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mercoledì 2 novembre 2016

Cignetti e Demartini, L’ortografia

  
 
Copertina di L'ortografia di Luca Cignetti e Silvia Demartini
Il libro di Cignetti e Demartini viene a colmare una lacuna. In ambito universitario l’ortografia italiana è poco studiata: assimilata nella pratica, poco nota in modo esplicito. Le questioni ortografiche sono trattate in tutte le grammatiche, ma ho il sospetto che al loro interno abbiano l’onore di essere le pagine meno lette. Di sicuro, nella mia esperienza i laureati italiani dell’area umanistica di regola scrivono correttamente sta e ma spesso non sanno spiegare perché – e a volte trovano difficoltà a risolvere dubbi anche semplici, quando li incontrano per la prima volta.
 
Questo libro rappresenta quindi un importante contributo. In particolare, è apprezzabile che contenga una ricostruzione storica dell’evoluzione dell’ortografia italiana: un ottimo mezzo per dare profondità al discorso e aiutare a comprendere la logica delle regole e la loro evoluzione.
 
Su un altro piano, mi chiedo chi possa essere il lettore ideale di questo libro. La quantità di informazioni presentate, e la presenza di indicazioni storiche, porterebbero a uno studente universitario dell’area umanistica. Il testo però non può essere facilmente usato come prontuario unico e pratico: un po’ per il carattere discorsivo, un po’ perché i dubbi grafici non sistematici (“propio” o “proprio”? “peronospera” o “peronospora”?) escono completamente dalla sua copertura. Su questo sarebbe stato senz’altro utile, in aggiunta a un inquadramento teorico, un rinvio a strumenti esterni; incluso l’invito a controllare i dizionari, accompagnato da qualche indicazione su ciò che si può consultare di valido anche in rete.
 
Per quel che mi riguarda, ho letto il libro soprattutto dal punto di vista degli insegnamenti di Laboratorio di scrittura e di Linguistica italiana che tengo regolarmente. Da qui ho ricavato le due serie di osservazioni che seguono: le prime a proposito della scelta degli argomenti da trattare (tenendo presente che un testo, e a maggior ragione un testo sintetico di presentazione, con un numero di pagine prefissato, deve sempre fare scelte), le seconde a proposito dell’angolazione con cui gli argomenti sono stati affrontati.
 
Scrivere a mano o su tastiera
 
Per la scelta degli argomenti, mi ha colpito il poco spazio dedicato ai diversi mezzi di scrittura, cioè mano o tastiera. L’ortografia italiana varia infatti un po’, a seconda dello strumento – non molto, certo, ma i punti di variazione creano molte incertezze negli scriventi e sono quindi particolarmente delicati.
 
Nel libro non c’è una discussione esplicita di questo problema ma il modello implicito è evidentemente la scrittura a mano. Solo in due casi, infatti, le indicazioni fornite sono applicabili alla scrittura su tastiera e non a quella a mano – o perlomeno, non a quella normalmente usata in Italia, in corsivo:
 
1. A livello minimo, a p. 46 si parla dell’uso della maiuscola nelle sigle, presentando anche un caso in cui la sigla è composta di tutte maiuscole, ONU. Chi volesse scrivere un testo a mano in corsivo troverebbe difficoltà a farlo in questo modo visto che i caratteri del corsivo maiuscolo non sono pensati per legarsi tra di loro. Davanti a parole del genere, chi scrive a mano tenderà quindi a separare le lettere maiuscole con punti (O.N.U.) o a scriverle in stampatello; questo, sospetto, senza nemmeno accorgersi, di aver cambiato tipo di scrittura. La stessa difficoltà, anche se il problema della legatura è meno grave, si ritrova in forme ormai in disuso come la maiuscola di rispetto all’interno di parola (comunicarLe: p. 47).
 
2. A livello un po’ più significativo, a p. 75 si parla di corsivo, grassetto e sottolineato. Ovviamente queste variazioni di carattere esistono solo per la scrittura su tastiera e non hanno equivalenti ben definiti nella scrittura a mano. In un testo scritto a mano in corsivo, un percorso di addestramento alla scrittura potrebbe invitare a usare lo stampatello minuscolo come equivalente del corsivo tipografico; ma non ho mai visto esempi di una pratica simile.
 
