venerdì 26 gennaio 2018
Tavosanis, Lingue e intelligenza artificiale
martedì 5 novembre 2013
Okrent, In the land of invented languages
mercoledì 30 ottobre 2013
A Parigi con Licklider
martedì 21 febbraio 2012
Come parleranno i miei studenti, nel 2062?
domenica 30 ottobre 2011
La lingua moderna dei romanzi storici

Giusto poche settimane fa parlavo del problema della ricostruzione della lingua parlata in passato.
L'altro ieri mi è arrivata una copia degli atti del convegno di Varsavia, pubblicati con il titolo Finzione cronaca realtà. Scambi, intrecci e prospettive nella narrativa italiana contemporanea, a cura di Hanna Serkowska (Massa, Transeuropa, 2011; ISBN 978-88-7580-146-5, 25 €). All’interno c’è anche il mio contributo dedicato a La lingua moderna dei romanzi storici (pp. 335-346), che è stato il punto di partenza della discussione sulla lingua parlata in passato.
domenica 16 ottobre 2011
Sappiamo in che modo parlava la gente, prima del fonografo?
Due anni fa sono andato a Varsavia a parlare della lingua usata per i dialoghi in alcuni romanzi storici italiani. Da quel lavoro sono venute fuori anche alcune discussioni con gli autori dei romanzi medesimi, sul tema: è possibile ricostruire con precisione la lingua parlata del passato?
Intanto, da poco più di un secolo e mezzo è possibile registrare la voce umana, e questo scioglie un sacco di dubbi – anche se la qualità delle registrazioni più antiche è molto scarsa. Cosa curiosa, sembra che, a esclusione di un verso cantato in francese, la più antica registrazione della voce umana sia in lingua italiana: i tre versi iniziali del prologo dell’Aminta di Tasso letti ad alta voce (in modo non del tutto corretto) da Édouard-Léon Scott de Martinville, l’inventore del “fonoautogramma”, tra l’aprile e il maggio del 1860. Ma tutta la storia del fonoautogramma merita una lettura, sul sito FirstSounds.
Nella pratica, le registrazioni si fanno più diffuse e comprensibili solo a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, con la diffusione del fonografo di Edison. Non che per l’italiano le prime registrazioni siano peraltro facili da trovare... Ho cercato, ma non mi sembra che nessuno si sia mai posto il problema di fare una lista delle più antiche registrazioni di parlato italiano ancora oggi ascoltabili. L’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi dichiara di avere nella Sezione Voci storiche:
le voci di personaggi importanti in tutti i campi della storia del secolo appena trascorso, da quello letterario a quello politico a quello musicale: voci di poeti e scrittori quali Giacosa, incisa nel 1900, Trilussa, Marinetti, Deledda, Pirandello, Quasimodo, Bassani, Caproni, Luzi, Bertolucci,...; voci di papi, a partire da quella di Leone XIII del 1903; voci di re: Vittorio Emanuele III; voci di generali e politici della prima guerra mondiale: Cadorna, Diaz, Badoglio, Orlando; voci del fascismo: Mussolini, De Vecchi, Balbo,...; voci di scienziati: Marconi, Fermi,...; di politici della repubblica: Togliatti, De Gasperi, Nenni, Saragat,...
Queste registrazioni non sono però disponibili sul web o in qualunque forma che non richieda la visita a un archivio specializzato (o perlomeno, io non sono riuscito a trovarne traccia – qualche anno fa, diversi di questi campioni erano stati presentati sul sito web dell’allora Discoteca di Stato). Parlando di linguaggio di inizio Novecento siamo inoltre già a contatto con la memoria dei viventi: non c’è bisogno di basarsi solo sulle registrazioni, si può anche chiedere a chi ha imparato a parlare in quegli anni – anche se da qui al 2015 scompariranno, purtroppo, gli ultimi esseri umani che abbiano imparato a parlare nell’Ottocento. Per gli anni successivi, infine, la quantità di registrazioni aumenta e si intreccia sempre più con le pratiche quotidiane.
