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venerdì 26 gennaio 2018

Tavosanis, Lingue e intelligenza artificiale

  
 
Mirko Tavosanis, Lingue e intelligenza artificiale
È appena arrivato in libreria il mio nuovo libro: Lingue e intelligenza artificiale, pubblicato da Carocci.
 
Ci tengo a dire che alla base del libro c’è una pura curiosità personale. Qualche tempo fa mi sono infatti chiesto: quanto bene funzionano i sistemi moderni di elaborazione del linguaggio naturale? Io sono un “addetto ai lavori” attivo in un settore strettamente affine, ma mi sono accorto che la risposta non era ovvia né facile da trovare.
 
Uno dei motivi dietro a queste difficoltà è il fatto che i discorsi in materia sono immersi in un mare di esagerazioni. In fin dei conti, che i sistemi informatici siano capaci di trascrivere il parlato o di tradurre testi ho cominciato a sentirlo dire trent’anni fa. Ricordo bene, per esempio, un bravo editore italiano che nel 1990 dichiarava di aver assistito alla prova di sistemi automatici di traduzione e dichiarava che erano in grado di tradurre bene narrativa e saggistica. Già all’epoca trafficavo un po’ con queste cose e sapevo bene che nulla di tutto questo era vero; o meglio, che le prestazioni che venivano vantate erano remotissime da quelle che si potevano ottenere in circostanze reali. Con un po’ di esagerazione, ma non troppa, si può dire che a quei tempi i sistemi di trascrizione non trascrivevano e i sistemi di traduzione non traducevano.
 
Da qualche anno, però, mi sono accorto con piacere che le cose sono cambiate. Finalmente alcuni di questi sistemi funzionano e si possono usare nella vita di tutti i giorni. Solo che non sono perfetti… e non è chiaro quali cose funzionino bene e quali no. Le informazioni pubblicate sono poche e ben nascoste.
 
A un certo punto, quindi, mi sono detto che mi interessava avere dati più precisi. In particolare, mi interessava capire quanto funzionassero i sistemi che avevano un rapporto con il parlato e quelli che possono vantare l’apporto di tecniche nuove, definite genericamente come tecniche di “intelligenza artificiale”.
 
Uno dei motivi per cui questa curiosità era forte è stato il rapporto con la scrittura. A me interessa soprattutto la lingua scritta, e questi sistemi in alcuni casi sembrano permettere cose che in precedenza solo la scrittura poteva fare. Per questo, tra l’altro, ho aperto un blog dedicato alle interfacce vocali.
 
La risposta alla domanda di base, comunque, è rimasta molto sfaccettata. Diciamo che, nella mia prospettiva, le prestazioni dei sistemi si sono rivelate sorprendentemente buone per quanto riguarda la traduzione del “parlato letto”, sorprendentemente cattive per quanto riguarda la trascrizione di conversazioni spontanee, mediocri ma sorprendentemente utili per quanto riguarda la traduzione da una lingua all’altra, sia nello scritto sia nel parlato… In molti casi, i risultati che sono riuscito a misurare sono stati molto diversi da quelli che mi sarei aspettato.
 
In aggiunta a questi numeri ho poi cercato di fare qualche speculazione sull’utilità futura di questi sistemi. Qui il discorso ha dovuto intrecciare le prospettive informatiche (che conosco poco) e quelle storico-linguistiche (che invece spero di conoscere abbastanza bene). Il risultato lo giudicheranno i lettori. Per me, in ogni caso, c’è la soddisfazione di essermi tolto diverse curiosità e di essere passato, spero, alla fase successiva.
 
Oltre che nelle librerie tradizionali, il libro è disponibile anche attraverso canali di vendita come Amazon. Spero che in tempi ragionevoli sia possibile avere anche una versione come e-book.
 
