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venerdì 26 febbraio 2021

McCurry, On reading




Dettaglio di un'immagine a pagina 81 di On reading: Bursa (Brussa) in Turchia
L’anno scorso, un ordine fatto da tempo mi è arrivato in uno dei periodi peggiori dell’isolamento: una copia usata e un po’ ammaccata del libro fotografico On reading di Steve McCurry. Un libro meraviglioso, che consiglio caldamente a tutti.
 
Il tema delle fotografie del libro è ben definito: esseri umani impegnati nella lettura (solo in un caso, a p. 1, nell’inquadratura non ci sono esseri umani). Tuttavia, i soggetti spaziano su entrambi i sessi e tutta la gamma possibile di età, e soprattutto provengono da una varietà di contesti culturali, spesso ben poco familiari al pubblico occidentale. I lettori fotografati includono quindi, accanto a turisti e venditori italiani, ragazzi che si appoggiano ad elefanti in Thailandia, monaci tibetani, scolari africani, e così via, per decine e decine di variazioni. Solo in tre casi (pagine 41, 73, 107) le immagini mostrano qualcosa che non è lettura vera e propria: due bambini che si arrampicano su statue che impugnano un libro o un giornale, una ragazza che stringe al petto libri o quaderni. Se qualcuno è interessato a un campionamento ampio, lo trova per esempio in un bellarticolo sul sito della BBC.
 
On reading è stato pubblicato nel 2016, ma le foto risalgono spesso, evidentemente, a molti anni prima (anche se le didascalie indicano solo il luogo in cui sono state scattate, e non la data). In ogni caso, non compaiono mai dispositivi elettronici: solo in un caso (p. 83) si vede un lettore impegnato con qualcosa che non si riesce a identificare ma che potrebbe anche essere un tablet. Non ci sono nemmeno iscrizioni su pietra, o scritte dipinte sui muri: il supporto di lettura è sempre la carta, o qualcosa di molto simile.
 
Copertina di McCurry, On reading
 
In questo senso, il libro è una selezione parziale: nella realtà, non tutta la lettura avviene, né avveniva, su carta. E non tutta la lettura è individuale, e scollegata dalla scrittura, come quella che si vede nella maggioranza di queste immagini. Alcune delle immagini danno l’idea di essere state scattate dopo lunghi accordi con i soggetti, e di sicuro il fotografo ha privilegiato le situazioni in cui la lettura permette di isolarsi dall'ambiente e ritirarsi in un mondo proprio, separandosi anche dalle persone vicine.

Una foto scattata a Roma


Ma anche tenendo conto di questo, i vari modi in cui si concretizza l’idea astratta di lettura sono bellissimi. E, qualche mese fa, poterli ripercorre mi ha aiutato molto a superare giornate complicate.
 
Steve McCurry, On reading, Londra, Phaidon Press Limited, 2016, ISBN 978-0-7148-7129-5, pp. 140.
 

martedì 1 settembre 2015

Baron, Words onscreen


 
Naomi Baron, Words onscreen
Il nuovo libro di Naomi Baron mi è piaciuto molto.
 
Più di sei anni fa avevo presentato sinteticamente un precedente libro della stessa autrice, Always On, che si occupava anche di questioni linguistiche. In questo nuovo testo la linguistica è assente. Words onscreen si occupa invece, in un certo senso, di antropologia della lettura. Dico “in un certo senso” perché il quadro d’assieme non è molto definito e tratta infinite questioni diverse. Ci sono però ottime ragioni perché sia così.
 
Nel mondo contemporaneo, infatti, la “lettura” si presenta in forme molto variate e viene portata avanti dai lettori in modi molto variati. Un conto è leggere per studiare, un conto leggere per passare il tempo, e così via. L’uso di molte angolazioni è quindi l’unico modo possibile per dare conto di questa realtà.
 
Ciò significa anche creare un libro composto di innumerevoli microcapitoli, poco collegati gli uni agli altri e spesso di taglio quasi giornalistico. Dalle questioni sulle aliquote IVA applicate agli e-book in Europa alla preferenza giapponese per i fax, dal problema di leggere poesie su schermo fino ai sistemi per riprodurre l’odore di biblioteca, si salta continuamente da un argomento all’altro. Il che, se vogliamo, è anche paradossale, visto che uno dei fili conduttori del lavoro di Naomi Baron è proprio l’importanza dei testi che richiedono una lettura approfondita e meditata.
 
