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giovedì 29 luglio 2021

Andrade, The Gunpowder Age

 
 
Copertina di Tonio Andrade, The Gunpowder Age
Il libro di Tonio Andrade The Gunpowder Age sembra a prima vista molto lontano dai miei interessi normali: la scrittura, la linguistica italiana, la comunicazione elettronica … In realtà, però, si incrocia con alcuni lavori in corso per diversi aspetti importanti: l’importanza della narrazione nella presentazione di informazioni, il rapporto tra testo e immagine, i rapporti tra Asia ed Europa nel Seicento… Per questo motivo ho preso appunti diffusi. 
 
Il libro racconta la diffusione della polvere da sparo confrontando ciò che avvenne in Cina e in Europa durante il periodo in cui questa tecnologia fu importante, dal Medioevo all’Ottocento. Potrebbe sembrare un argomento logoro! Ma la realtà è che questa storia ancora oggi viene spesso raccontata ripetendo luoghi comuni vecchi di secoli e approssimazioni. Rivedere il quadro a mente fresca è importante e permette anche di ripensare situazioni simili.

La scelta degli argomenti e la narrazione

  
La storia della polvere da sparo viene raccontata da Andrade in ordine cronologico, partendo dalla sua invenzione in Cina. Il racconto descrive poi la diffusione di questa tecnologia in Europa dopo il 1320 e l’arco cronologico si chiude con una specie di rimpatrio: il primo confronto diretto tra gli armamenti cinesi e i loro discendenti europei due secoli più tardi, a partire dal 1511, con l’arrivo dei portoghesi in Oriente. Da qui in poi la trattazione diventa molto più selettiva: non ha più scala globale ma si concentra sulle occasioni di conflitto tra europei e cinesi, mostrando come a un’epoca di conflitti in condizione di “parità” nel Seicento facesse seguito un lungo periodo di pace nel Settecento. Dopodiché, alla riapertura delle ostilità nell’Ottocento, la superiorità occidentale nell’uso degli armamenti era divenuta schiacciante e – fino a oggi – incolmabile.
 
Dei dettagli di contenuto parlerò più avanti. Diciamo però subito che questa impostazione ha l’enorme vantaggio di permettere un racconto coerente, in ordine sostanzialmente cronologico, al servizio dell’argomentazione dell’autore. I diversi capitoli trattano argomenti molto diversi tra di loro, ma sono ben inseriti in un percorso narrativo compatto che, penso, piacerebbe molto a chi come Gino Roncaglia insiste molto sull’importanza della complessità nell’età della frammentazione
 
La quarta di copertina del libro riporta un entusiastico giudizio di Jared Diamond, che definisce l’opera “as exciting, dramatic, and engaging as a novel”. Smorzerei un pochino i toni, ma sottoscriverei la sostanza. Anche se una buona revisione potrebbe togliere alcune ripetizioni e alcuni effetti retorici un po’ troppo facili, è vero che la struttura data al libro consente di leggerlo “come un romanzo”.

I contenuti in dettaglio

 
Come anticipato, il libro parte dalle origini, raccontando ciò che si sa sullo sviluppo, graduale e lento, della polvere da sparo in Cina, incluse le sue applicazioni militari. E qui, i nomi in uso oggi ingannano, suggerendo una continuità che non esiste. Per esempio, poiché le prime formulazioni avevano dei tempi di combustione relativamente lunghi, la polvere da sparo degli esordi veniva di regola usata come semplice sostanza incendiaria, non come esplosivo.
 
Agli inizi del XII secolo le guerre tra i Song e i Jin portarono però allo sviluppo di armi più efficienti, incluse le famose “lance di fuoco” e le bombe in ferro. Nemmeno queste erano però simili alle armi da fuoco in senso moderno. Le “lance di fuoco”, per esempio, usate da Chen Gui durante l’assedio di De’an nel 1132 (pp. 35-39), erano lance a cui venga agganciato un tubo con polvere da sparo. All’accensione, dal tubo usciva una fiammata che in alcuni casi veniva usata anche per scagliare pietre, con forza ridotta a distanze non tanto grandi (più che vere pallottole, le pietre erano “coviativi”, secondo una definizione di Joseph Needham: p. 51).
 
Il passo successivo fu quello di usare canne in metallo, in cui potevano essere infilati proiettili di diametro simile a quello dell’apertura. Questa soluzione permetteva di trasferire molta più energia al proiettile, e il meccanismo inizia ad assomigliare alle armi dei secoli successivi. Il primo esemplare databile con sicurezza di un’arma da fuoco in metallo  risale al 1298 ed è stato trovato nelle rovine di Xanadu, ma altri reperti potrebbero essere anteriori di alcuni decenni (p. 53). Alla metà del Trecento, i Ming usavano regolarmente armi da fuoco di questo tipo, relativamente piccole e concepite solo per l’uso contro la fanteria.
 
