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venerdì 27 settembre 2019

CILGI 2019 a Campobasso

 
Particolare dell'immagine sul sito CILGI
In questi tre giorni sono a Campobasso per l’interessantissimo convegno CILGI 2019. Organizzato da Giuliana Fiorentino all’Università del Molise, il convegno è dedicato all’alfabetizzazione come pratica di cittadinanza. Un tema che mi sta molto a cuore, ovviamente…
 
Io ho parlato ieri (il 26 settembre) con un intervento su Alfabetizzazione digitale, scrittura enciclopedica ed educazione linguistica democratica. Cioè, in particolare, di quali siano gli spazi in cui oggi, nella vita civile e democratica, la scrittura ha la sua importanza. La mia idea è che questi spazi non siano molto ampi, ma che potrebbero esserlo e che varrebbe la pena, per la società tutta, investire consapevolmente energie in questa direzione – ampliandoli gli spazi che esistono, e creandoli dove non esistono. E, soprattutto, farlo dopo aver raccolto qualche informazione sulla situazione; perché di ciò che accade oggi nel mondo reale abbiamo una consapevolezza molto vaga.
 
Impostazione di base? Tullio De Mauro, ovviamente; ma tenendo presente che i lavori di De Mauro e della sua scuola non forniscono liste già pronte di spazi per la discussione civile. Al tempo delle Tesi del GISCEL, partiti e sindacati erano (e in parte sono) punti di riferimento; ma oggi? Non è esattamente uno spazio generale di discussione, e ha molte controindicazioni, ma un ambiente interessante da questo punto di vista è quello di Wikipedia, in cui da molti anni ho fatto esperienza.
 
Stamattina poi un vertice del convegno è stata l’interessantissima presentazione di Florian Coulmas, forse oggi il più importante studioso dei sistemi di scrittura su scala mondiale. Parlando in parte in italiano, Coulmas ha risposto alla domanda su quale sia “il miglior sistema di scrittura del mondo”. Spoiler: è l’alfabeto hangŭl usato in Corea (non sono rimasto troppo sorpreso). Ma in generale tutta la presentazione è stata affascinante… e adesso aspetto con interesse il resto del convegno.
 

mercoledì 4 dicembre 2013

Test PISA 2012: è andata un po’ meglio

 
 
Ieri sono stati presentati i rapporti INVALSI sugli ultimi test PISA, condotti nel 2012. Di che cosa siano i test PISA ho già parlato in passato: in estrema sintesi, si tratta del più credibile tentativo oggi esistente per misurare e confrontare le competenze dei quindicenni in diversi paesi del mondo. I settori in cui le competenze sono misurate sono Lettura, Matematica e Scienze.
 
La posizione dell’Italia in questi test è sempre la solita: leggermente al di sotto della media OCSE. Tradotto in numeri, il “leggermente” significa quest’anno, secondo le parole della sintesi realizzata dall’INVALSI (p. 1):
 
Le competenze dei 15-enni italiani in Matematica si situano leggermente, ma significativamente, al di sotto della media OCSE (circa il 2 per cento, 485 punti a fronte dei 494 della media OCSE). Fra i paesi OCSE, ottengono un punteggio inferiore all’Italia solo Svezia, Ungheria, Israele, Grecia, Cile e Messico; sono equiparabili all’Italia (avendo valori che non se ne discostano in termini statisticamente significativi) Norvegia, Portogallo, Spagna, Repubblica Slovacca e Stati Uniti.
 
Solo leggermente migliori sono i risultati in Lettura e Scienze, con valori dell’Italia rispettivamente di 490 e 494 (a fronte di valori medi OCSE rispettivamente pari a 496 e 499). Fra i paesi OCSE, ottengono un punteggio inferiore all’Italia solo Cile, Grecia, Islanda e Messico, per la Lettura, vi si aggiunge Israele nelle Scienze; sono statisticamente equiparabili all’Italia, Danimarca, Repubblica Ceca, Ungheria, Lussemburgo e Israele - nella Lettura - Danimarca, Francia, Ungheria, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna e Stati Uniti - nelle Scienze.
 
