello A2, ed è stato difficile per me valutare la comprensione del parlato – anche se le diapositive presentavano alcune frasi chiave del testo. Non so quanti di loro diventeranno lettori di blog italiani, ma io sono ottimista!
 
In precedenza, durante la mattina, ero invece riuscito a fare un lungo giro a piedi per Rabat. Anzi, ho attraversato tutta la città vera e propria, andata e ritorno! Partenza dalle rovine della colonia romana di Sala (e necropoli di Chellah), piazzata subito fuori dalle mura, con le sue iscrizioni latine in bella mostra nel foro. E un giardino niente male, pieno di gatti e uccelli che cantano nel caldo estivo delle rive del Bou Regreg. Anzi, qualcuno riesce a identificare gli uccellini che cantano qui?




Uscito dalla necropoli, sono rientrato in città attraverso la porta Bab Zaer e ho costeggiato le lunghissime mura esterne del palazzo reale. Poi ho attraversato la Ville Nouvelle, seguendo l’Avenue Mohammed V: altro percorso molto lungo, e in buona parte sotto portici, che passa davanti alla stazione ferroviaria e termina al confine della vecchia medina.

Porta Bab Chellah nella medina di Rabat



La medina stessa è separata dalla città da un imponente viale e dal Vallo Andaluso, che, isolato e ben tinteggiato, fa la sua bella figura. All’interno sono riuscito a passare solo dalla zona più turistica, lungo la Rue des Consuls. Ma ne valeva la pena, per arrivare fino alla kasbah degli Oudaya. In cima, la vecchia piattaforma del semaforo offre una splendida vista sull’Atlantico e sull’estuario del Bou Regreg. Provo a presentarla qui sotto forma di panorama realizzato con iPhone:

L'estuario del Bou Regreg

Sulla spiaggia di sotto, la meglio gioventù di Rabat si esercita con i surf (onde oceaniche, anche all’interno del frangiflutti…) Dall’altro lato del fiume si staglia invece la città gemella di Salé. Con un po’ di fortuna, riuscirò ad andarci oggi.

 

mercoledì 30 aprile 2014

Bianchi e Tavosanis, La lingua non cambia da un canale all’altro

 
Ho appena ricevuto l’estratto elettronico di un contributo firmato da Elisa Bianchi e da me e presentato alla SILFI di Helsinki nel 2012. Il contributo porta un titolo un po’ provocatorio: No, guardando gli esempi disponibili sul web italiano, la lingua non cambia da un canale all’altro: cambia da un genere all’altro (quello del volume, che non ho ancora visto fisicamente, è invece il più tranquillo Dal manoscritto al web: canali e modalità di trasmissione dell’italiano. Tecniche, materiali e usi nella storia della lingua, Atti del XII Congresso SILFI - Società Internazionale di Linguistica e Filologia Italiana, a cura di Enrico Garavelli ed Elina Suomela-Härmä, Firenze, Franco Cesati Editore, 2014, pp. 806, € 90.00, ISBN 978-88-7667-472-3; il contributo è alle pp. 575-584).
 
Il titolo del contributo richiede comunque qualche precisazione. Nel senso che lo scopo essenziale dell’intervento è, dal mio punto di vista, evitare che venga sopravvalutato ciò che in linguistica si chiama “variazione diamesica”, cioè il cambiamento della lingua a seconda dei mezzi di comunicazione.
 
Alla base del concetto stesso di variazione diamesica c’è una constatazione elementare: scritto e parlato sono cose diverse. E questo è verissimo, al punto che alcune cose si possono fare nel parlato ma non nello scritto (per esempio, variazioni di tono e di intensità) e altre si possono fare nello scritto ma non nel parlato (per esempio, sottolineature e variazioni di carattere). Tuttavia, a Elisa e a me sembra che la linguistica contemporanea abbia avuto la tendenza a estendere indebitamente la portata di questo fatto. Per cui spesso si considera la scrittura elettronica come una novità radicale e si dà per scontato che il passaggio dalla carta allo schermo corrisponda a una “variazione” paragonabile a quella dallo scritto al parlato e si trascini dietro di necessità cambiamenti radicali nella lingua.
 
Beh, le cose non stanno così e l’intervento cerca di essere una prima dimostrazione sistematica di questo stato di cose. La scrittura è scrittura, e il modo in cui si scrive una lingua è determinato alla radice dal sistema di scrittura adottato (per esempio, caratteri logografici o alfabeto latino). Il resto è marginale e ricade in una vasta tipologia di vincoli pragmatici, di regola non molto rilevanti: per esempio, la disponibilità o meno di uno specifico carattere sulla tastiera permette di scrivere con maggiore facilità quel carattere, eccetera. Ben più importanti sono i vincoli imposti dal genere testuale.
 
Caso principe, secondo me, è quello della scrittura dei giornali. Un articolo di giornale si può scrivere allo stesso modo con macchina da scrivere e computer e si può leggere allo stesso modo su carta e su tablet. Inoltre, la struttura produttiva del giornalismo non è cambiata negli ultimi anni. Conseguenza? Oggi qualunque lettore italiano istruito può prendere un capoverso proveniente da un articolo di giornale e, leggendolo, dire “ah, questo viene da un articolo di giornale”. Ma non può capire (se non grazie a informazioni di contesto) se l’articolo è stato scritto con una macchina da scrivere tradizionale o un computer, oppure se è stato pensato in primo luogo per la pubblicazione online e solo in secondo momento per quella su carta, o viceversa. Semplicemente, né dal punto di vista del lettore né da quello dello scrittore il cambio di supporto produce effetti abbastanza forti.
 

lunedì 20 gennaio 2014

Propositi per il nuovo anno

 
Abilitato, arrivato all’anno nuovo e a quarantacinque anni d’età, forse dovrei fare qualche progetto a medio termine. Per il 2014, diciamo. Periodo breve negli studi umanistici ma lunghissimo per me, che sono troppo abituato a giocare di sponda.
 