Andando a ritroso nel tempo, viceversa, le cose diventano più difficili. Prima del 1860, in assenza di registrazioni e ormai scomparsi tutti i testimoni diretti, ci si può basare solo sulle fonti scritte. Né aiutano molto le (poche) descrizioni di una lingua lasciate dai contemporanei: prima dell’Ottocento, con poche eccezioni, si tratta di descrizioni pre-scientifiche che non forniscono informazioni concrete (che cosa può significare, per esempio, l’osservazione che in una data città d’Italia la pronuncia “è più dolce” rispetto a un’altra? Nulla che possa essere trasformato in precise indicazioni articolatorie o ritmiche). Si è anche parlato della possibilità che i prodotti lavorati al tornio, per esempio i vasi, possano aver “registrato” in modo ricostruibile le vibrazioni dell’aria prodotte da persone che parlavano nelle vicinanze durante la lavorazione... ma, che io sappia, nessuno è mai riuscito a ricavare nulla di utile da queste speculazioni.
Qualche aiuto può venire dalle testimonianze indirette. In fin dei conti, l’esistenza di lingue come l’indoeuropeo si può dedurre con buona approssimazione dal semplice confronto delle lingue derivate, senza che dell’indoeuropeo originale sia arrivata fino a noi la minima testimonianza diretta, scritta o d’altro genere. Tentativi di ricostruire su questa base indiretta la lingua effettivamente parlata sono stati fatti da molto tempo e continuano ancora oggi. Il più famoso di questi risale però al 1868, quando il filologo tedesco August Schleicher, basandosi sulla propria ricostruzione dell’indoeuropeo, provò a scrivere una breve favola in quella lingua. In seguito, lo stesso testo è stato usato da altri linguisti per fare lo stesso esperimento... ma, anche se probabilmente c’è stato un progresso, le differenze tra le varie versioni rendono chiaro che il margine di dubbio è notevole. Schleicher diede al brano un titolo elementare: Avis akvāsas ka (‘la pecora e i cavalli’... chi ha familiarità con il latino lo può facilmente ricondurre a un’espressione non grammaticale, ma strettamente imparentata, come "ovis equosque"), cioè in pratica tre parole accostate. Nonostante questa elementarità, il modo “giusto” per ricostruire il titolo è però variato molto negli anni. Due delle ricostruzioni più recenti sono per esempio queste, che modificano radicalmente la scelta delle vocali:
ʕʷeuis ʔkeuskʷe
h2ówis h1ék’wōskwe
Insomma, le fonti scritte sono l’unico strumento possibile – per quanto incompleto – per ricostruire credibilmente il parlato per buona parte della storia umana. Se mancano fonti scritte, si possono fare supposizioni intelligenti ma piuttosto generiche. Se per miracolo un parlante indoeuropeo nativo saltasse fuori oggi, scongelato, da un blocco di ghiaccio himalayano, è lecito sospettare che recitandogli la favoletta di Schleicher (o una delle sue rielaborazioni) non si otterrebbe una comprensione immediata.
E per le epoche successive? Qui ci si confronta con problemi diversi, visto che la scrittura fornisce un quadro molto ampio rispetto alle testimonianze indirette, ma comunque parziale. Per il caso italiano una risposta esemplare a questo genere di dubbi è stata comunque fornita l’anno scorso dalla Grammatica dell’italiano antico di Giampaolo Salvi e Lorenzo Renzi: due imponenti volumi di cui spero di parlare nel prossimo post.
lunedì 18 gennaio 2010
Ultravox, The Voice
Adesso ci sono incappato per caso e mi sarò riascoltato tutto il pezzo una quarantina di volte. Eccolo qui su YouTube, nella versione che accompagna un video del tutto folle - e molto migliore rispetto al pretenzioso video dell'official version. L'ambientazione inglese anni Quaranta si fa perdonare anche il taglio brusco sul finale:
A ripensarci: le canzoni che parlano di parole non sono poi tante. O forse è un'impressione?
venerdì 13 novembre 2009
Varsavia a novembre
Martedì 10 ho fatto un intervento a Varsavia all'interno del convegno Fiction, faction, reality: incontri, scambi, intrecci nella letteratura italiana dal 1990 a oggi, organizzato dall'Università e dall'IIC di Varsavia.Il mio intervento era dedicato alla Lingua moderna dei romanzi storici; cioè, in sostanza, all'uso a volte anacronistico di un linguaggio moderno (soprattutto per gli insulti) in libri come Q di Luther Blissett / Wu Ming, oppure come la trilogia di Magdeburg di Alan D. Altieri. Con, in più, qualche confronto con la situazione non italiana, a cominciare dal Baroque Cycle di Neal Stephenson, di cui però a Varsavia non ho potuto parlare un gran che. Mi rifarò, auspicabilmente, con la versione per gli atti del convegno.
