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venerdì 30 novembre 2012

Sport autunnali


Foto di Michal Švarný
Anche a Hong Kong è arrivato il freddo; in senso relativo, naturalmente… e, visto che domani partirò per Pechino (massima prevista: quattro gradi sopra lo zero; minima prevista: quattro gradi sotto lo zero), sono acutamente consapevole di quanto sia mite la stagione, qui al sud.
 
Comunque, finito il tempo delle nuotate domenicali, per fortuna è iniziato quello delle escursioni e delle camminate. Il 17 di novembre sono andato con un gruppo di colleghi (MULTI e non MULTI) a fare un po’ di kayak a nei Nuovi Territori. Ci vuole un’ora di metropolitana e un doppio tragitto in autobus, ma ne vale la pena, perché si arriva in una baia quasi completamente vuota. I cellulari non prendono più neanche il segnale di Hong Kong, ma solo quello cinese… Noi comunque ci siamo divertiti a saltellare per qualche ora di spiaggia in spiaggia, su un mare mosso quel tanto che bastava a richiedere un po’ di impegno. Nel complesso, una discreta soddisfazione!
 
Foto di Michal Švarný

La settimana dopo, con un altro gruppo, sono invece andato a fare una camminata nel sentiero “Dragon Back” sopra la spiaggia di Shek O, sull’isola di Hong Kong – ma dal lato opposto, rispetto ai grattacieli di Central. Niente male, anche se in mezzo a vento, nuvole e pioggia:
 

E poi… E poi ormai sono agli sgoccioli, con la mia permanenza! Al rientro dalla Cina, sarà già ora di preparare i bagagli e di margine per escursioni ne rimarrà, temo, ben poco. Nel frattempo, comunque, meglio non accennare alle mie brevi esperienze al chiuso, con lo squash…
 

venerdì 16 novembre 2012

Addio alla piscina

 
La piscina, vista da casa mia, nel suo penultimo giorno di gloria
L’autunno, un po’ alla volta, sta arrivando anche a Hong Kong. Oggi il cielo è grigio e si aspetta pioggia; certo, ci sono sempre 25 gradi, ma in calo… E soprattutto, oggi hanno chiuso la piscina scoperta del mio complesso di appartamenti.
 
Io non sono mai stato un grande appassionato di piscine, ma trovarmene una direttamente sotto la finestra di casa è stata una fortuna. Certo, la profondità massima di un metro e mezzo lasciava poco spazio ai tuffi (d’altra parte, subito sotto c’è l’atrio carrabile dell’Harbourview: la piscina è al quinto piano). Certo, infilata in mezzo a tre torri di quaranta piani dava un po’ l’impressione di essere il fondo di un canyon. Certo, negli ultimi giorni l’acqua cominciava a essere un po’ fredda. Ma a suo tempo ho scoperto in fretta che farsi tre quarti d’ora di nuoto e poi stendersi al sole a lavorare era un ottimo modo per cominciare la giornata.
 
Alla fine, nell’ultimo mese e mezzo sono riuscito ad andare in piscina quasi tutti i giorni, e direi che la cosa mi ha migliorato notevolmente il fisico e il morale. Il giorno del mio arrivo, ricordo, sono riuscito ad attraversare la piscina in crawl per la bellezza di quattro volte … con lunghe pause tra l’una e l’altra, le braccia indolenzite e curiose macchioline nere che mi ballavano davanti agli occhi. In pochi giorni sono arrivato allo standard di 14 traversate consecutive, aggiungendo un po’ di dorso e un po’ di rana. Niente di trascendentale, certo, ma considerato il punto di partenza…
 
Sui lettini al sole ho poi macinato una quantità sorprendente di materiali con il mio vecchio Kindle Keyboard, che come macchina per le annotazioni si è rivelato sorprendentemente funzionale – una volta trovato il modo di esportare e stampare le note. La levetta di comando permette di selezionare il testo in modo molto comodo, e soprattutto, senza preoccuparsi di bagnare il touchscreen (che non esiste) con dita che magari sono ancora umide. Mi chiedo se un Kindle più recente, con touchscreen, si rivelerebbe altrettanto pratico. Forse sarebbe il caso di fare una prova simile, la prossima estate? Di sicuro, ho scoperto che mi preoccupo meno di bagnare il Kindle che non di bagnare libri cartacei che, ormai, in certi casi non sono molto meno costosi del Kindle.
 