Nel periodo delle feste ho approfittato del tempo libero per riflettere su quel che ho fatto negli ultimi anni. I prodotti del mio lavoro non sono particolarmente numerosi, ma di sicuro coprono una gran varietà di argomenti, come è stato notato anche dagli osservatori esterni. I lettori regolari di questo blog, se esistono, hanno una chiara percezione di questa varietà: interventi sulla comunicazione elettronica, sulla valutazione, sull’acquisizione del linguaggio, sulla storia della lingua italiana, sulle interfacce informatiche, sul fumetto e sulla lingua del fumetto, sulla scrittura, su questioni generali di linguistica e così via. Solo un titolo generalissimo come “linguaggio e scrittura” può coprire tutto.
 
Non è solo questione di blog. Nella mia didattica universitaria ho fatto corsi che vanno dalla Linguistica italiana alla Linguistica dei corpora, dalla Codifica dei testi al Linguaggio del web, e molti laboratori di scrittura. Poi, anche in corsi con lo stesso titolo gli argomenti coperti sono stati molto variati. E lo stesso vale per le pubblicazioni, visto che mi sono occupato di grammatiche del Cinquecento, italiano del web, editoria elettronica e un sacco di altre cose, e adesso sto lavorando sull’italiano dei fumetti.
 
Non credo che questa varietà sia solo frutto di sregolatezza. Perlomeno nella mia ottica, è stato un percorso quasi necessario per farsi un’idea generale di molte aree che hanno un rapporto strettissimo con il linguaggio scritto. Per esempio, la questione dell’influenza della comunicazione elettronica sul modo in cui si “pensa”: per parlarne occorre intanto conoscere in dettaglio il modo in cui funziona la comunicazione elettronica, poi vedere se il modo in cui si “pensa” è influenzato in modo significativo per esempio dalla lingua che si parla, o dalla scrittura, o da tecnologie come quella della stampa (la risposta oggi corrente è “no” in tutti e tre i casi). Sono campi disparati, ma ognuno illumina l’altro – e non sono nemmeno tutti i campi possibili, ma solo quelli in cui la ricerca e la discussione hanno trattato argomenti che è più logico richiamare nella discussione dello spunto di partenza.
 
Tuttavia il tempo a disposizione degli esseri umani è limitato e ciò rende ampiezza e approfondimento due valori in continuo conflitto. Il problema è trovare l’equilibrio! E nelle ultime settimane sono arrivato alla conclusione: per me è arrivato il tempo di sfrondare, più che di allargare.
 
Ci sono alcuni settori che per me continuano a rimanere centrali:
 
  • italiano del web
  • scrittura universitaria (anche in relazione a Wikipedia)
 
Abbandonare questi settori sarebbe veramente un peccato. Bisogna quindi che mi metta a seguirli in modo un po’ più regolare, cercando di coprire tutto quello che esce sull’argomento. Del resto, ci sono state diverse novità e forse ormai è arrivato il momento di cominciare a pensare a una seconda edizione dell’Italiano del web.
 
Altri settori dovrò invece abbandonarli. È il caso degli studi sulle interfacce e sulla storia dell’informatica, dove ho svolto un po’ di attività ma per una serie di motivi non è stato pubblicato quasi nulla. Nei prossimi mesi spero di riordinare gli appunti, magari pubblicarne qualcuno su questo blog, e poi chiudere i lavori di ricerca, anche se forse non quelli di organizzazione.
 
In altri settori dovrò mantenere un’attività solo pratica, soprattutto in rapporto con la ristrutturazione radicale dei siti del Consorzio ICoN, che spero parta fra poco e dovrebbe portar via quasi tutto il 2014. In aree come l’editoria elettronica, la codifica di testi e l’e-learning dovrò quindi studiare parecchio, in vista di un aggiornamento che comprenderà il passaggio al mondo dell’HTML 5 e delle piattaforme mobili. Non mi aspetto però di lavorare a contributi scientifici o didattici in questi settori. Non per tutto il 2014, perlomeno!
 
Il grosso della ricerca del 2014 dovrà invece essere dedicato al tema dei corpora nell’apprendimento dell’italiano. Fa parte di un PRIN sulle “Scritture brevi” in cui gestisco un’unità di ricerca e sarà anche l’argomento del mio prossimo corso di Linguistica italiana II per la Magistrale di Informatica umanistica, che inizierò a febbraio.
 
Se ce la farò, spero poi di approfittare dello stesso PRIN per approfondire il discorso sui fumetti, che sono una delle aree di ricerca del progetto (anche se non la mia). Dato il cumulo di impegni non penso proprio di riuscire a chiudere il mio libro sull’italiano dei fumetti entro il 2014: il 2015 potrebbe essere una scadenza più realistica.
 
