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martedì 4 febbraio 2020

Il nome delle Sundarban

 
Un canale nelle Sundarban
Alla fine dell’anno scorso ho avuto la fortuna di poter tornare una settimana in India. E, tra tante cose positive, ho avuto anche l’occasione di visitare le Sundarban, al confine con il Bangladesh. Spero di raccontare presto questo viaggio… ma prima di iniziare a farlo, mi accorgo che occorre una nota toponomastica! Il nome del luogo è infatti insolitamente oscillante, in italiano e in altre lingue. Per dare un’idea, nella traduzione italiana fatta da Anna Nadotti del romanzo di Amitav Ghosh Il paese delle maree (Neri Pozza, 2005) si parla “dei Sundarban”, al maschile, mentre nella traduzione del secondo romanzo della serie, L’Isola dei fucili, fatta da Anna Nadotti e Norman Gobetti (Neri Pozza, 2019) si parla “delle Sundarban”, al femminile.
 
In pratica, in molti testi italiani oggi si trova Sundarban, in molti altri Sunderban; all’una e all’altra versione c’è poi chi mette la -s finale, generando quattro possibili esiti (Sundarban, Sundarbans, Sunderban, Sunderbans). Ognuno di questi esiti viene poi trattato da alcuni come maschile (per esempio, “i Sundarban”) e da altri come femminile (“le Sundarban”), il che genera otto diverse possibilità. La stessa oscillazione si ha poi per il singolare e per il plurale (“il Sundarban” / “i Sundarban”, eccetera), e con questo siamo a sedici diverse possibilità. Nel 2008 un collaboratore di Wikipedia oggi non più attivo ha fatto una ricerca su Google delle forme con -s finale, dividendole tra maschili e femminili, singolari e plurali e notando che tra le quattro combinazioni possibili le due più comuni risultavano, esattamente a pari merito, “il Sundarbans” e “le Sundarbans”. La parola peraltro è tanto rara che nessuna delle sue varianti compare nel CORIS.
 
A complicare il quadro, le varianti basate sulle coppie <a> ed <a>, <-s> o non <-s>, maschile e femminile, non sono le uniche: esistono anche grafie oggi meno usate, ma importanti dal punto di vista storico. Per esempio, probabilmente ancora oggi la maggior parte dei lettori italiani (come ricorda anche Amitav Ghosh appunto nell’Isola dei fucili) conosce le Sundarban attraverso i Misteri della jungla nera di Salgàri. Un libro che non descrive nemmeno alla lontana qualcosa che somiglia alle vere Sundarban, ma che ha diffuso il nome – facendolo però nella forma (femminile) Sunderbunds. Per quanto riguarda le opere di riferimento, l’Enciclopedia Treccani su carta presenta solo “Sundarbans”; in linea si trova inoltre “Sundarbans” nella voce di Elio Migliorini per l’Enciclopedia italiana del 1936, in cui si dice anche che la pronuncia è “Sanderbans”. In nessuno dei due casi si dice se il nome è maschile o femminile, singolare o plurale. Wikipedia in lingua italiana presenta “le Sundarbans”.
 
In questa oscillazione mi sembra utile ritornare alla lingua di partenza. Le Sundarban sono divise tra India e Bangladesh; in India, lo stato che le ospita è il Bengala occidentale, dove in tutta la zona di interesse si parla lingua bengali, o bengalese. In bengali, oggi, il nome delle Sundarban è scritto সুন্দরবন, che nella trascrizione normale in alfabeto latino è “Sundarban” (su Google traduttore vedo che viene proposta una traslitterazione “Sundarabana”, ma in realtà in bengali le consonanti senza diacritico per le vocali, come র e ন, implicherebbero sì una <a>, ma non quando si trovano in nesso consonantico, come nel primo caso, o in finale di parola, come nel secondo). Tuttavia, l’ortografia del bengali oggi non ha un rapporto molto stretto tra fonemi e grafemi proprio in un punto fondamentale: la rappresentazione delle vocali /a/, /o/ e /ɔ/. Per quanto segue, faccio riferimento alle informazioni sintetiche del Corso di lingua bengali di Mario Prayer, Neeman Sobhan e Carola Lorea, Milano, Hoepli, 2012, in cui si spiega che del bengali esiste la cosiddetta “traslitterazione scientifica”, inventata nel Novecento da Siniti Kumar Chatterji, che prevede nel caso della a implicita dell’ortografia bengali la trascrizione <a>. Tuttavia, oggi la pronuncia corrispondente è in realtà /o/ oppure /ɔ/ (p. 4). La pronuncia effettiva del nome è quindi /'ʃundorbon/, come mi dice chi sa il bengali, e in ortografia italiana questa sequenza si può trasporre come Sciundorbon, in cui entrambe le o sono chiuse. Non ha invece nessuna particolare legittimità una grafia con <e> (Sunderban o simili) che risulta inoltre di uso relativamente ridotto in italiano – e può quindi essere scartata senza problemi dal resto della discussione.
 
