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giovedì 21 febbraio 2019

Gordin, Scientific Babel

  
 
Copertina di Michael D. Gordin, Scientific Babel
Del rapporto tra lingue e scienza si parla molto, com’è giusto che sia. Per l’italiano spicca in particolare l’impegno dell’Accademia della Crusca, con una serie di contributi che include, per esempio, gli atti della tavola rotonda Quali lingue per linsegnamento universitario?, pubblicati da Laterza nel 2013 con il titolo Fuori l’italiano dall’università? Inglese, internazionalizzazione, politica linguistica, a cura di Nicoletta Maraschio e Domenico De Martino.
 
Tuttavia, il pubblico non specialista non sempre ha presente il contesto, inteso in senso sia storico (= cosa succedeva davvero nel passato, anche recente), sia geografico (= cosa succedeva o succede altrove). Il bellissimo libro di Michael Gordin sulla Scientific Babel fornisce appunto una contestualizzazione molto utile. Il periodo coperto è soprattutto quello che va da metà Ottocento a fine Novecento, e il settore preso in esame più da vicino è la chimica; molte delle considerazioni fatte possono però essere estese a molti altri casi.
 
Dal punto di vista generale, i rapporti tra le lingue usate nella comunità scientifica sono perfettamente sintetizzati da questa presentazione grafica del numero di pubblicazioni riconducibile a ogni lingua (p. 5):
 
Grafico sul numero di pubblicazioni scientifiche per lingue, da Gordin 2015

Gordin esplicita bene le implicazioni di questi dati:
 
The most obvious and startling aspect of this graph is the dramatic rise of English beginning from a low point at 1910. The situation is actually even more dramatic than it appears from this graph, for these are percentages of scientific publication—slices of a pie, if you will—and that pie is not static. On the contrary, scientific publication exploded across this period, which means that even in the period from 1940 to 1970 when English seems mostly flat, it is actually a constant percentage of an exponentially growing baseline (pp. 6-7).
 
Tuttavia, all’interno della storia principale ne sono evidentemente contenute altre due. Una è correlata a “another prominent feature of the midpoint of the graph (1935–1965): the dramatic growth of scientific Russian” (p. 7). L’altra è quella, definita “centrale” per il periodo 1910-1945, che vede “prominent rise and decline of German as a scientific language” (ibidem). Il tutto tenendo ben presente che, come avviene in altre aree, “the story of scientific language correlates with, but does not slavishly follow, the trajectory of globalization. Knowledge and power are bedfellows; they are not twins” (ibidem).
 
Questo è il quadro generale, ben noto nelle sue linee di base perfino ai non specialisti – anche se per esempio, per me sono stati una novità molti aspetti del ruolo del russo, che ovviamente possono essere compresa per bene solo da chi, come Gordin, conosce la lingua. Però a volte anche nella ricerca storica basta dire esplicitamente ciò che si sa inconsciamente per illuminare il tutto con una luce nuova. Una delle osservazioni introduttive fatte nel testo è che
 
taking languages that register a statistically significant proportion of the world production in something we might now call science, we find (in alphabetical order): Arabic, Chinese (classical), Danish, Dutch, English, French, German, Greek (ancient), Italian, Japanese, Latin, Persian, Russian, Sanskrit, Swedish, Syriac, and Turkish (Ottoman) (p. 4).
 
In totale si tratta solo di diciassette lingue, e Gordin nota giustamente che “There is no other sphere of human cultural activity – trade, poetry, politics, what have you – that takes place in such a limited set of tongues” (ibidem). Il lettore italiano potrà notare con interesse che per esempio sono rimasti fuori dalla lista spagnolo, portoghese e rumeno, nonostante l’enorme diffusione di alcune di queste lingue. Ma soprattutto, se l’elenco colpisce da un lato per la sua selettività, dall’altro, specularmente, colpisce anche per la difficoltà da parte di un normale lettore nel gestirlo tutto. In tutta la storia del mondo, gli individui capaci di leggere contemporaneamente in modo fluente il russo, il cinese e l’olandese sono stati pochissimi.
 