Al di sotto delle sfaccettature ci sono peraltro proprio questi fili conduttori – anche se non arrivano mai (cosa comprensibile, visto quanto detto sopra) a comporre un quadro molto coerente. Il principale di tutti è il tema della persistente importanza della lettura su carta. Dopo tanti discorsi sui nativi digitali, infatti, ciò che si vede è che anche le generazioni più recenti trovano più pratico e funzionale usare la carta per molti tipi di lettura, il che fa pensare fortemente che no, non sia questione di abitudini: per certi tipi di compito la carta è proprio uno strumento migliore. Words onscreen fornisce da questo punto di vista la sintesi più completa e aggiornata dei molti studi recenti che documentano questo non imprevedibile stato di cose.
 
Altro paradosso: ho letto questo libro su Kindle e ho la nettissima sensazione che, proprio come previsto dall’autrice, sia molto difficile superare i limiti dell’interfaccia elettronica per rendermi ben conto del quadro d’assieme. Potessi scorrerlo su carta, forse troverei più facile rimettere insieme le sfaccettature e rendermi conto del discorso di base.
 
Detto questo, visto che ci sono fortissime spinte a sostituire la carta con lo schermo, forse si può saltare subito al discorso finale:
 
The real question is whether the affordances of reading onscreen lead us to a new normal. One in which length and complexity and annotation and memory and rereading and especially concentration are proving more challenging than when reading in hardcopy. One in which we are willing to say that if the new technology doesn’t encourage these approaches to reading, maybe these approaches aren’t so valuable after all (p. 235).
 
Naomi Baron, senza assolutamente opporsi all’uso ragionevole degli strumenti di comunicazione elettronici, ovviamente non concorda con questa risposta. Altrettanto ovviamente, non concordo neanch’io. Lavorare sui testi in modo approfondito è in molte situazioni preferibile al saltellare da una frase all’altra. La nostra società dovrebbe quindi essere capace di fare un esercizio non troppo difficile: saper scegliere, caso per caso, gli strumenti migliori per portare a termine un lavoro, senza farsi sviare dall’ideologia del “tutto digitale”. Del resto, come mostrano molte delle indagini su studenti richiamate nel corso del libro, questo è ciò che i singoli fanno senza troppi problemi in innumerevoli occasioni.
 
Naomi Baron, Words onscreen: the fate of reading in a digital world, Oxford, Oxford University Press, 2014, letto in versione Kindle, pp. dichiarate 321, € 12,88, ASIN B00QH3MDUE, ISBN della versione di riferimento per i numeri di pagina 0199315760.
 

mercoledì 22 maggio 2013

Casati, Contro il colonialismo digitale

 
Casati, Contro il colonialismo digitale
Ecco un libro che mi ha ritirato su: Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati (Roma-Bari, Laterza, 2013; pp. VI + 130, ISBN 978-88-581-0731-7, € 15; io l’ho ricevuto per recensione, e credo che sia appena arrivato in libreria). Nel senso che mostra come di scrittura elettronica si possa parlare in modo intelligente anche senza essere specialisti di usabilità e informatica – ma semplicemente, direi, in quanto osservatori di buon senso.
 
Il libro non è una trattazione sistematica dell’argomento. Anzi, non è facilissimo dire quale sia l’argomento. Il volume si presenta infatti, oltre che con il titolo, con il sottotitolo Istruzioni per continuare a leggere, ma in realtà molto spazio è dedicato a temi che con tutto questo hanno relativamente poco a che fare, ed è composto in buona parte da brevi interventi apparse in varie sedi (ma principalmente sul Domenicale del Sole-24 Ore). I materiali sono presentati “con molta riscrittura”, ma l’eterogeneità rimane… poco male, però, dalla mia prospettiva, visto che dietro alla varietà di superficie c’è una notevole coerenza di fondo: l’esame della retorica digitale e di ciò che si guadagna o si perde nelle attività conoscitive con l’avvento del computer.