Nella pratica, quindi, che fare? A me piacerebbe molto usare la forma più vicina alla lingua originale, ma le possibilità che una grafia Sciundorbon si imponga o anche solo si diffonda mi sembrano ben scarse; un grave problema aggiuntivo è che il lettore troverebbe molto difficile capire che quando si parla di Sciundorbon si fa riferimento a ciò che una leggera maggioranza dei testi chiama Sundarbans. Una maggioranza? I dati lessicali quantitativi su Google vanno sempre presi con beneficio d’inventario, ma oggi, 4 febbraio 2020, i risultati sono questi (la ricerca con preposizione articolata è utile per eliminare i casi di sovrapposizione con il francese):
 
  • delle Sundarban: 143 
  • nelle Sundarban: 433 
  • dei Sundarban: 119 
  • nei Sundarban: 86 
  • Totale senza -s: 781
  • delle Sundarbans: 2.120 
  • nelle Sundarbans: 306 
  • dei Sundarbans: 259 
  • nei Sundarbans: 463 
  • Totale con -s: 3.148
 
Se dovessi consigliare la forma da usare in un’opera di consultazione, sulla base delle poche fonti autorevoli (= Treccani) e dell’uso, non potrei quindi far altro che consigliare “le Sundarbans”, visto che la forma con -s che nelle sue varianti è quattro volte più diffusa dell’alternativa. Però, personalmente, non mi piace per niente quella -s, che non ha nessun rapporto con la lingua originale e, apparentemente, è presente solo perché la parola si è diffusa in Italia attraverso la mediazione dell’inglese.
 
Confortato anche dalle traduzioni dei libri di Amitav Ghosh, ho deciso quindi di optare per Sundarban, che rispetta le traslitterazioni tradizionali del bengalese e si avvicina alla forma originale senza compromettere la comprensibilità. Questa è soprattutto una scelta ideologica (= avvicinarsi alla forma locale, saltando la mediazione dell’inglese), ma in un campo in cui le differenze d’uso non sono troppo marcate mi fa piacere farla, per una volta. Per raccontare del mio viaggio scriverò quindi sempre Sundarban, al femminile plurale. E chissà che questa soluzione non vinca… anche perché nei prossimi anni, nel bene e nel male, credo che dovremo parlare delle Sundarban assai più spesso di quanto non avvenga oggi.
 

venerdì 8 febbraio 2019

In Bengala

  
 
Il treno a vapore di Darjeeling
In questi giorni sono impegnato in una rapida trasferta nel Bengala occidentale. La ragione di base è partecipare al Kolkata Literature Festival a Kolkata (o Calcutta), dove domani pomeriggio parlerò del rapporto tra narrativa e fumetto in Italia. Tuttavia, all’arrivo ho fatto a spese mie una rapida deviazione con pernottamento a Darjeeling, un migliaio di chilometri più a nord, in quelle che vengono chiamate le “colline” dell’Himalaya. Che poi tanto colline non sono, visto che Darjeeling è a 2100 metri.
 
Procedura per arrivarci: da Delhi, volo per Bagdogra, lungo una rotta che per buona parte del tempo segue il Gange e da cui, per la prima volta in vita mia, vedo in lontananza le vette innevate dell’Himalaya. Da Bagdogra, autobus (un po’ ruspante) per Siliguri, 45 minuti. A Siliguri, jeep collettiva per Darjeeling, dopo una lunga attesa per fare il pieno di passeggeri, con 3 ore di percorso su una strada sorprendentemente buona. Le terre basse e le palme da cocco rimangono in fretta alle spalle, e il paesaggio inizia a far venire in mente il Tibet anche a chi, come me, non c’è mai stato. I passeggeri si alternano e salendo si fanno più numerosi quelli che parlano in nepalese, invece che in bengalese: è sempre una lingua indoeuropea e non è una lingua tonale… ma a me sembra proprio di sentire variazioni di tono e in alcuni casi qualche frase che sembra cinese. Sarà la suggestione del posto!
 
A Darjeeling l’obiettivo principale della mia visita era una delle principali attrazioni locali: il trenino passeggeri costruito dagli inglesi a inizio Novecento. Sarebbe stato bellissimo poter salire da Siliguri con quello, ma il viaggio completo dura otto ore e le poche partenze giornaliere erano incompatibili con i miei orari. In compenso però a Darjeeling c’è la possibilità di fare un giro turistico di due ore sulla linea, fino alla stazione di Ghum e ritorno, con un trenino moderno ma trainato da una locomotiva a vapore originale.
 