Il viaggio è stato anche un'occasione interessante per visitare Varsavia, dove non ero mai stato. Particolarmente curioso poi il centro la mattina dell'11: festa nazionale con negozi chiusi e tanti gruppetti di rievocatori in uniformi d'epoca.
Adesso, al rientro, mi ritrovo con un arretrato imponente di compiti da correggere, tesi da rivedere e così via... ma spero di riallinearmi presto.
sabato 18 aprile 2009
Ma si può misurare la complessità linguistica?
domenica 22 marzo 2009
Simone, La terza fase
Il libro parte da una domanda importante: "come si conserva e trasmette quel che sappiamo?" (p. X). L'idea di Simone è che rispetto al passato "I saperi che circolano oggi, nella Terza Fase, sono meno articolati, meno sottili, e, addirittura, possono fare a meno di basarsi su formulazioni verbali" (p. XII).
Il primo capitolo è dedicato al rapporto tra vista e udito ("L'ordine dei sensi"). La "visione alfabetica" (ma in realtà Simone parla, senza accorgersene, di "visione data dalla scrittura": possibile anche in sistemi non alfabetici) concilia i due sensi in un'unità superiore.
Poi Simone passa a dire che la "visione alfabetica" è arrivata, dopo secoli di espansione, al momento del declino. "Questo fenomeno non dà manifestazioni dirette e clamorose, ma si lascia osservare solamente attraverso indizi. Uno di questi è costituito dal graduale arrestarsi, in tutto il mondo, del decremento dell'analfabetismo, e, corrispettivamente, dall'enorme aumento della varietà degli stimoli uditivi che veicolano messaggi e della tipologia delle immagini visive" (pp. 21-22).
Davvero? Per quanto riguarda la seconda parte dell'argomento, perché mai la varietà di immagini visive e messaggi dovrebbe, di per sé, andare a detrimento della lettura? Tutti i dati che abbiamo vanno in direzione opposta (v. Morrone e Savioli).
E per quanto riguarda la prima parte, dire che una cosa cresce più lentamente vuol dire che è arrivato il suo declino? Ne dubito. L'accesso a un determinato stile di vita è causa ed effetto di un rapporto diverso con la lettura e il "decremento dell'analfabetismo" mi sembra collegabile più alle dinamiche sociali ed economiche che a qualunque altro fattore. Negli ultimi vent'anni masse immense sono uscite dalla povertà e hanno cominciato a fare lavori che richiedono spesso, tra le altre cose, capacità di lettura; se il processo continuerà, perché non dovrebbero accedere a questo tipo di interazione anche tutti gli esseri umani che ora ne sono esclusi?
Guardare, dice poi Simone, è più facile che leggere. E fin qui tutto bene. Ma siamo sicuri che questo voglia dire che oggi ci sia uno "spostamento" in direzione del guardare o sentire e a danno del leggere? In fin dei conti, su Internet si vedono molti video ma nessuno (o quasi) si mette a guardare video per imparare, per esempio, a programmare in Java - a meno che il video non sia davvero utile! La "facilità" d'uso è importante, ma non è certo l'unico fattore nella scelta degli strumenti o delle attività. Alcune competenze e conoscenze si acquisiscono molto meglio passando dalla lettura; finché queste competenze e conoscenze saranno richieste, e finché praticamente tutti gli abitanti delle società economicamente progredite impareranno a leggere e a scrivere, non vedo come la lettura possa ridursi d'importanza al loro interno.