A parte questi due casi, tutte le indicazioni fornite nel libro riguardano l’ortografia “in generale” e sono applicabili sia alla scrittura a mano sia a quella su tastiera. Che il riferimento sia la scrittura a mano è però reso evidente dalla selezione degli argomenti. Nel libro non vengono infatti trattati i problemi ortografici più comuni con cui si trova a combattere chi lavora su tastiera: Che differenza c’è tra apice e apostrofo? Gli spazi vanno prima o dopo le parentesi tonde? Mi devo fidare dei suggerimenti del correttore ortografico? O anche, meccanicamente: come si fa a inserire la È, visto che sulla tastiera il carattere non compare? Come mai ho un solo carattere sulla tastiera per battere virgolette doppie, ma le virgolette compaiono in due forme diverse? E così via. Molte questioni che nell’ottica della scrittura a mano sono marginali (per esempio, la gestione degli spazi bianchi e in generale la paragrafematica) diventano centrali nell’ottica della scrittura su tastiera.
 
Certo, la scrittura a mano resta fondamentale all’Università per le prove d’esame, fino al dottorato; tuttavia i testi universitari più impegnativi vengono scritti su tastiera. Nella mia esperienza, diversi dubbi frequenti di chi si trova a scrivere una relazione universitaria, o la tesi di laurea, richiedono quindi un livello aggiuntivo di “ortografia per videoscrittura”.
 
Va inoltre precisato che la trattazione prende come riferimento un testo di tipo umanistico del tutto privo di numeri (a parte le date: un rapido accenno a p. 29). Restano quindi fuori anche i dubbi ortografici più comuni in materia: quando si deve scrivere un numero “in cifre” e quando “in lettere”? Si può mettere l’apostrofo davanti a una cifra araba? Ci vuole o no la lettera in esponente dopo gli ordinali espressi in numeri romani (“III” o “III°”)? E così via. Lo stesso vale per i diversi tipi di scrittura specialistica. Su questo, secondo me è sempre utile un rimando di approfondimento al classico manuale di Roberto Lesina.
 
La fonetica
 
Per quanto riguarda l’angolazione con cui sono affrontati gli argomenti, va preso in esame il ruolo della fonetica. Gli autori presentano a p. 10 una tabella “L’alfabeto italiano e i suoni corrispondenti”, scelta ragionevolissima. La tabella parte però dai grafemi e presenta i fonemi, mentre manca una tabella inversa, con la presentazione del modo in cui i fonemi vengono rappresentati dall’ortografia. Se il pubblico di questo libro ha una buona conoscenza del modo in cui si pronunciano le parole in italiano, il percorso più naturale sembrerebbe invece proprio quello: partire dalla fonetica per sciogliere dubbi ortografici.
 
Nel testo, in effetti, gli autori non parlano della pronuncia anche in alcuni casi in cui sembrerebbe naturale farlo. Per esempio, nelle spiegazioni sull’uso di -z- si dice che la lettera “deve essere doppia quando compare all’interno di una parola” (p. 37) e poi si elencano le eccezioni. Ma l’uso di -z- all’interno di parola è un problema ortografico solo perché la pronuncia regolare in parole come negozio o polizia prevede la consonante doppia, cosa evidente a moltissimi italiani, e la grafia con una -z- sola si è imposta solo per un vezzo etimologico. Gli apprendenti sarebbero quindi verosimilmente aiutati se fosse loro detto in modo esplicito che qui, eccezionalmente, non devono basarsi sul modo in cui pronunciano le parole (per chi invece non avesse sensibilità per le doppie, le stesse informazioni aiuterebbero a individuare un limite di pronuncia, cosa che non fa male).
 
Dal mio punto di vista sarebbe stato quindi preferibile integrare sistematicamente i due livelli e dare spesso priorità alla pronuncia. Non mancano però i casi in cui il libro procede comunque in questa direzione, e/o quelli in cui occorre comunque dare per scontato che chi scrive non conosca la pronuncia corretta: per esempio, gli autori trattano in questo modo il problema costituito dalle consonanti doppie e dal raddoppiamento fonosintattico per chi viene dall’Italia settentrionale.
 
Inoltre, le descrizioni fonetiche inserite nel libro ignorano quasi sempre la tabella iniziale. In sostituzione dei simboli dell’alfabeto fonetico presentati lì vengono usate invece distinzioni tradizionali come quelle tra suoni “duri” (tipo l’occlusiva velare sorda) e suoni “morbidi” (tipo l’affricata palatale sorda). È vero che etichette del genere, impressionistiche e prescientifiche, vengono ancora ampiamente usate – ahimè – nella didattica della scuola italiana; ma ormai non sono più le uniche, e mi sembra opportuno, soprattutto in un contesto di formazione superiore, evitarle del tutto e spingere nella direzione di una terminologia più solida.
 