Dopodiché, spero di tornare a qualche lavoro più tradizionale di linguistica italiana. I progetti abbozzati sono due: un’analisi della sintassi dei giornali e l’edizione del testo italiano della Storia do Mogor di Niccolò Manucci. Se ne parlerà nel 2015, spero. E qui si passa alla programmazione a lunga scadenza. 
 

venerdì 17 gennaio 2014

Intervista su RAI Radio 3

 
 
Nei giorni scorsi sono stato intervistato da RAI Radio 3 per La lingua batte, trasmissione settimanale condotta da Giuseppe Antonelli e dedicata alla lingua italiana. L’intervista dovrebbe andare in onda durante la puntata di domani, sabato 18 gennaio 2014, a partire dalle 14 – per i ritardatari, inoltre, il podcast della trasmissione dovrebbe essere disponibile a partire dalla sera di sabato. Tema, naturalmente, l’italiano del web.
 

martedì 10 dicembre 2013

Marazzini, Da Dante alle lingue del web

 
 
Marazzini, Da Dante alle lingue del Web
Il titolo dell’ultimo libro di Claudio Marazzini mi aveva dato molte speranze, per quanto riguarda i miei argomenti di ricerca: Da Dante alle lingue del Web. Otto secoli di dibattiti sull’italiano (Roma, Carocci, 2013, pp. 333, ISBN 978-88-430-6173-0, € 25).
 
La precisazione “Nuova edizione” in copertina fa peraltro capire che il libro è in sostanza un aggiornamento del già classico Da Dante alla lingua selvaggia. Sette secoli di dibattiti sull’italiano (1999), aggiornato e rinumerato per il nuovo secolo. Libro in sé ottimo, ma da cui purtroppo il web resta fuori. O meglio, Marazzini avverte nella Premessa di aver voluto solo “usare il riferimento al Web per evocare la realtà più recente del villaggio globale nelle sue ricadute sulla coscienza linguistica italiana” (p. 12). In altri termini:
 
lingue del Web è (…) un riferimento alla realtà variegata dell’italiano di oggi, che corre attraverso blog, forum, chat, wiki, o è collocato sulle “piattaforme” di condivisione dei media come Flickr, YouTube, Vimeo, o espresso dai social network come Facebook, Myspace, Twitter, Google+, Linkedin, Foursquare. (…) il mio libro non offre però un’ennesima analisi del linguaggio di siti o luoghi o mezzi informatici, un linguaggio che del resto non risulta affatto omogeneo e non è poi così diverso da quello che si manifesta o manifesterà altrove, ad esempio sui giornali, nei salotti buoni della gente che se ne intende e nei talk-show televisivi (p. 12).
 
Peccato, perché io avrei letto con estremo interesse qualcosa del genere! Un inquadramento storico dell’italiano del web da parte di uno dei nostri massimi storici della lingua sarebbe stato un ottimo punto di riferimento… Ma d’altra parte mi fa piacere che due punti chiave del dibattito recente, cioè la non omogeneità del linguaggio della comunicazione elettronica e la sua sostanziale appartenenza a varietà di lingua già esistenti, vengano usati per sintetizzare lo stato delle conoscenze.
 
Occorre poi ricordare che il libro è dedicato alle discussioni sulla lingua, non alla descrizione della lingua stessa. E l’italiano del web ha prodotto ben poche discussioni articolate – al di fuori dello stretto giro dei linguisti, se ne è parlato poco e quasi solo a livello di proclami. L’aggiornamento più consistente in materia, spiega Marazzini, è venuto invece da un altro fronte: la pressione dell’inglese. Che per decenni si è concretizzata solo in una spolverata di prestiti linguistici, in pratica irrilevante su un piano complessivo, ma che proprio negli ultimi anni si è trovata al centro di un curiosissimo e mal diretto entusiasmo da parte della classe politica italiana. Di conseguenza, in questa nuova edizione del testo,
 
nello studioso emerge, a stento frenata, l’emotività del cittadino italiano che ama la propria lingua e la vede a volte sottostimata da altri italiani che occupano posti chiave nella società, e dovrebbero per primi amare e difendere gli emblemi e le glorie del nostro paese. Una classe dirigente acriticamente esterofila, con la mente perennemente rivolta oltre i confini e immemore di ogni tradizione nazionale che non attenga a slow-food e pizza (unico tema su cui si ammetta la legittimità di ragionare ancora all’italiana), ha sostituito una classe dirigente del passato tradizionalmente esterofoba, come si era rivelata nel lasso di tempo che va dal Purismo al fascismo. Da un provincialismo all’altro, insomma (pp. 11-12).
 
A livello di aneddoto, Marazzini cita poi le profezie sull’inglese e sul cinese contenute in un diffusissimo articolo di Giampaolo Visetti… che è un clamoroso esempio di plagio e di invenzione! L’aspetto serio (in quanto “preoccupante”, non in quanto “gestito da persone competenti”) della vicenda viene qui affrontato soprattutto nel cap. 22, Primo sguardo sul secondo millennio. Dove Marazzini dà per esempio conto delle proposte recenti, di varia origine, per sostituire l’italiano con l’inglese in vari punti del sistema formativo italiano, dall’università alla scuola. Gli storici della lingua hanno avuto a lungo l’abitudine di prendere proposte simili alla leggera, vista la loro ovvia inutilità e inapplicabilità. Adesso però, come in altri settori (per esempio l’uso degli strumenti elettronici nella didattica), anche sul destino dell’italiano si sta creando un senso comune che, oltre a essere scollegato dalla realtà, sembra trovare riscontro in politica… Io continuo a essere ottimista, ma forse è davvero arrivato il momento, per gli esperti di linguistica, di farsi avanti in pubblico per contrastare con energia le derive insensate.
 