In parallelo, però, negli anni Venti del Trecento, le armi da fuoco erano già arrivate in Europa, in forme inizialmente simili a quelle cinesi. La rapidità di questa diffusione, molto superiore a quella di tecnologie come la bussola o la carta, colpisce, così come colpisce il fatto che le altre civiltà asiatiche non vedessero niente di simile. La situazione è sorprendentemente simile a quella della stampa, centocinquant’anni più tardi, e in entrambi i casi rimane la vaga possibilità che quelle europee siano state invenzioni del tutto indipendenti: ma su questi argomenti fa ancora testo Paper and printing di Tsien Tsuen-Hsuin

Comunque, non è chiarissimo che aspetto avessero le prime armi da fuoco europee: i primi esemplari conservati risalgono a fine Trecento, le descrizioni a parole (come quella di Petrarca citata da Andrade) sono confuse e i disegni pochi. Apparentemente, erano attrezzi simili a quelli cinesi:  “cannoncini” di piccole dimensioni, simili a pentole robuste, oppure armi collocate su pali e simili alle “lance di fuoco”.
 
In Europa però a questo punto ci fu un’evoluzione rapida, che portò alla nascita di armi di grandi dimensioni: una vera artiglieria, molto diversa da tutto ciò che era stato creato in Cina. A stimolare la trasformazione, secondo Andrade, fu un fattore esterno. Le città e le fortezze cinesi avevano mura di terra, robustissime, e a nessuna persona ragionevole poteva venire in mente di sviluppare armi da fuoco capaci di abbatterle. In Europa però le mura erano sottili… come quelle che a Pisa devo attraversare ogni giorno per andare in Dipartimento. Ciò rendeva concepibile sviluppare armi in grado di abbattere le mura, oltre che uccidere gli esseri umani, e nella ricostruzione di Andrade ciò è appunto quanto accadde a fine Trecento nel ducato di Borgogna (p. 88). Lo sviluppo successivo fu rapido: attorno al 1480 i grossi cannoni europei – e turchi – avevano già preso l’aspetto che conservarono fino all’Ottocento: armi con canne molto lunghe rispetto al diametro della bocca, che sparavano proiettili in ferro (p. 105).
 
Questi cannoni “classici” (p. 106) si rivelarono efficienti nel fare a pezzi non solo le vecchie fortezze (come in Italia mostrò bene l’arrivo di Enrico VIII) ma anche, imbarcati dai portoghesi, le navi nemiche. I cinesi, nel frattempo, non avevano sviluppato nulla di simile. Per questa divergenza, in aggiunta alla diversa natura delle difese, Andrade propone una spiegazione semplice. La seconda metà del Quattrocento era stata infatti un periodo relativamente pacifico per la Cina (e, aggiungo, per l’Italia), ma non per l’Europa settentrionale. Lì i conflitti avevano dato la spinta giusta al momento giusto.
 
I frutti della divergenza divennero valutabili nel più concreto dei modi nel giro di pochi decenni: nel 1511 gli europei, e più precisamente i portoghesi, arrivarono per la prima volta in Cina via mare, portandosi dietro appunto i cannoni “classici”. L’accoglienza cinese fu assai più interessata di quanto oggi tipicamente si ritiene: i cannoni europei furono subito individuati come una novità di rilievo, degna di imitazione. Nel 1521, grazie alla propria artiglieria, una piccola flotta portoghese ottenne un’insperata vittoria su una più numerosa flotta cinese nell’estuario del Fiume delle Perle. Già nel 1522, però, i cinesi ottennero una rivincita, anche grazie alle proprie armi da fuoco rapidamente migliorate (pp. 124-131).
 
Questi episodi introducono la terza parte del libro, An Age of Parity. Il titolo stesso fa capire che Andrade condivide un’idea presentata da diversi storici contemporanei, tra cui il Pomeranz di cui parlavo giusto dieci anni fa. In sostanza, la superiorità europea di questo periodo sarebbe un’illusione ottica creata dal senno di poi: fino al Settecento, le grandi società dell’Asia si misuravano alla pari con gli europei. E, avendo letto negli ultimi anni un bel po’ di relazioni di viaggio del periodo, anch’io mi sento propenso a concordare.
 
In ogni caso, i  luoghi comuni sul disinteresse dello stato cinese per gli sviluppi tecnologici sembrano, appunto, solo luoghi comuni. L’uso delle fonti cinesi, e in particolare delle storie Ming, mostra che i primi scontri armati produssero un vivo interesse dei letterati verso le novità occidentali. Un alto funzionario confuciano, Wang Hong, per esempio, propose immediatamente di usare i cannoni di modello portoghese per difendere la Grande Muraglia (p. 136). In poco tempo, “The Frankish cannon was, in effect, nativized to China, and (…) the term folangji, or ‘Frankish cannon,’ remained in use, a testament to Confucian bureucrats’ willingness to adopt foreign technologies” (p. 143).
 