Per ricostruire il suo schema Simone si basa su un libro di Detti che non ho letto; può darsi che lì ci siano informazioni diverse da quelle che ho io. Ma ne dubito. Simone però non esibisce dubbi. Citando un libro di Sartori (purtroppo non conosco neanche questo... ma, di nuovo, dubito che possa essere una base solida per considerazioni del genere!) arriva a dire che "Oggi è tornata a dominare la visione non-alfabetica, e una varietà di analisi si sono soffermate su questo fatto" (p. 23). "Fatto", nientemeno! Non "ipotesi", o "idea"... fatto.
Eppure di statistiche non c'è traccia. Si può dimostrare che per esempio i giovani italiani hanno meno confidenza con la scrittura o la lettura rispetto ai loro concittadini più anziani? Tutti i dati che abbiamo mostrano il contrario.
Altri punti del libro danno dubbi perfino dal punto di vista scientifico. Alle pp. 30-31 si parla dell'origine del linguaggio ma diverse osservazioni fatte mi lasciano perplesso. Per esempio si dice che per la "nascita della fonazione" "alcuni propongono 25.000, altri 35.000 anni fa, altri date ancora più remote" (p. 31)! Io non ho mai visto stime inferiori ai 30.000 anni e penso che oggi nessuno abbia il coraggio di sostenere che un linguaggio articolato non esistesse nel 23.000 AC! Tra l'altro, si pensa che gli abitanti della Tasmania o delle Andamane possano essere rimasti isolati per 40.000 anni, e loro il linguaggio ce l'hanno... (anche se, a dire il vero, il loro isolamento risale forse a "solo" 12.000 anni fa, con la deglaciazione). Qualcuno avrà fatto anche stime così basse - non pretendo di conoscerle tutte - ma il punto è che il consenso oggi punta a date molto più remote, dai 50-60.000 anni minimo (con l'uscita dei sapiens dall'Africa) fino all'homo erectus, arrivando agli estremi di Alinei (che ritiene che gli attuali gruppi linguistici proseguano le lingue dei gruppi separatisi due milioni di anni fa; ipotesi un po' estrema, ma ammissibile).
Il capitolo 2 del libro è dedicato ai "Destini del parlare", e descrive i pregiudizi contro i linguaggi umani. Interessante, ma unilaterale. Perché non descrivere anche gli elogi della voce, che sono numerosi (a partire, per me, da quelli di Bembo)? Citazione citabile, per me, parlando di chat: "lo scritto e il parlato tendono sempre di più a coincidere o per lo meno a somigliare" (p. 49). Ma no! Si è creato uno spazio intermedio, ma lo scritto-scritto è ben vivo e il fatto che tra i due poli ci siano scalini meno bruschi non vuol affatto dire che uno dei due scompaia.
Eccetera. Nel resto del libro ci sono molte osservazioni interessanti, e alcune interessantissime (come la discussione dei "fenomeni vaghi", p. 125). Ma è il quadro complessivo che, semplicemente, non funziona.
Altra citazione citabile: "la scoperta e la pratica della scrittura devono aver avuto effetto anche sulla strutturazione delle lingue (...) anche la Terza Fase avrà prodotto e starà producendo cambiamenti nell'organizzazione del linguaggio, nella sua qualità e nel suo modo di 'cogliere' le cose" (pp. 123-124). Forse. Di sicuro gli esempi forniti (la posta elettronica e gli SMS hanno modoficato "il concetto stesso di lettera", p. 124) non sono poi così epocali.
Un aspetto da approfondire: il chiacchiericcio. Ebbene sì, la voce ha meno applicazioni pratiche di quanto generalmente si pensi. Personalmente, credo da anni che il vantaggio evolutivo dato dal linguaggio, più che alla trasmissione di dati ("Tre tigri dai denti a sciabola in avvicinamento da nord-est, ma non hanno l'aria affamata...") sia collegabile alla selezione sessuale e al mantenimento dei rapporti sociali ("Sei bellissima, stasera"). L'impiego per la trasmissione di conoscenze è solo uno degli usi del linguaggio, e direi che, per quanto fondamentale, è del tutto minoritario nell'uso quotidiano della lingua... al di fuori dei canali formalizzati di istruzione.




