Gordin esplicita bene le implicazioni di questi dati:
giovedì 21 febbraio 2019
Gordin, Scientific Babel
Gordin esplicita bene le implicazioni di questi dati:
sabato 27 ottobre 2018
Tavosanis, Italiano, dialetti, inglese… Il lessico e il cambiamento linguistico
mercoledì 14 novembre 2012
L’inglese in pericolo
Ora, la presenza della Cina a Hong Kong è discreta ma ben avvertibile, e sui giornali si parla molto di “sinificazione” strisciante della ex colonia. Il che fa il paio con un’altra idea molto diffusa tra gli abitanti: che Hong Kong abbia iniziato un inevitabile periodo di decadenza, e si stia avviando a diventare solo una specie di parco di divertimenti per i ricchi (e non solo) della “mainland”. Del resto, la prima cosa che ti dicono di Hong Kong è sempre: “ah, è una piccola città, qui ci conosciamo tutti…” Gli abitanti sono sette milioni e mezzo, quanto Roma e Napoli messe assieme, ma venendo da Pechino si capisce che in questa descrizione c’è più verità di quel che si potrebbe pensare in astratto.
lunedì 23 aprile 2012
Corsi in inglese nelle università italiane: i problemi giuridici
mercoledì 28 settembre 2011
Dalla Cilicia alla Cappadocia, e ritorno

La scorsa settimana ho partecipato a uno scambio Socrates / Erasmus e sono andato a fare qualche ora di lezione sull’italiano del web alla Çukurova Üniversitesi di Adana in Turchia (in Cilicia, cioè quasi al confine con la Siria). Ne ho approfittato per attraversare in un comodo autobus le Porte di Cilicia e fare un salto anche in Cappadocia: un giorno e mezzo nei classici posti da turisti – Göreme, Ürgüp, Uçhisar.
Ma, per quanto sia divertente andare in giro in sandali tra i pinnacoli e le chiese bizantine scavate nella roccia, naturalmente la parte interessante del viaggio consiste nel cercare di capire qualcosa delle altre università. Da questo punto di vista, gli scambi Socrates / Erasmus mi sembra svolgano perfettamente il loro ruolo, consentendo di dare un’occhiata da vicino a realtà che altrimenti non ci sarebbe modo di conoscere.
Più in dettaglio, non essendoci alla Çukurova un insegnamento di italiano, io ho fatto lezione a studenti del dottorato in didattica dell’inglese. Ho anche cercato di costruire le presentazioni in quest’ottica, ed è stato un po’ imbarazzante presentare alcune informazioni elementari a persone che conoscono l’inglese meglio di me, e che di sicuro lo parlano molto meglio. Però è andata, le discussioni sono state vivaci, e alla fine gli argomenti coperti dovrebbero essere utili per chi si trova poi a fare didattica...
Comunque, parlando coi colleghi e con gli amministrativi, ho scoperto che ogni tanto non ci capivamo sul rapporto con gli studenti. In effetti, io davo per scontato che lì si insegnasse in turco, e loro davano per scontato che a Pisa si insegnasse in inglese – almeno per argomenti come la linguistica. Eh, beh, non è così! Il sito web della Çukurova Üniversitesi spiega che:
The language of instruction in almost all the programs of the university is Turkish. However, the language of instruction in the Electric-Electronics and Mechanical Engineering Departments of the Faculty of Engineering and Architecture is English.
Io ho avuto la sensazione che l’uso sia più ampio, ma comunque la cosa dà da pensare. È un bel taglio di competenze, rispetto a quello che si può fare (e di regola si fa) nei principali paesi occidentali.
Soprattutto, colpisce la differenza tra questo stato di cose e quello della strada. Non solo ad Adana, ma anche nel cuore turistico della Cappadocia non ho trovato nessuno che sapesse parlare inglese al livello di sostenere una conversazione – solo qualche tassista e la receptionist di un albergo di lusso per stranieri. Per cui, sull’autobus o per strada, ci si intende solo a gesti; e dopo aver detto “Italia” si rimane muti. Non so se arriveremo tanto presto al momento in cui tutti, in tutto il mondo, saranno in grado di chiacchierare un po’ in inglese, ma se ci arriveremo, sarà un grande momento. Viceversa, non credo che sarebbe un grande momento quello in cui tutte le università del mondo insegnassero unicamente in inglese. Non sarebbe neanche una grande catastrofe, beninteso; ma, a differenza dell’altro, non è un obiettivo sensato da raggiungere.
martedì 1 marzo 2011
L'inglese alla finestra
Il mio rientro in Italia si sta avvicinando: è una buona occasione per ripensare a diverse cose e, nel piccolo, anche all'esperienza linguistica indiana.