Bene, sono arrivato giusto in tempo per salire a bordo di questo giocattolone, e l’esperienza non ha deluso le aspettative. Da un lato, c’è l’interesse del viaggio a vapore. L’ho già fatto altre volte, ma è un interessante salto nel passato, che permette ogni volta di riscoprire i dettagli di quella che per un secolo è mezzo è stata l’esperienza di milioni di persone: dal fischio della locomotiva allo sporco della fuliggine. Dall’altro c’è il fascino del posto, e quello di un treno che passa all’interno delle strade normali, in mezzo alle case e ai negozi.
 
Un’altra attrattiva di Darjeeling dovrebbe essere la possibilità di vedere abbastanza da vicino le cime dell’Himalaya, e in particolare la vetta del Kanchendzonga. Purtroppo nei giorni del mio passaggio la foschia impediva di vedere molto lontano… mi sono contentato di visitare, la mattina di mercoledì 6, il centro del paese, e in particolare la mitica libreria Oxford nella piazza di Chowrasta.
 
Poi giù di corsa, verso il caldo e i trenta gradi delle pianure. Alla sera ero già a Kolkata, a sentire Carlo Ginzburg raccontare delle sue esperienze di storico in uno splendido cortile all’aperto del Victoria Memorial. Un fantastico inizio di missione.
 

giovedì 14 settembre 2017

Le biciclette di Shantiniketan


 
Quest’anno non sono riuscito a raccontare tutti i miei viaggi. Per esempio, durante il mio ultimo soggiorno indiano, a febbraio, ho fatto un bellissimo viaggio nel Bengala occidentale, a Kolkata (che per la mia generazione è ancora Calcutta) e a Shantiniketan, ma ancora non ne ho parlato qui.
 
Forse oggi pochi si ricordano che cos’è stata e che cos’è Shantiniketan (শান্তিনিকেতন in bengalese): ancora non c’è nemmeno una voce dedicata su Wikipedia in lingua italiana. Comunque, è il posto in cui Rabindranath Tagore visse e lavorò per buona parte della sua vita. Tagore tra le altre cose aprì una scuola, che ancora prosegue le attività, e nel 1921 fondò anche un’università, la Vishva-Bharati  dedicata a fare da punto di contatto tra la cultura indiana e quella mondiale. Alle spalle c’era un’idea originale di mediazione. E quelli che decidono di cercare di prendere il meglio dal mondo, ma ripensando le cose a modo loro, a me sono sempre piaciuti.
 
Oggi a Shantiniketan l’università ha un’impostazione più tradizionale, ma include ancora un insegnamento dell’italiano - tenuto dalla professoressa Indrani Das, che ho avuto la fortuna di incontrare. Però, arrivando ai nuovi palazzoni di cemento che ospitano l’università di Shantiniketan, ammetto che la prima cosa che ho notato è stato il parcheggio biciclette. 

 


Non me ne ero neanche accorto, ma dopo un mese a Delhi, con il suo traffico terribile, sentivo la mancanza delle biciclette. Qualcuna si vede anche a Delhi, beninteso. Ma sommersa tra macchine, risciò a motore e così via. Tra una cosa e l’altra, quest’anno mi è capitato poco di prendere perfino i risciò a pedali. E non è che a Kolkata le cose vadano molto meglio.


 
A Shantiniketan no. Aiutate dalla presenza degli studenti, le biciclette sono dappertutto: sembrava quasi di essere a Pisa, ma con meno macchine. Comunque le usano tutti: uomini e donne, giovani e vecchi, studenti e operai, ragazzini in jeans e distinte signore in sari.


Poi ovviamente su ogni bicicletta c’era qualcuno a pedalare. Qualcuno aveva la faccia preoccupata, qualcuno la faccia scura… siamo esseri umani, in fin dei conti. Ma la maggior parte della gente aveva una faccia soddisfatta.



 
Negli ultimi anni ho passato molto tempo a cercare di capire il modo in cui le tecnologie della comunicazione influenzano gli esseri umani. Più il tempo passava, più mi sono messo a ridimensionare gli effetti inevitabili. Sì, uhm, a volte il mezzo di comunicazione è il messaggio, o aiuta un po’ a dare forma al messaggio, ma in sostanza i condizionamenti dello strumento dipendono molto dall’uso che se ne fa, e le nostre scelte cambiano molto le cose (v. Tagore)…

 


Ecco, la bicicletta è un po’ in controtendenza, nella mia visione del mondo. È qualcosa che quasi inevitabilmente fa star meglio. In bicicletta, tutto è un’altra cosa. Il viaggio a Shantiniketan è stato bello anche per quello.
 

martedì 4 luglio 2017

Primi aggiornamenti: AATI a Palermo

  
 
Al mercato di Ballarò, a Palermo
Dal mio rientro dall’India, a febbraio, il lavoro è stato tutto di corsa. Adesso finalmente ho di nuovo il tempo necessario ad aggiornare questo blog, e apprezzo moltissimo.
 
