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giovedì 27 giugno 2024

Giugno tra Perugia e Milano

 
Per giugno il programma è/era meno fitto, rispetto ai mesi precedenti, ma tutt’altro che inconsistente.
 
Sabato 22 ho parlato durante il I convegno su L’intelligenza artificiale applicata all’insegnamento delle lingue alla Scuola lingue estere dell’Esercito a Perugia. Il tema mi interessa da tempo (ne ho scritto anche nel mio libro su Lingue e intelligenza artificiale), e nell’occasione ho cercato di raccontare le cose in prospettiva storica in un intervento intitolato Da Skinner a Khanmigo: ideologia e realtà delle macchine per imparare le lingue. Metà dell’intervento era dedicata a raccontare l’infatuazione del Novecento con questa idea; l’altra metà a mostrare che cosa effettivamente queste macchine sanno o non sanno fare. E il contesto è stato molto interessante, con diversi colleghi che presentavano esperienze e riflessioni di alto livello.
 
Adesso sono invece in viaggio per Milano, dove il 27 e il 28 si terrà l’evento Artificial Creativity: looking at the future of digital culture. All’interno, Anna Rinaldin e io abbiamo curato un “panel” linguistico al cui interno sono previsti quattro interventi molto interessanti su diversi aspetti del rapporto tra intelligenza artificiale e lingue.
 
E poi… pausa! I convegni e le presentazioni riprenderanno a settembre, ma in mezzo ci saranno due mesi estivi. E per la prima volta da un po’ di anni, spero anche di potermi permettere diversi bagni al mare…
 

venerdì 26 gennaio 2018

Tavosanis, Lingue e intelligenza artificiale

  
 
Mirko Tavosanis, Lingue e intelligenza artificiale
È appena arrivato in libreria il mio nuovo libro: Lingue e intelligenza artificiale, pubblicato da Carocci.
 
Ci tengo a dire che alla base del libro c’è una pura curiosità personale. Qualche tempo fa mi sono infatti chiesto: quanto bene funzionano i sistemi moderni di elaborazione del linguaggio naturale? Io sono un “addetto ai lavori” attivo in un settore strettamente affine, ma mi sono accorto che la risposta non era ovvia né facile da trovare.
 
Uno dei motivi dietro a queste difficoltà è il fatto che i discorsi in materia sono immersi in un mare di esagerazioni. In fin dei conti, che i sistemi informatici siano capaci di trascrivere il parlato o di tradurre testi ho cominciato a sentirlo dire trent’anni fa. Ricordo bene, per esempio, un bravo editore italiano che nel 1990 dichiarava di aver assistito alla prova di sistemi automatici di traduzione e dichiarava che erano in grado di tradurre bene narrativa e saggistica. Già all’epoca trafficavo un po’ con queste cose e sapevo bene che nulla di tutto questo era vero; o meglio, che le prestazioni che venivano vantate erano remotissime da quelle che si potevano ottenere in circostanze reali. Con un po’ di esagerazione, ma non troppa, si può dire che a quei tempi i sistemi di trascrizione non trascrivevano e i sistemi di traduzione non traducevano.
 
Da qualche anno, però, mi sono accorto con piacere che le cose sono cambiate. Finalmente alcuni di questi sistemi funzionano e si possono usare nella vita di tutti i giorni. Solo che non sono perfetti… e non è chiaro quali cose funzionino bene e quali no. Le informazioni pubblicate sono poche e ben nascoste.
 
A un certo punto, quindi, mi sono detto che mi interessava avere dati più precisi. In particolare, mi interessava capire quanto funzionassero i sistemi che avevano un rapporto con il parlato e quelli che possono vantare l’apporto di tecniche nuove, definite genericamente come tecniche di “intelligenza artificiale”.
 
Uno dei motivi per cui questa curiosità era forte è stato il rapporto con la scrittura. A me interessa soprattutto la lingua scritta, e questi sistemi in alcuni casi sembrano permettere cose che in precedenza solo la scrittura poteva fare. Per questo, tra l’altro, ho aperto un blog dedicato alle interfacce vocali.
 
La risposta alla domanda di base, comunque, è rimasta molto sfaccettata. Diciamo che, nella mia prospettiva, le prestazioni dei sistemi si sono rivelate sorprendentemente buone per quanto riguarda la traduzione del “parlato letto”, sorprendentemente cattive per quanto riguarda la trascrizione di conversazioni spontanee, mediocri ma sorprendentemente utili per quanto riguarda la traduzione da una lingua all’altra, sia nello scritto sia nel parlato… In molti casi, i risultati che sono riuscito a misurare sono stati molto diversi da quelli che mi sarei aspettato.
 