Come punto di partenza, Casati correttamente inserisce il “libro” in un’ecologia di strumenti per la comunicazione e l’informazione. Passa poi a vedere la distinzione tra “libro” e “libro”, cioè, per esempio, tra romanzi e opere di consultazione: Wikipedia viene presentata, per esempio, quale “prova provata di come il libro-enciclopedia non avesse molto senso e aspettasse ansiosamente di emigrare dallo scaffale allo schermo interattivo” (p. 24). Viceversa, il “saggio” tradizionale ha bisogno di una lettura senza distrazioni, e ciò rende il libro tradizionale un “formato cognitivo perfetto” (p. 27) per testi simili, mentre computer e iPad, che offrono infinite alternative alla lettura, semplicemente non vanno bene (il Kindle, invece, almeno per me funziona benissimo). In altri termini,

Il libro di carta presenta una serie di vantaggi cognitivi proprio là dove gli si vogliono imputare dei limiti tecnologici che l’ebook supererebbe: la linearità che permette di semplificare la comprensione, l’offrire argomenti nello spazio di una pagina stabile e non scorrevole che permette di tenere sott’occhio molti pensieri alla volta, l’isolamento relativo rispetto ad altri artefatti cognitivi che potrebbero entrare in concorrenza con la lettura, lo stesso peso fisico del libro come fonte di informazioni (p. 42).

Il discorso è noto, grazie agli studi di usabilità, ma è un piacere sentirlo riprendere con eloquenza e da un’angolazione un po’ insolita. La descrizione di computer e iPad come “macchine per distrazioni” (secondo la formulazione di Cory Doctorow) porta poi direttamente alla critica di tutti i movimenti per importare – anzi, per imporre – queste macchine a scuola e, più in generale, alla stroncatura decisa di tutte le tesi sui “nativi digitali”. Casati prende di mira in particolare la farsesca definizione di “intelligenza digitale” di cui ho già parlato qualche settimana fa, fornita da Paolo Ferri sulla scia di Antonio Battro:

Datemi un pizzicotto, per favore. Se questa è l’intelligenza di cui stiamo parlando, è il momento di rivedere al ribasso tutte le nostre ambizioni educative. Se invece questo è un semplice “saper fare” tra i mille su cui basare i percorsi di apprendimento, stiamo facendo molto rumore per nulla. Se, infatti, si trova qui qualcosa di cognitivamente definito, non c’è niente di più che la capacità di prendere decisioni contestuali con l’aiuto della memoria e del linguaggio: come detto prima, niente di specifico, è una capacità generale, più o meno declinabile all’ambiente dello schermo tattile o della tastiera (p. 63).

Dopodiché, rimane il fatto che la tecnologia non sembra aiutare molto l’apprendimento, così come il “multitasking” efficiente delle nuove generazioni è in sostanza un mito, e la distrazione una pratica che dovrebbe essere bandita dalle aule (p. 72). In compenso, Casati dedica molte pagine alla trattazione di alternative didattiche sensate. Notando insomma che, più che fornire “libri di testo digitali”, una didattica funzionante dovrebbe spingere gli studenti a scrivere, per esempio, voci di Wikipedia (come faccio anch’io io da anni…).

Insomma, in conclusione: una presentazione basata sul buon senso? Sì, e questo è quasi rivoluzionario, in un’area di discussione in cui il buon senso si è rivelato incredibilmente raro.
 

mercoledì 28 novembre 2012

La lettura e gli schermi ad alta densità


Droid HTC: foto di Alex Washburn da Wired, licenza CC
Per decenni si è parlato della dimensione dei pixel come di uno dei fattori che rendono la lettura su schermo più lenta rispetto alla lettura su carta. È davvero così? E questo continua a essere un problema?
 
Alla prima domanda la risposta è ufficiale: sì, è davvero così. Tutti citano il dato dichiarato da Jakob Nielsen nel 2000 nel suo famoso libro Web usability: la lettura su schermo è più lenta del 25 % rispetto a quella su carta (p. 101 della traduzione italiana pubblicata da Apogeo). In realtà, le conclusioni delle ricerche sono decisamente più sfumate, come ha mostrato pochi anni dopo Andrew Dillon nel secondo capitolo del suo Designing usable electronic texts (che mi sembra ancora la migliore sintesi in materia). In ogni caso, l’anno scorso ho provato a fare diverse misure di velocità di lettura con gli studenti del corso di Linguistica italiana II a Pisa, e i risultati venuti fuori sono stati molto difficili da interpretare.
 