Mirko Tavosanis, Lingue e intelligenza artificiale, Roma, Carocci, 2018, pp. 126, € 12, ISBN 978-88-430-9013-6.
 

martedì 5 novembre 2013

Okrent, In the land of invented languages

 
 
Arika Okrent, In the land of invented languages
In the land of invented languages si è rivelato un compagno di viaggio divertente e utile – anche in vista della presentazione su Licklider che ho fatto la settimana scorsa. Il libro di Arika Okrent (Spiegel & Grau, 2009; attualmente €8,36 per la versione su Kindle), infatti, è un raro esempio di testo divulgativo che riesce a fornire elementi nuovi anche agli addetti ai lavori, oltre che un quadro d’assieme.
 
L’argomento del libro è la creazione di lingue artificiali, dal Medioevo a oggi. La prima parte di questo percorso è stata già coperta da testi classici, a cominciare da La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea di Umberto Eco, e qui le novità sono ovviamente poche. Si parte infatti dalla Lingua ignota di Hildegarda di Bingen, si transita per tutti i meravigliosi tentativi seicenteschi di produrre inventari delle idee e creare lingue filosofiche, si passa da Leibniz e si arriva…
 
Beh, non si arriva da nessuna parte, perché il discorso cambia. Constatata l’impossibilità di realizzare lingue filosoficamente perfette, capaci di descrivere in modo oggettivo la realtà, tra Sette e Ottocento le persone serie abbandonano l’impresa. Nel corso dell’Ottocento invece i casi di successo nella creazione di lingue artificiali sono ispirati da un’idea nuova: migliorare la comprensione tra i popoli. L’idea è che una lingua semplice e nuova, che non favorisce un gruppo particolare di parlanti, possa essere un contributo alla pace mondiale, e l’esperanto di Zamenhof è ancora oggi il caso di maggior successo in questo settore.
 
Tutto questo è ben descritto nel libro. Il punto però in cui la trattazione eccelle e risulta anche nuova è il Novecento e l’inizio del nuovo millennio. In cui fiorenti comunità di esperantisti convivono con nuovi tentativi di creare lingue filosofiche, mentre prosperano – ed è la maggiore novità degli ultimi anni – lingue create unicamente per scopi estetici e per divertimento, a cominciare da quelle prodotte da Tolkien al servizio dei suoi libri (o viceversa). Il sottotitolo del libro è quindi una buona sintesi di ciò che si trova negli ultimi capitoli: Esperanto Rock Stars, Klingon Poets, Loglan Lovers, and the Mad Dreamers Who Tried to Build A Perfect Language.
 
Nel complesso, la componente informativa di In the land of invented languages mi sembra molto solida, anche se io sento la mancanza di una vera e propria bibliografia di riferimento (e ha scopi poco più che illustrativi la presenza di una lista di 500 linguaggi inventati, che sono stati scelti a campione e su cui non viene fornito nessun dettaglio). La componente di intrattenimento è fornita dal fatto che l’autrice è andata per esempio a incontrare le persone che parlano, o provano a parlare, in lojban, o in klingon, cercando di capire le motivazioni che stanno dietro ai singoli e alle relative comunità. Ottenendo anche, nel corso delle ricerche, un certificato di primo livello di conoscenza del klingon, come è riportato sul sito web dedicato al libro, dove è possibile leggere qualche capitolo di prova. Insomma, a me è capitato non solo di imparare qualcosa (che finora non avevo trovato da nessun’altra parte) sul blissymbolics o sul lojban, ma anche di divertirmi in viaggio.
 

mercoledì 30 ottobre 2013

A Parigi con Licklider

 
 
La locandina di HaPoC all'Ecole Normale Superieure
In questi giorni sono a Parigi per partecipare al convegno HaPoC – History and Philosophy of Computing. La partecipazione non solo da parte italiana, ma anche solo da parte pisana (e dintorni) è sorprendentemente entusiasta… sono presenti anche Fabio Gadducci, Giovanni Cignoni ed Elisabetta Mori, che hanno fatto due ottimi interventi sulla storia dell’informatica in Italia.
 
Io invece ho parlato del lavoro di J. C. R. Licklider, e in particolare del suo libro Libraries of the Future (1965), che mi sembra la prima descrizione dettagliata di un progetto di sistema informatico destinato non solo ad archiviare, ma anche ad elaborare la conoscenza umana depositata in libri e articoli scientifici. Un ringraziamento particolare in proposito va ad Elisa Bianchi e Simona Turbanti, che gentilmente mi hanno fornito indicazioni molto utili sul rapporto tra il progetto di Licklider e le attuali tecnologie del web semantico (in particolare RDF e OWL).
 