Bene, Kindle o no, ieri ho fatto l’ultima nuotata, e oggi è tutto malinconicamente chiuso. Peccato, ma pazienza: non mi posso certo lamentare. Diciamo che avere tutta quell’acqua a portata di mano è stata anche un’occasione per ripassare una lezione importante – e di cui continuo a dimenticarmi – sulla mia produttività.
 

mercoledì 14 novembre 2012

L’inglese in pericolo

Venendo da un’Italia che ancora si preoccupa della diffusione dell’inglese, è strano ritrovarsi a Hong Kong, in cui l’idea è che l’inglese, perlomeno sul posto, sia minacciato. Che cioè la Cina voglia, sul lungo periodo, ridurne il peso nel territorio di Hong Kong.

Ora, la presenza della Cina a Hong Kong è discreta ma ben avvertibile, e sui giornali si parla molto di “sinificazione” strisciante della ex colonia. Il che fa il paio con un’altra idea molto diffusa tra gli abitanti: che Hong Kong abbia iniziato un inevitabile periodo di decadenza, e si stia avviando a diventare solo una specie di parco di divertimenti per i ricchi (e non solo) della “mainland”. Del resto, la prima cosa che ti dicono di Hong Kong è sempre: “ah, è una piccola città, qui ci conosciamo tutti…” Gli abitanti sono sette milioni e mezzo, quanto Roma e Napoli messe assieme, ma venendo da Pechino si capisce che in questa descrizione c’è più verità di quel che si potrebbe pensare in astratto.
 
Alla PolyU, qualche studente un po’ più anziano degli altri mi mostra manifesti scritti esclusivamente in cinese: “Ecco,” mi dice, “questi qualche anno fa non si vedevano… le cose stanno cambiando.” Secondo me gli esempi sono pochi, in un mare di comunicazione ufficiale saldamente bilingue, ma mi fido del suo giudizio.
 
D’altra parte, è vero che il ruolo dell’inglese qui è strutturalmente in pericolo. Finora ho evitato di informarmi sulla situazione linguistica locale, e l’impressione indipendente che mi sono fatto finora (forse destinata a essere smentita dai dati statistici, ma non credo) è che l’inglese non sia lingua materna quasi per nessuno. Per molti, anche a Hong Kong, non è nemmeno una lingua nota: qualche parola la sanno tutti, ma mi capita di frequente di parlare con persone che hanno un inglese tanto limitato che non riusciamo a intenderci nemmeno su informazioni di base… di solito la soluzione, in questi casi, consiste nel chiamare in fretta qualcuno più bravo. Del resto imparare l’inglese non è facile, se si ha come madrelingua il cantonese!
 
L’inglese, insomma, è una lingua per lo scambio e per il lavoro, e in moltissimi la conoscono fin dai primi anni di scuola, ma ha tutte le caratteristiche di una lingua franca. E, come tale, potrebbe sparire quasi da un giorno all’altro dal repertorio delle giovani generazioni. Basterebbe cambiare i programmi scolastici, penso, per far calare enormemente il livello di conoscenza dell’inglese in quella che si vanta di essere “Asia’s international city”.
 
Non sarebbe nemmeno il primo caso recente di questo genere. Durante la decolonizzazione, in Africa, molte ex colonie britanniche hanno cancellato da un giorno all’altro lo studio dell’inglese dai programmi scolastici. Risultato: di regola, una popolazione che non è diventata particolarmente compatta dal punto di vista dell’unità nazionale, ma che è stata tagliata fuori dai contatti con il resto del mondo (qualche dettaglio su questa storia si ritrova in uno dei contributi di The making of literate societies, a cura di David R. Olson e Nancy Torrance).
 