Tutto questo non nega naturalmente il valore e l’utilità del libro. Anzi, mi sembra che gli spunti forniti dal testo possano essere un ottimo punto di partenza per andare a definire proposte didattiche future.
 
Luca Cignetti e Silvia Demartini, L’ortografia, Roma, Carocci, 2015, pp. 111, € 12, ISBN 978-88-430-8471-5. Copia ricevuta in omaggio dall’editore.
 

venerdì 17 giugno 2016

La mostra su Aldo Manuzio a Venezia

  
 
Il simbolo del delfino, usato da Aldo Manuzio: Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=776238
L’altro ieri sono riuscito a vedere la bellissima mostra su Aldo Manuzio alla Galleria dell’Accademia a Venezia. Purtroppo chiude domenica 19 giugno, ma se qualcuno ha la possibilità di andarci negli ultimi giorni… consiglio caldamente di farlo!
 
La mostra permette di vedere il lavoro di Manuzio da una serie di angolazioni difficili da recuperare andando in biblioteca. Mi sembra che nell’allestimento manchi un solido filo di presentazione basato proprio sull’attività tipografica ed editoriale, come è stato notato anche da Stefano Salis: l’allestimento consiste in una serie di stanze dedicate a temi molto diversi tra di loro che sembrano serie di digressioni attorno a un centro che non c’è. Ma la cosa è decisamente secondaria. Quel che conta è ciò che si vede, e la scelta è in alcuni casi fantastica.
 
All’ingresso, tanto per dire, c’è uno dei teleri di Sant’Orsola di Carpaccio. Ma di fronte c’è una coppia di oggetti ancora più incredibile, dal Museo Correr: l’enorme xilografia con panorama prospettico di Venezia realizzata nel 1500 da Jacopo de’ Barbari , accompagnata da una delle matrici in legno originali. Già davanti a questa sono rimasto un bel pezzo a perdermi nei dettagli… i libri di Aldo hanno trasformato in profondità la cultura, ma oggetti come questo sono stati quasi altrettanto importanti e hanno il pregio di essere visivamente assai più immediati.
 
Per l’editoria vera e propria ci sono poi dei pezzi incredibili, tanto che anche solo scegliere quale citare è imbarazzante. Una delle rarissime copie stampate da Aldo su carta azzurra, per esempio, sorprendentemente leggibile. Oppure una scelta dei manoscritti di Bartolomeo Sanvito usati da Aldo come modelli per le sue stampe, accompagnati dalla richiesta aldina di prestito. L’edizione delle Epistole di Caterina da Siena mostrata aperta alla pagina in cui compare il primo uso del corsivo tipografico realizzato per Manuzio da Francesco Griffo. Tre copie degli Epigrammi di Marziale che, aperte alla stessa pagina, ne mostrano rispettivamente: la versione “liscia”, in cui lo spazio per inserire una maiuscola illustrata è lasciato vuoto, così come stampato da Aldo; la versione in cui la maiuscola illustrata è stata fatta inserire da un acquirente più facoltoso del precedente; e la versione sontuosamente miniata da Benedetto Bordone (inoltre, per me, scoprire la quantità dei legami di quest’ultimo con Aldo è stata una delle soprese della mostra).
 
Anche per il lato artistico ci sono pezzi incredibili. Al di là della Tempesta di Giorgione (…) messa, in modo un po’ opinabile, a “illustrare” l’edizione aldina degli Idilli di Teocrito, spiccano il ritratto di Luca Pacioli (forse di Jacopo de’ Barbari) e quello di Erasmo da Rotterdam di Quentin Matsys.
 
Soprattutto, in chiusura di mostra ci sono quattro pezzi, sparati con legittima tracotanza uno accanto all’altro. Tre di essi ritraggono persone con libretti di lusso in mano, e ognuno di questi ritratti, da solo, giustificherebbe l’esistenza di un museo in qualunque parte del mondo: il Ritratto d’uomo col petrarchino del Parmigianino, il Ritratto di Laura da Pola di Lorenzo Lotto e il probabile Ritratto di Jacopo Sannazaro di Tiziano; in più, il notevole Ritratto di giovane donna di Palma il Vecchio, che peraltro in una serie così compatta spicca come un intruso.
 