Di sicuro, le ricerche fatte finora sembrano confermare due punti: 
  1. forse la lettura su schermo non è più lenta… però di sicuro non è più veloce. 
  2. non sembra sia una questione di abitudine, ma una questione di meccanismi fisici e mentali profondi 
Comunque, per la presentazione che ho fatto la settimana scorsa, ho fatto anche una rassegna del panorama tecnologico. Che, proprio negli ultimi due anni, ha visto una piccola rivoluzione: per la prima volta alcuni schermi offrono immagini di una densità paragonabile a quella della stampa su carta. Le unità di misura sono diverse, ma diciamo, per semplicità, che da decenni le stampanti individuali possono stampare con una densità di 300 punti per pollice. Fino a tempi recenti, la densità di riferimento degli schermi di computer era invece di soli 72 pixel per pollice, o PPI. Il mercato degli smartphone è stato però il punto di partenza per un drastico cambiamento: nel 2010 Apple ha introdotto sull’iPhone 4 (e sulla corrispondente generazione di iPod Touch) uno schermo con densità di 326 PPI. Con una buona mossa pubblicitaria, ha inoltre chiamato questo genere di schermi “Retina display”, dichiarando che su di essi l’utente normale, a normale distanza dagli occhi, non riesce a vedere i singoli pixel. Il discorso non è del tutto vero, ma il punto chiave è che nella percezione della qualità da parte dei lettori, come si sa da decenni, i 300 PPI sono una soglia importante.
 
Col tempo, Apple ha comunque introdotto i “Retina display” su vari altri tipi di dispositivo – spesso usando densità inferiori ai 300 PPI, per gli schermi destinati a essere tenuti più lontani dagli occhi, come quelli dei personal computer. La rincorsa non si è fatta attendere. Diversi prodotti dei concorrenti hanno raggiunto rapidamente densità simili o superiori, e lo smartphone Droid DNA della HTC (che non ho ancora visto), presentato sul mercato americano da pochi giorni, offre uno schermo con 440 PPI. Recensendo con scarso entusiasmo questo prodotto su Wired due giorni fa, Nathan Olivarez-Giles ha riassunto in questo modo la situazione:
 
The DNA’s display is gorgeous, and arguably the best-looking smartphone display out there. But to the naked eye, and over a couple of weeks of daily use, it doesn’t look significantly better than the phones mentioned above, and that’s a good thing. The fact is, they all look great. On any one of them, pixels are indiscernible and text looks crisp and clean, rivaling a printed page. Colors are vivid and bright. Photos, video, apps, websites, magazines, every single thing displayed on screen is rendered beautifully.
 
The bottom line is that while a 1080p screen is mighty pretty, it’s not a killer feature on a smartphone, and it does not make the device significantly better than the current crop of 720p-capable phones. And this is a wonderful thing for consumers. Smartphone displays are better than they have ever been. Today, we expect top-tier phones to come with Retina-quality screens, and anything less is deemed unacceptable.
 
Insomma, dal punto di vista dell’utente, la densità di pixel avrebbe superato una soglia fisiologica importante, e aggiungerne altri non può migliorare gran che la situazione. Così come, aggiungo io, aumentare la risoluzione di stampa nelle normali stampanti da ufficio non è stata una necessità molto sentita negli ultimi venticinque anni.
 
Sì, ma la velocità di lettura? Nessuno, mi sembra, ha fatto ancora confronti dettagliati. Eppure, telefoni a parte, schermi di questo genere cominciano a essere diffusi anche su schermi di discrete dimensioni. Nielsen ha fatto nel 2010 un confronto (che io ho riprodotto l’anno scorso assieme ai miei studenti) tra lo schermo dell’iPad di prima generazione, un Kindle di seconda generazione e la carta, giungendo alla conclusione che la lettura su iPad è solo del 6,2% più lenta di quella su carta. Però l’iPad esaminato aveva ancora uno schermo relativamente tradizionale, a 132 PPI. Studi sugli schermi più recenti, mi sembra, non se ne sono ancora visti, nonostante non siano troppo difficili da realizzare.
 