A questo punto inizia uno dei blocchi più consistenti del libro, in cui l’autore lascia da parte l’artiglieria e si dedica alle armi da fuoco individuali. Il capitolo 11 spiega il modo in cui, in fanteria, le armi da fuoco divennero particolarmente efficienti quando fu trovato il modo per impiegarle nel “fuoco di fila”. In altri termini, quando i soldati, invece di sparare tutti assieme con le armi individuali e poi passare un tempo lunghissimo a ricaricare, venivano divisi in file che si davano il cambio, con un gruppo che sparava mentre altri gruppi ricaricavano. Questo evitava lunghe pause nel fuoco e permetteva quindi di tenere a distanza i nemici. In Europa, la tecnica venne apparentemente sviluppata nel corso del Cinquecento e nel corso della guerra dei Trent’anni contribuì alla fine del predominio dei tercios spagnoli di cui ho parlato il mese scorso; ma in Cina era stata sviluppata già prima della diffusione delle armi da fuoco, per il tiro con balestre, e fu facile adattare il modello all’uso del moschetto moderno.



Il fuoco di fila dei moschettieri Ming, di Yprpyqp - Opera propria, dal manuale di Bi Maokang, 1639, CC BY-SA 4.0, 
 
In ogni caso, nel Seicento cinesi, giapponesi e coreani adottarono entusiasticamente prima l’archibugio e poi il moschetto di tipo europeo (il Giappone poi proibì le armi da fuoco nella lunga pace dei Tokugawa). Per tutto il Seicento, questo produsse una parità militare con gli occidentali, che potevano contare su due soli vantaggi tecnologici privi di equivalenti asiatici: le navi da guerra (capitolo 14) e le fortezze di tipo italiano (capitolo 15), quasi impossibili da attaccare per un nemico impreparato. Gli scontri potevano quindi finire in un modo o nell’altro: se i cinesi si dimostrarono incapaci di tener i russi lontani dai propri confini, riuscirono però a riprendere Taiwan agli olandesi nel 1662.
 
La parità venne poi persa, gradualmente, nel Settecento. Per quale ragione? Secondo Andrade, di nuovo la più semplice: mentre gli europei continuarono a combattere tra di loro per tutto il secolo, in Cina e in Giappone ci furono lunghissimi periodi di pace. In particolare, durante la lunga pace dei Qing, tra il 1760 e il 1839, gli eserciti cinesi persero per mancanza di allenamento e motivazione quasi tutta la loro capacità bellica: gli esercizi rimanevano puramente formali e le spade arrugginivano nei foderi. Durante la Prima guerra dell’oppio il dislivello divenne quindi evidente in tutta la sua drammaticità: questo è il tema della quarta parte del libro, The Great Military Divergence (che ricollega la questione militare a quella della “grande divergenza” in generale).
 
Cosa interessante, Andrade attribuisce buona parte della divergenza, già nel Settecento, non solo allo sviluppo sociale e tecnologico ma anche a quello scientifico. In connessione con tutto il resto, certo… ma vale la pena citare qui le conclusioni dell’autore:
 
I came to believe during the writing of this book that one extra-military factor in particular played a vital role in the Great Military Divergence. I used to teach, in my lectures in Chinese history, that arguments about a lack of Chinese science in the Ming and Qing period were overwrought, that indigenous discourses such as the kaozheng school of evidentiary research were analogous to Western science, and that people have been too quick to discount the many writings on nature within the sea of Chinese thought. Certainly there’s still a tendency to underrate the dynamism of intellectual life in Late Imperial China, but today I find myself agreeing with China specialist Mark Elvin, who writes of his own conversion to the view that “something dramatic” was happening in Europe in the seventeenth century (p. 303).
 
Qui non posso che concordare anch’io, forse anche per amor di patria: la scienza galileiana non aveva semplicemente equivalenti nel mondo! E dal punto di vista pratico, leggiucchiando in giro, diventa evidente quanto i miglioramenti graduali ma sistematici nelle tecniche delle armi da fuoco e nel modo di adoperarle si accumularono in questo periodo, anche se visivamente l’aspetto esterno delle armi cambiò poco. Il pendolo balistico inventato nella prima metà del Settecento da Benjamin Robins permise per la prima volta di calcolare con precisione la velocità dei proiettili d’artiglieria e di individuare il ruolo della resistenza dell’aria, portando alla realizzazione di armi molto più pratiche e precise. Da metà Settecento, innovazioni razionali come le carronate diedero il via a una rincorsa alle prestazioni che oggi può risultare invisibile a chi oggi vede nei cortili dei musei pezzi apparentemente tutti simili gli uni agli altri. Pur cambiando poco all’esterno, i cannoni divennero più maneggevoli, si misero a sparare con più efficienza e si fecero molto più micidiali. Nelle parole di Andrade:
 
The British artillerists who fought in the Opium War were able to use ballistics models that took into account the expansion of gas in the gunpowder reaction, the loss of pressure due to the leaking of gas through touchholes and past projectiles, and the effects of wind resistance. The Qing gunners had no such resources (p. 251).
 
Questo significava, in pratica, che i britannici potevano affondare navi, demolire forti e sterminare la fanteria nemica da lontano e in tutta calma. A Ningbo, un centinaio di inglesi riuscì a respingere un attacco di migliaia di soldati Qing, sterminandoli.

Lo shock della Prima guerra dell’oppio portò, beninteso, a un notevole investimento cinese nell’acquisizione dei sistemi europei: cannoni, navi a vapore, nuove tecniche di addestramento. Alla fine dell’Ottocento, la Cina si era da molti punti di vista più “occidentalizzata” del Giappone. Ma le circostanze erano critiche: dalla prima alla seconda guerra dell’oppio, dalla ribellione dei Tai Ping fino a quella dei Boxer, la storia cinese fu una catena di catastrofi ben oltre l’uscita di scena della polvere da sparo come arma da guerra, sostituita da prodotti più efficienti. 