In aggiunta a questi numeri ho poi cercato di fare qualche speculazione sull’utilità futura di questi sistemi. Qui il discorso ha dovuto intrecciare le prospettive informatiche (che conosco poco) e quelle storico-linguistiche (che invece spero di conoscere abbastanza bene). Il risultato lo giudicheranno i lettori. Per me, in ogni caso, c’è la soddisfazione di essermi tolto diverse curiosità e di essere passato, spero, alla fase successiva.
 
Oltre che nelle librerie tradizionali, il libro è disponibile anche attraverso canali di vendita come Amazon. Spero che in tempi ragionevoli sia possibile avere anche una versione come e-book.
 
Mirko Tavosanis, Lingue e intelligenza artificiale, Roma, Carocci, 2018, pp. 126, € 12, ISBN 978-88-430-9013-6.
 

martedì 5 novembre 2013

Okrent, In the land of invented languages

 
 
Arika Okrent, In the land of invented languages
In the land of invented languages si è rivelato un compagno di viaggio divertente e utile – anche in vista della presentazione su Licklider che ho fatto la settimana scorsa. Il libro di Arika Okrent (Spiegel & Grau, 2009; attualmente €8,36 per la versione su Kindle), infatti, è un raro esempio di testo divulgativo che riesce a fornire elementi nuovi anche agli addetti ai lavori, oltre che un quadro d’assieme.
 
L’argomento del libro è la creazione di lingue artificiali, dal Medioevo a oggi. La prima parte di questo percorso è stata già coperta da testi classici, a cominciare da La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea di Umberto Eco, e qui le novità sono ovviamente poche. Si parte infatti dalla Lingua ignota di Hildegarda di Bingen, si transita per tutti i meravigliosi tentativi seicenteschi di produrre inventari delle idee e creare lingue filosofiche, si passa da Leibniz e si arriva…
 
Beh, non si arriva da nessuna parte, perché il discorso cambia. Constatata l’impossibilità di realizzare lingue filosoficamente perfette, capaci di descrivere in modo oggettivo la realtà, tra Sette e Ottocento le persone serie abbandonano l’impresa. Nel corso dell’Ottocento invece i casi di successo nella creazione di lingue artificiali sono ispirati da un’idea nuova: migliorare la comprensione tra i popoli. L’idea è che una lingua semplice e nuova, che non favorisce un gruppo particolare di parlanti, possa essere un contributo alla pace mondiale, e l’esperanto di Zamenhof è ancora oggi il caso di maggior successo in questo settore.
 
Tutto questo è ben descritto nel libro. Il punto però in cui la trattazione eccelle e risulta anche nuova è il Novecento e l’inizio del nuovo millennio. In cui fiorenti comunità di esperantisti convivono con nuovi tentativi di creare lingue filosofiche, mentre prosperano – ed è la maggiore novità degli ultimi anni – lingue create unicamente per scopi estetici e per divertimento, a cominciare da quelle prodotte da Tolkien al servizio dei suoi libri (o viceversa). Il sottotitolo del libro è quindi una buona sintesi di ciò che si trova negli ultimi capitoli: Esperanto Rock Stars, Klingon Poets, Loglan Lovers, and the Mad Dreamers Who Tried to Build A Perfect Language.
 
Nel complesso, la componente informativa di In the land of invented languages mi sembra molto solida, anche se io sento la mancanza di una vera e propria bibliografia di riferimento (e ha scopi poco più che illustrativi la presenza di una lista di 500 linguaggi inventati, che sono stati scelti a campione e su cui non viene fornito nessun dettaglio). La componente di intrattenimento è fornita dal fatto che l’autrice è andata per esempio a incontrare le persone che parlano, o provano a parlare, in lojban, o in klingon, cercando di capire le motivazioni che stanno dietro ai singoli e alle relative comunità. Ottenendo anche, nel corso delle ricerche, un certificato di primo livello di conoscenza del klingon, come è riportato sul sito web dedicato al libro, dove è possibile leggere qualche capitolo di prova. Insomma, a me è capitato non solo di imparare qualcosa (che finora non avevo trovato da nessun’altra parte) sul blissymbolics o sul lojban, ma anche di divertirmi in viaggio.
 

lunedì 3 ottobre 2011

Le lingue della Turchia

Panorma di Ürgüp (Wikipedia)

Come mi è capitato di osservare in diverse occasioni, io credo che ci sia una forte tendenza a sottovalutare la conservatività del linguaggio. Lessico e sintassi si tramandano di regola da una generazione all’altra con minime alterazioni. In diversi punti del mondo, le lingue parlate sono rimaste riconoscibilmente le stesse fin da quando esiste una documentazione storica (dal greco in Grecia fino al cinese in Cina...). Gli scossoni e gli spostamenti, per le popolazioni che vivono di agricoltura, sono rari.