Uno dei punti più interessanti è anche il più ovvio. Nell'India del nordovest, tra università e turismo, nella vita quotidiana è possibile cavarsela senza nessun problema usando l'inglese. La conoscenza dell'inglese non è assolutamente universale, ma tutte le persone istruite lo conoscono e quasi tutti sanno le due o tre parole necessarie per la maggior parte degli scambi.
Quanto è diffuso? A livello di lingua scritta, quasi tutto ti viene presentato anche in inglese: in un mese e mezzo la mia conoscenza del devanagari si è rivelata indispensabile solo in un paio di occasioni, per decifrare qualche scritta importante. Inoltre, io sto in zona universitaria e, se guardo alla finestra, oltre il filo spinato della residenza, oltre il traffico di Banda Bahadur (B. B.) Marg (nella foto aerea si vede bene, sul lato ovest di B. B. Marg, il tetto della fermata del bus che fa capolino da destra nella foto qui sopra), tutti i negozi visibili espongono solo insegne in inglese e in alfabeto latino. A Delhi è una situazione eccezionale, e Delhi è uno dei centri in cui l'inglese è più diffuso... però anche questo fa parte dell'India.
Pochi giorni fa, del resto, il mio amato New York Times pubblicava un articolo di Manu Joseph intitolato India Faces a Linguistic Truth: English Spoken Here. Nell'articolo, esagerando un po', si dice che "English is the de facto national language of India"; non è proprio così, ma sicuramente nella competizione per la lingua più amata, l'inglese ha molti vantaggi, per esempio, nei confronti dell'hindi. A me è capitato, per esempio, di ricevere come consiglio quello di provare a parlare inglese, piuttosto che hindi, anche per le cose più semplici, incluso prendere auto e ciclorisciò. Il motivo: molti conducenti, e molti lavoratori di Delhi, sono immigrati, e non hanno molta simpatia per l'hindi. Delhi è una città che si è riempita di gente proveniente dal Bengala o dal Punjab, e spesso gli immigrati non comprendono o non parlano volentieri l'hindi. Molte scritte sui mezzi pubblici sono in quattro lingue e quattro alfabeti diversi: hindi (in devanagari), inglese (in alfabeto latino), urdu (in alfabeto arabo) e punjabi (in alfabeto punjabi).
In questo contesto, l'inglese non è la lingua degli ex dominatori: è semplicemente una comoda lingua che mette in grado molti di comunicare sullo stesso piano, senza sentimenti di inferiorità. Presentato così, il quadro forse è troppo roseo. Però resta il fatto che, venendo dall'Italia e da tutte le menate sulla "difesa dell'italiano", eccetera, colpisce il modo pragmatico in cui gli indiani adottano l'inglese. Per quanto mi piaccia l'italiano, insomma, mi trovo molto a mio agio con l'idea di una lingua internazionale di riferimento, che tutti possono usare. Qualcuno la sa meglio degli altri, perché è la sua lingua madre? Beh, pazienza: non sarà certo quello a fare la differenza.
Per quel che vedo, quindi, tra gli indiani non c'è nessun sentimento di inferiorità (come invece si ritrova, a volte, tra i cinesi), né l'idea di essere in qualche modo sminuiti dall'uso dell'inglese. L'India ha un sacco di problemi, che gli indiani non si nascondono, ma non mi è mai capitato di trovare qualcuno che dicesse: "tutta colpa dei colonizzatori / della globalizzazione / delle multinazionali", e via dicendo. Anzi, in un lungo viaggio in treno a Jaisalmer, mi è capitato anche di sentirmi fare prediche sull'autonomia da un simpatico ufficiale ("Wing commander") dell'Aeronautica: "Ah, avete anche voi gli americani in casa? Come in Giappone? Non dev'essere tanto bello, trovarsi qualcun altro a comandare!"
Io ho cercato di spiegargli che le cose non stanno proprio così, ma non so se l'ho convinto fino in fondo. E comunque, com'è ovvio, tutta la conversazione si è svolta in inglese...


