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mercoledì 17 novembre 2021

I convegni di novembre

 
Logo del convegno GISCEL
In una specie di parziale ritorno alla normalità, questa settimana parteciperò a due convegni. Sono per me i primi, dal marzo del 2020, e purtroppo, nonostante l’impegno degli organizzatori, si tengono entrambi a distanza. Ma sono comunque un’ottima occasione per riprendere anche questo genere di attività.
 
All’università di Milano sono stato invitato a parlare al convegno La didattica delle lingue e il Companion Volume: il testo, i descrittori, gli ambienti digitali telematici, le pratiche e le esperienze, organizzato dal Centro linguistico d’Ateneo SLAM. Oggi, 17 novembre 2021, nella sessione che inizia alle 11:15 farò quindi un intervento su Esperienze multimodali per la didattica del lessico, parlando soprattutto dei corsi online di Comprensione del testo che ho sviluppato e gestito dal 2018 per l’Università di Pisa.
 
Domani inizierà invece a Locarno il XXI Convegno Nazionale GISCEL, dedicato a La scrittura nel terzo millennio. Lì interverrò venerdì 19 alle 11:40 parlando de Gli usi pratici della scrittura e la didattica della scrittura: una riflessione basata sull’analisi di tutti i manuali di scrittura universitaria pubblicati in Italia dal Duemila a oggi. L’analisi è stata svolta all’interno del PRIN UniverS-ITA, e spero offra diversi spunti interessanti.
 
Poi, appunto, speriamo di poter tornare presto a fare queste cose anche in presenza…
 

giovedì 30 settembre 2021

Tavosanis, L’ideologia linguistica e le pratiche di Wikipedia in lingua italiana


   
Copertina di Le ideologie linguistiche
Un nuovo contributo sul rapporto tra Wikipedia e la lingua italiana? Ebbene, sì… prosegue la serie di lavori che sto dedicando, da diverse angolazioni, a questo argomento. Negli ultimi anni ne sono usciti diversi, e un altro ancora è in corso di stampa.
 
Questo ultimo arrivato si intitola comunque L’ideologia linguistca e le pratiche di Wikipedia in lingua italiana e dal punto di vista editoriale si colloca all’interno di un interessantissimo e corposo volume trilingue: Le ideologie linguistiche: lingue e dialetti nei media vecchi e nuovi / Les idéologies linguistiques : langues et dialectes dans les médias traditionnels et nouveaux / Ideologías lingüísticas: lenguas y dialectos en los medios de comunicacion antiguos y nuevos. Il volume, curato da Ana Pano Alamán, Fabio Ruggiano e Olivia Walsh, contiene una selezione di contributi presentati durante il convegno ILPE 4 a Messina: evento di cui ho uno splendido ricordo, fin dal viaggio di arrivo!
 
Come dice il titolo, il mio contributo è dedicato a presentare l’ideologia linguistica, implicita ed esplicita, di Wikipedia in lingua italiana, e le pratiche connesse. È un caso specifico di ideologia linguistica che mi sembra molto interessante, per varie ragioni. La più importante tra queste è, direi, il fatto che su Wikipedia una comunità composta sostanzialmente da non specialisti deve gestire questioni linguistiche complesse, spesso attraverso discussioni pubbliche. Ne risulta una serie di posizioni in gran parte di buon senso, anche se non sempre documentate o portate al livello ottimale di approfondimento.
 
Questa ideologia si manifesta innanzitutto nelle norme esplicite, codificate nel Manuale di stile di Wikipedia e in una moltitudine (o pulviscolo) di pagine di presentazione e di aiuto. Non sempre però le norme esplicite sono rispettate – secondo uno schema che su Wikipedia si ripresenta anche in molti altri ambiti. Esiste infatti un buon numero di norme implicite, che sembrano assimilate dai collaboratori più assidui soprattutto attraverso una lunga procedura di apprendistato.
 
In quanto alla sostanza, le soluzioni adottate nel loro assieme non presentano sorprese: sono legate al normale uso dell’italiano in ambito editoriale e scolastico. Presentano però alcune caratteristiche peculiari e una logica propria, che mi sembra interessante vedere in dettaglio. La gestione che ne risulta è molto sofisticata, ma al tempo stesso è condizionata dalla resistenza a fare riferimento esplicito a criteri già sviluppati all’esterno della comunità.
 
Mirko Tavosanis, L’ideologia linguistica e le pratiche di Wikipedia in lingua italiana, in Le ideologie linguistiche: lingue e dialetti nei media vecchi e nuovi / Les idéologies linguistiques : langues et dialectes dans les médias traditionnels et nouveaux / Ideologías lingüísticas: lenguas y dialectos en los medios de comunicacion antiguos y nuevos, a cura di Ana Pano Alamán, Fabio Ruggiano e Olivia Walsh, Berlino, Peter Lang, 2021, pp. 505, ISBN 978-3-631-83717-7, pp. 413-434. Copia ricevuta come autore.
 

mercoledì 3 febbraio 2021

Tavosanis, Alfabetizzazione digitale, scrittura enciclopedica ed educazione linguistica democratica


 
Logo della rivista Lingue e linguaggi
Prima pubblicazione del 2021! In un numero speciale (e liberamente scaricabile) della rivista Lingue e linguaggi, con il titolo di Alfabetizzazione come pratica di cittadinanza: teorie, modelli e didattica inclusiva e a cura di Giuliana Fiorentino, Elvio Ceci, Cinzia Citraro e Antonio Montinaro, sono usciti diversi contributi collegati al bel convegno CILGI 2019. Tra questi ce n’è anche uno mio, con il lungo titolo di Alfabetizzazione digitale, scrittura enciclopedica ed educazione linguistica democratica.
 
Il mio lavoro in questo caso non è un’analisi linguistica: è una riflessione sul rapporto tra alfabetizzazione digitale ed educazione linguistica democratica. E naturalmente è quest’ultima, promossa da Tullio De Mauro e dal GISCEL, a essere il vero punto di riferimento. Anche se è passato quasi mezzo secolo dall’uscita delle dieci tesi del GISCEL, e anche se le circostanze esterne sono molto cambiate, mi sembra proprio che il nucleo dell’idea dell’educazione linguistica democratica sia più importante che mai… e credo che oggi sia opportuno collegarlo strettamente all’alfabetizzazione digitale. Passo questo forse un po’ meno esplicitato nella riflessione contemporanea, ma sicuramente compiuto da tanti.
 
La domanda semmai è un’altra: accettati i princìpi, che cosa si può fare, di pratico, con l’educazione linguistica e l’alfabetizzazione digitale, all’interno del percorso formativo? Per me, da diversi anni, un esempio importante e ancora sottovalutato è Wikipedia. Su questo ho pubblicato negli ultimi mesi diversi contributi e altri ne usciranno: non starò a ripeterlo qui.
 
Tuttavia, mi sembra sia necessario fin da ora guardare anche più avanti e provare a immaginare che cosa si può fare in aggiunta a Wikipedia nella sua forma attuale. Guardare oltre non è facile, e per ora non ho ipotesi tanto definite da essere pubblicabili; però qualche punto di riferimento per la riflessione si può indicare. Se a me non vengono in mente buone idee … possono venire a qualcun altro!
 
Mirko Tavosanis, Alfabetizzazione digitale, scrittura enciclopedica ed educazione linguistica democratica, in Lingue e linguaggi, special issue, 41, 2021, e-ISSN 2239-0359, pp. 265-278, liberamente consultabile e scaricabile in linea.
 

mercoledì 30 settembre 2020

Tavosanis, Le discussioni di Wikipedia

  
 
Intestazione di Lingue e culture dei media

A pochi mesi dal precedente, è uscito un nuovo numero della rivista Lingue e culture dei media, diretta da Ilaria Bonomi e Mario Piotti. All’interno c’è un mio contributo che si intitola Le discussioni di Wikipedia: una lunga descrizione, in prospettiva linguistica e non solo, del modo in cui funzionano le discussioni su Wikipedia in lingua italiana.
 