In compenso, il solito Nielsen quest’anno ha finalmente cambiato una delle sue linee guida per l’usabilità dei siti web: grazie alla maggiore qualità degli schermi di computer, preferire i caratteri senza grazie a quelli con grazie, per i testi destinati a essere letti su schermo, non è più necessario. Già da qualche anno, nei miei corsi avevo presentato questo cambiamento come “imminente”… e adesso, finalmente, ci siamo!
 
Poi, naturalmente, la velocità di lettura è solo una (piccola) componente dei problemi di usabilità che le interfacce informatiche mostrano ancora oggi, rispetto alla carta. Per lo studio e molti tipi di lavoro da ufficio, per esempio, la manipolabilità sembra un problema assai più rilevante – e su cui, per il momento, non sono in vista sviluppi di nessun genere. Ma insomma, un passo alla volta, almeno una fase del percorso sembra quasi terminata.
 

venerdì 5 ottobre 2012

In treno con il Kindle

 
Birra, Kindle e verdurine nel deserto del Gobi: cose che danno soddisfazione
Le mie due settimane di viaggio sono state anche l’occasione per mettere alla prova il vecchio Kindle che ho in dotazione dalla Facoltà di Lettere e Filosofia (e che nel frattempo, chiuse in Italia le Facoltà, è rimasto orfano: dovrò trovare un modo per registrarlo con il nuovo Dipartimento cui afferisco). Per fortuna si tratta di un modello 3G, e come tale ha la connessione gratuita all’Amazon Store e a Wikipedia in lingua inglese da qualunque parte del mondo...
 
Beh, quasi qualunque parte. In realtà la connessione ha smesso di funzionare in Bielorussia, è ripresa in Russia, ma si è interrotta di nuovo più o meno all’altezza del lago Bajkal (nella regione dei buriati). In Mongolia non ha mai funzionato. Si è riattivata al confine con la Cina, e da lì in poi non ha più avuto problemi. Globale con qualche lacuna, insomma – ma, visti i costi del normale roaming internazionale, non ci si può lamentare!
 
In sostanza, quindi, con un Kindle 3G è possibile comprare e-book da Amazon da buona parte del pianeta esattamente come se ci si trovasse in Italia. Per me, si è rivelato un sistema meraviglioso per evitare di sovraccaricarmi di libri... tra Kindle e cavetto di ricarica, il peso e l’ingombro sono meno di quelli di un singolo tascabile. Considerato che mi portavo dietro la roba per tre mesi in climi caldi più un po’ di materiale di sopravvivenza per climi freddi, è stata un’ottima scelta.
 
Certo, durante il viaggio ho soprattutto tentato di studiare il cinese. Ho fatto conversazione con i miei compagni di viaggio. Ho guardato un sacco fuori dal finestrino. Ho cercato di lavorare a distanza. E però, anche così, di tempo per la lettura amena ne è rimasto molto. Avevo dietro due libri cartacei, arrivati in regalo per il viaggio e apprezzatissimi. Finiti quelli, sono riuscito a far fuori sul Kindle:
 