Prima comunicazione di servizio: la settimana scorsa sono stato al convegno dell’AATI (American Association of Teachers of Italian) a Palermo. Assieme a Tanya Roy ho presentato lì il 29 giugno un lavoro su Errori, sequenze e interferenze nell’apprendimento dell’italiano in India. Per la mia parte, era naturalmente basato sul lavoro fatto quest’anno, e in particolare sull’attività di correzione degli articoli.
 
Palermo poi si è rivelata un’esperienza fantastica – molto migliore del previsto. In Sicilia del resto c’ero stato finora un’unica volta, nel 1986. Molte cose sono cambiate, nel frattempo; e molte altre sono rimaste le stesse. Ma il giorno dell’arrivo, il 28, i 37 gradi all’ombra sono stati un corso di aggiornamento niente male.
 

mercoledì 12 ottobre 2016

Dussehra a Delhi

  
 
Una testa di Rāvaṇa
Sono di nuovo a Delhi, anche se solo per un rapido passaggio. E in questi giorni mi sono trovato nel mezzo delle celebrazioni della Durga Puja (fino all’altro ieri) e di Dussehra (ieri, cioè martedì 11 ottobre).
 
Ammetto che fino a questa settimana non sapevo nulla di queste feste - anche se la Durga Puja è celebrata anche in Italia. Ho scoperto però che Dussehra celebra, tra le altre cose, uno degli episodi chiave del Rāmāyaṇa: l’uccisione di Rāvaṇa, il rapitore di Sītā, da parte di Rāma. Vale la pena di prenderla come scusa per ripassarsi almeno i punti chiave del Rāmāyaṇa
 
Dal punto di vista pratico, a quel che ho sentito, in città le celebrazioni più spettacolari dovrebbero essere state quelle della Vecchia Delhi, attorno al Forte Rosso. Io mi sono però limitato a fare un salto a un paio di eventi locali a Nuova Delhi, dove la festa consiste soprattutto nel bruciare grandi fantocci di Ravana. Forse uno dei prossimi anni riuscirò a vedere le altre?
 
Dussehra a Delhi



Appunto: anche in questo caso sarebbe opportuno scrivere una voce di Wikipedia in lingua italiana. Alla peggio, traducendo la voce in lingua inglese dedicata alla festa. 
 
Appunto bis: il lato negativo della festa è che l’11 e il 12 ottobre sono “dry days”, con divieto di vendita di alcoolici!
 

giovedì 19 marzo 2015

Aggiornamento rapido

Non ho pubblicato nulla nell’ultimo mese e mezzo… la ragione, naturalmente, è il lavoro.
 
Faccio comunque un rapido aggiornamento: poche settimane fa sono stato riconfermato Direttore del Consorzio interuniversitario ICoN. Ne ho approfittato per intensificare le mie attività! Lanciatissimi nella ristrutturazione dei siti web, siamo anche impegnati in una serie di corsi di formazione concentrati in Sudamerica.
 
Oggi però per fortuna parto per un breve viaggio in India. Spero di trovare diverse cose interessanti per la storia delle attività italiane all’estero – ulteriori informazioni, spero, appariranno a breve su queste pagine.
 

martedì 1 marzo 2011

L'inglese alla finestra


Il mio rientro in Italia si sta avvicinando: è una buona occasione per ripensare a diverse cose e, nel piccolo, anche all'esperienza linguistica indiana.

Uno dei punti più interessanti è anche il più ovvio. Nell'India del nordovest, tra università e turismo, nella vita quotidiana è possibile cavarsela senza nessun problema usando l'inglese. La conoscenza dell'inglese non è assolutamente universale, ma tutte le persone istruite lo conoscono e quasi tutti sanno le due o tre parole necessarie per la maggior parte degli scambi.

Quanto è diffuso? A livello di lingua scritta, quasi tutto ti viene presentato anche in inglese: in un mese e mezzo la mia conoscenza del devanagari si è rivelata indispensabile solo in un paio di occasioni, per decifrare qualche scritta importante. Inoltre, io sto in zona universitaria e, se guardo alla finestra, oltre il filo spinato della residenza, oltre il traffico di Banda Bahadur (B. B.) Marg (nella foto aerea si vede bene, sul lato ovest di B. B. Marg, il tetto della fermata del bus che fa capolino da destra nella foto qui sopra), tutti i negozi visibili espongono solo insegne in inglese e in alfabeto latino. A Delhi è una situazione eccezionale, e Delhi è uno dei centri in cui l'inglese è più diffuso... però anche questo fa parte dell'India.