Una nota per i conflitti d’interesse: a p. 324, l’ultimo paragrafo della bibliografia finale rinvia a proposito della comunicazione elettronica, al Parlar spedito di Elena Pistolesi e al mio libro sull’Italiano del web; mi ha però fatto piacere ritrovare elencato, in una sezione precedente, anche il mio lavoro su La prima stesura delle Prose della volgar lingua (p. 312).
 

giovedì 24 ottobre 2013

Da Córdoba a Buenos Aires

 
 
La Manzana Jesuítica a Córdoba
Dei miei spostamenti in Sudamerica, l’unico aspetto che non mi è piaciuto è stato il poco tempo libero. Non ho avuto modo di fare il turista tradizionale, insomma; neanche in posti come il Perù, dove in poche ore di macchina si entra in un mondo diverso... credo!... e dove difficilmente capita di andare per altri motivi.
 
Oh, beh. Cose normali quando si viaggia per lavoro, e la giornata trascorsa a Córdoba è stata in compenso molto interessante. In buona parte, grazie alla gentilezza del dottor Cesare Vaccani dell’Istituto Italiano di Cultura, che mi ha cortesemente accompagnato negli spostamenti e anche a un piacevolissimo intermezzo con il Console Marco Matacotta Cordella e con il tenore Gianluca Zampieri, impegnato nell’Otello per le celebrazioni verdiane.
 
Il mio programma prevedeva due presentazioni, entrambe sull’italiano del web. La prima era alla Scuola Dante Alighieri, ed era rivolta soprattutto agli insegnanti (che comprendono anche studenti e laureati ICoN). La seconda era alla Facultad de Lenguas dell’Universitad Nacional, dove sono rimasto piacevolmente sorpreso dall’alto livello degli studenti – che hanno mostrato una conoscenza molto sofisticata della lingua.

Illuminazioni notturne a Córdoba

Il giorno dopo, valicando i 700 km di distanza grazie alle Aerolíneas Argentinas, mi sono spostato da Córdoba a Buenos Aires e sono stato accolto all’Istituto Italiano di Cultura dalla Direttrice, Maria Mazza, e dal Dirigente dell’ufficio scolastico Vittorio Dragonetti, oltre che da Marco Marica e Dora Pentimalli. La sala della presentazione era quasi monumentale, e il pubblico variato ma molto interessato. Anche a Buenos Aires sono poi presenti studenti e laureati ICoN!
 
Stamattina, tuttavia, mezza giornata libera me la sono ritrovata (la seconda in due settimane). Ne ho approfittato per andare a piedi lungo la calle Florida fino alla Casa Rosada e alla Plaza de Mayo: centro di molti telegiornali della mia adolescenza, e ancora oggi centro di molte proteste contro il governo. È più piccola di come me l’ero immaginata...

A passeggio per calle Florida

Il percorso è stato anche l’occasione di vedere da vicino le contraddizioni dell’Argentina di oggi. Che è un paese in crescita economica, ma con pesantissimi controlli sull’economia e molti canali di aggiramento: l’importazione di beni e servizi è difficile e il tasso di cambio ufficiale è ben lontano da quello reale. Al punto che la calle Florida in alcuni tratti sembra un curioso incrocio tra un coro e un mercato, con decine di persone che gridano “cambio! cambio!” ai passanti.
 
Ma le contraddizioni assumono anche forme decisamente peggiori. Arrivando dall’Aeroparque Jorge Newbery in centro, per esempio, si costeggia una delle grandi baraccopoli (“Villas miserias”) di Buenos Aires, la Villa 31. Il contrasto con l’aspetto europeo dei quartieri principali non potrebbe essere più marcato.
 
Nel pomeriggio, comunque, ho avuto la fortuna di poter visitare anche la Scuola Cristoforo Colombo, grazie alla professoressa Renata Bruschi, e di parlare con il Preside Olmi. Anche in questo caso la struttura si è rivelata di ottimo livello… qui mi si vede di passaggio nei corridoi delle elementari:


Scuola Cristoforo Colombo a Buenos Aires

Alla fine ho concluso il soggiorno con una visita a una delle “librerie più belle del mondo”, o almeno delle più spettacolari: la Grand Splendor della catena Ateneo, in Avenida Santa Fe. Sistemata in un cinema ristrutturato, è un posto in cui ci si può sistemare con tutta calma a leggere in una poltrona su un palchetto, o al tavolino del bar interno. Io ne ho approfittato alla grande, anche se i prezzi ufficiali rendono gli acquisti poco convenienti.


Bene, questo è tutto. Domani mattina mi aspetta un lungo volo sull’Atlantico. L’Argentina è invitata a non piangere per me! Anche perché spero di ritornare presto, e con un po’ più di calma.
 

giovedì 17 ottobre 2013

Alpha Centauri

 
 
Piazza Indipendenza a Montevideo
Il mio primo soggiorno in Argentina è stato rapidissimo. Arrivato in albergo a notte, alle sei e un quarto sono ripartito per andare a prendere il traghetto Buquebus per Montevideo.
 
