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martedì 3 ottobre 2017

I miei prossimi convegni

  
 
Napoli fuori dalle finestre del convegno SLI
Tra la fine di settembre e il mese di ottobre, per me, ci sono stati e ci saranno diversi impegni fuori sede.

 
La settimana scorsa sono stato a Napoli per il LI convegno della Società di Linguistica Italiana, dedicato a Le lingue extra-europee e l’italiano. Problemi didattici, socio-linguistici, culturali e caratterizzato anche da molte toccanti commemorazioni della figura di Tullio De Mauro.  Il mio intervento, realizzato insieme a Tanya Roy, illustrava il modo in cui viene usato Il focalizzatore anche nei testi scritti di studenti con lingue indoarie come L1… e naturalmente includeva anche qualche risultato delle mie esperienze di didattica in India.
 
La prossima settimana sarò a Siena per il Convegno ASLI Scuola Scrivere nella scuola oggi. Obiettivi, metodi, esperienze. Lì, sabato 14, nella sessione che va dalle 11:30 alle 13, terrò un intervento dedicato a Scrivere su Wikipedia dall’Università alla scuola.
 
Dal 18 al 20 ottobre sarò invece a Bruxelles per il convegno L’italiano che parliamo e scriviamo, organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura. Il mio intervento si terrà giovedì 19 alle 16 e avrà il titolo Dai computer come strumenti di comunicazione ai computer che parlano e scrivono: cambiamenti e stabilità nell’italiano.
 
A Napoli le cose sono andate benissimo, anche grazie all’ottima organizzazione del convegno. Soprattutto, mi sono divertito un sacco e ho imparato un sacco di cose… confido che succeda lo stesso anche con i prossimi convegni.
 

giovedì 21 settembre 2017

Tavosanis, Libraries, Linguistics and Artificial Intelligence

  
 
Da pochi giorni è uscito un mio nuovo articolo sugli intrecci tra informatica e linguistica. L’articolo si intitola Libraries, Linguistics and Artificial Intelligence: J. C. R. Licklider and the Libraries of the Future ed è stato pubblicato dalla rivista JLIS.it, Italian Journal of Library, Archives, and Information Science
 
La base non troppo remota di questo articolo è un intervento che ho tenuto a Parigi nel 2013 a proposito dei pionieristici lavori di Licklider. La base più remota è una serie di riflessioni mie (in parte presentate anche su questo blog) sui vantaggi e sui limiti delle interfacce grafiche per i sistemi informatici. Licklider è stato, in particolare negli anni Sessanta, una delle persone che hanno contribuito di più a creare i moderni sistemi di interazione con i computer… però, prima di incoraggiare il modello poi vincente, aveva fatto numerose sperimentazioni.
 
Il modello vincente ha poi nascosto molte alternative. Tornando indietro nel tempo, quindi, le idee più vecchie di Licklider sono molto interessanti da studiare, per vedere in che modo avrebbero potuto andare le cose. Nel mio articolo mi concentro in particolare su un fondamentale rapporto tecnico di Licklider, pubblicato in volume nel 1965: Libraries of the Future. L’interazione prospettata lì era ancora basata sul sogno di poter elaborare facilmente il linguaggio naturale; nel giro di pochi anni, il sogno si sarebbe scontrato con la realtà – ma adesso che la tecnologia si è evoluta, secondo me vale la pena tornare un po’ indietro e trovare qualche spunto interessante.
 
Mirko Tavosanis, Libraries, Linguistics and Artificial Intelligence: J. C. R. Licklider and the Libraries of the Future, JLIS.it, settembre 2017, v. 8, n. 3, pp. 137-147, ISSN 2038-1026, doi:http://dx.doi.org/10.4403/jlis.it-12271.
 

venerdì 11 gennaio 2013

Linguistica su Wikipedia: diamo i numeri

 
Dicevo qualche giorno fa che non è facile capire quanto siano lette le pagine di Wikipedia con informazioni dedicate ad argomenti linguistici. Adesso però ho trovato un sito che fornisce (credo) una parte della risposta.
 