Pochi giorni fa, del resto, il mio amato New York Times pubblicava un articolo di Manu Joseph intitolato India Faces a Linguistic Truth: English Spoken Here. Nell'articolo, esagerando un po', si dice che "English is the de facto national language of India"; non è proprio così, ma sicuramente nella competizione per la lingua più amata, l'inglese ha molti vantaggi, per esempio, nei confronti dell'hindi. A me è capitato, per esempio, di ricevere come consiglio quello di provare a parlare inglese, piuttosto che hindi, anche per le cose più semplici, incluso prendere auto e ciclorisciò. Il motivo: molti conducenti, e molti lavoratori di Delhi, sono immigrati, e non hanno molta simpatia per l'hindi. Delhi è una città che si è riempita di gente proveniente dal Bengala o dal Punjab, e spesso gli immigrati non comprendono o non parlano volentieri l'hindi. Molte scritte sui mezzi pubblici sono in quattro lingue e quattro alfabeti diversi: hindi (in devanagari), inglese (in alfabeto latino), urdu (in alfabeto arabo) e punjabi (in alfabeto punjabi).

In questo contesto, l'inglese non è la lingua degli ex dominatori: è semplicemente una comoda lingua che mette in grado molti di comunicare sullo stesso piano, senza sentimenti di inferiorità. Presentato così, il quadro forse è troppo roseo. Però resta il fatto che, venendo dall'Italia e da tutte le menate sulla "difesa dell'italiano", eccetera, colpisce il modo pragmatico in cui gli indiani adottano l'inglese. Per quanto mi piaccia l'italiano, insomma, mi trovo molto a mio agio con l'idea di una lingua internazionale di riferimento, che tutti possono usare. Qualcuno la sa meglio degli altri, perché è la sua lingua madre? Beh, pazienza: non sarà certo quello a fare la differenza.

Per quel che vedo, quindi, tra gli indiani non c'è nessun sentimento di inferiorità (come invece si ritrova, a volte, tra i cinesi), né l'idea di essere in qualche modo sminuiti dall'uso dell'inglese. L'India ha un sacco di problemi, che gli indiani non si nascondono, ma non mi è mai capitato di trovare qualcuno che dicesse: "tutta colpa dei colonizzatori / della globalizzazione / delle multinazionali", e via dicendo. Anzi, in un lungo viaggio in treno a Jaisalmer, mi è capitato anche di sentirmi fare prediche sull'autonomia da un simpatico ufficiale ("Wing commander") dell'Aeronautica: "Ah, avete anche voi gli americani in casa? Come in Giappone? Non dev'essere tanto bello, trovarsi qualcun altro a comandare!"

Io ho cercato di spiegargli che le cose non stanno proprio così, ma non so se l'ho convinto fino in fondo. E comunque, com'è ovvio, tutta la conversazione si è svolta in inglese...

lunedì 31 gennaio 2011

Segni e ombre: il Jantar Mantar


Trasferito in India, nelle ultime settimane non ho aggiornato il blog. Adesso che il primo assestamento è passato, spero di riprendere un po' il ritmo...

Una delle cose che ho fatto nel frattempo, comunque, è stato prendere il treno (in Sleeper Class: quelli con le sbarre ai finestrini) per andare da Delhi a Jaipur, la "città rosa" - per quanto a me sembri dipinta in arancione, più che in rosa. Lì, la prima cosa che ho visto è stato il Jantar Mantar - costruito da Jai Singh II, agli inizi del Settecento, per fare osservazioni astronomiche, e restaurato e rifunzionalizzato agli inizi del Novecento.

Dal punto di vista estetico, il Jantar Mantar è una cosa sorprendente. Spazio tranquillo e ben curato nel caos di Jaipur, conserva un bel grappolo di strumenti astronomici in marmo e muratura. A me, da bravo scettico, interessava per andare a vedere di persona una cosa che avevo letto su una rivista di divulgazione, ehm, temo verso il 1983 o giù di lì. E cioè, che molti dei costosi strumenti del Jantar Mantar sono, per semplici ragioni di ottica, assai meno utili di quel che si potrebbe immaginare.

Meridiane enormi come il Samrat Yantra (la più grande del mondo, con uno gnomone alto 23 metri ) erano state pensate da Jai Singh per proiettare ombra su un grandissimo quadrante e permettere quindi di misurare meglio la posizione del sole nel cielo. Però, il sole non è una sorgente luminosa puntiforme: ha un diametro ben apprezzabile. E di conseguenza, mentre l'ombra di un oggetto è molto nitida a pochi centimetri di distanza, la distinzione tra luce e buio diventa molto meno chiara quando la distanza tra l'oggetto stesso e il piano di proiezione aumenta. Qui, l'ombra che cade sui segni tracciati per terra per le meridiane più grandi è troppo indistinta per misurazioni precise.

Vanno un po' meglio le cose con strumenti più piccoli e più raffinati, come la Laghu Samrat Yantra (fotografata qui accanto), che proietta l'ombra dello gnomone su lastre di marmo suddivise con estrema precisione. Anche in questo caso, però, l'ombra è troppo indistinta per permettere misurazioni con un'accuratezza superiore ai 20 secondi. È un problema senza soluzioni: ombre troppo corte non permettono misure troppo precise, ma aumentando la dimensione della meridiana si sbatte presto contro il confine ottico.