Devo dire che mi aspettavo qualcosa di più lento e tradizionale. Invece il servizio diretto tra Buenos Aires e Montevideo impiega una nave nuovissima, terminata a inizio 2013 dai cantieri di Hobart in Tasmania e immediatamente battezzata Francisco, con tanto di foto del Papa all’ingresso.
 
Devo dire poi che, tra i suoi molti lati positivi, il ventunesimo secolo ha anche questo: produce mezzi di trasporto comodissimi e pulitissimi. Cioè, voglio dire, all’imbarco del Francisco i passeggeri vengono obbligati a mettersi soprascarpe in plastica leggera, per non sporcare la moquette! E, tra bar e cromature, io ci ho messo un po’, a capire che non ero più nel terminal ma già a bordo.
 
Lo spirito dei tempi ha anche qualche controindicazione, beninteso. Che gli spazi siano divisi, e solo i passeggeri delle sale di classe superiore abbiano diritto a finestroni panoramici, non sorprende. Però è frustrante che non si possa in nessun modo uscire all’esterno della nave – anche se immagino sia una cosa ragionevole, visto che il traghetto fila ad alta velocità, lasciandosi dietro due spruzzi niente male. Ma la cosa più sorprendente è che metà battello è occupata da un duty-free in perfetto stile aeroporto, che apre un quarto d’ora dopo la partenza e chiude un quarto d’ora prima dell’arrivo…
A bordo del Francisco

Dopo tre ore di tragitto sulle acque calme del Rio de la Plata, comunque, il duty-free chiude appunto i battenti e il battello ormeggia. All’attracco uruguayano è venuto gentilmente a prendermi Michele Gialdroni, addetto reggente dell’Istituto Italiano di Cultura di Montevideo. Sosta in albergo, pranzo, e poi visita all’Istituto stesso. Che è decisamente bello, collocato com’è in un edificio primo Novecento, parzialmente ristrutturato e già sede della Nunziatura apostolica. Io me ne innamoro immediatamente. Anche perché all’Istituto sono tutti gentilissimi.
Ingresso dell'IIC Montevideo

Approfitto di un po’ di pausa nel pomeriggio per risistemare la mia presentazione e fare due passi lungo il primo tratto delle Ramblas, la lunghissima passeggiata che parte dal centro di Montevideo e prosegue per decine di chilometri lungo il Rio. L’estuario ha un aspetto più da lago che da fiume, e in effetti le acque sono dolci, non salate… anzi, visto che sono un tipo diffidente, scendo a una spiaggetta e le assaggio. OK, dolci!
 
Naturalmente, però, il punto chiave della serata per me è la mia presentazione sull’italiano del web. Il pubblico è folto: in buona parte studenti dei corsi dell’Istituto. La discussione è vivace, le domande pertinenti… ottimo segno. Faccio anche un’intervista per un giornale locale.
 
All’uscita, il cielo notturno non lascia vedere molte stelle. Però anche nella foschia da città di mare balza all’occhio Venere, luminosissima in mezzo a costellazioni che non avevo mai visto. A poca distanza da Venere c’è una stella brillante che non riesco a identificare. Un rapido controllo su Distant Suns: toh, è Alpha Centauri…
 
Eh, però. La stella più vicina alla Terra: sempre citata, mai vista di persona. La facevo meno luminosa. Più bassa all’orizzonte dovrebbe esserci anche la Croce del Sud, che però nella foschia non si vede. Si vede in compenso la luna, rovesciata! Benvenuto nell’emisfero sud.

Giardini della Scuola Italiana di Montevideo

Il 16: nuova presentazione alla Scuola Italiana, in un bellissimo complesso nel verde a una ventina di chilometri dal centro. Mi accompagna la signora Galeotti, e facciamo anche una lunga e interessante discussione in taxi sulla linguistica storica. A sentirmi parlare ci sono i ragazzi degli ultimi due anni di scuola superiore, e io faccio una presentazione di taglio più divulgativo sull’italiano di oggi. Gli studenti mi sembrano molto convinti delle potenzialità della lingua! Poi incontri di lavoro, e preparativi per ripartire. La mia fermata uruguayana è stata breve ma intensa.
 

giovedì 10 ottobre 2013

Dal Serra alla Sierra (e ritorno)

 
 
Bandiera argentina - foto di lu6fpj
Domani inizia per me un mese intenso di presentazioni & spostamenti. Due continenti, cinque paesi, aerei di vario tipo, traghetti, bus e treni…
 
Si comincia domani con l’Internet Festival qui a Pisa. All’interno della manifestazione, venerdì 11 terrò un seminario dedicato a L’italiano del web (Palazzo dei Congressi, dalle 11 alle 13, all’interno di una sezione chiamata “T-Tour 4 Experts”). Dopodiché, parto per la Settimana della lingua italiana nel mondo, e dintorni, con destinazione l’America meridionale.
 
Per prima cosa, volo transatlantico fino a Buenos Aires. Poi traghetto sul Rio de la Plata: lunedì 14 alle 19 terrò una conferenza su L’italiano del web all’Istituto Italiano di Cultura di Montevideo in Uruguay. Martedì 15, alle 10, sarò invece alla Scuola Italiana, sempre a Montevideo, a parlare de L’italiano di oggi.
 
Giovedì 17 alle 15, dopo aver attraversato in volo mezzo continente, su invito dell’Istituto Italiano di Cultura di Lima, in Perù, parlerò di Università digitali  all’Universidad Nacional Mayor de San Marcos di Lima (Facultad de Letras y Ciencias Humanas).
 