Il sito è linkato da una pagina di Statistiche di Wikipedia in lingua italiana, ma le informazioni sulla sua attività sono molto ridotte. Come fonte dei dati viene dichiarato un sito di Wikimedia, mentre, se capisco bene, una pagina presenta le 1000 voci di Wikipedia in lingua italiana più visitate nel dicembre 2010 (sì, solo per quel mese).
 
La classifica disponibile sembra dominata da film, calciatori e serie televisive. La pagina più visitata risulta quella dedicata alla Banda della Magliana (con 427.630 visualizzazioni in un mese), il che è strano, anche se sospetto che nel dicembre 2010 ci sia stato in televisione qualcosa su questo argomento – ma in sostanza la lista sembra piuttosto plausibile.
 
Sulle 1000 prime voci, ce ne sono sei (non poche, tutto sommato) che secondo me possono rientrare a pieno titolo nell’area linguistica:
 
Alfabeto greco – numero 335 nella classifica (37.370 visualizzazioni)
 
Lingua italiana – numero 433 (33.034 visualizzazioni)
 
Alfabeto fonetico internazionale – numero 685 (26.370 visualizzazioni)
 
Grammatica italiana – numero 699 (26.223 visualizzazioni)
 
Dislessia – numero 813 (24.378 visualizzazioni)
 
Lingua inglese – numero 895 (23.104 visualizzazioni)
 
Dalla lista terrei fuori voci che in realtà hanno solo una parentela lontana con la linguistica, come Locuzioni latine – 182 (50662 visualizzazioni) o Terminologia di One Piece – 648 (27190).

Il sito offre anche, dalla home page, la possibilità di ricavare il numero di visualizzazioni delle singole voci in altri periodi, fino a oggi. Per le sei voci indicate sopra, per esempio, il totale delle visualizzazioni nel dicembre del 2012, ultimo mese completo, risulta questo:
 
Alfabeto greco: 36.142 visualizzazioni
 
Lingua italiana: 28.067 visualizzazioni
 
Alfabeto fonetico internazionale: 10.799 visualizzazioni
 
Grammatica italiana: 10.991 visualizzazioni
 
Dislessia: 28.320 visualizzazioni
 
Lingua inglese: 19.286 visualizzazioni
 
Il calo è notevole per tutte le voci (a parte Alfabeto greco, che rimane stabile, e Dislessia, che aumenta di molto), ma i numeri sono comunque elevati. Circa trentamila visualizzazioni al mese vogliono dire, per esempio, 360.000 visualizzazioni all’anno. Per cui, sì, ho il sospetto che oggi in Italia la singola fonte di informazioni linguistiche più importante sia proprio Wikipedia.
 

mercoledì 2 gennaio 2013

Un anno di Wikipedia?

 
Wikipedia-logo-v2-it
Cosa strana, da un po’ di tempo per me l’arrivo dell’anno nuovo coincide davvero con qualche cambiamento. Magari piccolo… l’anno scorso, per esempio, il lavoro mi ha sommerso fino al momento della mia partenza per Hong Kong. Mi sommergeva anche in precedenza, d’accordo; però dopo la fine del 2011 sono riuscito a occuparmi solo dei lavori principali e delle scadenze inevitabili. Ne ha risentito anche quel poco che facevo su Wikipedia – che ho continuato a usare, ma su cui hanno scritto alla fine solo i miei studenti, mentre io ho perso il contatto.
 
Bene, per partire con un 2013 all’insegna del rinnovamento posso anche ricominciare a fare qualche intervento. La cosa mi sembra anche utile perché Wikipedia italiana continua ad avere alti e bassi, e le voci che trattano di lingua e linguistica mi sembrano a volte tra le più discutibili, nonostante che anche quest’anno si siano visti gli sforzi di molti utenti di notevole competenza. Io uso spesso il sito, ma, come avrà notato chi legge queste pagine, nella realtà mi trovo spesso a linkare voci di Wikipedia in lingua inglese più che di Wikipedia in lingua italiana, ed è un peccato.
 