Va in effetti notato che, al di là dell’arditezza di alcuni accostamenti, la mostra ha qualche limite espositivo che le impedisce di arrivare all’eccellenza assoluta. Certo, nessuno si aspetta che i materiali informativi facciano a gara con la qualità delle stampe aldine… ma in una mostra simile non dovrebbero nemmeno essere così di contrasto. Non produce una dissonanza cognitiva da poco, il fatto che l’eleganza del corsivo di Francesco Griffo (peraltro chiamato “Grifo” in almeno una didascalia) venga esaltata in una mostra in cui abbonda l’Helvetica corsivo! Un utilissimo prospetto delle edizioni aldine, anno per anno, è reso poco leggibile dal fatto che le cornici grafiche usate per presentarlo, che dovrebbero evocare pagine di libri, a volte presentano i libri di un anno su pagine isolate, a volte inseriscono in una doppia pagina i libri di due anni diversi, altre usano la doppia pagina per presentare un unico anno, e così via, in modo apparentemente casuale. Soprattutto, l’installazione dello Studio Fludd dedicata all’Hypnerotomachia Polyhili sembra realizzata in un paio d’ore con i cartoncini che per caso erano disponibili in cartoleria (“Me ne serve un centinaio al volo… Come ci sono? Color crema? Benissimo…”). Ma davanti ai pezzi raccolti, tutti questi sono dettagli minori.
 
Una nota di merito anche per l’ottima audioguida, scaricabile gratuitamente come file MP3 in italiano e in inglese. Ahimè, non è come visitare la mostra di persona… Ma a questo non c’è rimedio.
 

giovedì 24 settembre 2015

Penne e computer


Cè chi dice che le penne sono sul punto di tornare in scena alla grande, grazie alla tecnologia. Di sicuro, questo periodo sta portando qualche novità, per chi si interessa di scrittura a mano su computer. 
 

Confesso che io non solo me ne interesso ma, da qualche anno, la pratico, usando i sistemi Windows che una volta venivano definiti a “inchiostro digitale”. Tecnologia attiva da quasi 15 anni, rimasta assolutamente sottoutilizzata ma molto funzionale. Uno dei suoi punti chiave è che riesce a riconoscere con un buon livello di accuratezza ciò che viene scritto a mano: funziona piuttosto bene anche con il mio corsivo... Ho iniziato a trafficarci a inizio 2012 comprando un ottimo, anche se lento, HP TouchSmart, che in mia compagnia si è visto Russie, Cine e Mongolie e fa ancora i suoi servizi. Poi sono passato al più pratico Surface Microsoft.
 
Certo, il Surface continua a essere un apparecchietto di nicchia, e apparentemente viene spesso confuso con un iPad – ma in passato andava anche peggio. Le ultime versioni sono discretamente funzionali, anche se Windows 10 da questo punto di vista non è affatto un passo avanti; il 6 ottobre sarà probabilmente presentata la quarta generazione dei Surface, e sono curioso di vedere se questo porterà qualche innovazione significativa.
 
Tuttavia, il Surface da molti punti di vista continua a essere un aggregato di sottosistemi con ampio margine di miglioramento. Per esempio, un residuo di latenza e lo spazio eccessivo che ancora separa la penna dal “foglio” sottostante rendono difficile legare bene le lettere tra di loro, quando si scrive in corsivo. Sono certo stati fatti molti passi avanti rispetto al TouchSmart che ho comprato nel 2012 (per esempio, adesso vengono riconosciuti anche i caratteri in corsivo maiuscolo!), ma hardware e software ancora non interagiscono al meglio

Alcuni limiti del sistema sono legati a scelte tecnologiche, altri sembrano solo il frutto di confusione operativa. Per esempio, una delle caratteristiche distintive degli ultimi Surface è il bottone violetto collocato in cima alla penna; il quale non serve a far uscire una punta a scatto, ma a far partire il programma OneNote, lo strumento Microsoft per permettere la scrittura di appunti. La funzione è utile e può addirittura ridestare il Surface dall’ibernazione... però con Windows 10 è diventata difettosa e fa partire in automatico la sola versione ridotta di OneNote. In passato era infatti possibile configurare la penna perché facesse partire la versione a funzionalità complete, OneNote 2013, se disponibile sul computer. Adesso non più, e chissà quanto ci vorrà a risolvere un problema così marginale ma così fastidioso per chi fa un uso intensivo del sistema.
 