Quello della rivista, stavolta, è un numero monografico, curato da Angela Ferrari, Letizia Lala e Filippo Pecorari e dedicato ad Accordi e disaccordi in rete: aspetti linguistici, comunicativi e psicosociali. All’interno si trovano contributi nati a partire degli interventi dal convegno di Basilea dedicato lo scorso anno allo stesso tema, affrontato da diverse angolazioni: le attività online dell’Accademia della Crusca, le recensioni ai libri e agli hotel, le discussioni dei politici, gli insulti… Il quadro che ne risulta mostra bene quanto la comunicazione in rete sia differenziata al proprio interno, e spesso interessante proprio per questa differenziazione.
 
Il mio lavoro, poi, si inserisce in un filone di cui avevo già parlato: analisi di Wikipedia in lingua italiana, in cui lo studio linguistico si ricollega anche ad altre questioni.
 
In quanto al merito, non tutti sanno che su Wikipedia le (discussioni, pubbliche, frequenti e condotte in spazi dedicati), sono uno strumento centrale per la vita della comunità collegata. Wikipedia fornisce inoltre regole esplicite e molto dettagliate per la gestione dei disaccordi e la ricerca del consenso. L’operato degli autori sembra però motivato più dal dissenso che dal consenso: il desiderio di mostrare di aver ragione è probabilmente una delle principali motivazioni per scrivere sul sito.
 
Il prodotto di questa e di altre spinte contrastanti sono discussioni spesso molto articolate e dettagliate, lontanissime da quelle che si possono trovare nelle reti sociali. Al tempo stesso, va detto che la loro natura è probabilmente legata al profilo sociolinguistico degli interlocutori: impossibile da definire fino in fondo, ma evidentemente di livello socioeconomico superiore alla media, con titoli di studio spesso legati all’informatica o all’ingegneria. Sia per la centralità del sito nella vita contemporanea, sia per la peculiarità delle forme, credo che studiare queste discussioni valga la pena – e, spero, ulteriori approfondimenti in futuro.
 
Mirko Tavosanis, Le discussioni di Wikipedia , in Lingue e culture dei media 4, 2, 2020, ISSN 2532-1803, pp. 59-77, liberamente consultabile e scaricabile in linea. 
ORCID: https://orcid.org/0000-0002-4730-3901 
DOI: https://doi.org/10.13130/2532-1803/14333 
 

mercoledì 5 agosto 2020

Tavosanis, L’italiano di Wikipedia e la didattica della scrittura

  
 
Intestazione di Lingue e culture dei media

È uscito la settimana scorsa il nuovo numero della rivista Lingue e culture dei media, diretta da Ilaria Bonomi e Mario Piotti; rivista che tra l’altro ha il merito di rendere i contenuti liberamente disponibili con licenza CC BY 4.0. All’interno di questo numero (4, 1) c’è anche un mio contributo che si intitola L’italiano di Wikipedia e la didattica della scrittura e che, ovviamente, descrive il tipo di italiano usato su Wikipedia, dando ampio spazio alle applicazioni didattiche.
 
Il lavoro per me è particolarmente importante perché è il primo di una serie di contributi dedicati a Wikipedia; contributi che, con un po’ di fortuna, dovrebbero uscire con regolarità nei prossimi mesi. In passato avevo già descritto in un intervento a Pisa e in un altro a Siena le mie esperienze con l’uso di Wikipedia nei miei corsi, ma qui inizio ad allargare il campo, descrivendo le caratteristiche generali della scrittura di Wikipedia in lingua italiana.
 
Si tratta ancora di primi assaggi, visto che le dimensioni di Wikipedia richiedono un bel po’ di lavoro per disegnare un quadro accurato, ma intanto è importante partire. Ciò che si può dire ora, per esempio, è che le indicazioni esplicite fornite dalla comunità nel Manuale di stile dell’enciclopedia sono ben compatibili con la tradizione italiana di lavoro sulla chiarezza e comprensibilità della scrittura. E, per quanto riguarda la pratica, gli assaggi fatti mostrano una ragionevole capacità di applicare la teoria. L’indice Gulpease è 50,3 e, anche se le tipiche voci di Wikipedia sono brevi e schematiche, in un sondaggio su 10 voci estratte a caso ne è comparsa solo una con forti problemi espressivi. 
 
Inoltre, è proprio la migliorabilità di Wikipedia a rendere lo strumento interessante dal punto di vista didattico! Con un po’ di pratica, gli studenti delle scuole e dell’università possono essere coinvolti, a livelli diversi, nella correzione e nell’ampliamento di tanti aspetti delle voci. Il contributo propone quindi, sulla base delle esperienze che ho avuto in questi anni, spunti per una serie di attività su piani che vanno dalla correzione ortografia alla scrittura di voci complete.
 
I prossimi lavori (con un po’ di fortuna) riguarderanno poi l’ideologia linguistica di Wikipedia, il modo in cui si svolgono le discussioni al suo interno e le implicazioni linguistiche della parafrasi di testi al servizio dell’enciclopedia.
 
Mirko Tavosanis, L’italiano di Wikipedia e la didattica della scrittura, in Lingue e culture dei media 4, 1, 2020, ISSN 2532-1803, pp. 8-26, liberamente consultabile e scaricabile in linea.
 

giovedì 16 aprile 2020

Giaccai, Come diventare bibliotecari wikipediani

  
 
Copertina di Susanna Giaccai, Come diventare bibliotecari wikipediani
Negli ultimi anni ho lavorato molto su Wikipedia in lingua italiana, soprattutto in rapporto ai miei Laboratori di scrittura. Tuttavia, mi era sfuggito fino a poche settimane fa un utile libretto di Susanna Giaccai: Come diventare bibliotecari wikipediani.
 
Come mai mi era sfuggito? Beh, in parte forse perché il titolo non comprende la parola “Wikipedia”, ma solo la parola “wikipediani”, e questo forse mi ha ingannato nelle ricerche. E poi perché il libro è stato pubblicato da una casa editrice specializzata in testi per bibliotecari – una realtà che purtroppo non riesco a seguire quanto vorrei.
 
Il rapporto tra Wikipedia e biblioteche merita poi un discorso a sé. A Wikipedia e alla gestione dell’informazione si può arrivare da almeno due direzioni: dalla parte di chi produce testi e dalla parte di chi li cataloga. A me è sempre sembrata più naturale la prima… ma oggi in Italia, e non solo, sembra che le integrazioni più importanti e riuscite siano quelle provenienti dalla seconda, che in parte rientrano nel progetto GLAM di Wikimedia. Qualche cosa su questo tema conto comunque di aggiungerlo presto!
 
In quanto al libro in sé, nonostante la sua brevità l’ho trovato molto utile. Scrivere voci su Wikipedia è oggi un’attività molto complicata, sottoposta a un numero elevatissimo di regole. Il materiale informativo sul sito è sì abbondante, ma sparpagliato in decine e decine di pagine diverse, risultando quindi (come nota anche Susanna Giaccai: pos. 35) decisamente disorientante per i nuovi arrivati. La combinazione tra questo stato di cose e l’incoraggiamento ai visitatori, anche occasionali, perché si lancino nella scrittura di nuove voci è probabilmente la causa di una parte significativa dei conflitti tra collaboratori regolari e nuovi utenti di Wikipedia.
 
Non si può quindi che accogliere favorevolmente un testo che, organizzando e dando struttura a molte informazioni, facilita senz’altro il lavoro di chiunque voglia avvicinarsi alla scrittura su Wikipedia. Inoltre, il lavoro di sintesi compiuto è davvero di alto profilo, ed è accompagnato da una serie di collegamenti che permettono – soprattutto a chi legge la versione elettronica – di risalire facilmente alle pagine ufficiali di presentazione. Questo è un grande aiuto per il corso che sto tenendo in questo semestre, e, avendo appena terminato la lettura, segnalerò senz’altro il libro ai miei studenti.
 
