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giovedì 5 agosto 2021

Ágoston, Guns for the Sultan


Dopo il libro di Andrade di cui ho parlato la settimana scorsa ho letto anche Guns for the Sultan di Gábor Ágoston. Sottotitolo: Military Power and the Weapons Industry in the Ottoman Empire. Lettura interessante e con un risvolto linguistico preciso.
 
Anche questo libro (uscito nel 2005) si colloca nel filone di studi storici che collocano molto tardi la “grande divergenza” tra Europa e resto del mondo. Lo fa però da un’angolazione particolare, in quanto è ben noto che, sul piano militare, l’Impero Ottomano è stato sempre in grado di confrontarsi con le potenze europee. Per tre secoli, in sostanza, vincendo: dalla conquista dei Dardanelli fino alla sconfitta alle porte di Vienna, nel 1683. E poi, per due secoli e mezzo, perdendo… ma non senza numerosi momenti di successo, fino alle disastrose sconfitte inflitte all’Impero Britannico nel corso della Prima guerra mondiale.
 
In ogni caso, per il periodo che oggi mi interessa di più, cioè il Seicento, sul piano militare gli ottomani si mostrarono di regola superiori agli europei. Un po’ per la loro capacità organizzativa e logistica, e un po’ anche per l’uso esperto delle armi da fuoco. Ciononostante, la storiografia è stata costellata di
tentativi di ridimensionare queste capacità, assegnando agli ottomani un ruolo minore, arretrato, non innovativo.
 
A queste posizioni Ágoston oppone lo studio delle fonti ottomane, da cui escono i dati numerici per 31 tabelle inserite nel testo e 69 collocate in appendice. Gli argomenti coperti sono molto vari: stime sulle produzioni annuali di salnitro e polvere da sparo, sul numero dei giannizzeri in servizio, sulla produzione di singole fonderie di cannoni… Una ricostruzione quantitativa così dettagliata smentisce, secondo l’autore, diverse leggende: che l’Impero Ottomano non fosse in grado per esempio di produrre al proprio interno armi in quantità sufficiente ai propri bisogni; che le armi ottomane fossero di scarsa qualità; che i processi lavorativi fossero meno efficienti di quelli europei; e così via. In particolare, fino al Seicento il complesso militar-industriale ottomano se la giocava alla pari con quello veneziano – a sua volta, probabilmente il più efficiente d’Europa.
 
Mi interessano molto anche le osservazioni di Ágoston sugli errori di prospettiva generati dall’uso come unica fonte delle relazioni di viaggio d’epoca. Nelle parole dell’autore, “assumptions regarding Ottoman weapons technology have been based on random and often atypical evidence without respect for chronology”, cosa avvenuta “Following contemporary narrative sources’ obsession with giant Ottoman cannons” (p. 61). In altre parole, i viaggiatori europei rimanevano colpiti dai pezzi di artiglieria di maggiori dimensioni. Dai loro racconti passò agli storici l’idea, ripresa anche da Carlo Maria Cipolla, che gli ottomani in fatto di artiglieria fossero afflitti da gigantismo, e che impiegassero le loro risorse in armi enormi ma poco pratiche, a differenza di quel che accadeva in Europa. Esaminando la produzione degli arsenali, Ágoston mostra che non era così e che la distribuzione di armi di vario calibro non era probabilmente molto diversa da quella europea (capitolo 6).
 
Tuttavia, è anche certo che il trasferimento di informazioni tecniche andava in una direzione sola: non ci sono innovazioni tecnologiche ottomane che siano arrivate in Europa, perché non c’erano alla base. E lo testimonia, appunto, anche il fattore linguistico: “many of the gun names in the Empire derived from European types of guns, an apparent sign of acculturation”, anche se “Ottoma pieces differed from guns of similar names, and these differences seem to have been more profound than dissimilarities among European guns of the same kind” (p. 64): quest’ultimo punto a testimonianza che un po’ di differenziazione c’era (l’autore insiste per esempio sulla minor standardizzazione dei calibri ottomani rispetto a quelli europei).
 