  • Ghost train to the eastern star di Paul Theroux: una serie di viaggi in treno attraverso l’Asia compiuti dall’autore nel 2006, più di trent’anni dopo la pubblicazione del suo famoso libro di viaggi The great railway bazaar Molto adatto alle circostanze – include ovviamente un viaggio con la Transiberiana, dipinta in modo un po’ più deprimente di come la Transmongolica è sembrata a me.   
  • Bêtes, hommes et dieux di Ferdynand Ossendowski: la traduzione francese (l’originale inglese non era disponibile su Amazon) di Beasts, men and gods, un resoconto che l’autore, antibolscevico, pubblicò in America dopo esser fuggito dalla Russia via Mongolia nel 1921. Il grosso del racconto si incentra sul tempo trascorso in Mongolia, ed è stato un’ottima occasione per valutare somiglianze e differenze con quel che vedevo... Tanto per dirne una, è stato sorprendente notare che già nel 1921 i mongoli avevano capito che, stretti tra Russia e Cina, l’unica loro speranza di indipendenza era appoggiarsi agli Stati Uniti: dal 1991 in poi hanno fatto effettivamente così.  
  • Una barca nel bosco di Paola Mastrocola: il viaggio di un ragazzo attraverso la scuola superiore italiana, con appendici sulla sua vita universitaria e post-laurea. Le opere “saggistiche” di Paola Mastrocola sono semplicemente odiose; la narrativa ha altre regole, per fortuna, e così il romanzo, anche se con alti e bassi, si fa leggere.  
  • Redshirts di John Scalzi: la storia di come i membri dell’equipaggio di un’astronave simil-Star Trek si accorgono che nelle missioni pericolose qualche sfortunato ci lascia sempre la pelle, mentre un gruppetto di ufficiali se la cava sempre senza danni... e si rendono così conto di essere in realtà le comparse, sacrificabili, di una serie televisiva. Il prologo è divertentissimo; il resto del romanzo è meno geniale, ma si fa comunque leggere.  
  • The rapture of the nerds di Cory Doctorow e Charles Stross: la vita di un tecnofobo che, in un mondo post-singolarità, si trova coinvolto in alcuni assurdi complotti e deve poi giustificare alle onnipotenti civiltà aliene il diritto della razza umana a sopravvivere. In effetti, sembra più Stross che Doctorow, ma questo secondo me non è un male! 
  • Infine, Solaris rising: the new Solaris book of Science fiction, a cura di Ian Whates: raccolta di racconti di fantascienza, in buona parte britannici, di livello non eccezionale ma con alcuni punti validi. Questo libro l’avevo già un po’ spiluccato anche prima della partenza, e devo dire che ho trovato un po’ deprimente vedere come molti dei racconti inclusi avrebbero potuto benissimo essere stampati nel 1975, o giù di lì.
 Altra cosa notevole è che tutto questo assieme di letture, assieme a diverse consultazioni di guide turistiche (molto problematiche! Ma di questo forse parlerò a parte...) e di Wikipedia, l’ho fatto con due o tre ricariche in totale. Avessi cercato di fare lo stesso sull’iPhone, avrei dovuto passare metà tempo collegato alla presa di corrente. Apparentemente, per un viaggio come il mio, né la carta né altri apparecchi elettronici possono offrire un’esperienza migliore rispetto a quella dei Kindle.
 

martedì 26 aprile 2011

I test PISA e la lettura

Il 9 dicembre 2010 sono stati pubblicati i risultati degli ultimi test PISA, organizzati dall'OCSE. I test misurano le conoscenze e le competenze degli studenti quindicenni che appartengono a 34 paesi membri dell'OCSE + 40 esterni. Al momento, i test PISA rappresentano anche la maggiore massa di dati direttamente confrontabili su questi aspetti.

Dal punto di vista pratico, i test sono stati ripetuti ogni tre anni a partire dal 2003; le edizioni del 2000 e del 2009 (che è quella di cui sono appena usciti i risultati) si concentravano sull'area della "lettura" e sono quindi per me di particolare interesse. Curata dall'INVALSI, la versione italiana dei test è stata somministrata a circa 31.000 studenti. Purtroppo non è stata inclusa una sezione dei test (ERA) specificamente dedicata alla lettura su supporto elettronico, ma i risultati sono comunque molto interessanti.

È chiaro che test di questo genere non vanno presi per oro colato. Il test PISA è molto orientato alla risoluzione di problemi, cosa che lo rende bersaglio di critiche da parte di molti teorici della conoscenza "pura". La conoscenza "pura" è cosa bellissima, ed è certo che la vita non si riduce a una continua risoluzione di problemi; ma al momento non esistono alternative serie al test PISA e, in attesa che i detrattori propongano e riescano a mettere in funzione un sistema di valutazione più valido, questo abbiamo e su questo ci basiamo.

Quali sono i risultati? Non troppo lusinghieri per i sistemi formativi, che vedono per esempio scendere la media OCSE in lettura da 500 punti nel 2000 a 493 nel 2009: un calo minimo (1,4%), ma a fronte di una spesa aumentata. Per l'Italia poi le cose vanno peggio: anche se nel decennio la situazione italiana è rimasta più o meno inalterata, l'ultimo punteggio nazionale di 486, quindi 7 punti al di sotto della media.