Susanna Giaccai, Come diventare bibliotecari wikipediani, Milano, Editrice Bibliografica, 2015, edizione Kindle, pp. 58, € 4,99, ISBN 978-88-7075-881-8.
 

martedì 28 maggio 2019

Tavosanis, Scrivere su Wikipedia dall’università alla scuola


 
Copertina di: Scrivere nella scuola oggi
Ho ricevuto da poco il corposo volume Scrivere nella scuola oggi, curato da Massimo Palermo ed Eugenio Salvatore. Il volume contiene gli atti del convegno ASLI Scuola del 2017 che si è tenuto all’Università per stranieri di Siena. Al convegno ho partecipato anch’io, e conseguentemente nel libro c’è anche un contributo mio, intitolato Scrivere su Wikipedia dall’università alla scuola.
 
Non ho ancora letto per intero gli altri lavori, che promettono di essere molto interessanti (del resto, il convegno è stato davvero interessante!). Il mio, comunque, è il racconto di alcune delle esperienze che ho fatto nell’ultimo decennio, presentando Wikipedia in lingua italiana come spazio per imparare la scrittura professionale. All’interno del contributo sono quindi descritti i miei Laboratori di scrittura, ma anche un corso con riflessione sulla scrittura di voci storiche che ho tenuto nel 2017 al Liceo Classico “XXV aprile” di Pontedera, con il coordinamento della professoressa Claudia Mazzei.
 
All’interno di quest’ultimo corso non è stato possibile fare scrittura collettiva vera e propria, ma abbiamo esaminato il modo in cui si scrivono le voci su personaggi storici. Dal punto di vista della lingua italiana, ci siamo concentrati soprattutto sull’uso dei tempi verbali: passato remoto (il mio preferito) o passato prossimo o presente storico? Le cose sono relativamente semplici quando si parla di personaggi dell’antichità, come lo storico greco Eforo di Cuma, di cui tra l’altro abbiamo ampliato la voce già esistente. Un po’ più complesse quando si parla invece di un presente relativamente vicino. Ma in generale, anche se in forma ridotta, il corso è stato un’ottima occasione per presentare le potenzialità didattiche di Wikipedia e incoraggiare gli studenti a scrivere.
 
In proposito, credo che Wikipedia goda di un vantaggio notevolissimo su tutte le altre possibili sedi di scrittura: gli studenti la conoscono già e la apprezzano. Nessuna piattaforma didattica allestita per l’occasione da un docente può ottenere lo stesso effetto – e, credo, rafforzare la motivazione in modo proporzionale. Per la didattica della scrittura, infatti, la motivazione del singolo studente, e il suo coinvolgimento su attività di interesse, mi sembrano il modo più efficace per trasformare un esercizio scolastico subito passivamente in qualcosa che ha un senso e viene vissuto in maniera attiva. Sarebbe comunque interessante sentire altre opinioni in proposito…
 
Mirko Tavosanis, Scrivere su Wikipedia dall’Università alla scuola, pp.173-182, in Scrivere nella scuola oggi. Obiettivi, metodi, esperienze, a cura di Massimo Palermo ed Eugenio Salvatore, Firenze, Cesati, 2019, pp. 494, € 40, ISBN 978-88-7667-758-8. Copia autore ricevuta dall’editore.
 

martedì 4 dicembre 2018

La metropolitana di Città del Messico

 

Le metropolitane mi piacciono. Non quanto i treni regolari, naturalmente, ma molto più degli autobus e quasi quanto i tram.
 
Nel mio viaggio nelle Americhe ho potuto usare anche la metropolitana di Città del Messico. Efficiente, molto economica e, direi, ragionevolmente sicura: quel che può succedere dopo l’uscita dalla stazione è un’altra cosa, ed essendo ospite io ho limitato le mie esplorazioni. Quando la metropolitana non poteva portarmi vicino alla destinazione, ho usato Uber. I costi sono ragionevoli e la sicurezza molto maggiore, a quel che mi dicono i residenti, rispetto a quella dei taxi normali. In più, apparentemente, ogni volta che lo si usa qualche fondo sovrano di paesi produttori di petrolio perde soldi, il che non è un male.
 
All’interno della metropolitana ci sono diverse cose che mi sono piaciute molto. Per esempio, alla stazione La Raza, un lungo passaggio di collegamento tra la linea 3 e la linea 5 porta alle pareti pannelli divulgativi sulla teoria dell’evoluzione e foto astronomiche. Una parte del percorso è addirittura oscurata per dare l’impressione di un cielo notturno illuminato da stelle sul soffitto... purtroppo nella foto si vede ben poco!

Tuttavia, una delle cose più interessanti è il sistema di indicazione delle stazioni, che affianca scritte e pittogrammi. Anzi, i pittogrammi sono l’elemento più visibile del sistema, e sono un esempio di design ben conosciuto nel mondo: una mia amica me ne aveva parlato già prima del viaggio, e io ero molto curioso di vederlo in pratica.
 
Il sistema nasce da un’idea consapevole, pensata in altri tempi. La realizzazione delle prime linee della Metropolitana è di poco posteriore alle Olimpiadi del 1968, e a occuparsi della segnaletica venne chiamato un designer statunitense che aveva già lavorato appunto all’evento olimpico: Lance Wyman. L’idea (anche se trovo poca documentazione d’epoca su questa scelta) era quella di venire incontro ai passeggeri analfabeti, visto che all’epoca il tasso di analfabetismo in Messico era altissimo. Molti dei pittogrammi sono di alta qualità.
 
Naturalmente, il sistema ha gli svantaggi dei sistemi pittografici. Se l’immagine stilizzata di una raffineria si fa ricondurre senza difficoltà alla stazione Refinería, è molto difficile per lo straniero, e forse anche per molti residenti, ricostruire il passaggio da un cappello militare ottocentesco al nome della stazione Niños héroes. E così via. Insomma, se si conosce il nome del posto in cui si vuole andare, non sempre i pittogrammi in sé offrono un’indicazione, in mancanza di informazioni di contesto.
 
Il problema è complicato dal fatto che le indicazioni alfabetiche sono decisamente poco leggibili! Soprattutto per le dimensioni dei caratteri, veramente minuscoli, per esempio, nelle indicazioni sulle linee all’interno dei vagoni:


Un po’, però, la scarsa leggibilità sembra dovuta anche al disegno. I caratteri usati sembrano infatti un adattamento spinto del carattere Eurostile disegnato da Aldo Novarese. Il risultato ha caratteristiche molto messicane – le forme quadrate e arrotondate richiamano bene la scrittura maya – e a me piacciono! Però è molto difficile da leggere. Non solo viene usato il tutto maiuscole, il che è un problema di per sé, ma il disegnatore ha cercato di dare a tutti i caratteri (più o meno) lo stesso spazio e forma quadrata, rendendoli poco distinguibili. Il risultato per me è stato veramente difficile da decifrare, anche da ridotta distanza, nei vagoni affollati. Oggi che anche in Messico la stragrande maggioranza della popolazione sa leggere e scrivere, sarebbe importante tenere conto del fatto e intervenire sul carattere (senza magari scordarsi del sistema dei pittogrammi).

Poi a fine viaggio si esce sulla grande piazza dello Zocalo, con i suoi spettacoli per turisti, e si passa a pensare ad altro.


 

giovedì 26 aprile 2018

La scomparsa di Armando Petrucci


 
Il 23 aprile è scomparso Armando Petrucci, il più grande paleografo e storico della scrittura attivo in questi anni in Italia. Non ho avuto la fortuna di essere suo allievo, anche se ho sentito diversi suoi interventi in molte occasioni, ma i suoi libri sono stati per me importantissimi in tutto il mio percorso di studi.
 
