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lunedì 28 giugno 2010

Agostino, Ambrogio, Maria, Paolo e Guglielmo


Giovedì mattina sono passato da Milano per faccende editoriali. Naturalmente, con il (giustamente celebre) regionale che parte da Livorno, passa da Pisa Centrale alle 6.08, da San Rossore alle 6.14, e arriva a Milano via Fornovo alle 10.25, attraversando un paesaggio che nelle giornate di bel tempo è meraviglioso. Ritorno alle 17.05, con lo stesso treno: non è certo un Frecciarossa, ma visto che il biglietto a/r costa in totale meno di 34 € a/r, è di gran lunga il modo più ragionevole per passare un'attiva giornata di lavoro nella Capitale Morale (!).

Io ho approfittato dei tempi ferroviari per fare un salto anche in Sant'Ambrogio, dove, in paramenti adeguati al rango, sono adesso di nuovo esposti i resti mortali di, appunto, Sant'Ambrogio. Buona occasione per porsi di nuovo la famosa domanda: quando, milleseicento anni fa, Ambrogio era vivo e leggeva in silenzio, questo suo modo di fare stupiva i contemporanei oppure no? Le venerabili ossa oggi non possono più risponderci. Possono quindi spiegarci qualcosa solo le testimonianze scritte, e in particolare la descrizione fatta da Agostino nelle Confessioni (VI, 3), che da più di cent'anni è al centro dell'attenzione di chi si occupa di questo genere di questioni: "cum [Ambrosius] legebat, oculi ducebantur per paginas et cor intellectum rimabatur, vox autem et lingua quiescebant". Nietzsche, sembra, è stato il primo a ritenere che in queste parole Agostino esprimesse "stupore" davanti alla "stranezza" di Ambrogio, e la sua idea, ripresa da Norden, è diventata negli anni luogo comune. Ma questa ricostruzione corrisponde alla realtà storica?

Mary Carruthers (The book of memory, pp. 170-173) vota per il no. Secondo lei, la descrizione "is often misread" (p. 171); in realtà, nell'antichità classica la meditatio (silenziosa) su un testo conviveva con la lectio (ad alta voce) rivolta agli altri (p. 170). In questo contesto, ciò che sorprende Agostino non è la lettura silenziosa di per sé, quanto piuttosto il fatto che "Ambrose never red in the other way, though others were present ("et aliter numquam")" (p. 171). Secondo Agostino, Ambrogio poi si comportava così soprattutto per evitare interruzioni e domande da parte delle persone che aveva intorno. Quel che contava, insomma, era il fatto che anche in presenza d'altri Ambrogio preferiva "meditare" in silenzio: una questione d'atteggiamento più che di capacità. "Whether or not the vocal chords are used is a secondary difference between the two methods of reading" (p. 172).

A questo discorso replica negativamente Paul Saenger: la meditazione silenziosa su un testo, senza muovere la lingua, secondo lui, non era possibile di fronte a una scrittura priva di spazi tra le parole, come quella che Ambrogio si trovava di fronte. "When Carruthers translates comments on this passage in The Book of Memory, pp. 170-171, she projects o the text attitudes that are entirely postclassical. No ancient writer ever refers to reading as 'scanning' or meditatio" (p. 299, n. 41). Osservazione che mi sembra un po' fuori bersaglio, perché la meditatio di cui parla Mary Carruthers corrisponde in buona parte all'assimilazione di un testo, non alle attività di "rapid, silent reference consultation as it exists in the modern world", secondo la definizione dello stesso Saenger (p. 9).

Chi ha ragione? William A. Johnson ha pubblicato una sintesi delle discussioni su questo argomento, nella prospettiva dei classicisti, in Toward a Sociology of Reading in Classical Antiquity, The American Journal of Philology, vol. 121, 4 (Winter, 2000), pp. 593-627 (disponibile attraverso JSTOR):

Without hesitation we can now assert that there was no cognitive difficulty when fully literate ancient readers wished to read silently to themselves, and that the cognitive act of silent reading was neither extraordinary nor noticeably unusual in antiquity. This conclusion has been known to careful readers since at least 1968, when Bernard Knox demonstrated beyond reasonable doubt that the silent reading of ancient documentary texts, including letters, is accepted by ancient witnesses as an ordinary event (p. 593).