Com’è stato quindi affrontato il problema della diversità delle lingue? Uno dei modi preferiti era anche il più semplice: gli scienziati potevano imparare tutte le lingue necessarie. Cosa fattibile con ragionevolezza nel periodo tra fine Ottocento e inizio Novecento, in cui si può parlare di un “triumvirato” di lingue composto da inglese, francese e tedesco, con l’italiano e il russo in una posizione secondaria. Questo sistema però non permetteva di gestire fenomeni come, appunto, la rapida ascesa del russo dopo la Seconda guerra mondiale.
 
Uno dei modi alternativi per affrontare la Babele scientifica è stato l’uso di lingue artificiali. Oggi questa sembra una possibilità irrealistica, ma Gordin mostra in modo convincente che tra Otto e Novecento, in ambito scientifico, le lingue artificiali venivano prese molto più sul serio di quanto si pensa normalmente. I capitoli 4 (Speaking Utopian) e 5 (The Wizards of Ido) descrivono in dettaglio l’impegno di figure come il chimico Wilhelm Ostwald per la diffusione nel mondo della ricerca di lingue che vanno dall’esperanto al volapük e all’ido: è un’integrazione molto importante alle storie raccontate per esempio in un bel libro divulgativo di Arika Okrent di cui ho parlato qualche anno fa.
 
Particolarmente importante per me è però il modo in cui negli Stati Uniti venne affrontato il problema specifico del russo, negli anni Cinquanta e Sessanta. Tra gli scienziati e i tecnici attivi in America, molti erano all’epoca in grado di leggere il tedesco (anche perché molti erano tedeschi…). Solo lo 0,1 di loro, però, secondo una rilevazione fatta all’epoca, si sentiva in grado di leggere il russo (p. 216).
 
In questo contesto divenne sorprendentemente popolare l’idea di ricorrere a una soluzione tecnica: la traduzione automatica. La storia di questa idea, diffusa soprattutto da Léon Dostert, occupa una buona parte dei capitoli 8 e 9 – e non mi sembra che esistano ricostruzioni migliori di questo interessantissimo periodo. Dal famigerato “esperimento” Georgetown-IBM del 1954 fino alla stroncatura contenuta nel rapporto ALPAC del 1966, la traduzione automatica del russo sembrò a portata di mano. Non lo era, e agli addetti ai lavori questo era chiaro fin dall’inizio. Però si sentiva il bisogno di intervenire nel settore, e l’idea era appetibile e finanziabile.
 
Alla fine, il problema fu risolto per altri canali. In buona parte lo eliminò, semplicemente, l’incapacità della scienza sovietica di mantenere il livello di sviluppo di quella occidentale. All’epoca, tuttavia, furono importanti anche altri contributi: nel libro di Gordin è per me affascinante soprattutto la storia delle agenzie specializzate che traducevano integralmente (“cover to cover”) le riviste scientifiche sovietiche.
 
E oggi? Gordin preavvisa nelle prime pagine che la storia del suo libro “ends with the most resolutely monoglot international community the world has ever seen—we call them scientists—and the exclusive language they use to communicate today to their international peers is English” (p. 2). Oggi la comunicazione scientifica è diventata monolingue in molte discipline, e questo può far pensare che il monolinguismo sia una tendenza normale.
 
Ma, appunto, una delle cose che si imparano dalla storia è che questa non è condizione di natura: il libro è anzi dedicato a illustrare “how deeply anomalous our current state of affairs would have seemed in the past” (ibidem). Aggiungo che il ricordo del passato permette anche di immaginare che, date le opportune circostanze, questa anomalia potrebbe scomparire! Del resto, come nota Gordin, lo studio delle scienze naturali in Europa era basato sul monolinguismo latino, ma gli scienziati a un certo punto hanno “deliberately, consciously” (p. 5) deciso di passare alla frammentazione linguistica.
 
Va poi notato che uno dei fattori fondamentali per un’ipotetica evoluzione in questo senso potrebbe essere di nuovo la traduzione automatica che, mentre pochi se ne accorgevano, è finalmente arrivata davvero a un livello tale da rendere praticabile ciò che negli anni Cinquanta era irrealistico. Qualche ipotesi in proposito l’ho fatta nel mio libro su Lingue e intelligenza artificiale, ma ci sarebbe ancora molto altro da dire.
 