In questo contesto, Apple ha presentato finalmente la sua versione di computer con penna: l’iPad Pro. Ancora non disponibile, caro più o meno quanto un Surface, ma dotato, secondo Apple, di una penna fantastica. Anche la penna del Surface è piuttosto flessibile (è sensibile alla pressione), ma ciò che si vede nel video qui sotto appartiene a un’altra categoria:
 


Anche alcuni commenti esterni su questa penna sono entusiastici. Ma non va dimenticato che un iPad non è l’equivalente di un computer da scrivania. Anche il riconoscimento della scrittura non è supportato, se ben capisco, dal sistema operativo. La penna meravigliosa produrrà disegni destinati a rimanere tali, senza che sia possibile convertirli facilmente in testo manipolabile in altro modo.
 
L’incrocio positivo tra le tecnologie Apple e Microsoft sembra perfettamente possibile ma ancora molto al di là da venire. Nel frattempo, prendo appunti, un po’ goffamente, con Surface.
 

martedì 30 settembre 2014

Lost Zombies, Dead inside: do not enter

 
Lost Zombies, Dead inside: do not enter
Nel fine settimana ho sfogliato la versione elettronica di un libro insolito: Dead inside: do not enter (2011). Insolito non per l’argomento (che anzi è un luogo comune: l’apocalisse zombie) ma per il modo in cui lo racconta. Il libro infatti è composto quasi per intero da riproduzioni fotografiche di avvisi, appunti e lettere che, nella finzione, sono stati realizzati mentre un’epidemia di zombie travolgeva gli Stati Uniti. Gli autori facevano parte della rete sociale “Lost Zombies”, attiva con un proprio sito web dal 1 maggio 2008 al 22 marzo 2014 e nata con lo scopo di realizzare un finto documentario sulla catastrofe. A quel che ne so, il documentario poi non è mai uscito e il libro Dead inside è il prodotto più avanzato di questo progetto collettivo.
 
A livello generale, il tema è di grande successo ma non mi coinvolge troppo. Nella cultura americana, evidentemente, l’idea dei “morti viventi” tocca corde profonde. A me invece gli zombie classici sono sempre sembrati ben poco spaventosi, e la mia sospensione dell’incredulità non arriva al punto da vedere come una minaccia quelli che in fin dei conti spesso vengono presentati come esseri umani lenti e instupiditi, ancorché pronti a mordere. Né mi colpisce più di tanto il fatto che questi zombie spesso si ritrovino a cercare di ripetere ciò che facevano in vita, aggirandosi per esempio negli uffici o nei centri commerciali. Idea lanciata, credo, nei film di Romero, dotata di indubbie possibilità letterarie e ben sfruttata nel miglior romanzo che mi sia capitato di leggere su questo argomento, Zona uno di Colson Withehead. Però idea che, tutto sommato, si esaurisce in fretta.
 
Mi sento leggermente meno scettico davanti alle opere che razionalizzano l’effetto degli zombie come effetto di un’epidemia e che mostrano gli zombie stessi come versioni scattanti e minacciose degli esseri umani. È il caso, al cinema, di 28 giorni dopo e World war Z. Ed è un po’ il caso anche di questo libro, che per non sbagliare inserisce nel suo scenario questi zombie più vivaci (“runners”) accanto a quelli classici. Ma informazioni di contesto di questo genere sono molto poche, nel libro, e provengono da una prefazione. Il grosso dello spazio è invece occupato da fotografie che riproducono una raccolta di “documenti autentici” che, nella finzione, vengono ritrovati nello zainetto di una bambina che viene morsa dagli zombie e prontamente uccisa dall’autore della nota introduttiva.
 
I documenti sono interessanti per me perché, anche se finti, coprono in modo sorprendentemente verosimile il modo in cui oggi gli esseri umani usano la scrittura in una società moderna. O perlomeno, sul modo in cui la userebbero se, interrotta la corrente elettrica, i telefoni smettessero di funzionare e le stampanti di stampare (con qualche eccezione). Ci sono quindi bigliettini d’auguri riutilizzati, volantini stampati al computer e commentati con note a penna, lettere private, cartelli d’avviso, il calcio di un fucile occupato per intero da una lunga serie di tacche che si conclude con la parola “me”… Insomma, i modi molto variati in cui nella realtà si scrive e si usano le lettere per lasciare segni sul mondo. Incluso questo impiego creativo, anche se sfortunato, dei fogli con estremità trasformate in bigliettini:
 