Questo smentisce in buona parte la ricostruzione della linea-Nietzsche, in cui si colloca anche Saenger. Alla critica del libro di Saenger, in effetti, Johnson dedica il dovuto spazio (pp. 597-598) nella sua sintesi: gli antichi acculturati, se volevano, potevano benissimo leggere senza muovere le labbra. Sembra che questo debba chiudere il dibattito.

La risposta finale, però, è più sfumata. In effetti, dice Johnson, esistono tipi molto diversi di lettura. I dati oggi disponibili mostrano che gli antichi erano capaci di leggere in silenzio. Ma mostrano anche che la lettura silenziosa non era, probabilmente, il modo normale di lavoro. Plinio il giovane, per esempio, descrive senza troppi moti di sorpresa il modo in cui Plinio il vecchio, per studiare, si faceva leggere ad alta voce da servitori e segretari mentre mangiava, mentre faceva il bagno, e così via (pp. 605-606). Comportamento oggi impensabile per qualunque studioso serio, e non solo per mancanza di schiavi... Nei paesi di lingua inglese esiste, certo, un florido mercato di audiolibri, ma solo per narrativa o saggi divulgativi, e non certo per i professionisti.

Insomma, forse non esistevano ostacoli invalicabili alla lettura silenziosa, ma di sicuro le modalità di uso e consumo della lettura erano profondamente differenti dalle nostre, e molto caratterizzate socialmente (Johnson insiste molto sul carattere di "attività di prestigio" che aveva la lettura). Anche se smentisce le posizioni più estreme sulla lettura, più che formule risolutive, insomma, l'articolo fornisce stimoli per la ricerca - il che non è un male.

lunedì 7 giugno 2010

La forma delle parole


Nei miei corsi mi trovo spesso a presentare una contrapposizione: da un lato il modo in cui noi immaginiamo di leggere, dall'altro il modo in cui leggiamo davvero.

In sostanza, spesso noi crediamo che la nostra lettura funzioni decifrando una lettera dopo l'altra. Incontriamo una lettera, la "leggiamo", la mettiamo in memoria e passiamo alla successiva. Tot lettere formano una parola, e così via.

I meccanismi mentali reali, invece, sono molto più complessi. Io li presento in forma molto semplificata, accennando al fatto che il cervello lavora su molti binari contemporaneamente - per esempio, tenendo in considerazione il senso della frase fino a quel punto per fare ipotesi ragionevoli su come deve continuare la parola, e così via.

Ma in che modo funzionano, questi meccanismi, in dettaglio? Qui le cose si fanno più vaghe e l'informazione spesso contraddittoria. Facendo i controlli di contesto sul solito Space between words ho trovato un interessante articolo di Kevin Larson: The Science of Word Recognition, or, how I learned to stop worrying and love the bouma. L'articolo fa parte dei lavori del gruppo di ricerca Microsoft sulla "tipografia" (cioè, in sostanza, sulla presentazione dei testi dal punto di vista del carattere), ed è una critica decisa delle informazioni fornite da Saenger sul modo di riconoscimento delle parole.

Larson dichiara innanzitutto che leggendo Saenger, "I learned to my chagrin that we recognize words from their word shape and that “Modern psychologists call this image the ‘Bouma shape’”". La ricostruzione non è del tutto corretta: il virgolettato nel virgolettato viene sì dal libro di Saenger (p. 19), ma lì non si dice affatto che i normali lettori riconoscono le parole in base alla loro forma! Saenger in effetti si limita a ricordare che "the student of the history of reading in the medieval West is primarily concerned with the evolution of word shape" (p. 18); anche in altri punti del libro cita la "Bouma shape" delle parole, ma, mi sembra, senza mai dire che questo è l'unico (o anche solo il principale) strumento che il lettore usa per riconoscere le parole. Cosa che corrisponde all'esperienza quotidiana: chi mai può sostenere che basti vedere per esempio questa forma:

... per ricondurla alla parola shape? (Per inciso, sia questa immagine sia quella presentata a inizio post vengono dall'articolo di Larson).

Detto questo, non c'è dubbio che un'ampia tradizione di ricerca e insegnamento (in cui mi inserisco anch'io) abbia dato molta importanza alla "forma" delle parole. Il discorso di Larson si fa più interessante quando va proprio contro questa tradizione, che ha diversi punti di forza. Quelli che cito spesso anch'io, e che sono confermati da molti studi, sono:

1. la maggiore velocità di lettura permessa dal testo in minuscole rispetto al testo in tutto maiuscole;

2. la difficoltà di individuare gli errori di battitura, soprattutto se compatibili con la forma "corretta" della parola (per esempio, crlpa invece di colpa - mentre è più facile individuare cqlpa).