Nel frattempo, però, l’algoritmo di Google continua a proporre ai primi posti di molte risposte a ricerche in lingua italiana proprio voci di Wikipedia, e questo non fa che consolidare il ruolo del sito e delle sue pagine – buone o cattive che siano. Le statistiche ufficiali del sito mostrano che gli interventi sono in sostanza stabili dal 2008, a indicare una sostanziale stabilità della comunità di riferimento (non cala, ma non cresce), non solo aumentano le pagine disponibili, ma anche quelle effettivamente viste. Nell’ottobre 2012 il totale di pagine viste ha superato i 500 milioni, il che significa quasi dieci pagine per ogni cittadino italiano: non male.
 
Quanti sono i visitatori per le pagine di interesse linguistico? Forse non moltissimi: per esempio, nessuna voce di interesse linguistico è inclusa in una lista delle 100 voci più visitate nel 2012 che è stata diffusa negli ultimi mesi. Però anche la centesima e ultima della lista è stata visitata oltra settecentomila volte, il che non è poco (i dati dettagliati per gli anni scorsi dovrebbero essere disponibili sul sito Wikimedia, ma dubito di avere il tempo di lavorarci sopra nel prossimo futuro).
 
E quindi, giusto per avere un proposito un po’ diverso dagli altri: nel 2013 cercherò di fare almeno un intervento rilevante su Wikipedia ogni settimana. Una goccia nel mare, certo, ma questo è proprio lo spirito del sito. Nome utente: Mirko Tavosanis. E vediamo che cosa succede.
 

martedì 9 marzo 2010

De Mauro, La cultura degli italiani


Pochi mesi fa è uscita la versione aggiornata del libro-intervista di Francesco Erbani a Tullio De Mauro (Laterza, 2010). Il testo originale era uscito nel 2004; l'aggiornamento consiste in poco più di trenta pagine (233-266) che diventano il tredicesimo capitolo, "La cultura degli italiani, cinque anni dopo". Anche la sezione già pubblicata è, ovviamente, interessante; ma vale la pena dire qualcosa di più sulla sezione aggiunta

Sia nell'aggiornamento sia nel testo, De Mauro insiste molto sul concetto allargato, in senso antropologico, di cultura. Al di là della linguistica, e al di là anche del perimetro della scuola. La distanza tra l'Italia e altri paesi europei, vistosa per quanto riguarda alcune pratiche intellettuali (incluse la lettura e la scrittura), si riduce molto se si esaminano le cose da questo punto di vista - come del resto, a livello di aneddoto, capita a molti di verificare di persona. La rassegna che fa De Mauro, in rapporto a uno studio della Fondazione Mondo Digitale, include quindi tra le attività "culturali" da tener d'occhio non solo le visite ai musei o la capacità di suonare strumenti musicali, ma anche la cura di uno orto o giardino, la manutenzione di un'auto o di una bicicletta (p. 244), o più in generale il livello della cucina e dell'igiene. Di solito nei confronti internazionali si guarda solo una faccia della medaglia, e invece le facce sono diverse.

Su alcuni punti più specifici, dall'importanza dell'educazione degli adulti alla necessità di interventi pubblici, De Mauro dice cose che è difficile non condividere. Sulla percentuale di investimenti che è ragionevole dedicare alla formazione sarebbe stato utile, viceversa, entrare un po' più in dettaglio. Erbani, in una domanda, cita un'opinione di Ignazio Visco, secondo cui "un anno di istruzione in più per la media dei lavoratori comporterebbe un aumento del prodotto pro capite del 5 per cento" (p. 250). Possibile, ma occorrerebbe anche precisare che in una vita lavorativa media (diciamo quarant'anni?) un anno di lavoro in meno corrisponde a un 2,5% di lavoro in meno. Senza contare il fatto che, sì, per il singolo individuo l'aumento dell'istruzione può essere rilevante sul lungo periodo, ma l'investimento in uno o più anni di studio va fatto di solito in blocco - cioè, si ha una perdita sicura a fronte di un ritorno probabile ma non del tutto certo.

Considerazioni a raggio tanto largo hanno un interesse linguistico? Secondo De Mauro, senza dubbio: "Cercare di capire come si articola oggi la cultura degli italiani è, a mio avviso, un pezzo importante dell'analisi della lingua italiana d'oggi" (p. 260). Opinioni più specialistiche sono comunque dedicate alla diffusione della lingua comune, che può essere usata dal 90% della popolazione ("Una convergenza del genere non si era mai vista nella nostra storia": p. 261), senza per questo cancellare i dialetti.