Take a tab
 
Oppure questo esempio di come, sulla carta, sia quasi istintivo accoppiare parole e disegni per mostrare cose che sarebbero difficili da descrivere usando solo uno dei due sistemi:
 
Mappa di un morso
 
In quanto alla tipologia: il libro contiene 130 esempi di scrittura a mano in stampatello (maiuscolo o minuscolo) e solo 18 esempi di scrittura a mano in corsivo. Il corsivo viene però usato per diversi testi lunghi, alcuni dei quali evidentemente attribuiti a bambini, ed è di solito molto leggibile. Insomma, anche nella cultura americana il corsivo non è ancora uno zombie – anche se, realisticamente, in molti testi esposti al pubblico viene sostituito dal più standardizzato stampatello minuscolo – che in Italia è ancora oggi raro vedere in un cartello scritto a mano.
 
Certo, dal punto di vista narrativo i limiti di questa presentazione sono abbastanza evidenti. Buona parte dei “documenti” è ripetitiva e consiste di biglietti scritti da bambini spaventati o confessioni piene di atrocità. I singoli frammenti non mandano avanti una narrazione coerente e si limitano a mostrare sfaccettature di una catastrofe immaginaria che è già stata descritta in molte varianti in una moltitudine di film e romanzi. Parecchi testi, poi, sono proprio brutti – e in alcuni casi, pure ben poco leggibili come calligrafia. Tuttavia, è difficile per me non provare un po’ di fascino per questa idea, molto in linea con quanto mostrato dagli studi di antropologia della scrittura.
 
Il libro viene presentato come il frutto del lavoro collettivo dei membri di “Lost Zombies”. Del resto, la riproduzione di un numero così alto di mani diverse sicuramente sarebbe una sfida tecnica anche per un calligrafo molto smaliziato! Sui motivi per lanciare il prodotto oggi non riesco più a trovare informazioni in rete, ma sospetto che abbia contribuito molto una spinta ben poco concepibile in Italia: l’amore, più che per la fantascienza catastrofica, per gli aspetti formali della scrittura e per le sue varietà. Compresi questi giudizi sprezzanti ed estremi sul Comic Sans:
 
Comic Sans
 
Linguisti e addetti ai lavori, mi sembra, sottovalutano molto il radicamento della scrittura nelle società moderne e la varietà delle forme in cui la scrittura stessa si presenta. Un libro come questo, invece, parte evidentemente da una percezione chiara sia del radicamento sia della varietà. In questo senso, un po’ a sorpresa, pur essendo finzione è il prodotto più realistico che mi sia capitato di vedere. Oppure mi è sfuggito qualcosa di meglio?
 
Lost Zombies, Dead inside: do not enter, versione Kindle, Chronicle Books LLC, 2011, venduto da Amazon, € 6,99, ASIN: B005M0ZO86. Per leggere i testi nelle immagini un Kindle non basta e occorre almeno un computer o un tablet con uno schermo di discrete dimensioni (alcune immagini sono presentate in orizzontale, quindi la possibilità di ruotare facilmente lo schermo è molto utile). Per lezioni e presentazioni, ne ho ordinata anche una copia su carta.
 

martedì 24 settembre 2013

Balsamo e Tinto, Origini del corsivo nella tipografia italiana del Cinquecento

 
Balsamo e Tinto, p. 62: un esempio del corsivo di Dolcibello
Sull’innovatività della tipografia, Luigi Balsamo non la mandava a dire:
 
La continuità fra libro manoscritto e libro a stampa si rileva in tutte le caratteristiche esterne dei due diversi prodotti. La nuova arte o tecnica di stampare non aveva altro scopo che quello di sostituire la mano dell’amanuense divenuta troppo lenta in rapporto alla crescente richiesta del mercato (…) Il torchio di Gutenberg e le sue lettere metalliche, componibili e scomponibili, vollero risolvere dunque soltanto un problema di produzione senza che alcuno pensasse di modificare il prodotto (p. 13).
 
