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lunedì 2 dicembre 2013

La codifica dei fumetti italiani

 
Dall'articolo di Walsh: Kirby come esempio di cbml:panel, eccetera
Giovedì scorso ha ottenuto la laurea magistrale in Informatica umanistica uno dei miei studenti, Salvatore Figuccia. La sua tesi (correlatore Roberto Rosselli Del Turco, controrelatore Alessandro Lenci) era intitolata Codifica CBML-TEI di fumetti italiani e analisi linguistica.
 
Come mai un argomento del genere? Beh, io sto studiando da molto tempo l’italiano dei fumetti. Argomento importante per la storia linguistica del Novecento ma quasi del tutto privo di studi sistematici: l’unica monografia oggi esistente è Parola di papero di Daniela Pietrini, dedicata però ai soli fumetti Disney. Certo, io ho pubblicato, negli anni, diversi interventi sull’italiano dei fumetti, ma tutti su argomenti molto circoscritti. Avendo tempo, sarebbe arrivato il momento di tirare le fila e sintetizzare…
 
Questo però significa avere alle spalle ampi spogli linguistici. Il che a sua volta richiede l’esistenza di corpus di fumetti in cui il testo sia stato trascritto e digitalizzato, in modo da poter fare analisi automatiche. E, a sua volta, ciò richiede uno standard di codifica intelligente, che contenga tutti gli elementi utili a un’analisi linguistica. Le caratteristiche editoriali dei fumetti rendono tuttavia questo tipo di lavoro tutt’altro che banale.
 
Facciamo un esempio pratico: il linguaggio dei diversi personaggi. In molti fumetti alcuni tipi di espressione sono collegati a un unico personaggio – nei fumetti Disney, solo Pippo fa yuk, yuk – oppure sono distribuiti tra personaggi in modo marcato e ripetuto. Quindi un’analisi, mettiamo, delle Sturmtruppen di Bonvi deve distinguere per esempio tra il finto tedesco delle Sturmtruppen e l’italiano non alterato di Galeazzo Musolesi, e così via. Per arrivare a questo risultato, però, si deve usare un sistema di trascrizione che non solo distingua tra i diversi personaggi ma consenta poi, accoppiato agli opportuni strumenti elettronici, di limitare per esempio i risultati di uno spoglio linguistico a uno specifico personaggio, o di escludere il personaggio medesimo da uno spoglio generale, e così via.
 
La maggiore iniziativa mondiale nella codifica di testi umanistici è la TEI (Text Encoding Initiative). La TEI pubblica importanti linee guida e ha previsto la codifica di molti tipi diversi di testo, dalle opere teatrali alle edizioni critiche, ma non ha mai fornito standard per i fumetti. Questa lacuna è stata di recente colmata in buona parte dalla proposta di John A. Walsh (Università dell’Indiana), che ha proposto il vocabolario CBML. In pratica, CBML è un sistema che da un lato indica come usare per la codifica dei fumetti i classici elementi TEI e dall’altro aggiunge a essi “a number of elements targeted at the distinctive formal features of comics, such as panels, balloons, and narrative captions”. La proposta è stata articolata da Walsh anche in un articolo del Digital Humanities Quarterly intitolato Comic Book Markup Language: An Introduction and Rationale, che aggiunge molte informazioni interessanti e casi d’uso.
 
Tutto bene, quindi? Sì e no. Nel senso che Walsh ha lavorato per la codifica dei “comic book” americani, cioè di prodotti editoriali di un certo tipo, e la codifica dei fumetti italiani richiede un po’ di aggiustamenti da questo punto di vista. Per esempio, i “comic book” americani contengono tipicamente una storia singola; molte riviste a fumetti italiane invece contengono più storie, di autori differenti (come nel caso di Topolino), e occorre quindi trovare un modo per raggruppare i diversi materali. E così via.
 