Non penso che Hong Kong sia avviata su questa strada: in fin dei conti, in Cina il governo cinese si impegna molto, con scarsi risultati, per la diffusione dell’inglese. Ma già il fatto che molti abbiano questa preoccupazione è indicativo.
 

lunedì 12 novembre 2012

La vista dalla finestra

 
Il blocco di appartamenti in cui risiedo si chiama Horizon Harbourview per una ragione: quasi tutti gli appartamenti hanno in effetti almeno una strisciolina di panorama sul “porto” di Hong Kong, cioè sul tratto d’acqua tra l’isola di Hong Kong e il promontorio di Kowloon. Oggi la zona non è più usata come porto vero e proprio, ma la finestra mi fa vedere comunque un discreto traffico navale. Ieri, domenica, era questo:


Se si prendono in considerazione natura, grandezza e ricchezza della città, Hong Kong presenta un numero sorprendentemente basso anche di barche a vela. Ma ieri, alla fine, qualcosa si è visto: a vivacizzare un panorama che di solito, con autobus a due piani che attraversano svincoli sospesi tra pareti di grattacieli, sembra un po’ il futuro di Dan Dare. A parte le bandiere della Repubblica Popolare Cinese, cioè, e la campagna sul Diciottesimo Congresso del Partito…

venerdì 9 novembre 2012

Tra uscio e bottega

 
Tipico paesaggio, al rientro verso casa
Hong Kong è decisamente un posto interessante. E anche il modo in cui si muove la gente è interessante. I motorini sono proibiti, le auto private in strada sono pochissime, biciclette in città non ne ho mai viste: o si usano i mezzi pubblici, taxi inclusi, o si va a piedi.
 
Io ho la fortuna di avere un alloggio a poco più di dieci minuti a piedi dal mio ufficio alla Polytechnic University (PolyU), e il mio percorso è, credo, abbastanza indicativo per questo genere di spostamenti. Appena sono arrivato, ho provato a farlo a livello del suolo e ho scoperto che è fisicamente impossibile – le strade sono bloccate con cancellate o muri che impediscono l’attraversamento ai pedoni. A quel punto, mi sono adeguato. È vero che, quando esco dalla porta, giro a destra su un marciapiede “normale”, ancorché tra i grattacieli:


Questo tratto dura però solo poco più di cento metri. Dopodiché, devo salire su una passerella pedonale:


Da quel punto in poi, abbandono definitivamente il livello del suolo. Il passo successivo è, al termine della passerella, l’attraversamento di un semaforo su un incrocio sopraelevato. Dall’altro lato del passaggio si apre un ingresso secondario del centro commerciale Metropolis. Due rampe di scale mobili portano a una galleria di negozi, con bar da architetti dove si paga con liPhone e aria condizionata a 15 gradi…


…, e poi all’atrio principale del centro, dove da qualche giorno è già in preparazione un’installazione natalizia basata su Cars e dotata non solo di tricolore, ma di una grande sagoma con la Torre di Pisa, per la gioia di grandi e piccini:


Fuori dall’atrio c’è un’altra passerella, in discesa, che porta alla stazione di Hung Hom:


Io non entro in stazione, e mi limito a costeggiarla sulla sinistra. Accanto al punto di discesa c’è, del resto, la parte più pittoresca, e più inquietante, del percorso: uno spiazzo tra le scale e la tettoia dei taxi dove, da quando sono arrivato, tutti i giorni si ritrovano dimostranti pro o contro il Falung Gong. Il metodo principale di protesta consiste, sembrerebbe, nello stare seduti a occhi chiusi tra gli striscioni, o nel praticare il tai chi. A volte ci sono i sostenitori, a volte gli avversari (che danno l’idea di essere pagati dal Partito Comunista, o qualcosa di simile), e a volte lo spazio è diviso equamente in due.