Al primo punto, Larson risponde che:

This is entirely a practice effect. Most readers spend the bulk of their time reading lowercase text and are therefore more proficient at it. When readers are forced to read large quantities of uppercase text, their reading speed will eventually increase to the rate of lowercase text. Even text oriented as if you were seeing it in a mirror will quickly increase in reading speed with practice (Kolers & Perkins, 1975).

L'articolo di Kolers e Perkins cui si fa riferimento è questo, e spero di leggermelo presto (e, perché no, di controllare i risultati).

Al secondo punto, Larson risponde indicando un errore di metodo in uno degli studi più importanti e citati sull'argomento, e indicando uno studio successivo più accurato:

Haber & Schindler (1981) found that readers were twice as likely to fail to notice a misspelling in a proofreading task when the misspelling was consistent with word shape (tesf, 13% missed) than when it is inconsistent with word shape (tesc, 7% missed). This is seemingly a convincing result until you realize that word shape and letter shape are confounded. The study compared errors that were consistent both in word and letter shape to errors that are inconsistent both in word and letter shape. Paap, Newsome, & Noel (1984) determined the relative contribution of word shape and letter shape and found that the entire effect is driven by letter shape.

Anche qui, spero di poter leggere la bibliografia in tempi brevi!

Certo, dal punto di vista delle indicazioni pratiche da fornire nei corsi di scrittura, la sintesi di Larson, anche se fosse corretta, sposterebbe ben poco: il testo in minuscole rimane più leggibile di quello in maiuscole, per i normali lettori occidentali. Mi chiedo però se dalla pari leggibilità potenziale del minuscolo e del maiuscolo non si possa ricavare qualche meccanismo pratico interessante! Ammesso che sia vera, è ovvio.

In ogni caso, a parte la critica delle posizioni altrui, è interessante chiedersi come funzioni davvero la lettura. Larson sposa il modello della "parallel letter recognition": non l'ho ancora capito a sufficienza da poter dire quanto assomiglia ai modelli un po' generici che spesso usano i linguisti (tipo me...) e che sembrano piuttosto robusti dal punto di vista pratico. Tuttavia, sono sicuro che anche da questa angolazione possano venire fuori ispirazioni interessanti.

mercoledì 2 giugno 2010

Lettere e immagini

Ho finito di leggere Space between words di Paul Saenger e adesso lo sto schedando e controllando. Come spesso accade, poi, i controlli sono interessanti quanto e più del testo in sé... Alla fine, mi sono messo a leggere il testo in parallelo a Pause and effect di M. B. Parkes (1992), di cui spero di parlare più avanti, e il confronto mi ha chiarito diverse cose.

Una prima nota, intanto, serve a ricordare che su un argomento di paleografia, il corredo di immagini, cioè di riproduzioni di manoscritti, è determinante. Eppure le riproduzioni, in entrambi i libri, hanno diversi limiti

Innanzitutto, nel libro di Saenger sono relativamente poche, e poco curate. Trentaquattro in tutto, e l'ultima, presentata a p. 229, è pure stampata male, essendo invertita specularmente. Errore che tra l'altro fa capire che il testo riprodotto non era poi molto leggibile, a colpo d'occhio... chissà quanti si saranno accorti dell'inversione? In altri casi (per esempio, nelle figg. 24, 27, 28) vengono riportate sezioni dell'originale in taglio un po' approssimativo, che nasconde parti di lettere (tratto comune al libro di Parkes), e in altri ancora la riproduzione è sfocata o sgranata.

In secondo luogo, le caratteristiche fisiche dei volumi pongono limiti precisi. Le dimensioni del libro di Saenger sono quelle del saggio umanistico tradizionale: 22,7 x 15 cm, cioè 340 centimetri quadrati, cioè un'area molto ridotta, rispetto a quella di diversi manoscritti fonte. La qualità fotografica e quella tipografica, come già detto, non sono di livello eccelso, e il supporto, normale carta porosa, peggiora ulteriormente la situazione. Per fortuna, in molti casi il fenomeno descritto si individua bene anche attraverso questi ostacoli - ma la leggibilità non è certo alta. Nel libro di Parkes la qualità delle riproduzioni è molto superiore, così come lo sono la carta (patinata) e le dimensioni (27,4 x 21,5 cm, cioè un'area quasi doppia, con 590 centimetri quadrati); anche qui, però, siamo spesso ben lontani dalle misure degli originali.