Ieri ho presenziato a un breve saluto a Petrucci alle sale della Pubblica Assistenza di Pisa. Hanno parlato, con commozione, Corrado Bologna e Alfredo Stussi. Corrado Bologna ha letto anche il suo ricordo pubblicato ieri sul Manifesto. Rimando a quello, da cui riporto qui solo una citazione che è una sintesi ma anche un programma di ricerca e, per me, un auspicio:
 
Non c’è nulla, nella storia dell’uomo, che possa ricondursi solo al pensiero: conta in primo luogo la fisicità degli oggetti che mettiamo al mondo lavorando con il cervello, la materialità dei gesti che gli individui compiono per lasciare traccia durevole della propria esistenza e per trasmettere alle civiltà future le proprie conquiste, le proprie fatiche, i propri sogni.
 

venerdì 26 gennaio 2018

Tavosanis, Lingue e intelligenza artificiale

  
 
Mirko Tavosanis, Lingue e intelligenza artificiale
È appena arrivato in libreria il mio nuovo libro: Lingue e intelligenza artificiale, pubblicato da Carocci.
 
Ci tengo a dire che alla base del libro c’è una pura curiosità personale. Qualche tempo fa mi sono infatti chiesto: quanto bene funzionano i sistemi moderni di elaborazione del linguaggio naturale? Io sono un “addetto ai lavori” attivo in un settore strettamente affine, ma mi sono accorto che la risposta non era ovvia né facile da trovare.
 
Uno dei motivi dietro a queste difficoltà è il fatto che i discorsi in materia sono immersi in un mare di esagerazioni. In fin dei conti, che i sistemi informatici siano capaci di trascrivere il parlato o di tradurre testi ho cominciato a sentirlo dire trent’anni fa. Ricordo bene, per esempio, un bravo editore italiano che nel 1990 dichiarava di aver assistito alla prova di sistemi automatici di traduzione e dichiarava che erano in grado di tradurre bene narrativa e saggistica. Già all’epoca trafficavo un po’ con queste cose e sapevo bene che nulla di tutto questo era vero; o meglio, che le prestazioni che venivano vantate erano remotissime da quelle che si potevano ottenere in circostanze reali. Con un po’ di esagerazione, ma non troppa, si può dire che a quei tempi i sistemi di trascrizione non trascrivevano e i sistemi di traduzione non traducevano.
 
Da qualche anno, però, mi sono accorto con piacere che le cose sono cambiate. Finalmente alcuni di questi sistemi funzionano e si possono usare nella vita di tutti i giorni. Solo che non sono perfetti… e non è chiaro quali cose funzionino bene e quali no. Le informazioni pubblicate sono poche e ben nascoste.
 
A un certo punto, quindi, mi sono detto che mi interessava avere dati più precisi. In particolare, mi interessava capire quanto funzionassero i sistemi che avevano un rapporto con il parlato e quelli che possono vantare l’apporto di tecniche nuove, definite genericamente come tecniche di “intelligenza artificiale”.
 
Uno dei motivi per cui questa curiosità era forte è stato il rapporto con la scrittura. A me interessa soprattutto la lingua scritta, e questi sistemi in alcuni casi sembrano permettere cose che in precedenza solo la scrittura poteva fare. Per questo, tra l’altro, ho aperto un blog dedicato alle interfacce vocali.
 
La risposta alla domanda di base, comunque, è rimasta molto sfaccettata. Diciamo che, nella mia prospettiva, le prestazioni dei sistemi si sono rivelate sorprendentemente buone per quanto riguarda la traduzione del “parlato letto”, sorprendentemente cattive per quanto riguarda la trascrizione di conversazioni spontanee, mediocri ma sorprendentemente utili per quanto riguarda la traduzione da una lingua all’altra, sia nello scritto sia nel parlato… In molti casi, i risultati che sono riuscito a misurare sono stati molto diversi da quelli che mi sarei aspettato.
 
In aggiunta a questi numeri ho poi cercato di fare qualche speculazione sull’utilità futura di questi sistemi. Qui il discorso ha dovuto intrecciare le prospettive informatiche (che conosco poco) e quelle storico-linguistiche (che invece spero di conoscere abbastanza bene). Il risultato lo giudicheranno i lettori. Per me, in ogni caso, c’è la soddisfazione di essermi tolto diverse curiosità e di essere passato, spero, alla fase successiva.
 
Oltre che nelle librerie tradizionali, il libro è disponibile anche attraverso canali di vendita come Amazon. Spero che in tempi ragionevoli sia possibile avere anche una versione come e-book.
 
Mirko Tavosanis, Lingue e intelligenza artificiale, Roma, Carocci, 2018, pp. 126, € 12, ISBN 978-88-430-9013-6.
 

giovedì 27 ottobre 2016

Kirschenbaum, Track Changes

  
 
Copertina di Track Changes di Matthew G. Kirschenbaum
Di alcune sezioni di questo bel libro di Matthew Kirschenbaum ho parlato in due altri post: uno presentato su questo blog e uno (Il word processing, la luce e la voce) sul blog Interfacce vocali. Adesso è arrivato il momento di parlare del libro nel suo assieme e vederne le caratteristiche.
 
Kirschenbaum racconta il modo in cui gli scrittori di lingua inglese hanno adottato la videoscrittura e il personal computer a partire dagli anni Settanta. La sua è una storia fatta di dettagli, più che di generalizzazioni sull’impatto dell’informatica, e questa scelta è condivisibile. Come dice l’autore stesso nell’introduzione, domande come “l’avvento del computer ha portato a pensare e a lavorare in modo diverso?” sono infatti “unresolvable absent close and careful attention to the particular of individual writers and their writing instruments”.
 
Questa reticenza metodologica però nasconde un importante risultato. La descrizione qualitativa degli esiti diversificati collegati all’avvento della videoscrittura fa pensare che in realtà l’impatto delle tecnologie informatiche non sia stato a senso unico e ben definito, come vorrebbero invece molte posizioni teoriche. Si è trattato invece di un evento storico che ha avuto esiti molto differenziati.
 
Introduzione: It is Known (p. 1).
 
Il libro parte dall’interesse e dalle discussioni suscitate dalla scoperta che ancora oggi uno scrittore di successo come George R. R. Martin scrive i suoi libri usando vecchio programma di scrittura WordStar (che a suo tempo fu un software rivoluzionario, creato da Seymour Rubinstein e Rob Barnaby riducendo il ruolo dei “modi d’uso” nell’interfaccia). Questo rapporto con la materialità della scrittura non solo è importante dal punto di vista pratico (“writing invariably runs into resistance”, dice Kirschenbaum a p. 5), ma interessa molto i lettori: si ha la percezione che “knowing that Martin uses WordStar means more than knowing his favorite ice cream” (p. 6). Al tempo stesso, ciò non vuol dire che un programma di scrittura sia “in a position of authority over something as complex and multifaceted as the production of a literary text” (p. 7).

Ci sono anche elementi pratici in questo interesse per gli strumenti degli scrittori – per esempio, in rapporto al problema di conservarli – ma è ovvio che le ragioni profonde di questo interesse sono “umanistiche”. Perché Lucille Clifton rimase molto tempo attaccata a un VideoWRITER 250 (p. 11)? O John McPhee a una serie di modifiche su misura a un programma di scrittura chiamato Kedit (p. 12)? Difficile da dire, ma chiaramente c’è la percezione che sapere queste cose sia rilevante e ci aiuti a dare un fondamento alle nostre conoscenze sulle opere (p. 13).
 
Capitolo 1: Word processing as a literary subject (p. 14).
 
La diffusione del word processing non è stata inevitabile e i letterati hanno associato per molto tempo queste tecnologie alla ripetitività e alla burocrazia (p. 16). Del resto, i programmi di scrittura non sono stati inventati per i letterati… ma lo stesso valeva per la macchina da scrivere, che però col tempo ha preso anche un valore iconico.
 
Inizialmente gli scrittori tendevano a vedere il computer proprio come un sostituto della macchina da scrivere (p. 20). Del resto, molti non hanno abbandonato la macchina da scrivere neanche oggi: è il caso di Paul Auster, Don De Lillo, Cormac McCarthy e Joyce Carol Oates (p. 21). Altri alternano in vario modo computer, macchine da scrivere, penne stilografiche… (una fascinante casistica viene fornita a p. 22); e, come viene detto più avanti (p. 27), “there is no easy sorting of any of these writers into analog or digital binaries”. Scrivere è un processo complesso (p. 29) che non nasce nell’isolamento (p. 30). Vale quindi la pena concentrarsi sugli individui e sulle differenze.
 