Michael D. Gordin, Scientific Babel. The Language of Science from the Fall of Latin to the Rise of English, Londra, Profile Books, 2015, pp. 415, € 5,53, eISBN 978-1-84765-958-3. Edizione Kindle comprata su Amazon.
 

sabato 27 ottobre 2018

Tavosanis, Italiano, dialetti, inglese… Il lessico e il cambiamento linguistico

  
 
L'italiano e la rete, le reti per l'italiano
Durante l’ultima Settimana della lingua italiana, come da tradizione, l’Accademia della Crusca ha pubblicato un libro nella collana “La lingua italiana nel mondo”. Il libro ha lo stesso titolo della Settimana, cioè L’italiano e la rete, le reti per l’italiano, ed è stato ottimamente curato da Giuseppe Patota e Fabio Rossi. I contenuti sono formati da una raccolta di contributi sulla lingua della comunicazione in rete, e tra questi ce n’è anche uno mio, intitolato Italiano, dialetti, inglese… il lessico e il cambiamento linguistico.
 
All’interno del mio contributo, la questione è affrontata in prospettiva ampia. Le parole entrate nel lessico italiano in tempi recenti, in collegamento a volte diretto a volte indiretto con la comunicazione in rete, sono viste nel contesto del cambiamento linguistico in generale. La mia analisi è piuttosto conservativa: le novità sono piuttosto limitate e si concentrano in alcuni generi testuali e in alcune tipologie di parole. Inoltre, proprio per loro stessa natura, molte di queste novità hanno natura effimera ed è quindi difficile pensare che portino a effetti significativi sull’italiano. Perfino la pressione dell’inglese, che è molto forte, potrebbe interrompersi prima di quanto pensiamo, per ragioni politiche o tecnologiche – in particolare, come ripeto spesso, in rapporto alla diffusione della traduzione automatica.
 
Il libro contiene poi molti altri contributi interessanti. Per esempio, Elena Pistolesi e Giuliana Fiorentino affrontano, da prospettive diverse, il rapporto tra la della comunicazione in rete e il dialogo. Rita Fresu descrive invece, sulla traccia di molti suoi contributi recenti, il modo in cui il tradizionale concetto di “semicolti” deve essere modificato alla luce della situazione comunicativa contemporanea.
 
Nel complesso, una lettura consigliatissima e un’importante aggiunta alla bibliografia italiana sull’argomento.
 
Mirko Tavosanis, Italiano, dialetti, inglese… il lessico e il cambiamento linguistico , in L’italiano e la rete, le reti per l’italiano, a cura di Giuseppe Patota e Fabio Rossi, Firenze, Accademia della Crusca e goWare, 2018, pp. 35-48, ISBN 978-88-3363-077-9. Il libro può essere acquistato in vari formati dal sito di goWare, che l’ha reso gratuitamente disponibile durante la Settimana della lingua italiana nel mondo, oppure da altre piattaforme di vendita di e-book, ed è disponibile anche in versione su carta; la lunghezza complessiva del libro è di 174 pagine.
 

mercoledì 14 novembre 2012

L’inglese in pericolo

Venendo da un’Italia che ancora si preoccupa della diffusione dell’inglese, è strano ritrovarsi a Hong Kong, in cui l’idea è che l’inglese, perlomeno sul posto, sia minacciato. Che cioè la Cina voglia, sul lungo periodo, ridurne il peso nel territorio di Hong Kong.

Ora, la presenza della Cina a Hong Kong è discreta ma ben avvertibile, e sui giornali si parla molto di “sinificazione” strisciante della ex colonia. Il che fa il paio con un’altra idea molto diffusa tra gli abitanti: che Hong Kong abbia iniziato un inevitabile periodo di decadenza, e si stia avviando a diventare solo una specie di parco di divertimenti per i ricchi (e non solo) della “mainland”. Del resto, la prima cosa che ti dicono di Hong Kong è sempre: “ah, è una piccola città, qui ci conosciamo tutti…” Gli abitanti sono sette milioni e mezzo, quanto Roma e Napoli messe assieme, ma venendo da Pechino si capisce che in questa descrizione c’è più verità di quel che si potrebbe pensare in astratto.
 