Io, devo dire, mi diverto molto agli improbabili slogan degli avversari (“Cherish your life! Falung Gong hoodwinks people and seeks glory in the name of religion!”); ma in ogni caso, costeggiata la stazione, compaiono altre scale e si scende. Altra passerella pedonale, che scavalca il mostruoso traffico che entra ed esce dall’imboccatura del tunnel sottomarino per Victoria:


Questa passerella è un po’ la classica fetta di prosciutto nel panino. C’è il traffico sotto, ma c’è anche il traffico sopra, perché il tetto è in effetti uno svincolo stradale. Comunque, dopo centocinquanta metri o giù di lì il percorso fa una curva, la passerella prosegue verso Mandarin Plaza e io invece stacco a destra, su una più modesta passerellina che è anche il punto di accesso al “Podium”, lo spazio principale della PolyU:


Anche qui non siamo a livello del suolo: il “Podium” è in pratica al secondo piano, e per arrivare occorre scendere parecchio. A livello del suolo, davanti a un pratino interno, c’è però il miglior bar della zona, dotato anche di caffè Illy; e quindi io di solito punto in quella direzione, scendo due rampe di scale e ordino un marocchino. Che qui tende ad assomigliare pericolosamente a un cappuccino grande con un po’ di cioccolato sul fondo, ma insomma, viste le circostanze non mi lamento.
 

domenica 7 ottobre 2012

La gita a Lamma

 
Ieri sera c’era la cena del gruppo MULTI / ospiti stranieri del Politecnico. Oggettivamente, il vino non è mancato... e stamattina (domenica) mi sono risvegliato intontito. Postumi da Chianti? Com’è ovvio, in un caso del genere la cosa più ragionevola da fare è prendere il ballonzolante minibus della residenza, andare a Tsim Sha Tsui, prendere l’ancor più ballonzolante Star Ferry per Central Hong Kong, e da lì imbarcarsi sul traghetto per l’isola di Lamma, al cui confronto gli altri mezzi di trasporto citati sono piantati sulla roccia.
 
Stranamente, però, la cosa ha funzionato meglio di come si poteva immaginare, anche se il viaggio d’andata non è stato privo di momenti problematici. Tra l’altro, la rotta per Lamma è quella su cui c’è stato l’incidente d’inizio settimana: ai moli ci sono fasci di fiori per le vittime, e inviti della polizia perché eventuali testimoni si facciano vivi. Lasciandosi Central e Kowloon alle spalle, si capisce anche come sia potuto succedere – tutta la zona è piena di enormi portacointainer all’ancora o in movimento (una marchiata ITALIA, un’altra HYUNDAI...) , navi ormeggiate, traghetti che vanno e vengono, motoscafi lanciati a tutta velocità. Il traghetto si infila quindi in lunghe serie di scie, con immensa gioia mia e del mio stomaco.

 
Comunque, dopo mezz’ora di navigazione si arriva a Lamma. Isola assolutamente turistica, ma meno di quel che ci si potrebbe aspettare da un posto che si trova direttamente di fronte alle pareti di grattacieli di Aberdeen. La passeggiata classica, dicono le guide, è quella che in un’oretta e mezzo porta da Yung Shue Wan, il porto in cui sono sbarcato, fino a Sok Kwu Wan, sull’altro lato dell’isola, dove si può prendere un altro traghetto per tornare a Central. Entrambi i villaggi hanno una strada principale che è una lunga successione di ristoranti di pesce e negozietti:


Tuttavia, a Yung Shue Wan io tiro dritto, vado a visitare il misero tempietto “storico” di Tin Hau, mi inerpico per qualche strada laterale e alla fine mi ritrovo fuori. Il sentiero classico è oggi chiamato “Family trail” ed è, ahimè, completamente cementato. Appena fuori da Yung She Wan scopro però che lo percorre un numero stranamente ridotto di turisti, quasi tutti occidentali. Ogni tanto, qualche rara bicicletta (su Lamma i veicoli a motore sono vietati); e viceversa, tantissime farfalle – la zona di Hong Kong in generale ha le farfalle più grandi e colorate di qualunque altro posto che abbia mai visitato.