La Turchia però sembra un’eccezione – e ne ho parlato un po’ con gli studenti di Adana. In fin dei conti, oggi in Turchia la lingua dominante è il turco, che è arrivato sul territorio solo a partire dall’XI secolo e ha rimpiazzato una serie di lingue che aveva una storia di millenni. Nella realtà, però, le cose sono un po’ più sfumate. Un po’ perché il turco stesso sembra enormemente conservativo: la guida Lonely Planet che ho usato per il viaggio proclama baldanzosamente che gli attuali turchi di Turchia non hanno problemi a parlare con i turchi che ancora oggi vivono nelle regioni d’origine del gruppo etnico, in Cina e in Mongolia, nonostante appartengano a gruppi che si sono separati da più di un millennio. Probabilmente è un’esagerazione, ma non sarebbe un caso unico, visto per esempio il modo in cui gli italiani riescono a parlare con buona parte delle popolazioni di lingua romanza...

Poi, e soprattutto, solo il 75% della popolazione turca oggi parla turco, al confronto del 95% di italiani che sono in grado di parlare italiano (per questi numeri, che avrebbero bisogno di molte precisazioni, mi rifaccio alle schede di Ethnologue); il restante 25% parla altre lingue, a cominciare dal curdo. Come si è arrivati a questo 75%, comunque?

Oggi la Turchia ha 70 milioni di abitanti, ma nel 1923, al momento dell’indipendenza, ne aveva circa 14 milioni. Secondo alcune stime (e qui faccio riferimento a un pulviscolo di voci di Wikipedia in lingua inglese, a cominciare da quella su Languages of Turkey), questa era anche, più o meno, la popolazione che il territorio aveva attorno all’anno Mille – vedo citate stime sui 12-13 milioni di abitanti. Quando i turchi arrivarono dall’Asia centrale, nel giro di un paio di secoli conquistarono quasi tutta l’Anatolia e poco dopo il 1453 eliminarono anche le ultime tracce di potere bizantino. Ma quanti erano? Stime non ne ho viste, ma a occhio direi che si può andare da un minimo di due-trecentomila fino a due-quattro milioni con le varie ondate e i vari gruppi. C’è un buon margine di errore, ma penso non si sbagli troppo nel dire che il semplice trasferimento fisico degli individui portò le popolazioni di lingua turca a essere, alla fine del Medioevo, un 20-25% del totale degli abitanti.

Dopodiché per riproduzione o assimilazione, i turchi aumentarono. Non credo però che nel 1914 fossero molto più del 50% della popolazione: una crescita non poi così rapida, visto che richiese quasi mezzo millennio di totale dominio politico sul territorio.

Poi arrivò la Prima guerra mondiale. Su quanto avvenne negli anni successivi le cifre sono molto discusse, ma molte stime ritengono che nel 1914 fossero presenti nell’attuale Turchia due milioni di armeni e un milione e mezzo di greci (cioè, assieme, forse un 25% della popolazione complessiva). Dieci anni dopo, queste minoranze erano scomparse. Gli armeni erano stati uccisi o espulsi durante il Genocidio armeno del 1915, mentre, in modo appena meno drastico, con il Trattato di Losanna del 1923 la popolazione greca era stata trasferita in Grecia e in parte sostituita dai turchi residenti in Grecia. Insomma, in soli dieci anni il Novecento portò a uno sconvolgimento demografico paragonabile a quello che si era verificato nel mezzo millennio precedente.

La cosa sconvolgente è che di quest’ultimo trauma le tracce sono ancora oggi ben visibili – almeno se si riesce a parlare un po’ con gli abitanti. Ad Adana si tirano su palazzoni e centri commerciali “dove c’erano le case degli armeni” (che in città erano stati massacrati già nel 1905 – mentre gli ultimi residenti vennero spinti a forza nel 1915 a morire di fame nel deserto della Siria); a Tarso le case ci sono ancora, “anche se gli armeni non ci sono più... qualunque cosa sia successa” (come mi è stato detto...). In Cappadocia, Ürgüp è un villaggio marziano: scavato nella roccia in un panorama incredibile, e sorvolato la mattina da sciami di mongolfiere, come se venisse fuori dall’illustrazione di un libro di fantascienza. Ma era all’origine un villaggio greco, svuotato nel 1923, e il tassista che mi ci ha portato raccontava di come nel 1923 c’era arrivata a piedi la sua famiglia, scacciata da Salonicco, l’Anatolia con mesi e mesi di cammino. “E quella era una chiesa dei greci, ma adesso è stata trasformata in una casa...”

In un mondo di popolazioni sedentarie, le lingue non cambiano in fretta. Quando succede, però, vuol dire che è successo qualcosa di veramente terribile; e, per fortuna, di eccezionale.

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