In altri termini: sotto alla media, ma di pochissimo, e in discreta compagnia. I paesi OCSE hanno del resto un livello quasi uniforme, con un’oscillazione massima del 10% in alto o in basso. Il che ha del sorprendente se si considerano le diversità sociali, di reddito e di sistema scolastico che intercorrono tra paesi come la Repubblica slovacca, il Giappone e la Spagna! In Matematica, per esempio, data una media OCSE di 500 nel 2000, il risultato migliore è oggi quello della Corea del Sud, che arriva solo a 553, mentre sotto il 450 si collocano solo i tre paesi OCSE che hanno un livello di PIL “medio-alto”, invece di “alto” come tutti gli altri, cioè Turchia, Cile e Messico. Tuttavia, che l’Italia si collochi in tutte e tre le aree al di sotto della media OCSE non può essere motivo di grandi festeggiamenti.
 
Le cose vanno un po’ meglio in prospettiva storica. Concentrandosi sull’area che mi riguarda più direttamente, e cioè la Lettura – o meglio, la literacy –, la media OCSE, che era 500 nel 2000 ed era calata a 493 nel 2009 (con buona pace di tutte le considerazioni sui “nativi digitali”), nel 2012 è risalita a 494. Differenze comunque minime! Anche per l’Italia le cose sono nel frattempo migliorate, e da 486 nel 2009 si sale a 490 nel 2012 (lo stesso punteggio ottenuto dall’Austria, che pochi, penso, caratterizzerebbero come un paese depresso o incolto). Lo scarto si riduce insomma in tre anni da 7 a 4 punti.
 
Certo, tutti i dati di questo tipo vanno presi con le pinze, e festeggiare o disperarsi per fluttuazioni statisticamente non significative ha poco senso in ogni caso. Quel che ne esce è comunque una serie di conferme a livello generale: i paesi ad alto PIL ottengono risultati molto simili, ma non c’è un rapporto diretto tra soldi spesi e risultati formativi (tant’è vero che paesi come il Vietnam ottengono buoni piazzamenti) e c’è comunque un margine di miglioramento. Soprattutto, però, viene confermato per l’ennesima volta un dato inquietante per l’Italia: a fronte di regioni che per la Lettura arrivano a 521 (Lombardia, Veneto e provincia di Trento), il Sud fa registrare percentuali drammatiche, fino all’incredibile 434 della Calabria. Che, se fosse un paese OCSE, si collocherebbe in penultima posizione, superando solo il Messico (424) e piazzandosi al di sotto degli altri due paesi a PIL solo “medio-alto”, cioè il Cile (441) e la Turchia (475).
 

mercoledì 22 agosto 2012

Barton, Literacy


 
La seconda edizione del libro di David Barton Literacy: an introduction to the ecology of written language (Malden, Oxford e Carlton, Blackwell, 2007, ISBN 1-4051-1114-3, pp. xi-245) è un testo importante. Non perché sia particolarmente brillante o contenga idee straordinarie, anzi. Ma perché rappresenta, a quel che vedo, la migliore sintesi aggiornata di ciò che oggi si sa sull’argomento literacy. Parola che purtroppo nell’uso corrente italiano non ha un equivalente valido. La si può tradurre come “alfabetizzazione” o più genericamente come “capacità di usare la lettura o la scrittura”; però “alfabetizzazione” ha connotazioni fastidiose (per esempio: la literacy non riguarda solo le scritture alfabetiche, né si limita alle competenze di base), e ricorrere a giri di parole non è mai agevole...
 
Pazienza. Come male minore, qui e altrove, parlerò di “alfabetizzazione” indicando con questa parola anche le capacità descritte dalla literacy. La cosa non è priva di rischi, naturalmente: come si vede dai problemi che molti italiani, anche istruiti, incontrano quando devono maneggiare categorie come “analfabetismo funzionale” e simili. Ma proprio la lettura di questo libro può essere un ottimo antidoto. L’autore è un docente universitario inglese e ha deciso di preparare un’“introduction to literacy studies for students and for general readers” (p. viii); il risultato è molto positivo e permette di aggiornarsi su un argomento che negli ultimi decenni ha conosciuto mode e contromode, venendo rovesciato più volte come un calzino. Non è quindi difficile imbattersi oggi in testi che, parlando di alfabetizzazione o linguaggio, si rifanno a teorie superate da decenni – se la diffusione di questo libro contribuisse a ridurre i casi di questo tipo, sarebbe già uno splendido risultato.
 