Comunque, l’idea del viaggio per mare si è rivelata funzionale, e dopo pochi minuti di strada mi accorgo che nausea e mal di testa sono spariti. Il sentiero porta rapidamente alla spiaggia di Hung Shing Yeh, ma è ancora presto e la spiaggia, deserta, è direttamente di fronte a un’immensa centrale elettrica a carbone (che incombe anche sul resto dell’isola, ma che qui in pratica forma metà del paesaggio). Quindi tiro dritto lungo il sentiero, che si inerpica tra le colline e ogni tanto offre scorci panoramici niente male:


Alla fine arrivo alla spiaggia di Lo So Shing, anch’essa deserta nonostante sia piacevolmente ombreggiata da alberi che arrivano fino sulla riva (la voce di Wikipedia conferma che lo spopolamento non è un fatto occasionale). L’attrezzatura fa invidia a qualunque sistemazione italiana: subito sopra la spiaggia ci sono bagni puliti, cabine per infilarsi il costume, docce, pronto soccorso e postazione in cemento armato per il bagnino che sorveglia la zona. Tutto, ovviamente, gratis. Ma tutta questa organizzazione ha peraltro, sembra, delle contropartite: la zona balneabile è minima, delimitata da boe; una piattaforma piazzata a un centinaio di metri dalla riva riporta il divieto di tuffarsi e immergersi; e una grossa rete antisquali sigilla la baia. Il tutto sotto lo sguardo di un secondo bagnino che, piazzato sotto un ombrellone su un patino alla viareggina, arranca da un punto all’altro della zona balneabile per tenere d’occhio i bagnanti.
 
I quali bagnanti, a un certo punto, sono solo io: la spiaggia continua per un bel pezzo a essere deserta, a parte qualche turista straniero che ogni tanto fa capolino tra gli alberi. Beh, io mi spoglio e mi tuffo nelle tiepide onde del Mar Cinese Meridionale. L’acqua non è eccezionale, ed è piatta quasi come quella di una piscina, ma almeno è salata e senza cloro... La sabbia grossa della spiaggia va giù in un istante, e a cinque metri dalla riva già non si tocca più. La rete antisquali evidentemente funziona: non incontro creature pericolose (anche se ogni tanto qualcosa di strano... micromeduse?... mi dà delle strinate alle braccia), e alla fine mi stendo soddisfatto sulla riva ad asciugarmi e a leggere il Sunday Morning Post:


Sul giornale trovo tra l’altro un articolo che spiega come a Hong Kong sarebbe necessario insegnare a nuotare alla gente, per evitare che incidenti come quello d’inizio settimana si trasformino in stragi. Solo un abitante di Hong Kong su cinque sa nuotare, dice l’articolo; e questo in effetti spiega un po’ il vuoto della spiaggia, che continua comunque a lasciarmi perplesso... al punto che quando arriva una comitiva di chiassosi ragazzini di Hong Kong, sono perfino contento.

Da lì in poi, la strada porta in pochi minuti a Sok Kwu Wan, attraverso paludi, canali e grotte in cui a suo tempo, sembra, i giapponesi avevano preparato basi di barchini-kamikaze (ma più probabilmente, semplici depositi di materiali), in attesa di uno sbarco che non c’è mai stato. Anziane signore con cappello conico curano qua e là qualche orto:


Evitando giapponesi, comitive e gite scolastiche, alla fine rientro pacificamente da Sok Kwu Wan a Central con il traghetto delle 16.05; e poi a casa, a riguardare un documento ICoN accanto alla piscina, a mandar via le lettere più urgenti e a riflettere su una città di mare in cui ben pochi, sembra, vanno anche solo in spiaggia.  