Il libro e l'aggiornamento si chiudono, infine, con il problema dell'educazione linguistica: mettere il maggior numero possibile di persone in grado di usare l'italiano "a pieno regime", oggi, nel parlato e nello scritto, continua a essere un obiettivo fondamentale. E, aggiungo (io sono un po' di parte...), se si può avere qualche incertezza sull'utilità dell'educazione letteraria, o artistica, non penso si possano avere dubbi sull'importanza di un miglioramento delle capacità di lettura e scrittura. Fino almeno al superamento di una soglia critica, che per me si identifica con la capacità di scrivere una relazione chiara, leggibile e documentata su un argomento tecnico o specialistico.

giovedì 24 settembre 2009

Everett, Don't sleep, there are snakes

Daniel Everett, missionario evangelico americano, alla fine degli anni Settanta partì con la famiglia per l'Amazzonia con l'obiettivo di convertire i pirahã: un popolo di meno di quattrocento persone, tutte insediate attorno al fiume Maicí. L'obiettivo doveva essere raggiunto partendo, secondo una consolidata tradizione, dallo studio del linguaggio. Questo avrebbe permesso a Everett di tradurre la Bibbia in pirahã, e da lì sarebbe venuto fuori il resto.

Le cose però sono andate in modo diverso da quello previsto, al punto che, come racconta l'interessato in questo libro, a contatto con i pirahã è stato Everett a "convertirsi" e a diventare ateo. Processo messo in moto da vari fattori. Non ultimo, quello linguistico-culturale: i pirahã, secondo Everett, si interessano, del tutto ragionevolmente, solo al qui-e-adesso, o tutt'al più a ciò che ha testimoni viventi. Bibbia e vangeli sono quindi per loro, per definizione, irrilevanti.

L'aspetto più interessante della cosa è che Everett mette in collegamento la cultura e la lingua: rispettando un principio di aderenza ai fatti, i pirahã parlano solo per asserzioni, e quindi per esempio non possono servirsi di subordinate relative. Né la loro lingua contiene ricorsività, almeno a livello sintattico.

Sarà vero? Personalmente, nutro molti dubbi. Everett è una delle pochissime persone al mondo (pirahã inclusi) capaci di parlare il pirahã, quindi è difficile smentirlo sui dati di fatto! Però diversi punti delle sue considerazioni mi sembrano poco solidi. Certo, Don't sleep, there are snakes è un libro divulgativo: più autobiografia che studio scientifico (al punto da non avere nemmeno bibliografie finali). Tuttavia qualcosa non torna. Perché la ricorsività e le frasi relative dovrebbero, di per sé, essere impossibili in una lingua che culturalmente si limita solo ad asserzioni?

Everett dice, prendendo come esempio la frase "The man who is tall is on the path", che "The embedded sentence merely adds some old information shared by the hearer and the speaker", e che "embedded sentences rarely, if ever, are used to make assertions" (p. 234). In che senso? "Ho incontrato un uomo che mi ha chiesto la strada" non va bene da questo punto di vista?

martedì 14 aprile 2009

I prossimi impegni

Rivedendo in questi giorni i miei impegni da qui all'estate, ho scoperto con un po' di sorpresa che per interventi a convegni e assimilabili sarà il fumetto a farla da padrone.

Per gli interventi a convegni:
  1. il 24 aprile sarò a Napoli Comicon per partecipare alla presentazione della scuola di traduzione per il fumetto e l'editoria di Bologna
  2. dal 15 al 17 giugno sarò a Heidelberg con un intervento su La scrittura non standard nei fumetti italiani, da scrivere assieme a Fabio Gadducci per il Convegno/Workshop I(l) linguaggi(o) del fumetto / Die Sprache(n) der Comics
  3. il 26 giugno sarò a Cork con l'intervento Between Black and Yellow: Italian Comics and
    Crime Fiction all'interno del convegno Con(tra)vention
Inoltre, entro maggio-giugno devo consegnare diversi articoli sul fumetto:
  1. uno sul Giornale per i bambini da scrivere assieme a Fabio Gadducci per SIGNs
  2. uno per la rivista tedesca Zibaldone
  3. uno per gli atti del secondo convegno di Rovereto
Un programma relativamente intenso, insomma! Spero si riveli anche compatibile con la scrittura del libro sul linguaggio del web...