Io sono portato a trarne un insegnamento generale: fare segni bene e con scrupolo è importante, ma può aiutare fino a un certo punto. Se vuoi andare oltre, in molte situazioni a un certo punto devi smettere di fare le cose alla vecchia maniera e devi trovare una soluzione alternativa...

mercoledì 9 giugno 2010

Sassetti, Lettere dall'India


Mi sono preso un po' di pausa da spazi e segni d'interpunzione per leggere le Lettere dall'India (1583-1588) del fiorentino Filippo Sassetti, a cura di Adele Dei, Roma, Salerno ed., 1995. Ne valeva la pena...

In fin dei conti, Filippo Sassetti è uno che a fine Cinquecento fece una scelta niente male, cioè, si mise in testa di andare in India. Per lavoro (come sovrintendente alle spedizioni di pepe di Giovan Battista Rovellasco), ma anche e soprattutto per interesse personale: per andare a vedere il mondo. In realtà, quel che vide fu soprattutto qualche insediamento costiero portoghese (Cochin e Goa) sulla costa del Malabar, e in un periodo di crisi, perlopiù. Ma, visto che fece un figlio sul posto, Sassetti non si trovò poi troppo male; e anche a fine soggiorno progettava di tornare in patria facendo il giro del mondo - Indonesia, Cina, Giappone, America. La morte lo colse prematuramente e gli impedì di portare a compimento il viaggio; ma d'altra parte, Sassetti sapeva i rischi che correva, e non era poi che in patria la vita fosse molto più lunga. Non irragionevolmente, alla sorella che lo invitava al rientro, rispondeva quindi il 27 gennaio del 1585:

... la ragione del "ricordarmi d'essere nato a Firenze" non è buona, ché se delle due cose [cioè, evidentemente, nascere e morire] vi se ne fa una, basta. Se voi mi diceste: "A Firenze non si muore", questo sì mi farebbe tornare trottando (p. 96).

Ma, decisamente, non era così: le lettere che arrivavano (una volta all'anno, con l'arrivo delle navi da Lisbona tra settembre e novembre) gli portavano notizie di lutti continui. A Francesco Valori, che gli faceva elenchi di "Gente morta", Sassetti rispondeva dicendo: "Almeno mi aveste voi dato il contraccambio di tanti bambini nati, acciò che io non argomentassi che voi fosse costà venuti a finimondo" (p. 88). E in parallelo si rivolgeva agli appassionati di viaggi e descrizioni esotiche, come Michele Saladini a Pisa, cui scriveva nel dicembre 1585:

... ho molto contento a comprendere dal vostro scrivere che voi vi siate dato alla cosmografia. Parmi che manchi poco, per certa regola che abbiamo determinato qua il signor Pietro Grifo ed io di quello che bisogna a tirar gli uomini a India, a vedervici una volta comparire (p. 120).

Insomma, già allora il mal d'India era una malattia contagiosa... Colpisce, comunque, il modo in cui Sassetti continua a immischiarsi di faccende di casa, ricordando e consigliando dal Malabar campi e ville a Carmignano o a Campi Bisenzio. O mettendosi a paragonare le palafitte indiane agli "sporti di Santa Croce, che fanno quella bella vista quando e' si giuoca al calcio e sono le finestre piene di belle donne" (p. 98)... E il racconto non è male, anche se lo stile fiorentino ribobolaio dell'epoca, pieno di modi del parlato e di doppi sensi, spesso non rende facile la lettura (e fa venire la tentazione di correggere e semplificare ogni riga). Il commento di Adele Dei (che per il testo si basa sull'edizione di Bramanti, 1970, aggiungendo pochissimo di suo) aiuta un po', ma ogni tanto si svia - per esempio, a p. 90 probabilmente non si parla di "malattie veneree", ma di semplice elefantiasi (di cui Sassetti aveva già parlato a p. 86). Ma tant'è; nel groviglio di osservazioni e battute, qualcosa si perde per forza.

Dal punto di vista più strettamente linguistico, Sassetti è tra i primi a importare in italiano un bel po' di parole esotiche, da bambù a mango. Però, soprattutto, sembra sia stato il primo a citare in Europa l'esistenza del sanscrito:

Sono scritte le loro [= degli indù] scienze tutte in una lingua, che dimandano sanscruta, che vuol dire "bene articolata", della quale non si ha memoria quando fusse parlata, con avere (com'io dico) memorie antichissime. Imparanla come noi la greca e la latina e vi pongono molto maggior tempo, sì che in sei anni o sette se ne fanno padroni: e ha la lingua d'oggi molte cose comuni con quella, nella quale sono molti de' nostri nomi, e particularmente de' numeri el 6, 7, 8 e 9, Dio, serpe, e altri assai (lettera a Bernardo Davanzati del 22 gennaio 1586, pp. 179-180).