Testo e immagini

 
Il libro di Andrade include molte immagini al servizio del testo: fotografie, ma anche miniature e disegni d’epoca, europei e cinesi. L’importanza di queste immagini per la chiarezza dell’esposizione è evidente. Le illustrazioni delle pagine 80 e 81, per esempio, mostrano rispettivamente una foto del trecentesco cannone di Loshult e una miniatura quattrocentesca di un’arma da fuoco europea simile alle “lance di fuoco”. Queste riproduzioni fanno capire con assoluta chiarezza quanto le armi da fuoco europee del Medioevo fossero diverse da quelle dei periodi successivi, e dall’immaginario comune. Descrivere le stesse differenze a parole, con la stessa incisività, è davvero difficile!
 
Inoltre, le immagini stesse sono fonti primarie. Per esempio, parlando del “fuoco di fila”, le semplici testimonianze scritte d’epoca rendono in diverse occasioni impossibile capire se ciò di cui si parla era un vero “fuoco di fila” o no. Viceversa, lo schema di movimento fornito in una lettera di Gugliemo di Nassau a suo cugino Maurizio nel 1594 presenta con chiarezza la tecnica sperimentale descritta nel testo, permettendo di capire che si tratta di un vero “fuoco di fila”. Le immagini che descrivono il comportamento dei balestrieri e moschettieri Ming nel Jun qi tu shuo di Bi Maokang sono altrettanto importanti nel mostrare che la tecnica descritta era un vero “fuoco di fila”. E così via.
 
Chi poi è interessato ad approfondire questo specifico problema dal punto di vista tecnico può farlo per esempio sulla voce di Wikipedia in lingua inglese dedicata al fuoco di fila, che si basa quasi per intero appunto su questo libro, riproducendo molte delle immagini chiave (su Wikipedia in lingua italiana non esiste nemmeno una voce dedicata al “fuoco di fila”, e in generale tutte le voci su argomenti simili sono di scarsa qualità).

Il messaggio finale

 
In sintesi, mi sono sentito in estrema sintonia con l’impostazione di questo libro. Il senno di poi inganna. Le grandi generalizzazioni ingannano. Le storie che tutti conoscono non sempre sono quelle corrette. E dettagli in apparenza secondari possono cambiare completamente l’utilità di una tecnologia o la situazione sociale.
 
Il senno di poi inganna soprattutto nel Seicento: un’epoca in cui il mondo era già connesso, ma in modo parziale e senza centri di dominio assoluto. Questo è ciò che rende il periodo particolarmente interessante oggi… e, come spero di mostrare nel prossimo futuro, è qualcosa di cui si deve tener conto anche parlando delle lingue in generale, e della lingua italiana in particolare.
 
Tonio Andrade, The Gunpowder Age. China, Military Innovation, and the Rise of the West in World History, Princeton, Princeton University Press, 2016, ISBN 978-0-691-13597-7, pp. ix + 432. Letto nella copia della Biblioteca di Economia dell’Università di Pisa.
 

martedì 19 maggio 2020

Pieranni, Red mirror


 
Copertina di: Simone Pieranni, Red mirror
Il 14 maggio è uscito il nuovo libro di Simone Pieranni, Red mirror. Non ho resistito e nel fine settimana l’ho comprato (su Kindle) e l’ho letto al volo.
 
Ragioni di interesse: Pieranni, che ha vissuto a lungo in Cina e adesso scrive di esteri per “il Manifesto”, è uno dei più attenti osservatori italiani della realtà cinese (e asiatica). Il suo lavoro si basa su una conoscenza di prima mano e su una prospettiva ampia che va molto al di là degli stereotipi così diffusi nel giornalismo nostrano.
 
Red mirror, poi, compare al momento giusto. Il sottotitolo del libro è: “il nostro futuro si scrive in Cina”. Fino a pochi mesi fa questa espressione poteva far venire in mente soprattutto questioni economiche e politiche; adesso è entrata in gioco la biologia. E nel libro, in effetti, l’ultima sezione (5.5) è dedicata a La prima emergenza sanitaria globale nell’era dell’intelligenza artificiale cinese. Le informazioni fornite lì si fermano però alla fine di gennaio, quindi prima che l’epidemia diventasse pandemia e colpisse duramente l’Italia, dando una percezione nuova del rapporto del mondo con la Cina.
 
Anche nella prospettiva pre-Covid, però, le descrizioni di Pieranni sono interessantissime. Quello che raccontano è un universo in cui lo sviluppo delle tecnologie informatiche sta influenzano in profondità la vita sociale in Cina – molto più di quanto succedesse ai tempi del mio soggiorno, nell’ormai remoto 2012.
 
