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sabato 2 maggio 2020

Peyronie, Le mouvement Freinet

  
 
Copertina di di Henri Peyronie, Le mouvement Freinet: du fondateur charismatique à l’intellectuel collectif
Da molto tempo mi interessa il movimento Freinet, sia in sé sia in rapporto alle esperienze italiane che a esso hanno fatto in vario modo riferimento, da Mario Lodi a Bruno Ciari. Le ragioni per questo interesse sono semplici da motivare. Infatti, non solo mi trovo in accordo con molte delle idee alla base del movimento, ma, come i lettori di questo blog forse immaginano, mi piace molto un punto chiave: usare le tecnologie della comunicazione scritta per lavorare e fare didattica. Nel caso del movimento Freinet, la tecnologia chiave è – o era alle origini – la stampa tipografica; oggi però abbiamo molte possibilità in più. Ci si può quindi chiedere quale sia stata l’evoluzione. In fin dei conti, la società è molto cambiata, dai tempi dei primi esperimenti di Célestin ed Elise Freinet negli anni Venti, ma il movimento Freinet è ancora molto attivo.

Una buona risposta per me è arrivata dall’interessante libro di Henri Peyronie Le mouvement Freinet: du fondateur charismatique à l’intellectuel collectif. Il testo è una raccolta di contributi che Peyronie, autore anche di diversi altri lavori in materia, aveva pubblicato nel corso di più di vent’anni. Il suo contenuto non è quindi una sintesi sistematica della pedagogia Freinet, ma qualcosa di altrettanto interessante: i risultati di una serie di ricerche sull’evoluzione del movimento Freinet, che a differenza di molti altri movimenti simili è riuscito a sopravvivere alla scomparsa dei fondatori.
 
Gli argomenti indagati sono molto diversi fra loro. Per esempio, una sezione riferisce i risultati di un’indagine sull’origine sociale e biografica delle persone che entrano a far parte del movimento; un’altra descrive il modo in cui sono andati i rapporti tra i maestri del movimento Freinet e intellettuali di altra provenienza nel periodo di pubblicazione della rivista Techniques de vie negli anni Sessanta; un’altra ancora si interroga sull’evoluzione da “educazione popolare” a pedagogia per i figli delle “nouvelles classes moyennes”. All’evoluzione degli strumenti tecnologici vanno soltanto pochi cenni; ciò, nella mia prospettiva, è un peccato, ma spero ci siano occasioni future di approfondimento. Nel frattempo, il libro fornisce molte informazioni importantissime sul contesto.
 
Il modo in cui vengono presentati i risultati è molto discorsivo. A me piace vedere numeri, ma in questo caso è chiaro che le sfaccettature sono tante e tali da rendere priva di senso una quantificazione, e la scelta è del tutto ragionevole. Mi è piaciuta particolarmente, in quest’ottica, la sezione intitolata Quelles traces de leur scolarité ches des adultes, anciens élèves de classes Freinet? Come nota giustamente l’autore, la domanda posta nel titolo è fondamentale per una valutazione del metodo e del movimento Freinet. In fin dei conti, l’idea è che il metodo pedagogico aiuti a formare quelli che nella prospettiva delle origini potevano essere definiti i figli del popolo e gli intellettuali organici, e nella prospettiva di oggi possono forse essere definiti i cittadini attivi e consapevoli. Vedere se questo è successo davvero è quindi fondamentale.
 
La risposta data da Peyronie è del tutto ragionevole. Le vicende della vita e della scolarizzazione, infatti, sono tanto diversificate da rendere molto difficile misurare le conseguenze di un intervento pedagogico o didattico, qui e in infiniti altri contesti. In che misura chi ha seguito un percorso Freinet è stato plasmato da quello, invece che dalle circostanze successive e dall’evoluzione successiva della società? Impossibile dare certezze. Peyronie riporta soprattutto i risultati di interviste fatte agli ex allievi Freinet da adulti, e giustamente nota che è difficile trarne conclusioni precise. Quelle che si leggono sono però considerazioni fatte da persone che, qualunque fosse il loro ruolo sociale al momento dell’intervista, sembrano molto consapevoli e capaci di esprimersi in modo molto articolato. Non è una dimostrazione di nulla, ma è qualcosa che lascia un gradevole ricordo e, soprattutto, speranze per il futuro.
 
Henry Peyronie, Le mouvement Freinet: du fondateur charismatique à l’intellectuel collectif: Regards socio-historiques sur une alternative éducative et pédagogique, Caen, Presses universitaires de Caen, 2016, edizione Kindle, € 8,99, ASIN B01N3SDIHT.
 

mercoledì 3 febbraio 2010

British Library: l'esposizione permanente

Ieri sera non sono arrivato alla British Library in tempo per studiare. Colpa mia: mi sono preso un alloggio economico in un Travelodg accanto a Heathrow, sperando di muovermi a piedi... e invece non c'erano percorsi pedonali tra albergo e metropolitana. L'unico modo per muoversi e' con gli autobus o i taxi. Perlomeno se non si vuole far la fine del protagonista di Concrete Island.

Pero' mi sono rivisto almeno l'esposizione permanente della BL, che e' sempre fonte di ispirazione. In una vetrina c'e' il Codex sinaiticus (il piu' antico testimone integrale dei vangeli, meta' del IV secolo) esposto accanto a un frammento di rotolo di papiro anteriore di cinquanta o cent'anni. Il contrasto e' notevole: due epoche diverse della scrittura. In esposizione accanto un altro codex fondamentale per la trasmissione del testo greco dei vangeli e dell'Antico Testamento, l'Alexandrinus.

Incredibile anche (me ne scordo ogni volta) l'esposizione dei testi a stampa orientali. IN particolare un foglio giapponese dell'VIII secolo. L'imperatrisce Shotoku ne fece stampare, si dice nel commento, un milione di copie. E poi la Bibbia di Gutenberg, e un'indulgenza stampata forse dallo stesso Gutenberg nel 1454-55. Peccato non sia seposto nulla dei testi cinesi o coreani stampati con caratteri mobili. Tanto piu' che i caratteri cinesi anche antichi sono incredibilmente simili a quelli moderni, e qualcuno sono riuscito a riconoscerlo perfino io (!).

Insomma, passaggio rapido ma, appunto, d'ispirazione. E anche tornare a rivedere la biblioteca di Giorgio III nella torre di vetro centrale non e' una brutta cosa.
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