Come mai sono ritornato fino a Licklider? Beh, negli ultimi anni mi sto interessando molto alla storia dell’informatica perché presenta molti sistemi di interazione che negli anni sono stati abbandonati a favore di un modello molto ristretto. Adesso si può sperimentare con maggiore libertà – anche dal punto di vista dell’hardware – ma mi sembra che ci sia una scarsa produzione di concetti veramente nuovi… tornare indietro può essere illuminante.
 
D’altra parte, nel caso di Licklider uno dei concetti di base non è, ahimè, recuperabile, perché si basa su un percorso di ricerca che non ha compiuto progressi significativi: l’analisi del linguaggio naturale. La speranza espressa dall’autore era che, semplicemente, fosse possibile tradurre con facilità un testo dall’inglese tecnico a un “unambiguous English” elaborabile in automatico. O meglio, gli esseri umani avrebbero potuto scrivere direttamente in “unambiguous English” oppure tradurre in questa lingua (facendosi aiutare da computer e controllando poi la traduzione con gli autori del testo originale… Licklider si spinge fino a stimare che un articolo di dieci pagine avrebbe potuto essere controllato attraverso una riunione lunga solo un’ora!).
 
Naturalmente il problema qui è alla radice. Il linguaggio umano, incluso quello dei testi tecnici, non può essere facilmente trasformato in linguaggio formalizzato. Le ambiguità sono frequentissime e scioglierle formalmente richiede uno sforzo enorme – e a occhio molto superiore, nella maggior parte dei casi, ai vantaggi che si possono avere da una traduzione su cui le macchine possono lavorare. Stato di cose che viene confermato, su un altro versante, dall’impossibilità pratica per gli esseri umani di parlare lingue molto formalizzate, a cominciare dal lojban.
 

martedì 21 febbraio 2012

Come parleranno i miei studenti, nel 2062?

 
Stamattina ho iniziato i miei corsi per il nuovo semestre di Informatica umanistica: il Laboratorio di scrittura (I anno) e Codifica di testi (III anno). Dal punto di vista lavorativo immagino che mi daranno il colpo di grazia, visto che già adesso devo dedicare tutto il fine settimana e buona parte delle serate semplicemente al tentativo di tenere la testa fuori dall’acqua... ma in compenso sono sempre interessanti e divertenti!
 

Stamattina per esempio ho iniziato a  “giustificare” agli studenti del Laboratorio di scrittura la necessità di tenere un corso sulla scrittura in lingua italiana. In fin dei conti, nel giro di qualche decennio non parleremo / scriveremo tutti in inglese? O cinese? O arabo, oppure swahili...?
 

Beh, ovviamente no. I motivi per cui non succederà niente di tutto questo sono molti e molto variati, ma la prima cosa da tenere presente è che gli esseri umani non cambiano facilmente il proprio linguaggio individuale. E siccome gli esseri umani “durano” oggi circa ottant’anni, in una data che ci appare oggi remota come il 2062 una buona parte della popolazione italiana sarà composta non solo dagli attuali bambini, ma anche da molti ventenni e trentenni di oggi (non da me, verosimilmente, ma così va il mondo). Tra cinquant’anni, anzi, i miei studenti saranno forse appena andati in pensione... o forse, visto l’andamento, saranno ancora in buona parte attivi nel mondo del lavoro. Nel frattempo, qualcuno di loro avrà imparato qualche altra lingua straniera, per necessità o piacere, e qualcun altro sarà andato a vivere all’estero, ma la maggior parte vivrà in Italia e avrà le stesse competenze linguistiche che ha oggi: italiano o dialetto come madrelingua, italiano come lingua per buona parte dell’interazione al di fuori della famiglia, inglese per alcune attività lavorative e sociali.
 

Come rincalzo per far passare l’idea ho usato un video, Future hipsters, pubblicato poche settimane fa per un’iniziativa chiamata Social media week e ambientato appunto nel 2062. Io lo trovo sinistramente plausibile: in fin dei conti, non si cambia poi molto, negli anni...
 