Un altro splendido risultato si avrebbe se venisse ridotto il numero di spiegazioni semplicistiche e miracolistiche. Il libro parte fin dal sottotitolo dall’idea che l’alfabetizzazione viva all’interno di una vera e propria ecologia, in cui molte cose sono intrecciate. In cui, per esempio, ciò che si impara a scuola viene integrato da ciò che si impara a casa, in cui capacità che sulla carta sembrerebbero molto pratiche si rivelano poi, in ambienti specifici, inutili, e così via. Il libro non è quindi riconducibile a uno slogan: se se ne volesse trovare uno sarebbe “è tutto molto complicato”. Il che va benissimo, perché l’alfabetizzazione è un’ecologia, e le cose sono complicate, e chi in questo settore fornisce spiegazioni semplici, e soluzioni semplici, di regola sbaglia. Situazione che Barton tratta più volte, in particolare nei capitoli 2 e 11; e deve farlo, perché le politiche sull’alfabetizzazione sono uno dei punti centrali di società che si vantano di essere “dell’informazione” e mandano i propri figli a scuola per dieci o più anni.
 
Una volta stabilito questo punto di partenza, il resto è questione di dettaglio. I quattordici capitoli in cui il libro è suddiviso danno un’idea della (necessaria) varietà degli argomenti trattati:
 
  1. An integrated approach to literacy
  2. Talking about literacy
  3. The social basis of literacy
  4. Researching literacy practices
  5. Literacy embedded in language
  6. Configurations of language
  7. Writing systems and other notations
  8. Points in history
  9. The roots of literacy
  10. Emergent literacy
  11. Public definitions of literacy
  12. School practices
  13. Adults and world literacy
  14. Some implications of an ecological view
 
Un limite innegabile: la prima edizione di questo libro risale al 1994, a un anno cioè in cui la comunicazione elettronica aveva un ruolo molto più marginale di quello odierno. La seconda edizione, pur essendo targata 2007, non colma le lacune nel settore in cui i problemi di alfabetizzazione sono oggi più vistosi – e questo forse è il suo limite principale. Tuttavia, anche in questo modo il libro avrebbe moltissime cose da insegnare a chi si occupa di comunicazione elettronica. Sospetto infatti che quanto detto sulla literacy si possa applicare senza problemi anche alla comunicazione elettronica, all’alfabetizzazione informatica, al modo in cui oggi si studia, e così via... Mettendo naturalmente “è complicato” come avviso all’inizio di qualunque discorso.
 

domenica 11 marzo 2012

Analfabetismo funzionale sul Sole - 24 ore

 
Sul Domenicale del Sole-24 ore, il più importante supplemento culturale italiano, mi è capitato oggi di leggere un articolo incredibile firmato da Armando Massarenti. L’articolo è dedicato alla situazione italiana e si presenta con un titolo che già da molto da pensare: Noi, analfabeti seduti su un tesoro. Il sottotitolo però è ancora più inquietante:
 
Il tasso di analfabetismo funzionale ha raggiunto livelli di guardia. O l’azione di Governo sarà in grado di far fronte all’emergenza o per l’Italia il declino è certo.
 
Perbacco! Possibile che sia così? Naturalmente no: per l’alfabetizzazione, funzionale o meno, l’Italia è oggi al livello più alto che abbia mai raggiunto nel corso della sua lunga storia, come mostrano puntualmente le rilevazioni statistiche. E questo livello, per un lungo periodo, non farà che aumentare. La ragione è la normale, per quanto triste, sostituzione demografica: man mano che scompaiono gli italiani più anziani, che hanno livelli inferiori di alfabetismo, la popolazione si trova a essere formata da persone mediamente più istruite, visto che la scolarizzazione è aumentata per decenni. Non è un percorso né irreversibile né in ascesa continua: diversi indicatori sono sostanzialmente fermi da qualche anno (sicuramente da un decennio, forse da un ventennio), e per esempio non è affatto sicuro che gli italiani nati nel 1990 oggi siano in media più istruiti di quanto fossero, alla loro età, gli italiani nati nel 1980. Però sono senza alcun dubbio molto più istruiti e alfabetizzati di quelli nati nel 1960 o nel 1950 o nel 1940 e così via, a ritroso. Il che significa, data la lunghezza media della vita umana, che per una quarantina d’anni o giù di lì, in assenza di catastrofi, anche conservando i livelli di scolarizzazione attuali i tassi di alfabetismo non faranno che aumentare (il discorso poi è un po’ più complesso, in quanto per esempio la capacità formativa della scuola non è costante e le capacità devono essere mantenute, oltre che acquisite; ma oggi, per fare un esempio, gli italiani non scrivono o leggono meno che in passato, anzi).
 