In quanto al word processing, le storie dell’informatica ne parlano poco – anche se Till A. Heilmann ha scritto in tedesco una storia dedicata a questo (p. 23). Visionari come Ted Nelson hanno disdegnato il word processing in quanto rappresentava di un modo “conservativo” di concepire il testo (p. 24). D’altra parte, gli studiosi di alfabetizzazione e scrittura se ne sono occupati molto (p. 25), e in qualche occasione l’hanno fatto anche i filologi (p. 26).
 
Capitolo 2. Perfect (p. 33).
 
Una delle parole chiave per ricostruire la storia del word processing è l’aggettivo “perfetto”. Nei messaggi promozionali veniva spesso rivendicata la possibilità di ottenere grazie al word processing testi perfetti, senza tracce di revisioni. L’obiettivo era produrre risultati migliori e più in fretta (p. 34). A volte, però, la perfezione superficiale, visiva, veniva confusa con la perfezione dei contenuti del testo (p. 36)… o perlomeno c’era il dubbio che ciò avvenisse. A monte, c’erano molte preoccupazioni sulla scrittura automatica (vengono citati in rapida successione esempi di Leiber, Clarke, Swift: pp. 38-41).
 
Nello stesso periodo, l’etichetta di “perfetto” venne spesso usata per parlare di libri, come per esempio Caccia all’Ottobre rosso. Sono gli anni in cui il mercato librario si concentrò al tempo stesso sui grandi nomi e sui produttori di best-seller in serie, il cui campione è James Patterson. Tuttavia questo processo è scollegato rispetto all’informatizzazione… a tal punto che Patterson, per esempio, scrive a penna in corsivo (p. 44).
 
Avvicinandosi alla chiusura del capitolo, Kirschenbaum cita una definizione di Daniel Chandler secondo cui la videoscrittura è una forma di “iscrizione sospesa” (p. 46). Seguono poi alcune osservazioni filosofiche e l’esperienza di Anne Rice.
 
Capitolo 3. Around 1981 (p. 51).
 
“1981 was about the time word processing entered public awareness at large and became a topic of conversation and debate in the literary world and elsewhere” (p. 52), mentre uscivano modelli e software. Asimov raccontò in dettaglio su Popular computing le sue esperienze in proposito, passate dalla diffidenza allo studio di manuali e poi a una vera e propria passione – soprattutto per quanto riguarda l’uso del computer per le revisioni (pp. 54-58). “What’s happening there is the redistribution of labor. Asimov, as author, is performing work that he would have previously and cheerfully left to his copy editor (…) The computer is the venue for producing clean copy” (p. 58). Come dice Asimov stesso: “it’s not a question of speed after all, but of perfection” (p. 59).
 
Da p. 59 a p. 63 si parla dell’esperienza di Stephen King e Peter Straub nella scrittura del Talismano (pubblicato nel 1984). Il word processing occupò anche in questo caso il suo spazio “among existing work habits and networks – and it reconfigured them to varying degrees – but it never simply replaced them” (p. 63). Da p. 63 a p. 67 si racconta di Amy Tan, come utente di Kaypro II e del programma Perfect Writer, nonché fondatrice del gruppo di utenti Bad Sector. Da p. 67 a p. 70 si parla di Arthur C. Clarke e della sua collaborazione via satellite con Peter Hyams sul testo di 2010 (usando WordStar su un microcomputer Archives III). Il capitolo si chiude con le esperienze informatiche di Harold Brodkey e Michael Chabon.
 
Capitolo 4. North of Boston (p. 74).
 
I ritratti fotografici di Jill Krementz (1996) mostrano scrittori alle loro scrivanie, a volte con computer. Stephen King, fotografato nel 1995, ha ancora in casa il suo word processor Wang vecchio di quasi quindici anni (p. 76). Alle pp. 77-83 viene riassunto in dettaglio il racconto di King “Word Processor for the Gods”, “Likely the first extended fictional treatment of word processing by a prominent English-language author written in a realist manner” (p. 77; con l’ultima precisazione Kirschenbaum intende un racconto in cui si parla di prodotti esistenti). King ha inoltre usato in modo creativo la comunicazione elettronica in diverse circostanze.
 
John Updike ha scritto la poesia “The Word Processor” nel marzo del 1983 (p. 85), imitando i punti che vedeva sullo schermo (“INVALID.KEYSTROKE”). “Updike’s relationship to the screen wold remain ambivalent” (p. 88). Dopo una citazione del Pendolo di Foucault viene descritto in dettaglio l’ambiente di lavoro di Updike, che a seconda del lavoro scrive a penna, a macchina o con il computer (l’ultima lettera con la sua vecchia macchina è un addio al dattilografo).
 
Capitolo 5. Signposts (p. 92).
 
L’inizio di questo capitolo, tutto dedicato agli scrittori di fantascienza, l’ho già riassunto parlando del problema dell’identificazione della prima opera letteraria scritta al computer: forse un racconto di Jerry Pournelle. Il primo discepolo di Pournelle fu poi il suo coautore Larry Niven. D’altra parte, Pournelle prese a presentarsi alle convention di fantascienza con computer portatili e tenne traccia di chi comprava i diversi sistemi.
 
Anche Frank Herbert, come Pournelle, tentò di costruirsi un computer (p. 104); non ci riuscì, ma assieme al suo amico Maxwell Barnard scrisse (a macchina) un libro appassionato sull’argomento, Without Me You Are Nothing (1980), in cui descrisse il suo sistema informatico ideale e inserì esempi di programma.
 
Barry Longyear comprò nel 1979 un sistema di videoscrittura Wang 5, come Stephen King (p. 108). Anche i suoi giudizi sono positivi: “‘Now that the burdens of typing, correcting, and retyping had been lifted from me by my Wang… there was no need to begin a story with a title and a perfect first sentence’” (p. 109). Su questo si trovò a discutere con Pournelle, che preferiva i computer ai sistemi di videoscrittura.
 
In modo del tutto indipendente, Robert L. Forward iniziò a scrivere al computer perché aveva accesso a un mainframe che faceva girare l’editor TECO. Anche Eileen Gunn iniziò a lavorare su un PDP-8 fornito dalla sua azienda.
 
In Gran Bretagna, Terry Pratchett comprò un Sinclair ZX81 non appena il computer fu disponibile (1981); Douglas Adams comprò nel 1982 un word processor Nexus e poi un Apricot, e così via (p. 111), aiutando il pubblico a cambiare il modo in cui tali strumenti erano percepiti. Vengono poi citati tra gli utenti precoci Jack Vance (che aveva problemi di vista) e Samuel R. Delany. Oppositori erano invece Harlan Ellison e Andre Norton e numerosi altri. Si introduce poi il caso di William Gibson, che iniziò a usare il computer solo nel 1988 e collaborò in seguito con Bruce Sterling lavorando al computer (p. 116).
 
In generale, quindi, le persone che lavoravano “in various forms of genre fiction tended to adopt word processing earlier tha writers who perceived themselves to be engaged in the craft of belles lettres” (p. 117).
 
Per quanto riguarda le conseguenze, “Many writers professed a newfound commitment to the craft of writing after their sojourns in the electronic empyrean. Whether or not the prose really did get “better” (by whatever standard) is a question I leave for readers of particular authors to debate” (p. 118). È in effetti opinione diffusa che in molti generi letterari i romanzi siano diventati più lunghi con l’avvento del word processor, ma quello era comunque un periodo di cambiamenti  nel mercato editoriale e Kirschenbaum è tutt’altro che convinto della cosa. “I am suspicious of any claims to account for broad shifts in literary trends solely through technological factors (…) Word processing doubtless played its part in the numbers and the girths of novels or other books – except for wherever it didn’t”. Il caso di Octavia Butler mostra che anche con i computer si poteva continuare, per esempio, a fare false partenze.
 
Capitolo 6. Typing on glass (p. 119).    