 

In aula, mi sembra che il prodotto sia stato apprezzato – e, tra l’altro, rimango sempre ammirato vedendo che agli studenti universitari italiani è oggi possibile presentare un filmato con dialoghi in inglese e vedere che buona parte di loro (anche se non certo il 100%) capisce e segue. Vent’anni fa era difficile. Trent’anni fa era molto difficile. Quarant’anni fa sospetto che fosse praticamente impossibile. Se anche si volesse imporre di punto in bianco una nuova lingua straniera nuova nelle scuole, al posto dell’inglese, la scala temporale necessaria per avere classi in grado di seguire un video nella nuova lingua sarebbe più o meno questa. I nazionalisti terrorizzati possono stare tranquilli, per tutto il resto della loro vita.
 

domenica 30 ottobre 2011

La lingua moderna dei romanzi storici


Giusto poche settimane fa parlavo del problema della ricostruzione della lingua parlata in passato.

L'altro ieri mi è arrivata una copia degli atti del convegno di Varsavia, pubblicati con il titolo Finzione cronaca realtà. Scambi, intrecci e prospettive nella narrativa italiana contemporanea, a cura di Hanna Serkowska (Massa, Transeuropa, 2011; ISBN 978-88-7580-146-5, 25 €). All’interno c’è anche il mio contributo dedicato a La lingua moderna dei romanzi storici (pp. 335-346), che è stato il punto di partenza della discussione sulla lingua parlata in passato.

Il contributo definitivo descrive i modi attualizzati per rappresentare il linguaggio del passato in alcuni romanzi italiani contemporanei: Q, Altai e Manituana di Luther Blissett / Wu Ming, più la trilogia di Magdeburg di Alan D. Altieri (l’aspetto più vistoso di questa attualizzazione è l’ampio uso di parolacce - che però non sono certo un’invenzione moderna!). In più, in chiusura c’è un rapido confronto con la lingua di alcuni romanzi paragonabili in lingua inglese, dal ciclo 1632 di Eric Flint fino al Baroque Cycle di Neal Stephenson.

Fuori verbale, devo poi dire che alcuni di questi modi per attualizzare la lingua del passato mi convincono. I meccanismi usati in Q e, più ancora, quelli della trilogia di Magdeburg mi sembrano ben collocati nel racconto; leggendoli, non ho l’impressione di qualcosa fuori posto.  

domenica 16 ottobre 2011

Sappiamo in che modo parlava la gente, prima del fonografo?

Registrazione etnografica americana del 1916: Wikipedia in lingua inglese, voce Sound recording and reproductionDue anni fa sono andato a Varsavia a parlare della lingua usata per i dialoghi in alcuni romanzi storici italiani. Da quel lavoro sono venute fuori anche alcune discussioni con gli autori dei romanzi medesimi, sul tema: è possibile ricostruire con precisione la lingua parlata del passato?


Intanto, da poco più di un secolo e mezzo è possibile registrare la voce umana, e questo scioglie un sacco di dubbi – anche se la qualità delle registrazioni più antiche è molto scarsa. Cosa curiosa, sembra che, a esclusione di un verso cantato in francese, la più antica registrazione della voce umana sia in lingua italiana: i tre versi iniziali del prologo dell’Aminta di Tasso letti ad alta voce (in modo non del tutto corretto) da Édouard-Léon Scott de Martinville, l’inventore del “fonoautogramma”, tra l’aprile e il maggio del 1860. Ma tutta la storia del fonoautogramma merita una lettura, sul sito FirstSounds.