Qualche elemento della sintesi andrà forse corretto, ma sulla sostanza c’è poco da fare. Anche se ancora oggi capita di leggere commenti sulla diversità radicali tra libro a stampa e manoscritto, chiunque abbia passato un po’ di tempo in compagnia degli uni e degli altri, dal Trecento al Cinquecento, sa che il panorama è all’insegna della continuità. Di fronte alla riproduzione di molte pagine quattrocentesche, insomma, a volte anche un lettore smaliziato non riesce a capire a colpo d’occhio se si tratta di un manoscritto o di un testo a stampa. Dal punto di vista della leggibilità e dell’usabilità, un manoscritto ben realizzato era spesso pari o superiore al corrispondente testo a stampa. Il quale aveva di regola come punto di forza il prezzo ridotto, non la qualità.
 
Se proprio vogliamo essere pignoli, poi, sul lungo periodo il testo a stampa ha reso meno usabile il rapporto testo-immagine. Gli autori delle parole si sono staccati sempre di più da quelli dei disegni, e il coordinamento si è spesso perso. Ne è testimonianza perfino il bellissimo volume di cui parlo: Luigi Balsamo e Alberto Tinto, Origini del corsivo nella tipografia italiana del Cinquecento (Milano, il Polifilo, 1967, ristampa 1977, pp. 184). In cui la descrizione dei singoli caratteri per esempio sarebbe molto più chiara se fosse accompagnata, sullo stesso rigo, dalla riproduzione dei caratteri stessi – cosa quasi inconcepibile, oggi, al di fuori degli esempi forniti da Edward Tufte e pochi altri.
 
A parte questo, tuttavia, per gli appassionati come me il libro è meraviglioso. La sua storia si colloca in un momento in cui, appunto, i tipografi e gli editori si sforzavano di avvicinarsi quanto più possibile al modello dei manoscritti, e in cui l’invenzione del moderno “corsivo”, a opera di Aldo Manuzio e Francesco Griffo, fu un salto di qualità. I caratteri aldini, infatti, usati per la prima volta a stampa nell’anno 1500, giocavano tutto sull’imitazione dell’elegante scrittura a mano, comprese le legature delle lettere. E rappresentano anche, aggiungo io, l’ultima vera innovazione nei caratteri tipografici, a parte la creazione dei caratteri senza grazie – con cui hanno in comune alcuni problemi di leggibilità.
 
Il successo editoriale di Aldo spinse comunque una quantità di disegnatori e incisori a cimentarsi con il corsivo, e il libro di Balsamo e Tinto è ancora oggi un punto di riferimento fondamentale per orientarsi tra di loro. Luigi Balsamo, in particolare, autore dei primi capitoli, porta alla luce l’originalità grafica di una serie di incisori e disegnatori di caratteri d’inizio Cinquecento, che in precedenza erano stati considerati semplici imitatori del lavoro di Aldo: lo stesso Francesco Griffo, innanzitutto, che cercò fortuna per conto proprio e fece una fine tragica; Benedetto Dolcibello, che realizza quelli che a me paiono i caratteri più bilanciati; i Paganini padre e figlio; e altri di minore rilevanza.
 
Alberto Tinto prosegue la rassegna in senso cronologico, partendo dal più noto inventore di corsivi dopo Aldo Manuzio: Ludovico degli Arrighi, che spinse il disegno dei caratteri in senso calligrafico creando “il vero e proprio capostipite dei moderni corsivi” (p. 127). Affronta inoltre Giovanni Antonio Tagliente, con il suo corsivo meravigliosamente arcaico, e lì si ferma. La diffusione del corsivo nella stampa europea è argomento di altri studi.
 
Dopodiché, va constatato che questi elegantissimi corsivi persero alla fine la guerra con il carattere tondo. Dopo il loro esplosivo successo a inizio secolo, i lettori li trascurarono in nome dei più leggibili, anche se meno eleganti, caratteri tondi. Quelli cioè che usiamo ancora adesso nella gran parte dei testi.
 
Perché il corsivo è stato emarginato? Il giudizio corrente è che sia stato un problema di leggibilità. Ma siccome gli studi moderni sulla lettura mostrano che i lettori sono più flessibili di quel che sembra, io ho qualche dubbio, e il testo mi incoraggia. Parlando del primo tipo di corsivo di Alessandro Paganini (Corsivo I Paganini), Balsamo nota che non solo “è meno ‘corrente’, di struttura più statica, di disegno meno fluente e più angoloso” rispetto ai predecessori, ma che nella pratica dell’editore “le dimensioni molto ridotte, sia della pagina che del carattere, danno per risultato una pagina densa, fitta e scomoda ai nostri occhi” (p. 84). Questo però “prova quanto sia mutato il modello di leggibilità attraverso il tempo, dato che i lettori dei primi del Cinquecento trovarono invece questo carattere di loro gradimento, come prova il successo incontrato dall’originale collezione” (dove, a uso mio, noto che Balsamo insiste sul modo in cui i Paganini progettavano interi “programmi” di libri, più che vere e proprie collane, verificando con qualche edizione di prova la risposta del mercato).
 