Da dove viene allora l’allarme di Massarenti? Da una voce di Wikipedia in lingua inglese, intitolata Functional illiteracy, che include anche una sezione sulla Prevalence dell’analfabetismo funzionale in alcuni paesi sviluppati. In questa sezione, nota Massarenti, l’Italia guida la classifica, con una percentuale di analfabetismo funzionale pari al 47%, superiore a quella del Messico (43%). Acciderba! L’Italia fa peggio del Messico? Un dato del genere dovrebbe sembrare come minimo sospetto a chiunque abbia viaggiato un po’ per il mondo. Massarenti lo prende per buono, ma io sono diffidente: da dove arriva l’informazione?
 
Il controllo mi ha richiesto circa un quarto d’ora. La voce di Wikipedia rimanda a un rapporto dell’OCSE Canada del 2009, che a sua volta si basa sul rapporto Learning a Living, che a sua volta riferisce i risultati di un’importante indagine del 2003, l’Adult Literacy and Life skills survey (ALL; teniamo in mente questo acronimo, perché ritornerà più avanti). Ovviamente, in questo gioco di scatole cinesi qualcosa si è perso. Nel caso particolare, l’informazione che si è persa è che lo studio originale non include “il Messico”, ma il solo stato messicano di Nuevo Léon – che ha il tasso di scolarizzazione e il reddito più alti del Messico, e arriva al livello di diversi paesi europei. Massarenti non si è curato di fare questa verifica minima, nonostante la voce di Wikipedia sulla cui base lancia l’allarme abbia bene in vista in cima alla pagina l’indicazione “This article may require cleanup to meet Wikipedia's quality standards”.
 
Detto questo, e riportata la cosa sul pianeta Terra (l’Italia è un paese con tassi di alfabetismo molto superiori a quelli del Messico nel suo assieme), torniamo a seguire l’argomentazione dell’articolo. Massarenti si lamenta perché nella versione di Wikipedia in lingua italiana non c’è la voce “Analfabetismo funzionale”, e lancia un appello: “qualcuno la allestisca!”. Ma basta qualche clic per vedere che la voce c’è, dal 26 dicembre 2008, e che è pure linkata nella colonna di sinistra della voce di Wikipedia in lingua inglese citata da Massarenti...
 
Dopodiché Massarenti scrive questo incredibile capoverso:
 
Il 47 per cento di analfabeti vi sembra un'esagerazione? Prima di allarmarci potremmo provare a consolarci in due modi. Primo: obiettare che i dati della voce di Wikipedia si fermano al 2003. Magra consolazione. Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ci ha ricordato, nel suo recentissimo Investire in conoscenza e sul Sole 24 Ore-Domenica di due settimane fa, che negli anni successivi gli analfabeti funzionali sono saliti all'80%!
 
Dal 47% all’80%... Sembra impossibile che un laureato italiano  che vive in Italia (e per di più autore di diversi libri) possa credere che nel suo paese la capacità di leggere e scrivere sia calata in modo così drammatico. Può darsi che si sia visto un calo simile in Cambogia quando i Khmer Rossi hanno sterminato buona parte delle persone capaci di leggere e scrivere. Ma in Italia... Visto che in nove anni il ricambio della popolazione è stato minimo, per portare la percentuale degli “alfabeti funzionali” dal 53 al 20% grosso modo metà degli italiani alfabetizzati deve essere diventata incapace di fare nel 2012 ciò che faceva nel 2003. Tra i colleghi di lavoro capaci di leggere testi, compilare moduli, capire regolamenti, uno su due deve essere diventato incapace di farlo. Possibile? Ovviamente no. La cosa incredibile è che la dichiarazione di Visco cui Massarenti fa riferimento è basata... sull’analisi ALL del 2003, come si legge chiaramente nel testo degli interventi! Semplicemente, Visco ha fatto riferimento a una fascia più ristretta di competenze rispetto a quella utilizzata, a catena, per portare alla voce di Wikipedia letta da Massarenti. In particolare, come si vede dalla tabella che Learning a Living presenta a p. 17, Visco ha fatto riferimento agli italiani che si collocano nelle fasce 3-5, le più alte, mentre la voce di Wikipedia faceva riferimento agli italiani che si collocano nella fascia 1, quella minima.
 