Dopo il Perù rientrerò in Argentina, e lì mi fermerò fino al ritorno in Europa. Sabato 19, per prima cosa, sarò a Rosario la mattina per assistere alla conclusione del corso di aggiornamento su La lingua italiana di oggi nella didattica L2 organizzato da ICoN in collaborazione con il Consolato generale d’Italia a Rosario.
 
Lunedì 21 sarò invece a Còrdoba, a parlare de L’italiano del web in due distinte occasioni, per eventi organizzati dall’Istituto Italiano di Cultura di Còrdoba: alle 11 presso la Scuola Paritaria “Dante Alighieri” e alle 17,30 presso la Facoltà di Lingue dell’Università Nazionale.
 
Il giorno dopo, martedì 22, sarò a Buenos Aires a fare una conferenza sullo stesso tema all’Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires (alle 18.30).
 
Poi, rientrerò in Europa. Ma sarà ancora in movimento, perché il pomeriggio del 29 presenterò alla conferenza HaPoC (History and Philosphy of Computing) alla Normale di Parigi Back to the (Libraries of) the Future, un mio studio del modo in cui all’inizio degli anni Sessanta J. C. R. Licklider ha anticipato molti concetti del web semantico.
 
Infine, il 4 novembre inizierò a fare lezione per il corso di Linguistica italiana della triennale di Informatica umanistica qui a Pisa.
 
Sembra una corsa allo sfinimento? Senz’altro! Spero però sia anche una serie di esperienze interessanti…
 

sabato 5 ottobre 2013

Crimi, Facebook, Twitter e gli uffici stampa

 
 
Raccontavo giusto lunedì delle mie diffidenze nei confronti della paternità di molti tweet di politici italiani. Chiaramente, in alcuni casi è il politico stesso a scriverli. In altri è il suo “ufficio stampa” (definizione puramente di comodo, che può corrispondere a un vero e proprio ufficio o a collaboratori che si occupano in modo molto più informale della comunicazione sulle reti sociali).
 
Ieri mattina la questione della paternità di messaggi simili è però arrivata all’attenzione del pubblico nazionale, visto che il dibattito politico è stato agitato dalle discussioni attorno al voto della Giunta per le elezioni del Senato che ha votato per la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi (PDL). Il voto in sé naturalmente è quello che ha il maggior impatto politico, ma alcuni degli strascichi polemici riguardano direttamente la gestione delle reti sociali. Sulla pagina Facebook di uno dei componenti della Giunta, il senatore Vito Crimi (M5S), durante la fase di udienza pubblica dei lavori della Commissione è apparso infatti un aggiornamento che commentava in modo squallido sull’età e sulle condizioni intestinali del senatore Berlusconi; poi, durante i lavori della Commissione, sono apparsi altri aggiornamenti su argomenti non collegati.
 
A quanto hanno riportato i giornali, gli aggiornamenti sulla pagina di Crimi ha spinto il capogruppo PDL in Senato, Renato Schifani, a chiedere l’interruzione dei lavori della Giunta, in quanto il primo aggiornamento esprimeva un pregiudizio e i successivi erano comunicazioni inviate in un momento in cui Crimi avrebbe dovuto essere privo di contatti con l’esterno. L’interruzione però non c’è stata, e gli aggiornamenti della pagina di Crimi non hanno quindi esercitato un’influenza rilevante sui lavori, anche se hanno avuto un certo impatto politico. Dal punto di vista che mi interessa, tuttavia, ciò che è successo in questa occasione ha messo bene in luce il modo in cui oggi diversi politici italiani comunicano attraverso le reti sociali. Non si tratta direttamente di Twitter, perché gli aggiornamenti sono stati pubblicati in originale su Facebook e solo richiamati dall’account Twitter di Vito Crimi (@vitocrimi), ma molte osservazioni saranno sicuramente valide per entrambi i canali.
 
Qualche ora dopo l’inizio dei lavori della Commissione, sulla pagina di Crimi è comparso un altro aggiornamento che, in linguaggio molto burocratico, comunicava:
 
Buongiorno a tutti voi, amici.
 
Chi scrive ora, come già accaduto in altre occasioni, è il collaboratore di Vito Crimi, che aggiorna la sua pagina quando Vito non è in condizione di poterlo fare (come è di norma per tantissimi altri collaboratori parlamentari).
 
Alcune precisazioni:
 
a) il post relativo a Berlusconi è stato inserito alle ore 10.04, prima dell'inizio dei lavori in Camera di Consiglio.
b) i post successivi, già programmati (relativi a Lampedusa ed al resoconto "5 giorni a 5 stelle") sono stati inseriti dal sottoscritto.
 
In fede,
Adriano Nitto
Collaboratore parlamentare di Vito Crimi
 
L’autore del messaggio non lo dice quindi in modo esplicito, ma lascia pensare che “il post relativo a Berlusconi” sia stato inserito di persona dal senatore Crimi. Non è naturalmente detto che sia così, ma la cosa è verosimile. Vale la pena però notare che il comunicato non dice nulla su chi ha effettivamente scritto i testi di cui si parla – si limita a dire, per due di essi, chi li ha “inseriti”.
 