In pratica, i nomi normalmente dati ai pezzi di artiglieria più grandi, genericamente chiamati kale-kob (dal persiano qal’eh-kub, ‘distruttori di castelli’: p. 73), erano (con numerose varianti): şayka, balyemez, bacaluşka, canon (p. 74). Tra questi, şayka viene dalla parola “slava” chaika, ‘gabbiano’ (p. 75); balyemez è parola di origine incerta (p. 77); e gli altri due sono “europeismi” di varia trafila (pp. 79-81; su questi si può vedere anche il famoso lavoro dei Kahane sulla “lingua franca”, che con la lingua franca non ha a che fare, ma con gli italianismi sì…).
 
I pazzi di artiglieria di medio e piccolo calibro erano invece kolunburna, darbzen, şâhî. I più piccoli in assoluto erano saçma, eynek, prangıs, misket e şakaloz. Il celebre moschetto dei giannizzeri era invece chiamato tüfenk. Ágoston non fornisce informazioni su tutte queste parole, ma dal punto di vista linguistico è ovvio il rapporto di kolunburna con l’europeismo colubrina, mentre şakaloz deriva dall’ungherese szakállas (p. 87). Viceversa, è altrettanto ovvio che nessuna parola turca è entrata nell’italiano (o in altre lingue romanze).
 
Basandosi anche su queste osservazioni, Ágoston nota che la parità tecnologica ottomana si basava in sostanza su un flusso unidirezionale:
 
For the most part European-Ottoman military acculturation involved European military experts who sold their expertise to the Ottomans and not vice versa. Linguistic evidence also supports this observation: Ottoman names for weapons and ships often come from Greek or from western languages, suggesting that ordnance and naval technology primarily flowed from Byzantium and Europe to the Ottomans. The Ottomans thus do not differ from their opponents in the use of foreigners. Where they do differ is that their indigenous experts do not seem to have been in much demand in the West (p. 193; Ágoston nota che gli specialisti ottomani erano comunque molto richiesti nel Medio oriente e in generale in Asia).
 
La parità ottomana non era quindi basata sulla superiorità tecnica in questo specifico settore, ma sull’efficienza in altre aree. Ágoston si allontana esplicitamente sia dal determinismo tecnologico sia dall’idea che la tecnologia fosse irrilevante (p. 190): per gli ottomani, disporre di armi e munizioni di qualità mediamente simile a quella europea, anche con i ritardi dovuti ai tempi del trasferimento tecnologico, era evidentemente sufficiente. La fine della superiorità ottomana a fine Seicento viene quindi attribuita non all’adozione europea di baionette e moschetti a pietra focaia, ma al fatto che nel frattempo gli stati europei erano finalmente divenuti capaci di mettere in campo eserciti comparabili a quelli ottomani, rifornirsi di armi senza problemi, e in generale avevano rinforzato “production capacity, finance, bureucracy, scientific engineering and state patronage” (p. 201). E anche così, all’inizio del Settecento gli ottomani riuscirono rapidamente a riorganizzarsi e a ritornare a vincere… fino all’ascesa della Russia a metà secolo.
 
Gábor Ágoston , Guns for the Sultan. Military Power and the Weapos Industry in the Ottoman Empire, Cambridge (UK), Cambridge University Press, 2016, ISBN 978-0-521-60391-1, pp. xvii + 277. Letto nella copia della Biblioteca di Filosofia e Storia dell’Università di Pisa.
 

venerdì 29 maggio 2009

Landes, The wealth and poverty of nations

La seconda lettura di maggio è stata la sintesi storica di Landes. Perché alcune nazioni sono ricche e altre povere? Per quel che possiamo vedere, non c'è una causa unica. Ci sono fattori ambientali, fattori storici, fattori culturali... Ma Landes è molto concentrato sulla diversità europea, partita con la fine del Medioevo e arrivata a fare già nel Quattrocento quello che nessun'altra civiltà era riuscita a fare: esplorare sistematicamente il mondo. Per poi partire con la rivoluzione scientifica, seguita da quella industriale, seguita finalmente dall'integrazione delle due.

Landes è stato un po' messo in ombra dal successo di Jared Diamond, ma la sua concentrazione sui dati economici è interessante - specie di questi tempi. La geografia non è messa in ombra, ma Landes le dà un ruolo ragionevole, in contrapposizione per esempio a ciò che ha fatto Diamond in Collapse - libro stimolante ma che arriva a conclusioni chiaramente sbagliate.

Alla fine, la sostanza è che finora hanno funzionato nazioni che integrano stato e mercato (anche se Landes è propenso a glissare sul primo termine, ne riconosce il ruolo fondamentale; il rapporto è particolarmente evidente nei periodi in cui riaffiora il protezionismo). E in sostanza, per far diventare ricca una nazione...