Qui ho smontato i contenuti del capitolo in due testi diversi. Della sezione iniziale ho parlato nel post sulle Interfacce vocali. Della sezione finale, che riguarda il lavoro di John Hersey, ho parlato nel post precedente su questo blog.
 
Capitolo 7. Unseen Hands (p. 139).
 
Anche qui, ho sintetizzato l’inizio del capitolo sul mio blog Interfacce vocali. Il testo poi prosegue mostrando che il “word processing” è anche tecnologia associata con l’automazione. Daniel Chandler ha mostrato che molti scrittori abituati alla scrittura a mano non hanno apprezzato computer e macchine da scrivere (p. 160). La presentazione di “letterforms as a constantly available inventory contributed to the typewriter’s association with industrialization, as well as to the sense of language itself as a commodity”, oltre a contribuire ad alcune idee dell’avanguardia. Oggi le parole vengono facilmente contate e Twitter e messaggini hanno reso “character counts the most vital metric for assessing the viability of a text”.
 
Questa atomizzazione permetteva di selezionare e modificare non solo caratteri ma anche parole, frasi e paragrafi (p. 161). Ma per il futuro si immagina spesso la scrittura prodotta direttamente attraverso gli impulsi nervosi, che interromperebbe il rapporto con la mano (p. 163). D’altra parte, Stanley Elkin iniziò a scrivere su un sistema Lexitron VT 1303 già nel 1979 perché le sue condizioni di salute gli rendevano impossibile scrivere in altro modo.
 
Capitolo 8. Think Tape (p. 167).
 
L’apertura di capitolo è dedicata alla descrizione del lavoro di Len Deighton, di cui ho già parlato. Kirschenbaum ricorda però che il sistema MT/ST comprato da Deighton veniva presentato come qualcosa che da un lato avrebbe prodotto testi perfetti, dall’altro avrebbe eliminato molte segretarie. Non venne data molta attenzione al fatto che proprio le segretarie avrebbero dovuto occuparsi poi del nuovo strumento.
 
L’apprendimento dei comandi dell’MT/ST era peraltro complicato, e richiedeva di imparare la “logica del nastro” in un modo efficacemente sintetizzato da un invito IBM: “Think Tape” (p. 177). I caratteri venivano infatti registrati su un nastro magnetico e cancellati o sostituiti durante le revisioni. La logica non era poi troppo diversa da quella di sperimentatori come Burroughs e Gysin (p. 179).
 
Da qui, fino a fine capitolo, Kirschenbaum ritorna poi sulla storia di Deighton e Handley.
 
Capitolo 9. Reveal codes (p. 184).
 
Il capitolo comincia presentando esempi di scrittori che hanno fatto riferimento a programmi di scrittura all’interno delle loro opere: John Barth, Joan Didion, Paul Kafka, Anna Carson, Elly Bulkin, Douglas Coupland, Jeannette Winterson, Gary Snider, Chalres Bukowski, Jacques Derrida… Del resto, visto che gli scrittori passano così tanto tempo davanti alla tastiera, è inevitabile che facciano esplorazioni, e la possibilità di usare computer e word processor come “literary devices” nelle opere è stata ampiamente sfruttata (p. 186). Alcuni si sono lmitati a citare i propri computer (Ann Rice, Tom Clancy, Umberto Eco), altri, come De Lillo, hanno raccontato il rifiuto di usarli. Kirschenbaum cita ancora Stephen King e John Updike, e poi John Varley e Russell Hoban. In tutti questi ultimi casi compaiono nomi di prodotti specifici. Henry Roth usa un computer come importante strumento di dialogo nella sua tetralogia Mercy of a Rude Stream (2014; p. 187).
 
D’altra parte, il senso comune dice che il word processing “encourages authors to overwrite because it is so easy for them to continue revising and embellishing their prose” (p. 188). La disponibilità di dizionari dei sinonimi e ricerche sul web “no doubt exacerbates these tendencies”. Il participio “Overwritten” viene usato per indicare “the combination of efficiency and easy access that is associated with word processing in the popular imagination”.
 
Un romanzo satirico basato su questa idea è Potboiler di Jesse Kellerman (2012), il cui protagonista riscrive il romanzo “overwritten” di un collega. Tuttavia, dice Kirschenbaum, qui entra in gioco anche un altro significato di “overwrite”: riscrivere un testo lavorandoci e scrivendoci sopra. Questo è anche ciò che hanno fatto Gibson e Sterling in The Difference Engine, “scrivendo sopra” ciò che loro stessi avevano prodotto, ma anche sopra testi base di età vittoriana (p. 190). Gibson dichiara che ancora oggi il suo lavoro funziona così: inizia a leggere quanto ha già scritto, lo rielabora, e solo alla fine della revisione aggiunge altro testo (p. 191). Anche Seth Grahame-Smith ha lavorato così per generare Pride and Prejudice and Zombies (2009), in una logica di remix. Tuttavia, esperimenti del genere “are notable precisely because of their comparative scarcity” e funzionano solo in casi particolari: non c’è il rischio che il mondo letterario venga sommerso da una marea di remix.
 
Viene poi discusso il caso di 1Q84 (2011) di Murakami (pp. 192-195).
 
Per quanto riguarda le macchine, all’inizio il Macintosh venne poco considerato dai professionisti (p. 195). D’altra parte, l’idea Apple era proprio quella di produrre un computer che non fosse associato al ripetitivo lavoro da ufficio, anche grazie ai font e alle icone disegnate da Susan Kane (p. 196). Presto si cominciò a parlare di “desktop publishing”: “Some prescient authors and editors had already realized the potential use of computer for publishing and distribution as well as composition” (p. 196). Un esperimento per esempio fu la rivista “Between C&D” (1983). Tuttavia, il più entusiasta sperimentatore con il Macintosh è stato Edward Kamau Brathwaite, nato nelle Barbados (p. 197). In questo caso, “the Mac’s font libraries and layout capabilities are used to visually orchestrate and arrange the language of Brathwaite’s poems on the page” (p. 198): Braithwaithe ha parlato di “Sycorax [il nome dato al suo computer] Video Style”. Le sue idee, “in sympathy” con quelle di Ong, è che “‘The computer is getting as close as you can to the spoken word’” (p. 199). D’altra parte, come ha notato Carrie Noland, “many of the typographic gestures that he employs resist vocalization”… e non ne sono sorpreso. Seguono molti dettagli sul suo lavoro, sull’uso di Kaypro, Eagle, ecc. Oggi il suo lavoro sembra molto retro (p. 202).
 
Alcuni scrittori hanno lavorato al confine tra scrittura e desktop publishing (p. 203). Mark Z. Danielwski ha scritto a mano la prima stesura del suo romanzo, poi l’ha revisionata su un word processor e infine ha fatto l’impaginazione su QuarkXPress. Dave Eggers, si dice, scrive sempre su Quark. Altri esempi sono Steve Tomasula, Tan Lin, David Daniels. Elisabth Tonnard ha pubblicato nel 2010 una serie di classici della letteratura “as rendered by Word’s AutoSummary feature” (p. 204; la funzione è stata rimossa a partire da Office 2010) – un lavoro ispirato da Kenneth Goldsmith, che è stato a sua volta oggetto di esperimenti di Brian Kim Stefans (p. 205). Elaborazioni artistiche sui programmi di scrittura sono state fatte da Matthew Fuller e Tomoko Takahashi. Joel Swanson ha esibito una stampa della barra spaziatrice Apple su sfondo bianco (p. 206).
 
Capitolo 10. What remains (p. 207).
 
Salvare file divenne un’abitudine così rapidamente che si dice che alcuni spettatori abbiano emesso gemiti quando, alla fine della versione cinematografica di Stand By Me (1986), il protagonista spegne il computer senza aver dato visibili comandi di salvataggio. Tra gli esempi di persone che hanno avuto danni da mancato salvataggio, o che si sono attrezzate per gestire il problema, figurano Jimmy Carter, Len Deighton, Frank Herbert e Max Barnard, Jack Vance, Piers Anthony, Robyn Carr e Michael Parfit. Le vecchie ansie sono state affiancate da quelle nuove (p. 208).
 