Particolarmente interessante è il modo in cui quell’universo è indipendente dalla tecnologia occidentale. A me piace molto pensare a modi diversi di fare le cose, e interessa quindi molto la storia di un mondo in cui l’interazione online si è sviluppata soprattutto attraverso un’app, Weixin (微信) nota all’estero come WeChat, e raccontata in dettaglio in alcune pagine vivide del primo capitolo; mondo in cui, viceversa, realtà familiari come Google, Facebook o Wikipedia hanno un peso marginale. Ma più in generale, mi interessa molto vedere il modello di una società che da un lato si fa denudare e razionalizzare dal controllo elettronico, e al tempo stesso resta molto corrotta e affidata a reti informali (cap. 5). In un confronto con l’Occidente, si trovano inaspettate divergenze e anche inaspettate convergenze.
 
In effetti, va ricordato che nemmeno quello cinese è un modello puro di tecnocrazia, riconducibile a una formula semplice. La realtà è complicata, e Pieranni racconta bene molte sfaccettature della Cina di oggi. Il libro risente un po’ del suo taglio giornalistico, da somma di pezzi brevi più che da ricerca unitaria, ma resta una testimonianza importante proprio per questa percezione della complessità delle cose.
 
Su questo va anche detto che, rispetto all’autore, mi trovo un po’ scettico sulla centralità di molte delle tecnologie descritte, che vedono la Cina in posizione di punta. Non c’è dubbio che il riconoscimento facciale onnipervasivo – oggi improponibile in Occidente! – possa avere effetti sociali immensi senza bisogno di altri sviluppi tecnologici, o che lo sviluppo di veicoli a guida autonoma (su cui la Cina viceversa sta investendo poco) possa rivoluzionare il settore dei trasporti. Tuttavia, mi sembra molto dubbio che alcune delle tecnologie di cui si parla molto nel libro, dal 5G alla crittografia quantistica, possano essere così centrali. Distinguere bene tra sostanza e dettaglio, al di là della retorica cinese, sembra molto importante.
 
Nel contrasto dell’attuale pandemia, per esempio, è importante notare che tecnologie celebrate sono state cospicuamente assenti: i famosi “Big Data” hanno dato un contributo poco diverso dallo zero (se c’è qualche settore importante in cui si sono rivelati utili, sarei curioso di sapere qual è). Quelle che hanno funzionato, al di là delle retoriche, sembrano combinazioni di soluzioni tecniche e organizzative diverse da paese a paese. Sarà quindi bene riflettere sul fatto che alcune tecnologie di moda, per quanto importanti e promettenti, sono circondate da un fitto strato di fumo. Io sono forse di parte, ma mi sembra che in tutta Europa la capacità – o l’incapacità – di comunicare chiaramente con il pubblico durante questa crisi sia stata assai più importante di qualunque app o analisi di “Big Data”. Cosa di cui sarà bene tenere conto ogni volta che si decide su come assegnare risorse allo studio e all’insegnamento, o in generale al futuro.
 
Simone Pieranni, Red Mirror: il nostro futuro si scrive in Cina, Bari-Roma, Laterza, 2020, edizione Kindle, € 9,99, ISBN 978-88-85814204-2.
 

martedì 7 ottobre 2014

Tavosanis, Transmongolica


Tavosanis, Transmongolica
Giusto due anni fa sono partito per un lungo viaggio in treno… Pisa – Hong Kong, sola andata (poi sono rientrato, d’accordo, ma il viaggio di ritorno l’ho fatto, più banalmente, in aereo!). Il pezzo più lungo è strato quello sul tracciato della Transiberiana, deviando sulla Transmongolica dopo Ulan-Ude. Soste a Mosca, Ulaanbaatar e Pechino; traversata del deserto del Gobi mentre nella carrozza ristorante del treno mongolo impazzavano le canzoni di Al Bano. Eccetera.
 
Nei mesi successivi, poi, partendo da Hong Kong ho fatto anche un lungo giro per la Cina. Sempre in treno, naturalmente. Con soste a Guangzhou (cioè Canton), Pechino, Xi’an e Shanghai. Entrambe le esperienze mi hanno insegnato molto e al tempo stesso sono state una grande fonte di soddisfazioni.
 
Su questo blog ho raccontato in tempo quasi reale diversi pezzi del viaggio, a partire dalla mia visita al Museo dei Cosmonauti di Mosca. Durante le ultime vacanze di fine anno, però, ho rimesso insieme i vari appunti, li ho integrati parecchio e li ho messi in forma di libro… un po’ anche per tenermi in esercizio con le tecniche mostrate qualche anno fa nel manuale Editoria digitale. Ho quindi impaginato il testo su carta e mi sono stampato qualche copia da regalare ad amici e parenti. Esercizio costosetto, visto che assieme al testo ho inserito un discreto numero di foto e ho stampato tutto a colori! Ma ne ho approfittato anche per preparare, ovviamente, un e-book e metterlo in vendita su Amazon.
 
A questo punto, però, sommerso dal lavoro, della versione su Amazon mi sono semplicemente dimenticato. La sua esistenza mi è ritornata in mente qualche giorno fa, quando mi sono arrivati da Amazon due assegni con i pagamenti dei diritti maturati nel frattempo –così ho scoperto che in totale il libro, in aprile, ha venduto ben quattro copie. Non me lo sarei aspettato, in assenza totale di promozione… ma ora, gli € 8 e spiccioli guadagnati in questo modo mi fanno balenare davanti un futuro di scrittore di successo, tra gloria e ricchezze.
 