Che cosa mostra l’aggiornamento, dal punto di vista operativo? La situazione reale, credo, di “tantissimi” account Facebook e Twitter dei politici. In cui i testi scritti da un politico vengono integrati da un ufficio stampa. Questa integrazione andrà poi da un minimo a un massimo. Ci saranno account in cui il politico non scrive mai nulla (quello di Angelino Alfano, per esempio, mi sembra un buon candidato), e altri in cui scrive tutto in prima persona; più tutta la gamma intermedia, comprendente per esempio situazioni in cui il politico scrive qualcosa e lascia agli altri il compito di pubblicarla al momento giusto.
 
Mi sembra molto difficile fornire stime sulla diffusione di questo fenomeno. Se mi si chiedesse una stima a occhio, basata sugli account che ho visto… forse il 50% dei politici dotati di account non scrive mai nulla, il 40% lo fa occasionalmente (tipo, da un paio di volte l’anno in su), e il 10% lo fa in modo prevalente. Ma, appunto, è una stima del tutto a occhio.
 
Ciò che invece sospetto è che questi comportamenti corrispondano a una spaccatura comunicativa e linguistica. Che cioè i messaggi “broadcast”, che non rientrano in una discussione, siano in larga maggioranza opera degli uffici stampa – a me non che non presentino commenti fortemente personali. I messaggi che rientrano in una discussione, viceversa, sembrano in buona parte (ma non la totalità, e forse nemmeno la maggioranza) opera dei politici stessi. Dal punto di vista linguistico, come ho già anticipato, le differenze tra i due tipi mi sembrano molto significative… La spaccatura sarebbe insomma paragonabile a quella tra “post” e “commenti” già descritta, da altri e da me, per i blog. Comunque, ho il forte sospetto che sia la seconda categoria quella che può dirci le cose più interessanti sull’italiano di oggi.
 

lunedì 30 settembre 2013

Spina, Openpolitica

 
Stefania Spina, Openpolitica
Il libro più recente di Stefania Spina, Openpolitica, è un importante contributo alla conoscenza dei mezzi di comunicazione e del loro rapporto con la lingua italiana. Il volume (Milano, FrancoAngeli, 2012, pp. 203, ISBN 978-88-568-4951-6, € 25; io ne ho ricevuto una copia dall’autrice) è dedicato, come riporta il sottotitolo, a Il discorso dei politici italiani nell’era di Twitter, ed è interessante sia per gli argomenti trattati sia per l’impostazione.
 
Dal punto di vista strutturale, Openpolitica si divide in tre parti:

  1. Prima di Twitter: il discorso politico nell’epoca della televisione
  2. L’ecosistema di Twitter: un flusso ininterrotto di conversazioni
  3. Il discorso dei politici italiani su Twitter 
La parte più innovativa e corposa è la terza, che occupa 110 pagine, cioè più di metà volume, e ne parlerò in dettaglio più avanti. La seconda è invece una sintetica (20 pagine) descrizione del modo in cui funziona Twitter, almeno per gli aspetti di rilevanza linguistica, e la presenza di sezioni “di servizio” di questo tipo è un’assoluta necessità per qualunque studio sulla comunicazione elettronica.
 
La prima parte richiede invece qualche parola di presentazione. Al suo interno presenta innanzitutto i risultati di una ricerca originale su un corpus di interventi politici in televisione. In parallelo, sintetizza poi molte descrizioni correnti sul discorso politico italiano degli ultimi decenni, e questa sezione è a mio parere la meno convincente. Il difetto però è nel manico, non nella sintesi, e sta nel modo in cui il discorso politico è stato appunto esaminato dagli studi precedenti. I quali hanno fornito informazioni ma non sono riusciti, a parte alcune eccezioni, a mettere a fuoco in modo convincente la natura e, soprattutto, la funzione di questo tipo di linguaggio. Tutti in compenso in qualche modo condannano la comunicazione politica reale, con un repertorio retorico che ha poco da invidiare per monotonia a quello dei politici stessi e che al tempo stesso annulla le pur importanti differenze. Non sorprende quindi che per esempio alcune osservazioni critiche di Pier Vincenzo Mengaldo o Annamaria Testa sul linguaggio politico anteriore agli anni Novanta vengano applicate qui (pp. 51-52) anche al linguaggio della “Seconda repubblica”, post-1994, che viceversa per alcuni aspetti si colloca agli antipodi.
 
La terza parte è comunque, come già accennato, la più significativa, e include un confronto tra il linguaggio di Twitter e quello della televisione. Uno dei suoi obiettivi è infatti “dimostrare che il discorso politico su Twitter ha caratteristiche diverse da quello della televisione” (p. 83); d’altra parte, le differenze sono tanto evidenti, anche a occhio nudo, che direi che più che di “dimostrare” qui si tratta di “documentare”. Nessuno infatti sostiene, penso, che un politico (o il suo ufficio stampa) scriva su Twitter in modo linguisticamente indistinguibile da quello con cui lo stesso politico si esprime in un dibattito televisivo.
 