Alle carte degli scrittori viene data una venerazione particolare… ma è molto dubbio che gli archivi elettronici possano essere visti allo stesso modo, o conservati allo stesso modo. E questa è una preoccupazione molto sensibile in Italia! Maxine Hong Kingston racconta della perdita del suo manoscritto e dei suoi dischi in un incendio (pp. 211-212). I contenuti dei dati del VideoWRITER 250 usato da Lucille Clifton sono stati salvati solo stampandoli (pp. 213-214).
 
Oggetti come lo scomparso Wang di Stephen King o il Dell usato da Jonathan Franzen sono oggetti “intimately associated” con le pratiche di scrittura dei loro autori o semplicemente prodotti da gettar via? Molti autori hanno lasciato materiali digitali in molti importanti archivi letterari. L’esempio più noto è quello di Salman Rushdie: la Emory University ha quattro dei suoi Macintosh e uno di questi è disponibile come “complete virtual emulation” (p. 215). Altri esempi riguardano Peter Carey, Norman Mailer, Michael Joyce e Gabriel García Márquez (p. 216). In alcuni casi, questi computer (come nel caso di Stieg Larsson) possono contenere testi inediti importanti. “Perhaps best of all”, il Wang 5 di Barry Longyear è stato usato in una recita scolastica come parte della cabina di comando di un’astronave. Per quanto riguarda Pournelle, Zeke fu cannibalizzato per parti di ricambio, mentre Zeke II è nei depositi dello Smithsonian Museum (p. 217). Molti dei pezzi citati in questa storia, da quelli di Brthwaite a quelli di Amy Tan, oggi sono stati distrutti.
 
I floppy disk, invece, sono “residual media” (p. 219), anche se sopravvivono come icona. Testi incompiuti su floppy disk sono stati ritrovati per Douglas Adams e David Foster Wallace (p. 221), e così via. Ballard non ha mai usato computer, e quindi il suo forse sarà “‘the last solely non-digital literary archive of this stature’” (p. 223). Updike ha lasciato molti materiali, anche elettronici, ma Paul Moran ha raccolto molte cose dalla spazzatura di Updike a partire dal 2006 (pp. 223-226).
 
Comunque, e anche qui siamo in un terreno familiare alla cultura italiana e ai lavori di Domanico Fiormonte, “Students and scholars have long been fascinated by the extent to which access to an author’s manuscripts opens a window onto the mysteries of the creative process” (p. 227). Molto si perde, ma in Word “What is today know to us as the ‘Track Changes’ feature was initially called ‘Redlining’”, funzione che “began as a stylesheet in Microsoft Word 3.11 (released in 1986) and was a fully integrated feature in Word 4.0 the following year” (p. 228). Più tardi la funzione divenne prima “Mark Revisions” e poi, con Word 97, “Track Changes”. Tuttavia l’idea era più antica: Word Perfect aveva sempre avuto funzioni simili e il Source Code Control System era stato sviluppato dai Bell Labs nel 1972.
 
Quindi, paradossalmente, “as fragile as electronic media are and as fleeting to the historical record as they may be, they create enormous and potentially unprecedented opportunities for scholarship”. Max Barry ha reso disponibili tutte le versioni di elaborazione di un suo romanzo (p. 230). In quest’ottica, “text becomes less like an object or an artifact and more like an event”. Oggi siamo anche abituati a pensare ai media digitali come dotati di “idiosyncratic forms of resilience” (p. 232). Non è inconcepibile pensare a uno studio dei testi in parallelo a ciò che l’autore faceva in quel momento, alle e-mail che scriveva, ai siti web visitati… un lavoro del genere è in corso per le opere di Thomas Kling (p. 233).
 
After word processing (p. 235).
 
Kittler lamentava in passato l’assenza di studi sulla dattilografia. Nel 1994, Word aveva il 90% del mercato americano dei programmi di scrittura: la versione 1.0 per DOS era stata rilasciata da Charles Simonyi con la collaborazione di Richard Brodie nel 1983. Questo programma è stato molto criticato, per esempio da Charles Stross, ma “It is indisputable that creative writing was never imagined as an important marketplace for word processing” (p. 236). E in tempi recenti l’egemonia di Word è stata incrinata da programmi come Scrivener (p. 237) e “austerityware” come WriteRoom (p. 238) o da altri che propagandano scelte ancora più radicali, come Write or Die. Anche se il concorrente più diretto di Word oggi è naturalmente Google Docs (p. 239).
 
Tastiera e schermo nel frattempo si sono ritrovate in uno spazio virtuale (p. 240), è ricomparso lo stilo e sono venuti fuori strumenti curiosi come la macchina da scrivere Hemingwrite, dotata di schermo a inchiostro elettronico. Più radicalmente, alcuni testi oggi possono essere scritti direttamente dal computer (p. 242).
 
Tuttavia, Kirschenbaum pensa che “the future of word processing will prove significantly more variegated”: scelte come quella di George R. R. Martin sono “not eccentric but symptomatic”. Oggi, più che fare word processing, “we mostly just write, here, there, and everywhere, across ever-increasing multitudes of platforms, services, and surfaces” (p. 243). I computer non hanno sostituito le tecnologie precedenti ma hanno iniziato una coesistenza (p. 244). Seguono le considerazioni sul primo autore al computer, che ho riportato a parte.
 
Soprattutto, e qui torniamo al discorso iniziale, Kirschenbaum nota: “Every impulse that I had to generalize about word processing – that it made books longer, that it made sentences shorter, that it made sentences longer, that it made authors more prolific – was seemingly countered by some equally compelling exemplar suggesting otherwise” (p. 245). La diffusione di questo word processing di massa attorno al 1981 fu “an event of the highest significance in the history of writing” (p. 246), ma il suo impatto fu “more diffuse” di quello che si potrebbe pensare. Qualche scrittore passò al computer, qualcun altro no, ecc. ecc. Forse il “distant reading” prima o poi ci dirà qual è stata la tendenza prevalente (p. 247), ma Kirschenbaum preferisce “to err on the side of individual circumstance and plurality rather than hard determinism”. In fin dei conti, questo sistema di scrittura è sia banale sia straordinario… e qui si conclude il libro.
 
Matthew G. Kirschenbaum, Track Changes. A Literary History of Word Processing, Cambridge (Massachusetts), Belknap Press, 2016, pp. xvi + 344, € 25, ISBN 978-067441707-6. Letto nella copia della Biblioteca di Lingue e letterature romanze dell’Università di Pisa.
 

martedì 25 ottobre 2016

La prima opera letteraria scritta al computer

  
 
Jerry Pournelle (da Wikipedia in lingua italiana): detentore di un primato?
Dicevo… il mio venerdì a Doha è stato in buona parte speso a leggere un libro affascinante, Track Changes di Matthew G. Kirschenbaum. Il libro fa la storia del modo in cui gli scrittori hanno adottato il “word processing”, e io sono rimasto incantato da tutti i dettagli che emergono dalla ricerca.
 
Va precisato che il lavoro è centrato in sostanza sulla sola letteratura di lingua inglese negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Ricerche precedenti, come quella di Domenico Fiormonte, hanno un respiro decisamente più internazionale. Ma Kirschenbaum è onesto sui limiti, e, al loro interno, parte cercando di rispondere a un dubbio di base: qual è stato il primo romanzo scritto usando un word processor? Nel caso della macchina da scrivere, c’è una risposta definita perché il primo romanzo della letteratura statunitense consegnato all’editore come dattiloscritto è stato Life on the Mississippi di Mark Twain (1883). Nel caso del “word processing”, invece, le cose sono più incerte.
 
La lettura è gradevolissima, ma un punto debole del libro dal punto di vista della ricerca è che gli argomenti sono presentati a pezzetti, all’interno di più capitoli. Un quadro logico del word processing avrebbe meritato un capitolo a parte, per esempio. Io mi sono fatto una schedatura sistematica del libro e poi sono andato a prendere i pezzi associati e li ho ricomposti. Provo a sintetizzare qui quanto Kirschenbaum dice sul problema di partenza: chi è stato il primo scrittore a sedersi “in front of a digital computer’s keyboard and compose a published work of fiction or poetry directly on screen” (p. 244)?
 