Alla PolyU, qualche studente un po’ più anziano degli altri mi mostra manifesti scritti esclusivamente in cinese: “Ecco,” mi dice, “questi qualche anno fa non si vedevano… le cose stanno cambiando.” Secondo me gli esempi sono pochi, in un mare di comunicazione ufficiale saldamente bilingue, ma mi fido del suo giudizio.
 
D’altra parte, è vero che il ruolo dell’inglese qui è strutturalmente in pericolo. Finora ho evitato di informarmi sulla situazione linguistica locale, e l’impressione indipendente che mi sono fatto finora (forse destinata a essere smentita dai dati statistici, ma non credo) è che l’inglese non sia lingua materna quasi per nessuno. Per molti, anche a Hong Kong, non è nemmeno una lingua nota: qualche parola la sanno tutti, ma mi capita di frequente di parlare con persone che hanno un inglese tanto limitato che non riusciamo a intenderci nemmeno su informazioni di base… di solito la soluzione, in questi casi, consiste nel chiamare in fretta qualcuno più bravo. Del resto imparare l’inglese non è facile, se si ha come madrelingua il cantonese!
 
L’inglese, insomma, è una lingua per lo scambio e per il lavoro, e in moltissimi la conoscono fin dai primi anni di scuola, ma ha tutte le caratteristiche di una lingua franca. E, come tale, potrebbe sparire quasi da un giorno all’altro dal repertorio delle giovani generazioni. Basterebbe cambiare i programmi scolastici, penso, per far calare enormemente il livello di conoscenza dell’inglese in quella che si vanta di essere “Asia’s international city”.
 
Non sarebbe nemmeno il primo caso recente di questo genere. Durante la decolonizzazione, in Africa, molte ex colonie britanniche hanno cancellato da un giorno all’altro lo studio dell’inglese dai programmi scolastici. Risultato: di regola, una popolazione che non è diventata particolarmente compatta dal punto di vista dell’unità nazionale, ma che è stata tagliata fuori dai contatti con il resto del mondo (qualche dettaglio su questa storia si ritrova in uno dei contributi di The making of literate societies, a cura di David R. Olson e Nancy Torrance).
 
Non penso che Hong Kong sia avviata su questa strada: in fin dei conti, in Cina il governo cinese si impegna molto, con scarsi risultati, per la diffusione dell’inglese. Ma già il fatto che molti abbiano questa preoccupazione è indicativo.
 

lunedì 23 aprile 2012

Corsi in inglese nelle università italiane: i problemi giuridici

 

Negli ultimi mesi si è parlato molto dell’uso dell’inglese nei corsi delle università italiane, e all’argomento l’Accademia della Crusca dedicherà venerdì prossimo una tavola rotonda che si prospetta come estremamente interessante. Non penso che riuscirò ad assistervi, ma nel frattempo mi sono studiato l’argomento partendo da un caso ben noto. All’inizio dell’anno i giornali hanno infatti dedicato un certo spazio a un annuncio del Politecnico di Milano: tutti i corsi delle lauree magistrali e dei dottorati del Politecnico saranno tenuti, a partire dall’anno accademico 2014-2105, in lingua inglese.
 

Abituato allo standard dei comunicati stampa e dei giornali italiani, come prima cosa ho deciso di controllare le fonti. Ho scambiato un po’ di mail con la segreteria del Politecnico, chiedendo di avere accesso agli atti relativi, e dopo un mese e mezzo ho ricevuto un estratto del verbale del Senato Accademico del 15 dicembre 2011, in cui sono state approvate a maggioranza (30 favorevoli, 1 astenuto) le “Linee strategiche 2012-2104”. L’estratto che ho ricevuto non riporta informazioni sull’eventuale discussione, ma la segreteria mi ha gentilmente fornito anche una presentazione in PowerPoint (che forse è il documento approvato!) che descrive le “Linee strategiche”: controllando, ho visto che la stessa presentazione è disponibile sul web, anche se non sul sito del Politecnico, quindi immagino sia un documento pubblico e ufficiale.
 