Beh, forse.
 
Comunque, ho approfittato dell’ondata emotiva per risistemare il testo, fare qualche miglioramento e aggiungere e ottimizzare foto. Queste ultime, ovviamente, non rendono molto su Kindle. Ma perlomeno sono leggibili, anche se per vederle a colori occorre usare un tablet o il lettore cloud di Amazon. Sono, temo, i limiti di una tecnologia agli esordi.
 
La nuova versione del libro è da oggi in vendita su Amazon al prezzo di € 3,77 (ASIN: B00IGCUBRG). Prometto che, quando raggiungerà le diecimila copie vendute, pubblicherò la notizia anche qui sopra. Però sospetto che ci vorrà, come dire, un po’ di tempo per arrivare al traguardo. Nell’attesa, potrei quindi dedicarmi a raccontare i miei viaggi in treno a Giava o in India. Una promessa oppure una minaccia?
 

venerdì 24 gennaio 2014

Magnus, I briganti!

 
 
Magnus, I briganti
È uscita da qualche settimana, ma io ne ho ricevuto una copia solo adesso: la nuova edizione de I briganti di Magnus! Pubblicata da Rizzoli Lizard (Milano, 2013, pp. 334, ISBN 978-88-17-06967-0, € 24), a cura di Fabio Gadducci – che ha già curato per la stessa collana diversi altri volumi di Magnus – e mia.
 
Forse è superfluo dirlo, ma non si sa mai: sono entusiasta di aver contribuito a una nuova edizione di uno dei capolavori del fumetto italiano. Il lavoro è stato pubblicato a frammenti da Magnus tra il 1978 e il 1993 e consiste in una personalissima riambientazione fantascientifica de I briganti, cioè lo 水浒传 (“ai margini dell’acqua”), un classico della letteratura cinese medievale. Il risultato è assolutamente originale e, appunto, a parer mio uno dei massimi vertici del fumetto italiano (che del resto secondo me dà il meglio quando ricicla e riadatta miti generati altrove, ma questo sarebbe un lungo discorso).
 
La morte prematura nel 1996 impedì a Magnus di completare il lavoro, che seguiva molto da vicino l’unica traduzione italiana del romanzo, pubblicata da Einaudi nel 1956. I briganti ha quindi anche il fascino dell’incompiuto. I due contributi miei che compaiono in questa edizione sono appunto dedicati a dare un po’ di contesto alla storia, che si interrompe in modo molto brusco.
 
Il primo contributo, Come sarebbe finita (pp. 261-264), prova a ricostruire il modo in cui il lavoro di Magnus sarebbe andato avanti secondo il modello dell’edizione Einaudi. Tentativo di ricostruzione già fatto da altri in passato, basandosi non solo sull’edizione Einaudi ma anche sugli appunti che Magnus aveva preso sulla sua copia (rimasta il suo costante punto di riferimento). In questo caso, però, il ritrovamento di un foglio di appunti preparato da Magnus e contenente un indice completo della versione a fumetti permette di avere un’idea molto più precisa del piano dell’opera.
 
Il mio secondo contributo, La storia dei Briganti (pp. 265-270), parla invece del romanzo cinese originale (che ho letto nella traduzione inglese in 5 volumi a opera di John e Alex Dent-Young) e del suo rapporto con l’edizione Einaudi, che ne deforma il carattere a diversi livelli. Basti pensare che la traduzione, a suo tempo, non venne condotta direttamente dal cinese ma da una versione condensata del libro pubblicata in tedesco nel 1934…
 
Il confronto mette bene in luce, secondo me, alcune caratteristiche del romanzo e della lettura che ne ha fatto Magnus. Su quest’ultimo punto, poi, ho potuto studiare direttamente un quaderno di bozze dell’autore, che include un po’ di osservazioni ironiche e qualche ritaglio di giornale. Pochi indizi, ma spunti importanti per capire il modo in cui il lavoro aveva preso forma. In particolare per il rapporto curioso, e un po’ ambivalente, di Magnus con la figura di Mao e con la situazione politica cinese. Come si vede anche da questa pagina del quaderno di bozze, riprodotta nel libro a p. 270, con una fotografia di Mao ripresa da un giornale:


Ma, a parte questo, quel che conta nel libro è la storia in sé. C’è chi la ama e chi no. Io do il mio consiglio: se non l’avete ancora fatto, leggetela!
 

martedì 11 dicembre 2012

Ritorno a Pechino


Nel viaggio della scorsa settimana, la prima tappa è stata Guangzhou. Cioè la vecchia Canton, dove speravo di fare un giro in centro e vedere magari gli scavi del mausoleo del regno di Yue… e invece mi sono ritrovato a girellare tutto il tempo sull’isola di Shamian, ex sede delle concessioni francesi e inglesi. In pratica, un pezzetto di Lungosenna parigino trapiantato sul Fiume delle Perle e pieno di cosplayer (!) e di turisti cinesi che si fotografano davanti a una vera folla di statue moderne che rappresentano vari momenti di storia della città. Per esempio, un gruppo famoso mostra l’evoluzione della donna cinese, culminante negli hot pants e nell’uso del cellulare, ma anche questa non è male…
 
Statua a Shamian

E poi notte, per una volta tanto da solo, in uno scompartimento di lusso. O che perlomeno doveva essere di lusso verso il 1984, e probabilmente trasportava notabili di partito ai congressi… Io ci faccio una splendida dormita, ma il giorno dopo la Cina del nord, fuori dai finestrini, è tutta una parete grigia. Nebbia, nuvole basse, alberi spogli, case dello stesso grigio di cui è fatto il cielo. Ogni tanto c’è una chiazza di arancione: cachi. Oppure una chiazza di rosso: caratteri cinesi sui muri.
 