Insomma, il rapporto tra lettura e usabilità è complesso. La storia del libro mostra che perfino soluzioni che sulla carta sembrano meno funzionali di altre possono in realtà portare a veri e propri trionfi di pubblico e di mercato… I legami con il mondo contemporaneo mi sembrano evidenti.
 

sabato 30 aprile 2011

Aggiornamento: corsivo a mano e corsivo tipografico


Vedo per caso che l'articolo del New York Times di cui scrivevo ieri è stato ripreso il 29 aprile anche dal Corriere della sera in un articolo del corrispondente da New York, Alessandra Farkas (p. 55 dell'edizione su carta).

Le modalità della ripresa, peraltro, sono quelle tipiche del giornalismo italiano di seconda mano. Il grosso del pezzo è costituito dalla traduzione e parafrasi dell'articolo originale. L'autrice aggiunge però osservazioni e considerazioni proprie, che sono - di nuovo, secondo regola - spesso sbagliate. Il principale motivo d'errore è semplice: in Italia si parla di corsivo sia per la scrittura a mano sia per un determinato tipo di carattere tipografico. Sono oggetti diversi, e naturalmente i dizionari li distinguono con attenzione. Nel dizionario di De Mauro, per esempio, i primi due significati della parola corsivo sono:

1. grafia usata comunemente quando si scrive a mano (corrispondente, aggiungo io, all'inglese cursive)

2. (Termine specialistico della tipografia) carattere inclinato verso destra, comunemente usato per dare risalto ad una parte di testo (corrispondente, aggiungo io, all'inglese
italic)

Dopodiché, Alessandra Farkas scrive del "tramonto del corsivo, chiamato 'Italic' dagli anglosassoni poiché fu introdotto per la prima volta in Italia nel 1501 [in realtà, 1500] dal principe degli stampatori, Aldo Manuzio". Naturalmente no: l'articolo del Times si riferisce al tramonto del cursive, non a quello dell'italic (parola che non compare mai nel pezzo originale).

Nel resto dell'articolo italiano si parla poi della scuola americana, che chiede "agli alunni, fin dalle elementari, di usare lo stampatello, anche quando scrivono a mano, anziché al computer". Vero, purché si precisi che in Italia lo stampatello ("carattere di scrittura manuale a lettere staccate che imita il carattere della stampa": sempre De Mauro) significa in pratica le lettere maiuscole, perché a scuola si insegnano, di regola, solo le maiuscole romane e la scrittura inglese tonda. Nelle scuole americane invece si parte di regola con l'insegnamento del cosiddetto printing, o block letters: alfabeti completi di maiuscole e minuscole che imitano i caratteri tipografici senza grazie (mentre il corsivo inizia solo in terza elementare e, come spiega l'articolo originale, oggi spesso termina lì). Il printing a mano degli americani è quindi, di regola, molto più sofisticato dello "stampatello" italiano.

venerdì 29 aprile 2011

La fine del corsivo?

Un argomento che è saltato fuori in una lezione poco tempo fa: gli americani sanno leggere i testi scritti a mano in corsivo? Di frequente, no. Il solito New York Times pubblica ora un interessante articolo di Katie Zezima su questo fenomeno (The case for cursive).

Nell'articolo si presenta tra l'altro il problema delle firme "troppo facili da copiare" cui ricorre chi non ha pratica di corsivo; e si dice, ma senza fornire dati più precisi, che "quasi tutti" gli americani firmano ancora in corsivo, ma in modo spesso illeggibile. Ancora più affascinanti sono poi i commenti dei lettori sulle proprie esperienze di fronte a persone che non sanno scrivere in corsivo, o leggere il quadrante di un orologio con lancette, o scrivono a mano usando solo matite e mai penne...

(Una nota a margine: chi arriva all'articolo da un link come quello inserito sopra non fa neanche scattare il contatore dei 20 articoli mensili concessi ai non abbonati, direi. Il paywall del New York Times è in piedi, ma lascia un numero talmente alto di eccezioni che mi chiedo quale possa essere l'impatto pratico sulle abitudini dei lettori.)
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