Andando quindi alla sostanza, le “Linee strategiche” propongono (diapositiva 11) di
 

Attivare le LM e i Dottorati di ricerca esclusivamente in inglese a partire dal 2014 e sviluppare, conseguentemente, un piano integrato per la formazione dei docenti, la messa a punto di materiale di supporto e il sostegno agli studenti
 

Contro questo annuncio si sono levate già a inizio anno diverse condanne. Un mese fa è comparso anche un appello che chiedeva il ritiro della delibera (non so se la cosa poi sia andata avanti). Vale la pena seguire l’argomentazione presentata lì per capire alcuni aspetti del complesso contesto giuridico in cui si muove la scelta delle lingue nella didattica universitaria.
 

Gli autori dell’appello ritengono che le delibere del Politecnico siano “illegittime per violazione dell’art. 271 del r.d. del 31 agosto 1933 n. 1592” ; aggiungono poi pudicamente che le successive riforme “hanno certamente portato al superamento di molte delle disposizioni ivi [= nel Regio Decreto] contenute”. L’aggiunta è quasi dovuta: il Regio Decreto del 1933 è stato, come gli addetti ai lavori ben sanno, un tappa importante nella fascistizzazione delle università italiane. Due anni prima un altro Regio Decreto aveva richiesto ai docenti universitari il giuramento di fedeltà al regime fascista; quello del 1933 rese addirittura obbligatoria l’iscrizione dei docenti al Partito Fascista, e stabilì che solo i cittadini italiani potessero insegnare in un’università italiana. Questi punti sono stati ovviamente abrogati in seguito, ma è rimasto in vigore appunto l’articolo 271, in cui si dichiara che
 

La lingua italiana è la lingua ufficiale dell'insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari.
 

Ora, al di là del clima non esattamente aperto in cui nasceva, l’articolo sembra chiarissimo – ma a guardarlo bene si capisce che non lo è affatto, e non c’è bisogno di spaccare il capello in quattro per inquadrare il problema: che cosa significa “lingua ufficiale dell’insegnamento”? Si parla della lingua che “si dichiara” di usare nell’insegnamento? O della lingua da usare “effettivamente” nell’insegnamento? Non ho particolari competenze giuridiche, ma a occhio l’espressione usata è talmente vaga da lasciare spazio legale a interpretazioni di ogni genere (incluse il “si dichiara che la lingua ufficiale di questo corso di studi è l’italiano; nell’erogazione, tuttavia, qualora al corso risultassero iscritti n. 2 o più studenti di nazionalità straniera, si potrà comunque usare la lingua inglese...”, eccetera eccetera).
 

Nella pratica, mi risulta poi che l’art. 271 nella sua interpretazione rigorista non sia troppo rispettato. Io non ne ho mai visto uno, ma ogni tanto mi vengono citati corsi svolti in inglese nelle facoltà scientifiche italiane, anche in presenza di soli studenti italiani (mentre sono di sicuro comuni i corsi in cui i materiali didattici, diapositive del docente comprese, sono completamente in lingua inglese). In altri tipi di facoltà il fenomeno mi sembra invece sconosciuto. Non credo che nessuno possa fornire percentuali esatte, ma, andando a occhio, i corsi tenuti in inglese secondo me sono oggi tra l’1% e l’1‰ del totale.
 

Come mai questi corsi? In un contesto di libertà didattica, il principale motivo per passare all’inglese è probabilmente: perché qualcuno ne sente il bisogno. I divieti invece esistono per combattere contro i bisogni; a volte per buone ragioni... e a volte, no. Il già citato appello, per esempio, in buona parte autodistrugge le proprie argomentazioni quando da un lato sostiene che, punto a), l’obbligo dell’inglese comprime la libertà di scelta di docenti e studenti, per poi subito dopo, al punto b), richiedere che non si faccia ricorso all’inglese in base al fascistissimo Regio Decreto... che, preso sul serio, sarebbe una ben più evidente compressione della libertà di scelta! Un conto è una singola università che decide che la propria didattica venga tenuta in una lingua, un conto uno Stato che decide che per tutti, comunque, dev’essere così.
 

L’appello chiede inoltre il ritiro in base ad altre due disposizioni:
 

1. il Decreto Ministeriale 270 del 2004, che all’articolo 7 però parla di “conoscenza obbligatoria” della lingua italiana (e di un’altra lingua dell’Unione Europea) per la sola laurea triennale, e non dice nulla di simile per la magistrale.
 