Le caratteristiche fisiche, inoltre, non sono tutto: Parkes accosta alle proprie riproduzioni anche trascrizioni del testo originale, traduzioni, note e numeri di riga, il che rende molto più semplice l'individuazione dei tratti commentati. Niente di tutto questo in Saenger. Beninteso, per fortuna in quest'ultimo libro buona parte dei testi riprodotti è scritta in latino, e in grafie che, essendo anteriori al XIII secolo, sono di solito molto leggibili. Però, per esempio, la fig. 9 dovrebbe illustrare la presenza di "hierarchical word blocks in the English translation of Orosius's Seven Books Against the Pagans" (p. 42), con spazi relativamente ampi usati solo per separare parole e spazi relativamente ridotti usati sia per separare parole sia per separare sillabe con valore di morfemi. Benissimo... solo che il manoscritto resta, per lingua e per grafia, ben poco accessibile a lettori come me: la trascrizione del testo originale avrebbe permesso di verificare meglio l'affermazione.

Soprattutto, infine, in nessuno dei due libri le immagini vengono elaborate per facilitare l'individuazione dei fenomeni. Saenger presenta alcuni ingrandimenti di particolari sezioni dei testi, il che è già un passo avanti rispetto alle pagine intere. Poi però non ci sono frecce, indicatori, evidenziazioni... Il che contribuisce a rendere frequenti situazioni come quella che ho già descritto qualche settimana fa: si cerca di verificare un dettaglio e non ci si riesce. Isolare una riga di testo e accompagnarla con frecce in cui si indicano i caratteri o i fenomeni cui si fa riferimento: non è difficile, però qui non viene fatto.

Come mai accettiamo d'abitudine questi difetti in lavori specialistici di questo tipo - e, aggiungo, di questa qualità? Alla radice, penso che sia solo perché la tecnologia tipografica ancora oggi si fonda su una separazione radicale tra chi scrive e chi impagina, e ancor più tra chi scrive e chi gestisce le immagini. E poi, possiamo dare per scontato che chi studia manoscritti medievali non sappia usare, per esempio, Photoshop. O no?

martedì 25 maggio 2010

Beda il Venerabile salverà il Tibet?


Oggi, 25 maggio, sia la Chiesa cattolica sia quella anglicana festeggiano Beda il Venerabile - uno dei punti di riferimento per il cristianesimo britannico in età altomedievale. A volte Beda viene ricordato come "padre della nota a piè di pagina" (affermazione che richiede un bel po' di precisazioni); il suo ruolo nell'affermazione della divisione delle parole secondo lo standard moderno sembra invece più limitato. Tuttavia, essendo uno dei massimi letterati nel luogo e nel momento in cui sembra affermarsi la divisione moderna delle parole, il suo nome compare spesso anche nel libro di Saenger che sto finendo in questi giorni di leggere e schedare.

Che cosa c'entra il Tibet? Beh, uno degli aspetti più curiosi della storia della scrittura è la riciclabilità dei modelli. Facendo una ricerca in rete sul modo in cui è stato recensito il libro di Saenger, ho scoperto che Space between words viene indicato come punto di riferimento per una riforma della scrittura tibetana. Una studentessa tibetana di Harvard, Tenzin Dickyi, lo cita infatti ampiamente, come ispirazione, in un recente contributo intitolato Breathing Space: How Word Separation Can Save the Tibetan Language in cui si propone una riforma della scrittura tibetana:

Tibetans of our generation do almost all of our reading and writing in a foreign language and almost none in Tibetan. When young Tibetans trained outside the monastic system – who constitute the majority – cannot write a decent letter in Tibetan or read a sentence without tripping over at least three words, we have a crisis at hand. What’s to be done? The root of the problem is quite simple: we cannot write Tibetan well because we almost never read Tibetan, and we almost never read Tibetan because it is so difficult to read it. And there’s one very simple way to immediately ease the difficulty of reading Tibetan: word separation. Adding a space between words so that we can see each word as an immediate discrete unit having visual meaning will simplify the daunting task of reading Tibetan script overnight.

Insomma, rendere più facile la lettura aggiungendo gli spazi tra le parole aiuterebbe a salvare la cultura tradizionale tibetana. Qualche applicazione pratica del principio si trova poi su un altro blog, apparentemente curato dal fratello di Tenzin Dickyi. Ma il meccanismo può servire davvero?