sabato 11 aprile 2009

Language complexity as an evolving variable: i presupposti polemici

 
 
Viviamo in tempi interessanti; e, sì, sono interessanti anche dal punto di vista degli studi linguistici. Il consenso chomskyano degli ultimi cinquant'anni si sta squagliando in alcune aree significative, e seguire il (e magari contribuire al) processo è molto divertente.
 
Un importante contributo in questa direzione viene dalla raccolta Language complexity as an evolving variable, appena pubblicato dalla Oxford UP a cura di Geoffrey Sampson, David Gil e Peter Trudgill. I contributi inseriti nel libro sono di qualità molto variabile, ma quel che conta è il discorso di base. Da mezzo secolo i linguisti hanno ripetuto un mantra poco dimostrato: tutte le lingue sono ugualmente complesse. Questa raccolta è il primo contributo organico a puntare in un'altra direzione.
 
In effetti, qualunque profano direbbe, e dice, che è ovvio che le lingue abbiano livelli diversi di complessità: il mandarino sembra molto complicato agli italiani, lo spagnolo invece è molto semplice, e così via. Il passo successivo però consiste nel riconoscere che questa diversità è direttamente dipendente dalla lingua madre: lo spagnolo non è affatto semplice per i cinesi, e così via. E poi, in molti settori, sembra che la semplicità di alcuni livelli sia compensata dalla complessità di altri. Per esempio, dire che al confronto del tedesco l'inglese ha una grammatica molto semplice, ma una fonetica (e un'ortografia) molto complessa è un luogo comune... io se non sbaglio l'ho incontrato per la prima volta, se non sbaglio, in Tre uomini a zonzo di Jerome K. Jerome.
 
Il passo immediatamente successivo è già più invischiato nella teoria: visto che il meccanismo di base delle lingue, in ottica chomskyana, è unico per tutti gli esseri umani, è tutt'altro che implausibile che il livello di complessità raggiunto sia determinato dalle caratteristiche dell'"organo della grammatica", e non da accidenti esterni. Inoltre, sono ben noti casi come quelli dei pidgin o delle lingue dei segni: codici di comunicazione molto semplici acquistano un bel po' di regole e di complessità appena una generazione di bambini li impara come lingue madri. È il meccanismo per cui dai pidgin si passa alle lingue creole, e sembra una prova evidente del fatto che un certo livello di complessità linguistica è la situazione naturale per gli esseri umani.
 
Delle conclusioni a cui arriva questa raccolta... parlerò in uno dei prossimi post!
 

giovedì 2 aprile 2009

Quanta grammatica è necessaria?

Finalmente è stata pubblicata una raccolta di studi che aspettavo da qualche mese: Language complexity as an evolving variable, a cuira di Geoffrey Sampson, David Gil e Peter Trudgill. La raccolta mette in discussione da molti punti di vista un assioma della linguistica contemporanea (nella linea di Chomsky, almeno): tutte le lingue sono ugualmente complicate.

E invece, probabilmente, no...

Del grosso del volume parlerò in un prossimo post. Per ora mi limito a citare uno dei testi contenuti, How much grammar does it take to sail a boat? L'autore, David Gil, si risponde da solo: non molta.

Per rispondere, prende innanzitutto a modello una lingua che abbia parole prive di struttura morfologica, che non contenga categorie sintattiche tipo "nome" e "verbo", e che non abbia regole specifiche per la costruzione delle associazioni semantiche. Una lingua di questo genere viene definita IMA (isolating - monocategorical - associational) e in pratica si basa solo sull'accostamento di parole, producendo significato in base al contesto e facendo a meno di molti strumenti che noi prendiamo per scontati, dalla variazione morfologica alle regole sulla posizione di soggetto e oggetto.