2. l’articolo 2, comma 2, lettera l) della legge 240 del 2010, che però prevede esplicitamente (ignorando del tutto l’articolo 271 del Regio Decreto) il “rafforzamento dell'internazionalizzazione anche attraverso (...) l'attivazione (...) di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera”.
 

Insomma, anche se questa è materia da giuristi, mi sembra molto difficile che l’iniziativa del Politecnico possa essere bocciata sulla base della legislazione attuale. Estendere l’uso dell’inglese ha però senso? Come in molte domande linguistiche, la risposta è: “dipende”, e spero di parlarne meglio in un prossimo post – o, meglio ancora, di poter fare un salto venerdì alla Crusca.
 

mercoledì 28 settembre 2011

Dalla Cilicia alla Cappadocia, e ritorno

Nelle valli della Cappadocia, in posa eroica

La scorsa settimana ho partecipato a uno scambio Socrates / Erasmus e sono andato a fare qualche ora di lezione sull’italiano del web alla Çukurova Üniversitesi di Adana in Turchia (in Cilicia, cioè quasi al confine con la Siria). Ne ho approfittato per attraversare in un comodo autobus le Porte di Cilicia e fare un salto anche in Cappadocia: un giorno e mezzo nei classici posti da turisti – Göreme, Ürgüp, Uçhisar.

Ma, per quanto sia divertente andare in giro in sandali tra i pinnacoli e le chiese bizantine scavate nella roccia, naturalmente la parte interessante del viaggio consiste nel cercare di capire qualcosa delle altre università. Da questo punto di vista, gli scambi Socrates / Erasmus mi sembra svolgano perfettamente il loro ruolo, consentendo di dare un’occhiata da vicino a realtà che altrimenti non ci sarebbe modo di conoscere.

Più in dettaglio, non essendoci alla Çukurova un insegnamento di italiano, io ho fatto lezione a studenti del dottorato in didattica dell’inglese. Ho anche cercato di costruire le presentazioni in quest’ottica, ed è stato un po’ imbarazzante presentare alcune informazioni elementari a persone che conoscono l’inglese meglio di me, e che di sicuro lo parlano molto meglio. Però è andata, le discussioni sono state vivaci, e alla fine gli argomenti coperti dovrebbero essere utili per chi si trova poi a fare didattica...

Comunque, parlando coi colleghi e con gli amministrativi, ho scoperto che ogni tanto non ci capivamo sul rapporto con gli studenti. In effetti, io davo per scontato che lì si insegnasse in turco, e loro davano per scontato che a Pisa si insegnasse in inglese – almeno per argomenti come la linguistica. Eh, beh, non è così! Il sito web della Çukurova Üniversitesi spiega che:

The language of instruction in almost all the programs of the university is Turkish. However, the language of instruction in the Electric-Electronics and Mechanical Engineering Departments of the Faculty of Engineering and Architecture is English.

Io ho avuto la sensazione che l’uso sia più ampio, ma comunque la cosa dà da pensare. È un bel taglio di competenze, rispetto a quello che si può fare (e di regola si fa) nei principali paesi occidentali.

Soprattutto, colpisce la differenza tra questo stato di cose e quello della strada. Non solo ad Adana, ma anche nel cuore turistico della Cappadocia non ho trovato nessuno che sapesse parlare inglese al livello di sostenere una conversazione – solo qualche tassista e la receptionist di un albergo di lusso per stranieri. Per cui, sull’autobus o per strada, ci si intende solo a gesti; e dopo aver detto “Italia” si rimane muti. Non so se arriveremo tanto presto al momento in cui tutti, in tutto il mondo, saranno in grado di chiacchierare un po’ in inglese, ma se ci arriveremo, sarà un grande momento. Viceversa, non credo che sarebbe un grande momento quello in cui tutte le università del mondo insegnassero unicamente in inglese. Non sarebbe neanche una grande catastrofe, beninteso; ma, a differenza dell’altro, non è un obiettivo sensato da raggiungere.

martedì 1 marzo 2011

L'inglese alla finestra


Il mio rientro in Italia si sta avvicinando: è una buona occasione per ripensare a diverse cose e, nel piccolo, anche all'esperienza linguistica indiana.