Insomma, Sassetti notò la somiglianza di ruolo tra il sanscrito, il latino e il greco ("parmi che noi possiamo dire che sia infermità di questo secolo che in tutte le parti del mondo le scienze sieno in lingua differente da quella che si parla", precisa altrove), ma non la stretta parentela . Nel brano citato si limita a notare la somiglianza di alcune parole con l'italiano (non con "il greco e il latino", come dice la curatrice, a p. 15), e più avanti citerà i nomi di città che finiscono in poli, per somiglianza con il greco. Stop. Per chiarire meglio la situazione ci vollero altri due secoli, ma nel contesto Sassetti non fa affatto una cattiva figura, visto che ai tempi suoi i portoghesi erano in India da un secolo e non si erano degnati di informarsi poi molto su usi e costumi locali. E in fin dei conti, difficile parlar male di uno che decise di imbarcarsi così, e che a Pier Vettori poteva raccontare con partecipazione (27 gennaio 1585, pp. 76-77) di "un uomo da bene che sta in queste parti", il quale

... avendo moglie e figli in Lisbona, e vivendosi acconciamente, si trovava una mattina su la riva del mare a veder partire le navi che vengono qua; allo sciorre delle vele delle quali, tutti i marinai, passeggieri, soldati e tutta la terra finalmente grida a voci altissime "Buon viaggio", al qual grido sentitosi quello uomo buono toccare il cuore, aperta la borsa e trovatovi drento sei portoghesi, che sono circa novanta ducati, mandò a dire a casa che non l'aspettassino a desinare...

martedì 16 febbraio 2010

I tassisti di Delhi

Ripensando a quel che scrivevo un paio di post fa: ai tassisti di Delhi sicuramente servirebbe saper leggere. Soprattutto se ci fossero buone mappe a disposizione. Ma ne vale la pena? Qual è, per loro, il rapporto costi / benefici?

Negli ultimi anni si è discusso molto sui miti dell'alfabetizzazione. Al di là dei miti, mi sembra indiscutibile che, di per sé, saper leggere e scrivere non serva a molto al di fuori di alcuni precisi contesti. Se passo tutto il tempo a zappare, e quando torno a casa fa già buio e non ho lampadine, a che cosa mi serve l'alfabetizzazione?

Beh, io penso che serva comunque parecchio, e che sia di per sé una bellissima cosa. Però la domanda successiva è: sì, ma ne vale la pena? Qual è il rapporto costi / benefici? Dato per scontato che saper fare una cosa sia sempre meglio che non saperla fare, ne vale la pena?

In questi giorni sto leggendo una bella raccolta di studi: The Making of Literate Societies, pubblicata da Blackwell nel 2001 a cura di David R. Olson e Nancy Torrance. L'atteggiamento della maggior parte degli autori sembra ragionevole: l'alfabetizzazione di per sé non è una bacchetta magica. Occorre che ci sia attorno una società capace di gestirla. O, come dice uno degli autori, saper leggere e scrivere un contratto non serve a molto, se poi non c'è un sistema giudiziario efficace che lo possa far rispettare. Dal punto di vista economico, si vedono casi di società molto alfabetizzate ma prive di sviluppo economico, e di società prospere anche se a bassa alfabetizzazione. In India il confronto standard è quello tra il Kerala e il Punjab; in Europa, si potrebbe sostenere che è più o meno il rapporto che si è avuto per molti anni tra Regno Unito e Italia... se non fosse che, in questo caso, le diversità nazionali nascondono forse somiglianze più strette tra le regioni sviluppate.

In ogni caso, un concetto di base è quello di "covariation" (come usato in questo libro per esempio da Armin Triebel, p. 33): l'alfabetizzazione interagisce con molte altre variabili. E soprattutto, esistono tipi molto diversi di "alfabetizzazione" (il termine italiano poi è un po' infelice, visto che in alcune parti del mondo le scritture non sono alfabetiche: meglio usare il termine inglese literacy).

venerdì 12 febbraio 2010

Al rientro: la metro di Delhi


Bene, eccomi al rientro! Delhi è stata un'esperienza fantastica, soprattutto grazie alla gente: colleghi e studenti, ma non solo. E poi, il posto in sé era incredibile.

Poi naturalmente ci sono i problemi: un conto è sapere queste cose, un conto vedere dal vero la miseria di buona parte della popolazione. Ma l'unico aiuto vero, evidentemente, lo può dare un buona e sana crescita economica...

Il linguaggio c'entra qualcosa? L'India è una babele di lingue, e anche Delhi lo è - con l'inglese che, a quel che mi dicono, in una città di immigrati è spesso più gradito dell'hindi (lingua prevalente ma tutt'altro che universale).