Di qui l’importanza della tesi di Salvatore Figuccia, che ha preso come punto di partenza il lavoro di Walsh e ha controllato la sua applicabilità anche ai fumetti italiani. Come avevano già suggerito esperimenti più limitati condotti in alcuni elaborati di laurea triennale, l’esperimento ha confermato che per trascrivere i fumetti italiani più popolari non è necessario aggiungere nuovi elementi alla proposta di Walsh – il che faciliterà l’interscambio di dati. Occorre avere invece dei criteri di trascrizione molto dettagliati, per mantenere coerenza tra prodotti che seguono standard piuttosto diversi. La tesi ha quindi incluso una prima bozza di criteri e, come dimostrazione, la trascrizione completa di un fascicolo di Topolino e di due prodotti bonelliani (un numero di Tex e uno di Dylan Dog), oltre a un primo assaggio di analisi linguistica sulle interiezioni. Nel complesso, si tratta di un importante passo avanti nella direzione del lavoro complessivo di cui parlavo all’inizio.
 

giovedì 7 gennaio 2010

Pietrini, Parola di papero

Per strano che possa sembrare, il linguaggio dei fumetti italiani non era mai stato oggetto di uno studio approfondito. Colma ora questa lacuna Daniela Pietrini con Parola di papero, un consistente (401 pagine di testo) studio su "Storia e tecniche della lingua dei fumetti Disney", pubblicato a fine 2009 da Cesati.

Come titolo e sottotitolo fanno capire, il lavoro è dedicato a un'unica sezione del mondo del fumetto: i fumetti Disney pubblicati in Italia - e scritti da autori italiani. Non è poca cosa, perché questo tipo di prodotto è arrivato nei decenni a coprire ampie fette del mercato totale (sarà arrivato al 50%, in alcuni momenti?). Oggi le cifre assolute sono calate, ma i Disney italiani se la giocano alla pari con i Bonelli per quanto riguarda la diffusione... mentre i materiali tradotti sono in percentuale decisamente minoritaria. Inoltre, in diversi momenti dal dopoguerra a oggi riviste come Topolino hanno raggiunto percentuali incredibili di diffusione tra i bambini, cioè in fasce d'età in cui l'apprendimento della lingua è ancora in corso e i modelli sono particolarmente importanti.

Dall'abbondante materiale di partenza Daniela Pietrini ha selezionato 90 storie pubblicate su Topolino (15 storie per decennio, dagli anni Cinquanta agli anni Zero) e ne ha fatto un esame a diversi livelli. Per esempio, prendendo un argomento che è stato affrontato anche in un elaborato di laurea triennale che ho seguito io, nel capitolo "Libertà, molteplicità e fantasia" si parla di ideofoni, interiezioni, serie ideofoniche o miste, turpiloquio attenuato... e dell'evoluzione nel tempo dell'uso di questo tipo di parole. In un altro capitolo si parla dei neologismi disneyani, con un repertorio imponente di esempi; e così via.

Particolarmente importante, per il confronto con la scrittura elettronica, la sezione in cui si parla di punteggiatura (e il rapporto con, per esempio, gli SMS viene esplicitato a p. 59). Da un mezzo di comunicazione all'altro, ci scordiamo spesso di quanto alcune scelte siano recenti e/o arbitrarie: le polemiche contro la punteggiatura dei testi elettronici ricordano quelle contro la punteggiatura espressiva del fumetto, o quelle contro gli abusi sette-ottocenteschi del trattino, eccetera... Molto più produttivo sarebbe studiare i brevi momenti di libertà in cui, in un nuovo genere di comunicazione, si sperimenta di tutto, e poi si rende convenzionale questa scelta - un modo di agire che mi sembra molto comune e che mi ricorda un sacco i periodi di differenziazione nell'evoluzione biologica su cui insisteva tanto Stephen Jay Gould.

Massimi sistemi a parte, è interessante scorrere i tantissimi spunti lanciati da questo libro, per esempio nelle note sull'uso del punto esclamativo del fumetto: "è soltanto nel fumetto che si realizza, attraverso il dilagare degli esclamativi, la possibilità di sottolineare l'intensità di ogni enunciato eliminando l'enunciazione neutra" (p. 59). Sarà davvero possibile eliminare da un genere testuale come questo le enunciazioni neutre? A me sembra piuttosto che il punto esclamativo svolga nel fumetto un ruolo del tutto neutro, e che sia preferito al punto fermo per semplici motivi di leggibilità: in testi senza alternanza tra maiuscole e minuscole, secondo lo standard del lettering del fumetto italiano, il punto classico è semplicemente poco visibile e il punto esclamativo è un comodo sostituto. Ma nessuno ha mai studiato il modo in cui l'esclamativo si è diffuso nel fumetto... riducendo il punto fermo allo 0,2 % di presenze citato qui (pp. 58-59). Eccetera.

Insomma: il libro è un fondamentale primo passo per incominciare a studiare davvero un genere di lingua diffusissimo ma trascurato dai linguisti. Adesso viene (più) voglia di vedere che altro si trova, scavando appena più a fondo...
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