La risposta è complicata, perché i tibetani hanno scelto secoli fa un percorso in salita: pur avendo una lingua molto vicina al cinese, hanno adottato un sistema di scrittura ripreso dall'India. Molti osservatori, incluso Fosco Maraini, sono partiti da questa nota per fare osservazioni di portata generale sulla cultura del Tibet (ne parlavo un paio d'anni fa in un altro post). La Blackwell Encyclopedia of writing systems scritta da Florian Coulmas conferma la difficile situazione. In tibetano, non solo "Syllables are written from left to right one next to another with no word division" e non c'è modo di indicare i toni, ma.

... never having been reformed since the standardization of the orthography during the reign of King Rapalcan (815-36), the spelling conventions of Tibetan are conservative with rather involved grapheme-phoneme correspondences which make for difficult reading... Tibetan exists in a situation of diglossia. Until recently, writing was largely restricted to classical Tibetan. A standard of modern literary Tibetan has emerged in the twentieth century (pp. 502-503).

Insomma, probabilmente Beda il Venerabile da solo non sarà sufficiente. Però purtroppo temevamo una cosa del genere, anche in base ad altri fattori...

lunedì 10 maggio 2010

Un esempio poco comprensibile

Nel libro di Saenger le cose interessanti sono molte. Devo dire che però sono piuttosto perplesso sul modo in cui sono presentate. Gli esempi spesso non sono molto chiari, e a volte il rapporto tra le immagini presentate e il testo è semplicemente incomprensibile.

Per esempio, Saenger parla dell'uso della legatura sospesa (suspended ligature), e lo fa introducendo il concetto della presenza, in "some aerated scripts", di "ligatures extending across syllabic space". Queste ultime indicano che una sillaba che potrebbe essere una parola autonoma o parte di una parola più lunga è in realtà, in quel punto, appunto una parte di parola (p. 67). Per esempio cor "as in cor-de (Figure 15)".

Fin qui tutto bene. Solo che l'esempio portato in figura, proveniente da un manoscritto di Amiens, non mi sembra porti esempi di queste legature "extending across syllabic space". Le prime righe del testo, in cui compaiono le parole cor, corde e cor, mi sembrano scritte in questo modo:

...tdei vobis cor omnibus utcolatis eum. & faciatis
eius voluntatem. corde magno & animovolen
te. Adaperiat cor vestrum inlegesua & inpre[ceptis]

A parte l'ambiguo "tdei" all'inizio, in cui non sono nemmeno tanto sicuro della trascrizione, la scrittura non è ancora non conforme all'uso moderno per diversi motivi. Intanto, diversi monosillabi (congiunzioni e preposizioni) non sono separati dalle parole polisillabe seguenti: accade con utcolatis, inlegesua e inpreceptis; e nel secondo caso non viene separato nemmeno l'aggettivo possessivo dal sostantivo, così come non vengono separati sostantivo e participio in animovolente. Saenger considera "separated" in senso moderno, invece che "aerated", solo i testi in cui spazi e altri segni di divisione "fall regularly between every word, with the exception only of monosyllabic prepositions and certain other short and generally monosyllabic function words" (p. 30). Secondo la sua terminologia, quindi, questo è un testo "aerated", e siamo d'accordo.

Però, esaminando la riproduzione, la r di corde (seconda riga) non mi sembra si estenda attraverso alcuno spazio sillabico. Il tratto orizzontale termina con una riga sottile, che è decisamente più lunga di quella del cor nella prima riga; però mi sembra in pratica analoga come forma e lunghezza a quella di cor nella terza riga, cui fa seguito uno spazio bianco. Anzi, la r del cor di terza riga mi sembra più larga di quella di corde (4 mm contro 3,5). Né mi sembra diversa la r di Adaperiat. E allora? In che senso una r in corpo di parola, identica a una r in fine di parola, può essere considerata una "legatura"?

Inoltre, in questo testo non vedo "syllabic spaces" all'interno di parola - cioè proprio il tipo di spazi su cui la "legatura" si dovrebbe estendere. Tutti gli spazi che vedo corrispondono a suddivisioni di parola.