È una catastrofe? Non proprio: questo è piuttosto uno dei tanti casi in cui il bicchiere può essere visto come mezzo pieno o mezzo vuoto. Da un lato, i risultati non sono un gran che, soprattutto a confronto con altri paesi. Dall'altro, un'occhiata a un campione dei test somministrati ai lettori fa passare le velleità catastrofiste. Nella sezione "lettura", il test PISA non richiede di leggere "r-u-o-t-a" o qualcosa di simile: fa domande piuttosto sofisticate, e gli scettici ne possono vedere un campione per esempio nell'Appendice 1 del Rapporto nazionale PISA 2009. E magari provare anche a rispondere...

martedì 14 dicembre 2010

Kamkwamba, The boy who harnessed the wind

Domanda: è possibile imparare qualcosa solo leggendo? Sì, chiaramente; ma fino a quale punto?

The boy who harnessed the wind, raccontato direttamente dal ragazzo del titolo (William Kamkwamba, in collaborazione con Bryan Mealer), è anche una risposta a questa domanda. Il libro, infatti, è la storia di come pochi anni fa un ragazzo del Malawi si sia in testa, in un villaggio quasi del tutto privo di corrente elettrica, di realizzare un generatore a vento per portare la luce in casa. Senza avere a disposizione incoraggiamenti o insegnanti, ma solo una biblioteca con qualche scaffale di libri in inglese arrivati per donazione.

Un libro in particolare, Explaining physics (sembrerebbe questo), gioca un ruolo fondamentale, perché fornisce le indicazioni necessarie: a capire i principi alla base della dinamo, o la differenza tra corrente continua e corrente alternata, o il modo per cambiare la tensione. Non che il protagonista non abbia già qualche base, dall'inglese all'algebra (imparati in scuole con i buchi nel pavimento, senza libri né attrezzature); però in un contesto in cui nessuno, dalla famiglia ai pochi proprietari di biciclette e luci elettriche, ha la minima idea di come funzioni la corrente.

Il libro, insomma, è la storia di un successo. Con una storia che però prende forma solo a metà del testo, perché le prime sezioni raccontano la vita di William Kamkwamba, la storia della sua famiglia e, soprattutto, la carestia del 2001, che (assieme alla vendita, fatta poco prima, delle riserve nazionali di grano, e alla sparizione dei profitti risultanti...) porta alla fame l'intero villaggio e il resto del paese. Dopodiché, nel giro di qualche anno, abbandonata la scuola, il protagonista si trova quasi per caso a creare il suo mulino a vento. Dopo il successo, la radio e i giornali locali lo notano, e da lì a una conferenza TED il passo - beh, non è breve, ma è rapido:



Il racconto è avvincente. Soprattutto, però, fa ricordare che i libri permettono a volte di fare cose sorprendenti, quando incontrano un lettore preparato a prenderli sul serio.

sabato 13 marzo 2010

Letture ferroviarie


Oggi sono stato (toccata e fuga) a Bologna per contribuire di nuovo a una presentazione della scuola di traduzione per fumetti lanciata da Andrea Plazzi. Ne ho approfittato per mettere nello zaino un buon pacchetto di tesi, elaborati e compiti e correggerli lungo la strada: per la prima volta ho fatto la nuova linea ad alta velocità. E, da bravo bambino troppo cresciuto, devo dire che dà soddisfazione fare Firenze-Bologna in poco più di mezz'ora... Quasi tutta in galleria, con tre (?) improvvise emersioni all'aperto, in mezzo alla neve alta.

Anche a Bologna, del resto, c'era (c'è) ancora neve per le strade. Panino rapido allo studio RAM, presentazione, rientro sul treno. Addirittura in prima classe, visto che non c'era posto in seconda. Tra i compagni di viaggio, qualcuno sonnecchia, qualcuno guarda un film sul portatile, qualcuno legge un libro, una rivista o un giornale, o magari un fumetto, qualcuno armeggia con il telefono... Per chi studia il modo in cui la gente legge, il 2010 è un anno interessante!