Il giorno dopo, in compenso, Pechino è avvolta dal gelo ma il sole è smagliante. Ne approfitto per andare, subito prima di un appuntamento di lavoro, a visitare il Tempio del Cielo. Il vento gelido dopo un po’ mi blocca le dita, e non riesco nemmeno più a scattare foto… tempo di trovarsi dei guanti! E di rimettere la sciarpa! Hong Kong è molto lontana, decisamente.
 
Al Tempio del Cielo, al riparo dal vento

Ma l’esperienza culturale più interessante viene il giorno dopo, a fine pomeriggio: quando vado a visitare il Tempio di Confucio. All’interno, subito dopo l’ingresso, sono conservate le lapidi che riportano i nomi dei vincitori degli esami imperiali per l’amministrazione. Migliaia e migliaia, a testimoniare una buona fetta di un meccanismo che, nato quando i barbari avevano appena abbattuto l'Impero Romano, funzionò regolarmente fino al 1904:
Iscrizioni con i nomi dei vincitori degli esami imperiali
 
Al confronto, tutti i nostri test d’ingresso e gli italianissimi “concorsi” sono gli ultimi arrivati. Anzi, il sistema europeo, che in buona parte ha preso forma solo dopo la Rivoluzione Francese, è probabilmente stato plasmato a imitazione del sistema di esami cinese, che come minimo viene spesso citato dai riformatori. Ma su questo sarebbe utile un approfondimento!

D’altra parte, il museo di storia di Hong Kong ha fatto pochi mesi fa un’esposizione sul tema, e ha anche lasciato in linea una mostra virtuale. Ma, ahimè, essendo quest’ultima impostata su “ambienti virtuali” da navigare in 3D, è in pratica inutilizzabile e illeggibile...
 

lunedì 10 dicembre 2012

Fuori dalla censura


Ieri pomeriggio sono ritornato a Hong Kong dal mio viaggio cinese. Splendida esperienza, fatta ovviamente tutta in treno: Canton, Pechino, Xi’an, Shanghai. Però…
 
... però la prima cosa che ho fatto al rientro è stata ricollegarmi con il mondo. Stare in Cina vuol dire vivere in un mondo drasticamente limitato dalla censura su Internet. Niente Facebook. Niente accesso a questo blog (i blog sono evidentemente pericolosi...). Accesso limitatissimo a Google: mi è toccato usare Bing come motore di ricerca, e non aggiungo altro. Ah, e niente accesso al mio amato New York Times, perché qualche settimana fa ha pubblicato un servizio sugli affari della famiglia di Wen Jiabao, e da allora è bloccato.
 
Sì, sono disponibili alcuni sistemi per aggirare quello che in inglese, con un giochino di parole, si chiama il Great Firewall of China. Però ci vuole, a quel che ho visto, tempo e pazienza – e non ho avuto la preveggenza di pensarci prima. E poi non funzionano sempre…
 
Bene, adesso sono di nuovo nella libera Hong Kong. D’accordo, anche qui c’è qualche rigirìo sospetto in più, rispetto all’Italia, e i filtri bloccano per esempio diversi siti porno e assimilabili, ma non sfiorano certo i miei strumenti normali di lavoro, informazione e comunicazione. E per prima cosa, al rientro mi sono quindi fatto una bella girata generale di aggiornamento. Un po’ scottato da questa esperienza di censura: certo, nulla che non sia ben noto, ma un conto è sentirne parlare, un conto provarla direttamente sulla pelle.
 

lunedì 1 ottobre 2012

Da Pechino a Hong Kong

 
Il paesaggio che si vede arrivando a Pechino dalla Mongolia è spettacolare. Per buona parte della mattinata, il treno è passato attraverso montagne, torrenti e dighe (oltre a una discreta quantità di città industriali). In teoria da alcuni punti del lungo percorso si dovrebbe vedere anche la Grande muraglia, ma fin da subito ho fatto la conoscenza con la foschia cinese, che apparentemente si ritrova ovunque uguale.
 
 
Il paesaggio che si vede partendo da Pechino verso il sud è, viceversa, terribilmente monotono. Grandi città, tutte simili una all’altra; pianura piatta; campi di mais.
 
Devo dire poi che io sono partito già maldisposto. Un po’ per non aver trovato posto sui treni per Shanghai e Xi’an; e un po’ per la noia di dover essere in stazione novanta minuti prima della partenza, per i controlli doganali – il treno T 97 che ho preso in pratica non fa fermate, e quindi il passaporto di chi è diretto a Hong Kong viene controllato direttamente a Pechino, assieme ai bagagli.
 