Certo, può darsi che la scarsa qualità della riproduzione renda la faccenda più misteriosa di quel che è. Però due righe di commento in più da parte di Saenger avrebbero potuto (forse) chiarire l'esempio, che invece rimane piuttosto misterioso - come diversi altri.

venerdì 7 maggio 2010

The Space Between


Se fossi la Dave Matthews Band, ci farei sopra una canzone e proverei a scalare la hit. Se fossi un filosofo francese di quelli che andavano di moda qualche anno fa, scriverei qualche pensosa riga sullo spazio bianco, "ce signe qui n'est pas un signe et qui pourtant, avec ce coleur de nuage, donne à nos signes la signification..."

Ok, si è capito dove si va a parare.

Se fossi invece un bravo paleografo, scriverei un libro come Space between words. The origins of silent reading, di Paul Saenger. Pubblicato nel 1997, credo che sia ancora il testo di riferimento per problema circoscritto, ma fondamentale: da chi, come, quando e perché sono stati inventati gli spazi tra le parole nella scrittura latina?

L'introduzione, in quindici pagine, richiama alcuni punti base, spesso non così evidenti nemmeno agli addetti ai lavori:

1. le scritture mediterranee prealfabetiche dividevano le parole con spazi

2. le scritture alfabetiche, dal greco in poi, hanno fatto spesso a meno degli spazi tra le parole, che a Roma erano per esempio del tutto assenti nella scriptura continua di età imperiale - e che in effetti non sono del tutto indispensabili per decifrare un testo

3. a un certo punto, con modalità da precisare (nel corso del libro), tra il sesto e il dodicesimo secolo, anche nella scrittura latina sono comparsi gli spazi

4. l'esistenza di questi spazi permette al lettore di scorrere i testi in modo molto più rapido, evitando in pratica una fase di "interpretazione a voce" e consentendo la nascita del "reference reading" moderno.

Fermiamoci su quest'ultimo punto. Gli antichi sapevano leggere in silenzio, senza muovere la bocca? La risposta è incerta, perché il modo in cui gli autori antichi descrivono la lettura è in moltissimi casi ambiguo. Uno dei rari esempi di lettura sicuramente silenziosa viene citato da Saenger in nota , a p. 299: nelle Eroidi di Ovidio (XXI, 1-4) Cidippe scrive ad Aconzio dicendo di aver letto in silenzio l'ultima lettera ricevuta dall'amato. Ma, appunto, l'ha letta in silenzio come caso eccezionale e per precauzione:

Littera pervenit tua quo consuevit, Aconti
et paene est oculis insidiata meis.
Pertimui scriptumque tuum sine murmure legi,
iuraret ne quos inscia lingua deos.

Insomma, su questo punto Saenger si schiera lungo la linea di interpretazione, inaugurata credo da Nietzsche, che ritiene eccezionale il caso descritto da Agostino alla fine dell'età classica: Sant'Ambrogio che d'abitudine leggeva senza muovere la bocca, sorprendendo e turbando gli spettatori. Non tutti sono d'accordo con questa ricostruzione (per esempio, Mary Carruthers ne presenta una diversa in The book of memory), ma anche a me sembra la più plausibile sulla base dei dati forniti dai testi - oltre che la più suggestiva.

Il succo del discorso di Saenger è poi semplice: nel Medioevo i copisti hanno iniziato a suddividere la riga usando spazi bianchi tra caratteri. La cosa più sorprendente è però che, in una prima fase, a volte gli spazi non erano inseriti sistematicamente tra parole. Delimitavano solo blocchetti di testo, di quindici-venti caratteri. Saenger parla a questo proposito di "aerated script", e la descrizione di questo sistema, alle pp. 32-44, è interessantissima. In alcuni casi, per esempio partendo da manoscritti che presentavano una suddivisione grafica in frasi (cola e commata), il processo

... altered the composition of the written page from long word blocks roughly corresponding to grammatical units of meaning to shorter sub-blocks devoid of any but coincidental correspondence to syntactical units. While this process did not enhance the role of space as a cue to meaning, the greater frequency of space within texts must hava had direct and salutary implications for saccadic ocular movement (p. 33).

Preparare appigli per l'occhio, insomma, aiuta la decifrazione dei testi anche se si interviene in maniera casuale, senza connessione con il significato! Saenger non dimostra questo punto, ma le mie sensazioni sul modo in cui si decifra i testi sono del tutto in sintonia con questa ricostruzione.

Come poi si sia affermata la divisione moderna delle parole... questo lo racconta il resto del libro. Una ricostruzione piuttosto dettagliata, che spero di poter riassumere più avanti.
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