Nella pratica, le registrazioni si fanno più diffuse e comprensibili solo a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, con la diffusione del fonografo di Edison. Non che per l’italiano le prime registrazioni siano peraltro facili da trovare... Ho cercato, ma non mi sembra che nessuno si sia mai posto il problema di fare una lista delle più antiche registrazioni di parlato italiano ancora oggi ascoltabili. L’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi dichiara di avere nella Sezione Voci storiche:

le voci di personaggi importanti in tutti i campi della storia del secolo appena trascorso, da quello letterario a quello politico a quello musicale: voci di poeti e scrittori quali Giacosa, incisa nel 1900, Trilussa, Marinetti, Deledda, Pirandello, Quasimodo, Bassani, Caproni, Luzi, Bertolucci,...; voci di papi, a partire da quella di Leone XIII del 1903; voci di re: Vittorio Emanuele III; voci di generali e politici della prima guerra mondiale: Cadorna, Diaz, Badoglio, Orlando; voci del fascismo: Mussolini, De Vecchi, Balbo,...; voci di scienziati: Marconi, Fermi,...; di politici della repubblica: Togliatti, De Gasperi, Nenni, Saragat,...

Queste registrazioni non sono però disponibili sul web o in qualunque forma che non richieda la visita a un archivio specializzato (o perlomeno, io non sono riuscito a trovarne traccia – qualche anno fa, diversi di questi campioni erano stati presentati sul sito web dell’allora Discoteca di Stato). Parlando di linguaggio di inizio Novecento siamo inoltre già a contatto con la memoria dei viventi: non c’è bisogno di basarsi solo sulle registrazioni, si può anche chiedere a chi ha imparato a parlare in quegli anni – anche se da qui al 2015 scompariranno, purtroppo, gli ultimi esseri umani che abbiano imparato a parlare nell’Ottocento. Per gli anni successivi, infine, la quantità di registrazioni aumenta e si intreccia sempre più con le pratiche quotidiane.

Andando a ritroso nel tempo, viceversa, le cose diventano più difficili. Prima del 1860, in assenza di registrazioni e ormai scomparsi tutti i testimoni diretti, ci si può basare solo sulle fonti scritte. Né aiutano molto le (poche) descrizioni di una lingua lasciate dai contemporanei: prima dell’Ottocento, con poche eccezioni, si tratta di descrizioni pre-scientifiche che non forniscono informazioni concrete (che cosa può significare, per esempio, l’osservazione che in una data città d’Italia la pronuncia “è più dolce” rispetto a un’altra? Nulla che possa essere trasformato in precise indicazioni articolatorie o ritmiche). Si è anche parlato della possibilità che i prodotti lavorati al tornio, per esempio i vasi, possano aver “registrato” in modo ricostruibile le vibrazioni dell’aria prodotte da persone che parlavano nelle vicinanze durante la lavorazione... ma, che io sappia, nessuno è mai riuscito a ricavare nulla di utile da queste speculazioni.

Qualche aiuto può venire dalle testimonianze indirette. In fin dei conti, l’esistenza di lingue come l’indoeuropeo si può dedurre con buona approssimazione dal semplice confronto delle lingue derivate, senza che dell’indoeuropeo originale sia arrivata fino a noi la minima testimonianza diretta, scritta o d’altro genere. Tentativi di ricostruire su questa base indiretta la lingua effettivamente parlata sono stati fatti da molto tempo e continuano ancora oggi. Il più famoso di questi risale però al 1868, quando il filologo tedesco August Schleicher, basandosi sulla propria ricostruzione dell’indoeuropeo, provò a scrivere una breve favola in quella lingua. In seguito, lo stesso testo è stato usato da altri linguisti per fare lo stesso esperimento... ma, anche se probabilmente c’è stato un progresso, le differenze tra le varie versioni rendono chiaro che il margine di dubbio è notevole. Schleicher diede al brano un titolo elementare: Avis akvāsas ka (‘la pecora e i cavalli’... chi ha familiarità con il latino lo può facilmente ricondurre a un’espressione non grammaticale, ma strettamente imparentata, come "ovis equosque"), cioè in pratica tre parole accostate. Nonostante questa elementarità, il modo “giusto” per ricostruire il titolo è però variato molto negli anni. Due delle ricostruzioni più recenti sono per esempio queste, che modificano radicalmente la scelta delle vocali:

ʕʷeuis ʔkeuskʷe
h2ówis h1ék’wōskwe


Insomma, le fonti scritte sono l’unico strumento possibile – per quanto incompleto – per ricostruire credibilmente il parlato per buona parte della storia umana. Se mancano fonti scritte, si possono fare supposizioni intelligenti ma piuttosto generiche. Se per miracolo un parlante indoeuropeo nativo saltasse fuori oggi, scongelato, da un blocco di ghiaccio himalayano, è lecito sospettare che recitandogli la favoletta di Schleicher (o una delle sue rielaborazioni) non si otterrebbe una comprensione immediata.