Perfino con i compagni di scompartimento, poteva andarmi meglio: un distinto cinese di Hong Kong sulla mezza età, anche simpatico, ma con un inglese un po’ limitato e che ha passato buona parte del viaggio a guardarsi sul computer telefilm d’azione in cantonese; e, nei letti al piano terra, due ragazzine danesi (credo) che hanno passato il tempo a dormire e a leggere una guida della Thailandia. Per risparmiare due soldi, avevo prenotato infatti uno dei letti in alto, che in Cina costano un po’ meno rispetto ai più comodi posti in basso. Risultato: mi sono trovato per buona parte del viaggio confinato al piano di sopra.
 
A infastidirmi ulteriormente è stata l’impossibilità di trovare piatti senza carne nella carrozza ristorante. Anzi, quando ci sono stato, ho ordinato un piatto di “fried f...s” (le lettere centrali sul menu in inglese erano illeggibili), basandomi sulla foto di accompagnamento:


Risultato: mi sono ritrovato davanti un piatto di rane fritte, con accompagnamento di sedani. Per un po’ ci ho anche provato, ma quel mix di minuscoli ossicini e spine dorsali tritate non è proprio il mio genere.
 

La mattina dopo, in compenso, mi è passato il malumore. Il risveglio ha mostrato già il paesaggio della Cina del sud: risaie, montagne, laghi...


Una decente colazione mi ha un po’ riconciliato con le ferrovie cinesi, oltre che con la Cina.
 
E alla fine, a ora di pranzo sono arrivato a Hong Kong. Visto che il mio alloggio non era ancora disponibile, sono andato a rintanarmi in un’economica guesthouse di Nathan Road (di quelle catalogate tra “folklore locale” e “trappole in caso di incendio”, e ho passato pomeriggio e sera a riallinearmi con la posta con la connessione wifi, finalmente funzionante in pieno e senza blocchi da censura, o da albergo di lusso.


Tempo totale di viaggio: due settimane esatte, inclusi cinque pernottamenti “a terra” anziché in treno. La Cina è più vicina di quanto si pensa, e il mondo più piccolo: magari la prossima volta varrebbe la pena di provare a piedi, o in bicicletta...?
 

venerdì 28 settembre 2012

Pechino

 
Pechino si presenta come una città imperiale. Il centro è fatto di immense architetture moderne, sovietiche o commerciali... e lascia la curiosa sensazione che la scala gigante sia già diventata stretta. Davanti a piazza Tien An Men, Quian Men Dajie è un viale con sei corsie in una direzione e sei nell’altra, ma l’ordinatissimo traffico (= tale sembra a chi viene da Ulaanbaatar) riempie tutto senza problemi, sotto una foschia continua.

  
Per l’alloggio mi è andata bene. La prenotazione alberghiera l’avevo fatta in fretta e furia a luglio, quando mi sono accorto che per il visto cinese era necessario dimostrare di avere un alloggio già prenotato. Mi sono fidato di Booking.com e mi sono ritrovato, a prezzo ragionevole, in un albergo sorprendentemente d’alto profilo a dieci minuti a piedi dall’ingresso della Città proibita. Questo si è rivelato un fattore chiave: dimensioni e distanze della città sono tali che ho dovuto ridimensionare tutte le aspettative di visita (“La mattina vedo la Città proibita, il pomeriggio faccio un salto al Tempio del Cielo...”; no, non funziona così). Comunque, il primo giorno sono arrivato giusto in tempo per la cerimonia dell’ammainabandiera in piazza e per vedere la zona di notte - spettacolare. Qui sotto, il Grande Timoniere, la maglietta di Arezzo Wave e io:



Un giorno intero poi è andato nella visita della Città proibita, che si è rivelata più interessante di quello che pensavo. Alcune architetture sono su vasta scala, altre sono decisamente più umane:
 


Il giorno successivo è andato nella visita alla Grande muraglia nella sua zona più restaurata e turistica, Badaling. Ho comunque camminato lì per diverse ore, un po’ tra la folla e un po’ quasi da solo. Anche qui, il panorama è spettacolare:
 
 
Impressioni? Una sera sono andato assieme a Claudio Poeta, addetto all’IIC di Pechino, a cenare e passeggiare attorno alla stazione della metropolitana di Tuanjiehu. La movida locale era ricca e assolutamente globalizzata, tra caffè di lusso e Apple Store, in mezzo a una selva di grattacieli. Le zone più povere sicuramente ci sono, ma sono poco visibili, perfino dal treno (che di solito è impietoso, in questi casi).
 
Quel che è visibile è il controllo. Polizia dappertutto, in ranghi ordinati: e, più che altrove, a Tien An Men: dove si entra solo passando perquisizioni e controlli. Particolarmente inquietanti i gruppi inquadrati di poliziotti che marciano al passo... con altri ragazzi coetanei, senza divisa, che li seguono altrettanto al passo. Immagino siano agenti in borghese che terminano il turno – boh!

 
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