... what counts is work, thrift, honesty, patience, tenacity (p. 523). The one lesson that emerges is the need to keep trying. No miracles. No perfection. No millennium. No apocalypse. We must cultivate a skeptical faith, avoid dogma, listen and watch well, try to clarify and define ends, the better to choose means (p. 524).

E su queste riflessioni la cavalcata si chiude. La cultura sembra il punto chiave, e a parità di condizioni ho il sospetto che Landes abbia ragione. Certo, in molti punti il libro è scritto in tono ironico, e la battuta nasconde a volte errori nel racconto dei fatti... ma l'impostazione generale mi sembra solida.

martedì 26 maggio 2009

Tooze, The Wages of Destruction


Una delle cose interessanti - o umilianti - della saggistica umanistica è la scarsa resistenza delle conclusioni. Nella linguistica ci sono mode che vanno e vengono, e che a volte oscillano tra un estremo e l'altro. Nella storia...

Incoraggiato da alcuni rinvii incrociati su Amazon.com ho preso alla biblioteca di Filosofia e Storia The Wages of Destruction di Adam Tooze (tradotto anche in italiano, come Il prezzo dello sterminio; ma chi ha voglia di leggere una traduzione?). Ottocento pagine che mi sono servite nell'ultimo mese per staccare un po' dal lavoro. Alla fine, il libro mi è piaciuto molto, anche perché è scritto con un atteggiamento da nerd che apprezzo moltissimo: finora non avete capito nulla di questo argomento, adesso vi spiego io come sono andate le cose, a forza di statistiche...

L'argomento è, nel caso particolare, l'economia della Germania sotto il nazismo. Tema arido, forse, e i capitoli iniziali (che descrivono i problemi di commercio con l'estero e bilancia dei pagamenti al tempo della Repubblica di Weimar) sono senz'altro i meno coinvolgenti. Poi il racconto si fa più serrato. Ci sono persone che possono rimanere alzate fino a tardi per leggere un'analisi dettagliata degli alti e bassi nella produzione di munizioni in Germania tra il 1942 e il 1945... me compreso, ahimè. Tooze ha fatto un signor lavoro, anche con l'ottica di smontare il mito dell'efficienza di Speer (non sono del tutto d'accordo con le sue valutazioni su questo) e rivalutare invece il lavoro ordinario dei burocrati tedeschi.

Una buona idea: leggere questo libro a poca distanza da Les Bienveillantes di Jonathan Littell. Ogni tanto i due racconti si intrecciano (come sul problema della partecipazione di Speer all'infame convegno di Posen), e dissonanze e consonanze sono interessanti. Per riflettere sul come, a volte, una cosa talmente aliena come la Germania nazista possa sembrare sgradevolmente vicina al nostro presente.

martedì 31 marzo 2009

Dalrymple, From the Holy Mountain

Ecco un libro che non ha (quasi) nulla a che fare con il linguaggio e con il web, ma che mi è piaciuto molto - come del resto tutti gli altri lavori di Dalrymple.

From the Holy Mountain
racconta un viaggio attraverso le comunità cristiane del Medio oriente, compiuto nel 1994 sulle tracce del Pratum spirituale scritto da Giovanni Mosco agli inizi del VII secolo, subito prima dell'arrivo degli arabi. Niente da dire: Dalrymple è molto bravo a mettere in risalto la continuità storica e le eredità millenarie. Pazienza se ogni tanto si lascia prendere la mano dalla soddisfazione di ritrovare dal gusto per i contrasti, come in questo frammento del dialogo con un frate ortodosso nel monastero di Mar Saba, con vista sulla valle del giudizio universale:

See down there at the bottom? The river? Nowadays it's just the sewage from Jerusalem. But on Judgement Day that's where the River of Blood is going to flow. It's going to be full of Freemasons, whores and heretics: Protestants, Schismatics, Jews, Catholics... More ouzo?

Comunque Dalrymple fa venire voglia anche a un ateo come me di trasferirsi nel deserto a salmodiare in qualche cella... anche in mezzo alla descrizione delle persecuzioni a cui i cristiani mediorientali sono stati sottoposti (un po' da tutti) nel corso dell'ultimo secolo. È un'altra pagina di storia che si sta chiudendo, in nome degli stati nazionali e del monoculturalismo.
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