E per le epoche successive? Qui ci si confronta con problemi diversi, visto che la scrittura fornisce un quadro molto ampio rispetto alle testimonianze indirette, ma comunque parziale. Per il caso italiano una risposta esemplare a questo genere di dubbi è stata comunque fornita l’anno scorso dalla Grammatica dell’italiano antico di Giampaolo Salvi e Lorenzo Renzi: due imponenti volumi di cui spero di parlare nel prossimo post.

lunedì 18 gennaio 2010

Ultravox, The Voice

Non mi sembra di aver mai sentito The Voice degli Ultravox al momento dell'uscita (1981). Vero è che di musica del genere, al tempo, ne ascoltavo poca...

Adesso ci sono incappato per caso e mi sarò riascoltato tutto il pezzo una quarantina di volte. Eccolo qui su YouTube, nella versione che accompagna un video del tutto folle - e molto migliore rispetto al pretenzioso video dell'official version. L'ambientazione inglese anni Quaranta si fa perdonare anche il taglio brusco sul finale:



A ripensarci: le canzoni che parlano di parole non sono poi tante. O forse è un'impressione?

venerdì 13 novembre 2009

Varsavia a novembre

Martedì 10 ho fatto un intervento a Varsavia all'interno del convegno Fiction, faction, reality: incontri, scambi, intrecci nella letteratura italiana dal 1990 a oggi, organizzato dall'Università e dall'IIC di Varsavia.

Il mio intervento era dedicato alla Lingua moderna dei romanzi storici; cioè, in sostanza, all'uso a volte anacronistico di un linguaggio moderno (soprattutto per gli insulti) in libri come Q di Luther Blissett / Wu Ming, oppure come la trilogia di Magdeburg di Alan D. Altieri. Con, in più, qualche confronto con la situazione non italiana, a cominciare dal Baroque Cycle di Neal Stephenson, di cui però a Varsavia non ho potuto parlare un gran che. Mi rifarò, auspicabilmente, con la versione per gli atti del convegno.

Il viaggio è stato anche un'occasione interessante per visitare Varsavia, dove non ero mai stato. Particolarmente curioso poi il centro la mattina dell'11: festa nazionale con negozi chiusi e tanti gruppetti di rievocatori in uniformi d'epoca.

Adesso, al rientro, mi ritrovo con un arretrato imponente di compiti da correggere, tesi da rivedere e così via... ma spero di riallinearmi presto.

sabato 18 aprile 2009

Ma si può misurare la complessità linguistica?

 
 
La raccolta Language complexity as an evolving variable ha, dal punto di vista della presentazione, il limite (ovvio) di non essere un lavoro organico. I contributi degli autori sono armonizzati solo fino a un certo punto e quindi ci sono molte ripetizioni e molti interrogativi rimasti in sospeso.
 
Il più importante è il nodo della valutazione della complessità. Come si fa a dire se una lingua è più o meno complessa di un'altra? In astratto, il modo corretto consiste nell'avere un indicatore oggettivo e unico che descriva il grado di complessità di una lingua tenendo in considerazione tutti i suoi livelli (grammatica, sintassi, lessico...). In diversi contributi inclusi nel libro si lanciano accenni in questa direzione, per fare poi approfondimenti su singoli aspetti.
 
È quindi un po' sorprendente che il contributo più significativo in questa direzione sia il penultimo saggio incluso nel libro: "Overall complexity": a wild goose chase? di Guy Deutscher. Nove paginette (243-251) che però presentano il punto chiave. La grammatica moderna ha capito che la distinzione tra grammatica e lessico è molto più sfumata di quel che sembra a prima vista (ne parlavo qualche mese fa in un post su Jackendoff). E a questo punto, nota Deutscher, la complessità di una lingua "will crucially depend on the size of the lexicon, and it will vary enormously between individuals" (p. 248).
 