Uno dei punti più interessanti è anche il più ovvio. Nell'India del nordovest, tra università e turismo, nella vita quotidiana è possibile cavarsela senza nessun problema usando l'inglese. La conoscenza dell'inglese non è assolutamente universale, ma tutte le persone istruite lo conoscono e quasi tutti sanno le due o tre parole necessarie per la maggior parte degli scambi.

Quanto è diffuso? A livello di lingua scritta, quasi tutto ti viene presentato anche in inglese: in un mese e mezzo la mia conoscenza del devanagari si è rivelata indispensabile solo in un paio di occasioni, per decifrare qualche scritta importante. Inoltre, io sto in zona universitaria e, se guardo alla finestra, oltre il filo spinato della residenza, oltre il traffico di Banda Bahadur (B. B.) Marg (nella foto aerea si vede bene, sul lato ovest di B. B. Marg, il tetto della fermata del bus che fa capolino da destra nella foto qui sopra), tutti i negozi visibili espongono solo insegne in inglese e in alfabeto latino. A Delhi è una situazione eccezionale, e Delhi è uno dei centri in cui l'inglese è più diffuso... però anche questo fa parte dell'India.

Pochi giorni fa, del resto, il mio amato New York Times pubblicava un articolo di Manu Joseph intitolato India Faces a Linguistic Truth: English Spoken Here. Nell'articolo, esagerando un po', si dice che "English is the de facto national language of India"; non è proprio così, ma sicuramente nella competizione per la lingua più amata, l'inglese ha molti vantaggi, per esempio, nei confronti dell'hindi. A me è capitato, per esempio, di ricevere come consiglio quello di provare a parlare inglese, piuttosto che hindi, anche per le cose più semplici, incluso prendere auto e ciclorisciò. Il motivo: molti conducenti, e molti lavoratori di Delhi, sono immigrati, e non hanno molta simpatia per l'hindi. Delhi è una città che si è riempita di gente proveniente dal Bengala o dal Punjab, e spesso gli immigrati non comprendono o non parlano volentieri l'hindi. Molte scritte sui mezzi pubblici sono in quattro lingue e quattro alfabeti diversi: hindi (in devanagari), inglese (in alfabeto latino), urdu (in alfabeto arabo) e punjabi (in alfabeto punjabi).

In questo contesto, l'inglese non è la lingua degli ex dominatori: è semplicemente una comoda lingua che mette in grado molti di comunicare sullo stesso piano, senza sentimenti di inferiorità. Presentato così, il quadro forse è troppo roseo. Però resta il fatto che, venendo dall'Italia e da tutte le menate sulla "difesa dell'italiano", eccetera, colpisce il modo pragmatico in cui gli indiani adottano l'inglese. Per quanto mi piaccia l'italiano, insomma, mi trovo molto a mio agio con l'idea di una lingua internazionale di riferimento, che tutti possono usare. Qualcuno la sa meglio degli altri, perché è la sua lingua madre? Beh, pazienza: non sarà certo quello a fare la differenza.

Per quel che vedo, quindi, tra gli indiani non c'è nessun sentimento di inferiorità (come invece si ritrova, a volte, tra i cinesi), né l'idea di essere in qualche modo sminuiti dall'uso dell'inglese. L'India ha un sacco di problemi, che gli indiani non si nascondono, ma non mi è mai capitato di trovare qualcuno che dicesse: "tutta colpa dei colonizzatori / della globalizzazione / delle multinazionali", e via dicendo. Anzi, in un lungo viaggio in treno a Jaisalmer, mi è capitato anche di sentirmi fare prediche sull'autonomia da un simpatico ufficiale ("Wing commander") dell'Aeronautica: "Ah, avete anche voi gli americani in casa? Come in Giappone? Non dev'essere tanto bello, trovarsi qualcun altro a comandare!"

Io ho cercato di spiegargli che le cose non stanno proprio così, ma non so se l'ho convinto fino in fondo. E comunque, com'è ovvio, tutta la conversazione si è svolta in inglese...
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