Possiamo quindi tirare un sospiro di sollievo: l’Italia non ha avuto crolli intellettuali, negli ultimi anni. Come sappiamo da tempo, ottiene risultati un po’ peggiori rispetto a quelli dei paesi con cui dovrebbe confrontarsi, e personalmente ritengo che farebbe dimolto bene a investire molto di più nella formazione (dando magari più risorse anche al mio settore di lavoro, e alla fine a me personalmente...), ma non è sull’orlo di un baratro intellettuale. Certo, che intellettuali prestigiosi lancino allarmi destinati ad ampia difussione senza prima fare quei controlli che ogni laureato di buon senso dovrebbe essere in grado di compiere non è un buon segno, ma questo è un altro discorso (o no?).
  
Coraggio, torno a correggere gli elaborati dei miei studenti...
 

sabato 24 settembre 2011

Malaparte, Kaputt e l'alfabetizzazione

Curzio Malaparte (dalla voce Curzio Malaparte di Wikipedia in lingua italiana)È preoccupante se ritengo che Kaputt sia un bel libro? Di sicuro è importante come documento storico (anche se molto di parte) scritto nel mezzo di una delle massime tragedie dell’umanità; ma bello? Con il suo dannunzianesimo di terza mano, la prosa d’arte, i lunghi pranzi dagli ambasciatori, le mani diafane, le digressioni artistiche e musicali tra un massacro e l’altro? Le ipocrisie più o meno nascoste dell’autore?

Beh, a me è piaciuto, e me lo sono letto quasi d’un fiato (due anni fa Adelphi ne ha pubblicato una nuova edizione; io mi sono però portato in vacanza quella che ho trovato nella biblioteca del mio Dipartimento, pubblicata da Vallecchi nel 1964, a cura di Enrico Falqui). Alcuni pezzi sembrano frutto di un lampo di genio: la conclusione, per esempio, tranciante e perfettamente appropriata. Ma dal punto di vista letterario, Malaparte ha il vantaggio di aver attraversato il teatro più importante della Seconda guerra mondiale, cioè il lungo fronte dell’Europa dell’Est, dalla Finlandia ai Balcani, e di averlo fatto dall’interno, nella doppia veste di ufficiale dell’esercito italiano e di giornalista e pubblicista di fama internazionale.

In aggiunta a questo, il libro ha poi qualcosa da insegnare anche dalla mia angolazione. Innanzitutto, per gli scorci che apre sulla superba vacuità della cultura “umanistica” tradizionale: le conversazioni cialtronesche (e, temo, ricostruite in modo piuttosto fedele) sugli argomenti più svariati; le velleità intellettuali di gente come il mio concittadino Hans Frank, l’ex avvocato difensore di Hitler promosso a Generalgouverneur della Polonia conquistata; e così via. Si può oggi sorridere delle teorie sulla natura femminile dei dittatori, e sulla teoria che i tedeschi facciano la guerra perché hanno paura di chi è debole o vittima. Ma su queste chiacchiere vuote si è retta – e per certi aspetti si regge ancora – una classe sterminata di persone molto brave a convincere gli altri, ma del tutto incapaci di capire ciò che è vero, o giusto, o umano.

Poi, naturalmente, c’è l’altra faccia della medaglia. Tipo le “lezioni all’aperto” sul fronte russo: Malaparte dice di averne vista una sola, “nel kolkhoz di un villaggio presso Nemirowskoie” (p. 320), con i prigionieri sovietici tenuti immobili dai tedeschi nel cortile, sotto la pioggia. A un certo punto, un Feldwebel annunciando “che ora si sarebbe fatta la prova della lettura, che ciascuno avrebbe dovuto leggere ad alta voce un brano di giornale: e che chi avesse superato la prova con onore sarebbe stato destinato come scrivano negli uffici dei campi di prigionieri; gli altri, quelli che non avessero superato la prova, sarebbero stati mandati a lavorare la terra, o a fare i manovali o gli sterratori” (p. 321).

