venerdì 27 settembre 2019
CILGI 2019 a Campobasso
mercoledì 4 dicembre 2013
Test PISA 2012: è andata un po’ meglio
mercoledì 22 agosto 2012
Barton, Literacy
- An integrated approach to literacy
- Talking about literacy
- The social basis of literacy
- Researching literacy practices
- Literacy embedded in language
- Configurations of language
- Writing systems and other notations
- Points in history
- The roots of literacy
- Emergent literacy
- Public definitions of literacy
- School practices
- Adults and world literacy
- Some implications of an ecological view
domenica 11 marzo 2012
Analfabetismo funzionale sul Sole - 24 ore
sabato 24 settembre 2011
Malaparte, Kaputt e l'alfabetizzazione
È preoccupante se ritengo che Kaputt sia un bel libro? Di sicuro è importante come documento storico (anche se molto di parte) scritto nel mezzo di una delle massime tragedie dell’umanità; ma bello? Con il suo dannunzianesimo di terza mano, la prosa d’arte, i lunghi pranzi dagli ambasciatori, le mani diafane, le digressioni artistiche e musicali tra un massacro e l’altro? Le ipocrisie più o meno nascoste dell’autore?
Beh, a me è piaciuto, e me lo sono letto quasi d’un fiato (due anni fa Adelphi ne ha pubblicato una nuova edizione; io mi sono però portato in vacanza quella che ho trovato nella biblioteca del mio Dipartimento, pubblicata da Vallecchi nel 1964, a cura di Enrico Falqui). Alcuni pezzi sembrano frutto di un lampo di genio: la conclusione, per esempio, tranciante e perfettamente appropriata. Ma dal punto di vista letterario, Malaparte ha il vantaggio di aver attraversato il teatro più importante della Seconda guerra mondiale, cioè il lungo fronte dell’Europa dell’Est, dalla Finlandia ai Balcani, e di averlo fatto dall’interno, nella doppia veste di ufficiale dell’esercito italiano e di giornalista e pubblicista di fama internazionale.
In aggiunta a questo, il libro ha poi qualcosa da insegnare anche dalla mia angolazione. Innanzitutto, per gli scorci che apre sulla superba vacuità della cultura “umanistica” tradizionale: le conversazioni cialtronesche (e, temo, ricostruite in modo piuttosto fedele) sugli argomenti più svariati; le velleità intellettuali di gente come il mio concittadino Hans Frank, l’ex avvocato difensore di Hitler promosso a Generalgouverneur della Polonia conquistata; e così via. Si può oggi sorridere delle teorie sulla natura femminile dei dittatori, e sulla teoria che i tedeschi facciano la guerra perché hanno paura di chi è debole o vittima. Ma su queste chiacchiere vuote si è retta – e per certi aspetti si regge ancora – una classe sterminata di persone molto brave a convincere gli altri, ma del tutto incapaci di capire ciò che è vero, o giusto, o umano.
Poi, naturalmente, c’è l’altra faccia della medaglia. Tipo le “lezioni all’aperto” sul fronte russo: Malaparte dice di averne vista una sola, “nel kolkhoz di un villaggio presso Nemirowskoie” (p. 320), con i prigionieri sovietici tenuti immobili dai tedeschi nel cortile, sotto la pioggia. A un certo punto, un Feldwebel annunciando “che ora si sarebbe fatta la prova della lettura, che ciascuno avrebbe dovuto leggere ad alta voce un brano di giornale: e che chi avesse superato la prova con onore sarebbe stato destinato come scrivano negli uffici dei campi di prigionieri; gli altri, quelli che non avessero superato la prova, sarebbero stati mandati a lavorare la terra, o a fare i manovali o gli sterratori” (p. 321).
Dopodiché, i prigionieri si sforzano disperatamente di leggere “vecchi numeri dell’Isvestia o della Pravda” (p. 323). Tra i primi cinque, uno solo viene “promosso”, e ride. I cinque del secondo gruppo “si sforzavano di legger bene, senza inciampar nelle parole, senza sbagliare gli accenti, ma due soli riuscivano a legger correntemente; gli altri tre, rossi in viso per la vergogna, o pallidi d’angoscia, tenevano il giornale stretto fra le due mani, e ogni tanto si leccavano le labbra arse”; e così via (pp. 324-325). Per un’ora, chi non supera la prova arrossisce e si vergogna, chi la supera si schiera dalla parte dei “promossi”, orgoglioso e soddisfatto. Al termine della prova, il Feldwebel conta rapidamente i due gruppi: ottantasette bocciati e trentuno promossi. I promossi, contenti, vengono messi in riga. L’ufficiale li fa marciare fino al muro di cinta; schiera una squadra di SS, e, a manovra terminata, come tutti i lettori di Malaparte hanno immaginato fin dall’inizio della storia, dà l’ordine: Feuer!
Svanita l’eco degli spari, l’interprete (un tedesco maestro di scuola a Melitopol), spiega quindi a Malaparte: “Bisogna ripulir la Russia di tutta questa marmaglia letterata. I contadini e gli operai che sanno leggere e scrivere troppo bene, sono pericolosi. Tutti comunisti.”
- Natürlich, - risposi. - Ma in Germania tutti, operai e contadini, sanno leggere e scrivere benissimo.
- Il popolo tedesco è un popolo di alta Kultur.
- Naturalmente, - risposi, - un popolo di alta Kultur.
- Nicht wahr? - disse ridendo il Sonderführer, e s’avviò verso gli uffici del Comando.
E io rimasi solo in mezzo al cortile, davanti ai prigionieri che non sapevano leggere bene, e tremavo tutto (pp. 327-328).
Ecco, leggere e scrivere, avere una cultura e una letteratura, ha significato anche questo. A volte è bene ricordarsene.
lunedì 8 marzo 2010
Primi successi

D'accordo: sull'idealizzazione acritica dell'alfabetizzazione si può dire molto. In alcuni casi, può essere una buona idea, per una società, investire altre direzioni (magari nella fornitura di acqua potabile, o nella sicurezza). L'alfabetizzazione potrebbe anche non essere un valore in sé. Eccetera eccetera.
Però imparare a leggere e scrivere è comunque una soddisfazione. Per i figli e per i genitori... Anche quando il nome ancora non è scritto bene!
mercoledì 17 febbraio 2010
Studiare rende?
Di sicuro, un punto di forza è dato dal fatto che, semplicemente, come ricorda qui Stan Jones, di solito le società più alfabetizzate sono anche le più ricche, e gli individui che hanno titoli di studio più alti sono in media i più ricchi. Correlation is not causation, ma risulta molto difficile anche solo immaginare una società sviluppata che non abbia molti professionisti, indigeni o importati, attivi in settori che richiedono molto studio sui libri (dall'ingegneria alla medicina... fino alla ricerca universitaria?). Tutt'al più, il problema può consistere nell'individuare i livelli ottimali di sviluppo. Fermo restando che a parità di condizioni è senz'altro meglio avere un bel po' di studi alle spalle che non averli, ci deve essere senz'altro un punto in cui lo studio non produce più un adeguato ritorno dell'investimento, né per l'individuo né per la società. Ma se in teoria la cosa è facile, nella pratica oggi stiamo mirando troppo in alto o troppo in basso?