mercoledì 3 ottobre 2012

La Festa di Metà autunno

 
Venerdì scorso ho incontrato il preside della Faculty of Humanities e alcuni colleghi: ho fatto i primi piani pratici di lavoro e ho ricevuto le chiavi del mio ufficio – decisamente migliore di qualunque sistemazione abbia mai avuto a Pisa. Dopodiché, il mio primo fine settimana a Hong Kong era anche la Festa di Metà autunno (secondo il calendario cinese, ovviamente). La ricorrenza è in realtà una festa nazionale cinese, importata a Hong Kong nel 1997, e comporta, in aggiunta al fine settimana, due giorni di vacanza (il lunedì e il martedì). Rinviata la ripresa delle attività al mercoledì, io ne ho approfittato per girare un po’ e fare qualche visita.
 
Sabato sera ho fatto una cosa tranquilla: sono stato a una cena di colleghi del programma Erasmus MULTI e dintorni in uno dei ristoranti del Politecnico. Domenica sera, invece, ho preso un traghetto che parte vicino al mio alloggio e sono andato sull’isola di Hong Kong, nel quartiere di Tin Hau, a vedere la Festa delle Lanterne e la Danza del Drago di fuoco. Quest’ultima è una cerimonia del quartiere durante la quale, spiegano le brochure, i residenti e gli ex residenti portano in processione per le stradine di quello che era un tempo un villaggio di pescatori (e oggi è una giungla di casermoni) un “drago di fuoco”: un lungo rotolo di erbe locali su cui sono infissi centinaia di bastoncini d’incenso accesi.
 

All’inizio mi ero preoccupato: la folla avrebbe reso impossibile vedere la processione? Tempo di arrivare in zona e mi sono reso conto che la cosa difficile non è trovare il Drago di Fuoco, ma sfuggirgli. Apparentemente, buona parte del divertimento dei portatori consiste nell’andare addosso ai passanti, caricandoli e scuotendo sulla loro testa l’incenso in fiamme!
 

Tutto sommato mi è andata bene: i tizzoncini roventi mi hanno prodotto solo un buco di pochi millimetri nello zaino e un’ustione ridotta sulla pianta del piede sinistro (se ne è infilato uno tra il piede e la suola del sandalo...). Colpa mia, che in un momento di pausa mi ero distratto con un gelato “Moon Cake” preparato con l’azoto liquido. La cui preparazione del gelato è peraltro più spettacolare del sapore...
 

Ammaestrato dall’esperienza, sono poi passato a vedere il più tranquillo Festival delle Lanterne, nello stadio Victoria. Troppo organizzato e commerciale, d’accordo, ma una buona alternativa alle microustioni. La parte più affollata era l’enorme “Lantern Wonderland” sponsorizzato dalla salsa di soia Lee Kum Kee. Un bel colpo d’occhio, in effetti:
 

Ritenendo di aver dato il giusto per i festival di Hong Kong, il lunedì ho riattraversato il porto, questa volta sul noto Star Ferry, e, attraverso l’altrettanto noto sistema di scale mobili (“Escalators”) ho cominciato la salita al Peak, il punto più alto dell’isola di Hong Kong. Salita ripidissima, in effetti... Poi, in cima, ho fatto il circuito di tre chilometri attorno al Peak, in mezzo alla folla di residenti e turisti. Al ritorno mi sono rifatto un po’ in un pretenzioso ristorante vegetariano lungo le scale mobili, e ho visto il pomeriggio festivo dell’isola: ressa all’Apple Store, decine di donne (filippine?) stese / chiuse in cartoni, lungo le passerelle pedonali, e impegnate a telefonare, giocare a carte, mangiare, scrivere al computer...