Dopodiché, i prigionieri si sforzano disperatamente di leggere “vecchi numeri dell’Isvestia o della Pravda” (p. 323). Tra i primi cinque, uno solo viene “promosso”, e ride. I cinque del secondo gruppo “si sforzavano di legger bene, senza inciampar nelle parole, senza sbagliare gli accenti, ma due soli riuscivano a legger correntemente; gli altri tre, rossi in viso per la vergogna, o pallidi d’angoscia, tenevano il giornale stretto fra le due mani, e ogni tanto si leccavano le labbra arse”; e così via (pp. 324-325). Per un’ora, chi non supera la prova arrossisce e si vergogna, chi la supera si schiera dalla parte dei “promossi”, orgoglioso e soddisfatto. Al termine della prova, il Feldwebel conta rapidamente i due gruppi: ottantasette bocciati e trentuno promossi. I promossi, contenti, vengono messi in riga. L’ufficiale li fa marciare fino al muro di cinta; schiera una squadra di SS, e, a manovra terminata, come tutti i lettori di Malaparte hanno immaginato fin dall’inizio della storia, dà l’ordine: Feuer!

Svanita l’eco degli spari, l’interprete (un tedesco maestro di scuola a Melitopol), spiega quindi a Malaparte: “Bisogna ripulir la Russia di tutta questa marmaglia letterata. I contadini e gli operai che sanno leggere e scrivere troppo bene, sono pericolosi. Tutti comunisti.”

- Natürlich, - risposi. - Ma in Germania tutti, operai e contadini, sanno leggere e scrivere benissimo.
- Il popolo tedesco è un popolo di alta Kultur.
- Naturalmente, - risposi, - un popolo di alta Kultur.
- Nicht wahr? - disse ridendo il Sonderführer, e s’avviò verso gli uffici del Comando.
E io rimasi solo in mezzo al cortile, davanti ai prigionieri che non sapevano leggere bene, e tremavo tutto (pp. 327-328).


Ecco, leggere e scrivere, avere una cultura e una letteratura, ha significato anche questo. A volte è bene ricordarsene.

lunedì 8 marzo 2010

Primi successi


D'accordo: sull'idealizzazione acritica dell'alfabetizzazione si può dire molto. In alcuni casi, può essere una buona idea, per una società, investire altre direzioni (magari nella fornitura di acqua potabile, o nella sicurezza). L'alfabetizzazione potrebbe anche non essere un valore in sé. Eccetera eccetera.

Però imparare a leggere e scrivere è comunque una soddisfazione. Per i figli e per i genitori... Anche quando il nome ancora non è scritto bene!

mercoledì 17 febbraio 2010

Studiare rende?

L'alfabetizzazione serve o no, dal punto di vista economico? Un dibattito sintetico ma interessante è stato ospitato nel 1996 nel primo Working Paper di una serie pubblicata dal Centre for Literacy del Quebec.

Di sicuro, un punto di forza è dato dal fatto che, semplicemente, come ricorda qui Stan Jones, di solito le società più alfabetizzate sono anche le più ricche, e gli individui che hanno titoli di studio più alti sono in media i più ricchi. Correlation is not causation, ma risulta molto difficile anche solo immaginare una società sviluppata che non abbia molti professionisti, indigeni o importati, attivi in settori che richiedono molto studio sui libri (dall'ingegneria alla medicina... fino alla ricerca universitaria?). Tutt'al più, il problema può consistere nell'individuare i livelli ottimali di sviluppo. Fermo restando che a parità di condizioni è senz'altro meglio avere un bel po' di studi alle spalle che non averli, ci deve essere senz'altro un punto in cui lo studio non produce più un adeguato ritorno dell'investimento, né per l'individuo né per la società. Ma se in teoria la cosa è facile, nella pratica oggi stiamo mirando troppo in alto o troppo in basso?
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