Una lingua puramente IMA, dice Gil, non esiste; però secondo lui l'indonesiano della provincia di Riau si avvicina molto a questo ideale. Le frasi riau possono essere del tipo ayam makan, "pollo mangiare", per indicare cose molto diverse come 'il pollo mangia', 'il pollo è stato mangiato' e così via. In aggiunta a questa non-struttura, Gil aggiunge che il riau viene usato per comunicare a tutti i livelli: dall'insegnamento universitario alle conversazioni dei cacciatori-raccoglitori nella foresta fino ai giochi di parole. Sembra cioè sufficiente per tutte le necessità umane.

Sarà vero? Per saperlo bisognerebbe conoscere più a fondo il riau (e il suo rapporto con l'indonesiano, che invece ha una discreta complessità grammaticale)... L'idea comunque è affascinante, e conferma alcuni miei sospetti di fondo. La complessità delle nostre lingue, probabilmente, è una complessità inutile.

lunedì 9 febbraio 2009

Jackendoff, Foundations of language


Negli ultimi mesi ho passato molto tempo a studiare Foundations of language di Ray Jackendoff. È un libro importante, e un discreto tentativo di far quadrare diversi aspetti della linguistica contemporanea in un'ottica generativista.

Al livello più alto, la proposta di Jackendoff consiste nel mostrare come la lingua sia prodotta dall'interazione di tre livelli diversi: fonologico, sintattico e semantico/concettuale. I tre livelli sono uniti da interfacce, e questo può spiegare molti tratti del linguaggio che in una visione monolitica non si spiegherebbero altrettanto bene. Inoltre, sono tutti e tre generativi.

Il rapporto con la grammatica generativa tradizionale è dato soprattutto dal mantenimento di tre punti chiave: il mentalismo (il linguaggio è nella mente), il ruolo importante dato alla combinatorialità o generatività della lingua, e l'idea che una Grammatica Universale sia innata.

Un'idea interessante, esplorata nel capitolo 6, è che tra il lessico e certi tipi di regole non ci sia poi molta differenza. Gli "oggetti lessicali" sono quindi descritti come componenti dell'interfaccia, indipendentemente dal fatto che siano composti da parole, parti di parole o regole più ampie. È forse la parte più convincente e, per me, innovativa del libro.

Un altro punto chiave è il rapporto con la semantica, e qui l'intreccio con il lavoro di Pinker è particolarmente interessante. Tutta la terza parte del libro è in effetti dedicata alla semantica, con argomenti che a volte sono un po' sconcertanti dal punto di vista filosofico ma che sembrano in buona parte ragionevoli.

Dal mio punto di vista, comunque, uno degli aspetti più interessanti è la prospettiva evoluzionistica del linguaggio. Jackendoff tenta infatti di mostrare che tipo di protolinguaggio potrebbe essersi evoluto dai sistemi di comunicazione dei primati, partendo in sostanza dai nomi. Alla base di questo tentativo c'è l'analisi del linguaggio contemporaneo, visto che "there is virtually nothing in the paleontological record that can yield strong evidence about when and in which stages the language capacity evolved" (p. 232).

Per i dettagli, Jackendoff ha come punto di partenza l'ipotesi di Bickerton: è esistita una fase di protolinguaggio simile, grosso modo, al linguaggio moderno meno la sintassi, e questa fase "riemerge" ancora in determinati tipi di afasia e nei pidgin, o nel linguaggio dei bambini. L'ipotesi viene poi sviluppata, partendo anche dalla constatazione che il linguaggio è utile all'interno di una struttura sociale sviluppata - come quella di molti primati. Primo stadio, enunciati simbolici con un solo simbolo, come le prime parole dei bambini, senza sintassi - ed è rilevante notare che alcuni primati sembrano in grado di imparare simboli di questo genere, ma non li inventano autonomamente, a differenza per esempio dei bambini sordi: "A leopard alarm call can report the sighting of a leopard, but cannot be used to ask if someone has seen a leopard lately" (p. 239).

E da qui si sviluppa il resto.

In generale: in Foundations of language non tutto è convincente, ma mi sembra che, come dice anche Pinker, questo libro sia la cosa più simile a una visione complessiva e condivisibile del linguaggio che si sia vista negli ultimi decenni.
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