Naturalmente, poi, l'etnologo non è in isolamento: ho notato un po' di occhiate incuriosite davanti al mio fascio di tesi e tesine, corrette piano piano a penna rossa. Avrei potuto perfino sfoggiare qualcosa di ancora più insolito, perché nello zaino avevo un Kindle da provare. Però, alla fine, il Kindle l'ho usato solo qualche minuto sul locale, in rientro: le correzioni hanno portato via quasi tutte le quattro ore di viaggio. Prima di scrivere qualcosa di sensato sull'apparecchietto, quindi, devo fare qualche altra prova. Neve, galleria, neve, galleria, galleria.... Si passa l'Appennino e si riemerge: in Mugello sembrava già di nuovo primavera.

martedì 2 marzo 2010

Leggere nel futuro


Sul numero 55 (gennaio 2010, pp. 60-63) di Persone e conoscenze, rivista diretta da Francesco Varanini, è uscito un mio breve articolo intitolato Leggere nel futuro. In linea al momento è disponibile solo un sommario del fascicolo, ma comunque il testo è dedicato in sostanza alle ultime novità in tema di e-book e ai possibili sviluppi.

Tra gli argomenti citati nella rapida carrellata: David Allen e il suo Getting things done (libro che ho citato anche nella lezione di ieri), Adam Greenfield e il suo Everyware, i Kindle e, per finire, le descrizioni di interfacce future fatte da Ian McDonald in River of gods. Più qualche proposta su che cosa sarebbe bello avere nell'ufficio di domandi. Il pezzo è stato scritto prima della presentazione dell'iPad, ma spero che rimanga d'attualità almeno fino al momento in cui il nuovo gadget sarà davvero disponibile sul mercato!

martedì 16 febbraio 2010

I tassisti di Delhi

Ripensando a quel che scrivevo un paio di post fa: ai tassisti di Delhi sicuramente servirebbe saper leggere. Soprattutto se ci fossero buone mappe a disposizione. Ma ne vale la pena? Qual è, per loro, il rapporto costi / benefici?

Negli ultimi anni si è discusso molto sui miti dell'alfabetizzazione. Al di là dei miti, mi sembra indiscutibile che, di per sé, saper leggere e scrivere non serva a molto al di fuori di alcuni precisi contesti. Se passo tutto il tempo a zappare, e quando torno a casa fa già buio e non ho lampadine, a che cosa mi serve l'alfabetizzazione?

Beh, io penso che serva comunque parecchio, e che sia di per sé una bellissima cosa. Però la domanda successiva è: sì, ma ne vale la pena? Qual è il rapporto costi / benefici? Dato per scontato che saper fare una cosa sia sempre meglio che non saperla fare, ne vale la pena?

In questi giorni sto leggendo una bella raccolta di studi: The Making of Literate Societies, pubblicata da Blackwell nel 2001 a cura di David R. Olson e Nancy Torrance. L'atteggiamento della maggior parte degli autori sembra ragionevole: l'alfabetizzazione di per sé non è una bacchetta magica. Occorre che ci sia attorno una società capace di gestirla. O, come dice uno degli autori, saper leggere e scrivere un contratto non serve a molto, se poi non c'è un sistema giudiziario efficace che lo possa far rispettare. Dal punto di vista economico, si vedono casi di società molto alfabetizzate ma prive di sviluppo economico, e di società prospere anche se a bassa alfabetizzazione. In India il confronto standard è quello tra il Kerala e il Punjab; in Europa, si potrebbe sostenere che è più o meno il rapporto che si è avuto per molti anni tra Regno Unito e Italia... se non fosse che, in questo caso, le diversità nazionali nascondono forse somiglianze più strette tra le regioni sviluppate.

In ogni caso, un concetto di base è quello di "covariation" (come usato in questo libro per esempio da Armin Triebel, p. 33): l'alfabetizzazione interagisce con molte altre variabili. E soprattutto, esistono tipi molto diversi di "alfabetizzazione" (il termine italiano poi è un po' infelice, visto che in alcune parti del mondo le scritture non sono alfabetiche: meglio usare il termine inglese literacy).
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