 
La sera c’è stato lo spettacolo impressionante dei fuochi artificiali lungo il braccio di mare tra isola e terraferma, tra due pareti di grattacieli. Io un po’ li ho visti da fuori, un po’ dalla finestra dell’alloggio e un po’ in televisione... ma nel frattempo, a pochi chilometri di distanza, una collisione tra battelli ha prodotto il peggior disastro marittimo della storia recente di Hong Kong. Io ne sono rimasto bellamente all’oscuro finché il giorno dopo, alle otto ora italiana, mi ha telefonato mia madre che si era inquietata guardando il telegiornale del mattino! Qui a Hong Kong erano le due, e in effetti ero a pranzo con un vecchio amico di famiglia, Lawrence Lui, al ristorante di una delle altre classiche mete turistiche, l’Ippodromo (“Racecourse”).
 
E oggi, al lavoro.

lunedì 1 ottobre 2012

Da Pechino a Hong Kong

 
Il paesaggio che si vede arrivando a Pechino dalla Mongolia è spettacolare. Per buona parte della mattinata, il treno è passato attraverso montagne, torrenti e dighe (oltre a una discreta quantità di città industriali). In teoria da alcuni punti del lungo percorso si dovrebbe vedere anche la Grande muraglia, ma fin da subito ho fatto la conoscenza con la foschia cinese, che apparentemente si ritrova ovunque uguale.
 
 
Il paesaggio che si vede partendo da Pechino verso il sud è, viceversa, terribilmente monotono. Grandi città, tutte simili una all’altra; pianura piatta; campi di mais.
 
Devo dire poi che io sono partito già maldisposto. Un po’ per non aver trovato posto sui treni per Shanghai e Xi’an; e un po’ per la noia di dover essere in stazione novanta minuti prima della partenza, per i controlli doganali – il treno T 97 che ho preso in pratica non fa fermate, e quindi il passaporto di chi è diretto a Hong Kong viene controllato direttamente a Pechino, assieme ai bagagli.
 
Perfino con i compagni di scompartimento, poteva andarmi meglio: un distinto cinese di Hong Kong sulla mezza età, anche simpatico, ma con un inglese un po’ limitato e che ha passato buona parte del viaggio a guardarsi sul computer telefilm d’azione in cantonese; e, nei letti al piano terra, due ragazzine danesi (credo) che hanno passato il tempo a dormire e a leggere una guida della Thailandia. Per risparmiare due soldi, avevo prenotato infatti uno dei letti in alto, che in Cina costano un po’ meno rispetto ai più comodi posti in basso. Risultato: mi sono trovato per buona parte del viaggio confinato al piano di sopra.
 
A infastidirmi ulteriormente è stata l’impossibilità di trovare piatti senza carne nella carrozza ristorante. Anzi, quando ci sono stato, ho ordinato un piatto di “fried f...s” (le lettere centrali sul menu in inglese erano illeggibili), basandomi sulla foto di accompagnamento:


Risultato: mi sono ritrovato davanti un piatto di rane fritte, con accompagnamento di sedani. Per un po’ ci ho anche provato, ma quel mix di minuscoli ossicini e spine dorsali tritate non è proprio il mio genere.
 

La mattina dopo, in compenso, mi è passato il malumore. Il risveglio ha mostrato già il paesaggio della Cina del sud: risaie, montagne, laghi...


Una decente colazione mi ha un po’ riconciliato con le ferrovie cinesi, oltre che con la Cina.
 
E alla fine, a ora di pranzo sono arrivato a Hong Kong. Visto che il mio alloggio non era ancora disponibile, sono andato a rintanarmi in un’economica guesthouse di Nathan Road (di quelle catalogate tra “folklore locale” e “trappole in caso di incendio”, e ho passato pomeriggio e sera a riallinearmi con la posta con la connessione wifi, finalmente funzionante in pieno e senza blocchi da censura, o da albergo di lusso.


Tempo totale di viaggio: due settimane esatte, inclusi cinque pernottamenti “a terra” anziché in treno. La Cina è più vicina di quanto si pensa, e il mondo più piccolo: magari la prossima volta varrebbe la pena di provare a piedi, o in bicicletta...?
 
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