E la lettura? Superficialmente, per testi esposti e così via, Delhi non è molto diversa da una città europea. Però, per esempio, i guidatori di taxi e simili spesso non sanno leggere. Quindi, niente cartine e navigatori: l'unico modo per individuare un posto consiste nel chiedere in giro, tornare indietro, farsi mandare da una parte e poi dall'altra...

A due giorni di distanza ho visto prima la metropolitana di Londra poi quella di Delhi. Nuova, quest'ultima, efficiente e ben fatta, e pure amichevole per quanto riguarda le indicazioni (anche se, a differenza delle metropolitane europee, all'ingresso c'è la perquisizione con metal detector, e un buon contingente di soldati appostati nei corridoi in trincee con sacchetti di sabbia...). Però a Londra una buona parte dei passeggeri seduti legge libri o traffica con qualche dispositivo elettronico. A Delhi, qualcuno manda messaggi con il cellulare ma non ho mai visto nessuno che leggesse un libro. E nemmeno una rivista, o un giornale. Per chi, come me, si interessa molto a questi aspetti, la differenza è vistosa.

In una scala di lettura, sospetto poi che la metropolitana di Roma si collocherebbe più o meno a metà strada tra il modello-Delhi e il modello-Londra. Ma questo è un altro discorso...

lunedì 8 febbraio 2010

Nel cimitero di Agra


Oggi ho fatto la mia prima presentazione, parlando di Manucci. Ieri pero' era una giornata praticamente libera e ne ho approfittato per un classico del turismo indiano: la visita ad Agra.

Obiettivo principale era naturalmente il Taj Mahal. E, si', e' vero: dal vivo e' impressionante quanto in fotografia, anzi, decisamente di piu' (soprattutto dalla distanza a cui si fanno le foto classiche).

Prima del Taj Mahal, pero', sono andato a fare una visita a un monumento molto meno noto: il cimitero cattolico di Agra. Piccolo, circondato da mura, e' collocato vicino alla caotica Bypass Road (meno caotica del resto di Agra, comunque). Il cimitero e' ancora in uso, ma soprattutto conserva numerose tombe di inizio Seicento, epoca in cui e' stato fondato. Gran parte delle tombe sono antiche sono di appartenenti alla comunita' armena, quindi non sono riuscito a leggere nemmeno le iscrizioni; pero' ci sono anche quelle di molti italiani, a cominciare da Girolamo Veroneo e Bernardino Maffi. Quest'ultimo, medico veneziano per i Mogol, morto nel 1628, e' un po' il precursore di Manucci. Ma ci sono anche numerose conoscenze di Manucci stesso, a cominciare da Heinrich Roth, seppellito in una cappella dei cappuccini - assieme a diversi italiani, incluso un lucchese di cui non avevo mai sentito parlare.

Il cimitero era praticamente vuoto, a parte un paio di personaggi vicino all'entrata, stesi al sole a dormire in mezzo alle tombe. A un certo punto ho incontrato pero' una signora indiana, molto gentile, che stava facendo da guida a un'amica canadese. Le ho parlato un po' di Manucci e lei ha inquadrato immediatamente il nome: "Ah, certo... ma lei deve parlare allora con un mio amico a Delhi che sta scrivendo un libro su Dara Shikoh!" In Italia il nome di Manucci non e' noto nemmeno agli specialisti, e la differenza colpisce.

Comunque alla fine la gentile signora indiana ha perfino scattato qualche foto a me e alla visitatrice canadese, dicendo che pensava di scrivere un articolo per un giornale locale, per mostrare che c'e' ancora gente che viene al cimitero cattolico a cercare le tombe di qualche parente, o a fare ricerche storiche...

giovedì 4 febbraio 2010

Ma guarda un po'

Stamattina al Department of Germanic and Romance Studies di Delhi ho sentito alcune presentazioni di studenti di italiano del secondo e del terzo anno. Una di queste presentazioni era, guarda un po', sull'italiano dei mezzi di comunicazione elettronici: chat, e-mail, SMS. Ma guarda un po'...

Dal punto di vista turistico: giusto per partire dal semplice, oggi pomeriggio sono stato a visitare la tomba di Humayun (dove fu sepolto, tra gli altri, Dara Shikoh, il primo protettore indiano di Manucci) e la tomba di Nizamuddin, nel mezzo di un quartiere islamico come pochi.

Nel frattempo e' stato deciso anche il calendario dei miei interventi: faro' due ore di presentazioni al giorno, da lunedi' a mercoledi'.

lunedì 1 febbraio 2010

Passaggio in India

Bon, sono in partenza per Delhi, dove andrò, tra le altre cose, a parlare di italiano del web, fumetti italiani e Storia do Mogor... Programma intenso, e non so se nei prossimi giorni riuscirò ad aggiornare il blog! Comunque, domani pomeriggio la prima tappa è Londra, e con un po' di fortuna riuscirò anche a passare qualche ora alla British Library.
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