A documentare questo stato di cose si colloca comunque un’impressionante varietà di analisi, che coprono:
  • Densità lessicale
  • Ricchezza lessicale
  • Specificità lessicale
  • Frequenza dei bigrammi e dei trigrammi
  • Struttura sintattica della frasi (esaminata sulla base di indicatori)
 
Il campione originale su cui si basano le analisi è formato da tutti i tweet scritti da 40 politici italiani nel periodo novembre 2011 – febbraio 2012. In totale, 31.581 tweet (p. 83), in buona parte parlamentari. Una serie di osservazioni (p. 85) fa pensare che in pratica i 40 includano tutti i parlamentari attivi su Twitter in modo regolare e creativo – non solo con il rilancio di testi scritti per altra destinazione; e mi colpisce il fatto che alcuni politici presi in esame in una prima fase siano stati “in seguito esclusi perché usavano sistematicamente nei loro tweet lingue diverse dall’italiano” (p. 85). Che lingue erano? Immagino inglese, prodotto dai rispettivi uffici stampa e pensato al servizio dei giornalisti stranieri… ma sarebbe molto interessante sapere qualcosa di più!
 
Un campione del 5% dei messaggi è stato classificato a mano in sei categorie (pp. 89-90):
 
  • informazioni personali
  • appuntamenti
  • commenti
  • live-tweeting
  • link
  • altro
I “commenti” (52%) sono la categoria prevalente, e la cosa non sorprende in un corpus di politici.
 
Ciò che invece colpisce, a livello più generale, è che il campione è formato per 1/3 dai tweet di due soli politici, entrambi del PD: Giuseppe Civati (@civati), che ha scritto 6016 tweet, realizzando cioè da solo quasi il 20% del totale, e Andrea Sarubbi (@andreasarubbi), che ne ha scritti 5007. Sarebbe interessante, per i motivi indicati più avanti, sapere che tipo di media verrebbe fuori escludendo dal calcolo questi due outsider – il terzo classificato, Ivan Scalfarotto, sempre del PD, si ferma a 2480.
 
Dopodiché, un dubbio fondamentale è quello sulla paternità dei tweet. L’idea di Stefania Spina è che in “buona parte” (p. 87) i tweet siano prodotti dai politici stessi. Per qualcuno di loro è certamente così, e mi sembra che sia questo il caso anche dei due superproduttori; per molti altri, però, ho diversi dubbi. I tweet recenti di Angelino Alfano (@angealfa), Felice Belisario (@politicaevalori) e Rosy Bindi (@rosy_bindi) mi sembrano per esempio tutti prodotti di ufficio stampa, e sospetto che questa fosse la situazione anche nel periodo preso in esame nello studio.
 
Che senso hanno questi dubbi? Dal mio punto di vista, sono un modo per precisare meglio un discorso importante dell’autrice: l’idea che la comunicazione via Twitter, per i politici italiani, sia “soprattutto una modalità nuova di instaurare relazioni sociali” (p. 82), più che un sistema di trasferimento informazioni. Questo giudizio mi sembra sì valido, ma solo se si considera il numero dei tweet e non quello degli scriventi. I tweet infatti non sono equamente distribuiti: mi pare evidente che alcuni politici usano il sistema per conversare in prima persona, ma molti altri lo usano solo per trasferire informazioni oppure opinioni – che in politica sono a loro volta spesso un tipo particolare di informazione.
 
Un indicatore fortissimo di interattività è però dato dal politico che si mette in gioco interagendo in una conversazione. Qualche precisazione potrebbe essere utile in questo caso: per esempio, nel libro si dice che nel corpus “sono presenti 24.985 menzioni (…) questo significa che il 79% dei tweet contiene una menzione” (p. 97). In realtà, no: come si vede dal fatto che ad alcuni politici sono riconducibili più menzioni che tweet, molti tweet contengono più di una menzione. Per esempio, si prenda un tweet qualunque di Civati:
 
@sarracinus @Nath67Lic @ParodiAl @annaflalb per la verità è un contributo al partito su cui, come ripeto, mi sono espresso criticamente.
 
Quattro menzioni in un tweet solo, e il caso è tutt’altro che raro. Quindi, al massimo il 79% dei tweet contiene una o più menzioni. Inoltre, contengono menzioni anche tweet probabilmente prodotti da ufficio stampa come quelli di Alfano, Belisario e Bindi: non credo che la partecipazione a conversazioni di questo tipo implichi anche un coinvolgimento personale. Occorre quindi, caso per caso, andare a vedere che cosa sta succedendo.
 
Come funzionano però queste conversazioni? Nel corpus, “lo schema più diffuso è quello di una conversazione tra due interlocutori, composta da due tweet totali, uno di avvio e uno di replica” (p. 126). Il dato è per me sorprendente, perché, anche se queste conversazioni esistono, i tweet di un singolo politico rientrano spesso, a quel che vedo, in lunghe conversazioni. Per esempio, gli ultimi 14 tweet di Civati, aperti la sera del 29 settembre, con un’unica eccezione, sono tutti inseriti in conversazioni con molti interlocutori. Dal febbraio 2012 a oggi sono cambiate le abitudini?
 
Tirando le fila sulla base di questi dati stimolanti è forse possibile fare una distinzione forte. Oggi, a quel che vedo in prima persona e a quel che mi sembra possibile dedurre dai dati presentati da Stefania Spina, i politici italiani “twittanti” si dividono in due categorie: chi si affida a un ufficio stampa e/o a modi comunicativi collaudati e chi invece si spende in proprio, mettendo in gioco la propria voce personale. Mi sembrerebbe quindi utile innanzitutto vedere se l’ipotesi tiene, cioè se due modalità diverse di interazione sono davvero ben distinguibili. E, ammesso che lo siano, mi sembrerebbe poi utile vedere le diversità linguistiche tra l’una e l’altra. Spero che uno studio futuro dell’autrice possa tornare anche su questi aspetti…
 
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