Questo mette in pratica la parola fine a una valutazione oggettiva e seria delle "lingue". Quelli che si possono misurare sono solo casi particolari: per esempio lingue molto simili tra di loro, differenziate da tratti ben definiti. In questa raccolta viene in effetti descritta almeno una situazione del genere, con un intervento di Östen Dahl sulle diversità tra lo svedese e la lingua parlata a Älvdalen in Svezia. Con la conclusione che l'ipotesi ALEC (All Languages are Equally Complex) può considerarsi falsificata.
 
Deutscher vuole comunque andare oltre la falsificazione di ALEC e insiste sull'impossibilità di avere una misura unica, e quindi di poter confrontare davvero le lingue nel loro assieme. Finiti di leggere i diversi contributi, sospetto che abbia ragione.
 

domenica 22 marzo 2009

Simone, La terza fase

Il libro è stimolante ma mi ha deluso: da Raffaele Simone mi aspettavo uno studio più approfondito.

Il libro parte da una domanda importante: "come si conserva e trasmette quel che sappiamo?" (p. X). L'idea di Simone è che rispetto al passato "I saperi che circolano oggi, nella Terza Fase, sono meno articolati, meno sottili, e, addirittura, possono fare a meno di basarsi su formulazioni verbali" (p. XII).

Il primo capitolo è dedicato al rapporto tra vista e udito ("L'ordine dei sensi"). La "visione alfabetica" (ma in realtà Simone parla, senza accorgersene, di "visione data dalla scrittura": possibile anche in sistemi non alfabetici) concilia i due sensi in un'unità superiore.

Poi Simone passa a dire che la "visione alfabetica" è arrivata, dopo secoli di espansione, al momento del declino. "Questo fenomeno non dà manifestazioni dirette e clamorose, ma si lascia osservare solamente attraverso indizi. Uno di questi è costituito dal graduale arrestarsi, in tutto il mondo, del decremento dell'analfabetismo, e, corrispettivamente, dall'enorme aumento della varietà degli stimoli uditivi che veicolano messaggi e della tipologia delle immagini visive" (pp. 21-22).

Davvero? Per quanto riguarda la seconda parte dell'argomento, perché mai la varietà di immagini visive e messaggi dovrebbe, di per sé, andare a detrimento della lettura? Tutti i dati che abbiamo vanno in direzione opposta (v. Morrone e Savioli).

E per quanto riguarda la prima parte, dire che una cosa cresce più lentamente vuol dire che è arrivato il suo declino? Ne dubito. L'accesso a un determinato stile di vita è causa ed effetto di un rapporto diverso con la lettura e il "decremento dell'analfabetismo" mi sembra collegabile più alle dinamiche sociali ed economiche che a qualunque altro fattore. Negli ultimi vent'anni masse immense sono uscite dalla povertà e hanno cominciato a fare lavori che richiedono spesso, tra le altre cose, capacità di lettura; se il processo continuerà, perché non dovrebbero accedere a questo tipo di interazione anche tutti gli esseri umani che ora ne sono esclusi?

Guardare, dice poi Simone, è più facile che leggere. E fin qui tutto bene. Ma siamo sicuri che questo voglia dire che oggi ci sia uno "spostamento" in direzione del guardare o sentire e a danno del leggere? In fin dei conti, su Internet si vedono molti video ma nessuno (o quasi) si mette a guardare video per imparare, per esempio, a programmare in Java - a meno che il video non sia davvero utile! La "facilità" d'uso è importante, ma non è certo l'unico fattore nella scelta degli strumenti o delle attività. Alcune competenze e conoscenze si acquisiscono molto meglio passando dalla lettura; finché queste competenze e conoscenze saranno richieste, e finché praticamente tutti gli abitanti delle società economicamente progredite impareranno a leggere e a scrivere, non vedo come la lettura possa ridursi d'importanza al loro interno.

Per ricostruire il suo schema Simone si basa su un libro di Detti che non ho letto; può darsi che lì ci siano informazioni diverse da quelle che ho io. Ma ne dubito. Simone però non esibisce dubbi. Citando un libro di Sartori (purtroppo non conosco neanche questo... ma, di nuovo, dubito che possa essere una base solida per considerazioni del genere!) arriva a dire che "Oggi è tornata a dominare la visione non-alfabetica, e una varietà di analisi si sono soffermate su questo fatto" (p. 23). "Fatto", nientemeno! Non "ipotesi", o "idea"... fatto.

Eppure di statistiche non c'è traccia. Si può dimostrare che per esempio i giovani italiani hanno meno confidenza con la scrittura o la lettura rispetto ai loro concittadini più anziani? Tutti i dati che abbiamo mostrano il contrario.

Altri punti del libro danno dubbi perfino dal punto di vista scientifico. Alle pp. 30-31 si parla dell'origine del linguaggio ma diverse osservazioni fatte mi lasciano perplesso. Per esempio si dice che per la "nascita della fonazione" "alcuni propongono 25.000, altri 35.000 anni fa, altri date ancora più remote" (p. 31)! Io non ho mai visto stime inferiori ai 30.000 anni e penso che oggi nessuno abbia il coraggio di sostenere che un linguaggio articolato non esistesse nel 23.000 AC! Tra l'altro, si pensa che gli abitanti della Tasmania o delle Andamane possano essere rimasti isolati per 40.000 anni, e loro il linguaggio ce l'hanno... (anche se, a dire il vero, il loro isolamento risale forse a "solo" 12.000 anni fa, con la deglaciazione). Qualcuno avrà fatto anche stime così basse - non pretendo di conoscerle tutte - ma il punto è che il consenso oggi punta a date molto più remote, dai 50-60.000 anni minimo (con l'uscita dei sapiens dall'Africa) fino all'homo erectus, arrivando agli estremi di Alinei (che ritiene che gli attuali gruppi linguistici proseguano le lingue dei gruppi separatisi due milioni di anni fa; ipotesi un po' estrema, ma ammissibile).

Il capitolo 2 del libro è dedicato ai "Destini del parlare", e descrive i pregiudizi contro i linguaggi umani. Interessante, ma unilaterale. Perché non descrivere anche gli elogi della voce, che sono numerosi (a partire, per me, da quelli di Bembo)? Citazione citabile, per me, parlando di chat: "lo scritto e il parlato tendono sempre di più a coincidere o per lo meno a somigliare" (p. 49). Ma no! Si è creato uno spazio intermedio, ma lo scritto-scritto è ben vivo e il fatto che tra i due poli ci siano scalini meno bruschi non vuol affatto dire che uno dei due scompaia.

Eccetera. Nel resto del libro ci sono molte osservazioni interessanti, e alcune interessantissime (come la discussione dei "fenomeni vaghi", p. 125). Ma è il quadro complessivo che, semplicemente, non funziona.

Altra citazione citabile: "la scoperta e la pratica della scrittura devono aver avuto effetto anche sulla strutturazione delle lingue (...) anche la Terza Fase avrà prodotto e starà producendo cambiamenti nell'organizzazione del linguaggio, nella sua qualità e nel suo modo di 'cogliere' le cose" (pp. 123-124). Forse. Di sicuro gli esempi forniti (la posta elettronica e gli SMS hanno modoficato "il concetto stesso di lettera", p. 124) non sono poi così epocali.

Un aspetto da approfondire: il chiacchiericcio. Ebbene sì, la voce ha meno applicazioni pratiche di quanto generalmente si pensi. Personalmente, credo da anni che il vantaggio evolutivo dato dal linguaggio, più che alla trasmissione di dati ("Tre tigri dai denti a sciabola in avvicinamento da nord-est, ma non hanno l'aria affamata...") sia collegabile alla selezione sessuale e al mantenimento dei rapporti sociali ("Sei bellissima, stasera"). L'impiego per la trasmissione di conoscenze è solo uno degli usi del linguaggio, e direi che, per quanto fondamentale, è del tutto minoritario nell'uso quotidiano della lingua... al di fuori dei canali formalizzati di istruzione.
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