Forse non sapremo mai con sicurezza la risposta a questa domanda, dice Kirschenbaum. Forse è stato Jerry Pournelle, o David Gerrold, o Michael Crichton o Richard Condon o qualcun altro non preso in esame in Track Changes libro. Probabilmente è successo nel 1977, o al più tardi nel 1978. Inoltre, probabilmente è stato uno scrittore “popular”, e di lingua inglese. Ma vale la pena vedere in dettaglio alcuni casi specifici.
 
Jerry Pournelle
 
I lavori di Gerrold, Crichton e Condon non sono descritti in dettaglio nel libro. Tuttavia, Kirschenbaum parla a lungo del suo candidato più forte, uno scrittore di fantascienza ben noto agli addetti ai lavori, ma non all’esterno: Jerry Pournelle. La sua storia viene raccontata in dettaglio nel quinto capitolo, intitolato “Signposts”, cioè ‘cartelli stradali’.
 
Il titolo del capitolo si riferisce agli scrittori di fantascienza deriva dal fatto che Isaac Asimov diceva, riguardo al futuro, di essere un “cartello stradale”, cioè uno che indicava la strada, non uno che avrebbe fatto davvero le cose raccontate nei suoi libri. Però, quando fu il momento, anche lui passò rapidamente alla scrittura con il computer. E, come dice Kirschenbaum: “As a group, science fiction (SF) authors accounted for more early converts to word processing than any other community or constituency within the literary field. In my estimation, SF authors were ahead of the popular adoption curve by three to four years”, cioè già a partire dal 1978.
 
L’ovvia spiegazione per questo stato di cose è il fatto che i computer erano “fantascientifici” (p. 93). Kirschenbaum tuttavia non è convinto che sia questa la ragione, perché i computer della fantascienza erano grossi e senzienti… e gli scrittori di fantascienza “no more predicted or successfully anticipated word processing (…) than any other genre or constituency” (p. 95). Non mi sembra che questo però sia una grande controindicazione! Anche se piccoli, i computer di fine anni Settanta odoravano di futuro.
 
Un altro fattore poteva essere la presenza di evangelizzatori come Jerry Pournelle, che fu forse, appunto, il primo autore a scrivere “published fiction on a word processor” inviando all’editore lo stampato (p. 96). Non è peraltro sicuro quale sia stato il lavoro completato in questo modo.
 
La definizione di “lavoro” è poi particolarmente indicata perché per Pournelle scrivere era esattamente questo. In particolare, una cosa che proprio non gli piaceva era “‘retyping an entire page in order to correct half a dozen sentences’” (p. 97). Va inoltre notato che, nonostante lavorasse già con i computer, fino al 1977 a Pournelle non era venuta in mente l’idea di usarli per scrivere (p. 98). Quando fu il momento, però, non si limitò a comprare un prodotto preesistente costruì assieme a un amico un suo computer originale, basato sul microprocessore Z-80, cui diede il nome di “Zeke”.
 
Secondo Pournelle, il computer gli fece subito risparmiare un sacco di tempo, permettendogli di scrivere più rapidamente – e quindi, nella sua ottica, meglio. Nel 1979 Pournelle, scrisse assieme a Larry Niven il racconto “Spirals” che fu pubblicato lo stesso anno e forse è il primo testo pubblicato prodotto con “Zeke” (p. 99). Inoltre, nonostante tutte le difficoltà tecniche (p. 100), Pournelle sperava che il computer potesse aiutarlo anche nei calcoli connessi con la sua narrativa.
 
Se Pournelle è il candidato più forte, Kirschenbaum tuttavia ricorda che molto dipende dalle definizioni. Nel libro sono quindi descritti due casi precedenti che, volendo, potrebbero a loro volta rappresentare i primi esempi di scrittori al computer.
 
John Hersey
 
Nel sesto capitolo del libro, Kirschenbaum dedica ampio spazio (pp. 131-138) alla storia dello scrittore John Hersey, autore di quello che potrebbe essere uno dei primi romanzi realizzati “al computer”: My Petition for More Space (1974). Hersey, divenuto responsabile della Pierson Press a Yale, incoraggiò il lavoro di due collaboratori, Peter Weiner e il capo del dipartimento di grafica della Yale School of Art, Alvin Eisenman, che collegarono un computer PDP-10 a una macchina per fotocomposizione Mergenthaler. A quei tempi le macchine per fotocomposizione ricevevano istruzioni attraverso nastri di carta, ma si stava diffondendo anche l’impiego di computer. Hersey non solo approvò il lavoro ma si lanciò con passione nell’uso del programma sviluppato per questo compito, LINTRN.
 
Eisenman e Weiner resero disponibile a Hersey anche un programma di scrittura chiamato Editor, notevole anche per il suo modello computazionale del testo, visto come una pagina bidimensionale anziché come una stringa monodimensionale (p. 134). Il programma era peraltro molto difficile da usare: a Hersey richiese un mese di addestramento, anche se le funzioni di ricerca vennero molto apprezzate. Hersey lo usò appunto per scrivere il suo romanzo.
 
Il testo che Hersey digitava, tuttavia, era stato precedentemente scritto a penna (in corsivo), e il romanzo era stato elaborato in modo del tutto indipendente dal computer. Durante l’elaborazione, anche se Hersey modificò molte parole e molti giri di frase, “he did not appear to add or remove sustantial portions of the text once it had been input into the Editor” (p. 136). Mancava quindi qualcosa, rispetto alla composizione completamente al computer. Eppure questo lavoro è comunque significativo: anticipa Pournelle di quattro o cinque anni, e le attività svolte rientrano in pieno in ciò che oggi definiremmo “word processing”.
 
Len Deighton ed Ellenor Handley
 
Un altro antecedente è ancora più antico. Come scrive Kirschenbaum nelle prime righe dell’ottavo capitolo, infatti, “What is very likely the first novel written with a word processor wasn’t written on a word processor with a screen and its words weren’t ‘processed’ by the novelist who wrote it”: si tratta di Bomber di Len Deighton, pubblicato nel 1970.
 
Deighton aveva un’assistente, Ellenor Handley (p. 167). Infatti, il ruolo di “segretaria” o “dattilografa” esisteva anche per gli scrittori, oltre che nel lavoro da ufficio. “But while Updike dismissed his typist once he got a word processor, many others, like Stephen King, did not. Both before and after the advent of word processing, as Leah Price and Pamela Thurschwell have compellingly demonstrated, the literary secretary occupied a unique place, ‘iconic and yet invisible’, at the intersection of labor, gender, and inscription”. Visto che Ellenor Handley aveva ribattuto alcune stesure di capitoli di Bomber fino a due dozzine di volte, Deighton acquistò un IBM MT 72, noto anche come Magnetic Tape Selectric Typewriter (1964), che oltre a battere i caratteri li registrava su un nastro magnetico, permettendo di ribattere in automatico una pagina in caso di correzioni (p. 168). Non solo questo rendeva possibile eliminare le copie carbone, ma le sofisticate funzioni della macchina permettevano per esempio il mail merge, la ricerca nel testo e così via (p. 169). Il risultato, venduto a $ 10.000, era una macchina venti volte più costosa della normale IBM Selectric. A venderla era inoltre la sezione dell’IBM dedicata ai prodotti da ufficio, che la presentava come economica soluzione per il “power typing” (p. 171).
 
Nella pratica, Deighton lavorava in piedi su una Selectric alimentata da carta da telescrivente, mentre la sua segretaria si occupava della nuova macchina (p. 180). Tuttavia, entrambi si trovavano nella stessa stanza: “even as literary production modeled itself on corporate practice, it modified and scaled those practices to more human levels where traditional roles and distinctions might erode” (p. 181). Il libro fu il primo a essere composto dall’autore anche su nastro (p. 182), e le mani che si occuparono di questo lavoro furono quelle di Ellenor Handley (p. 183).
 
Del resto del libro parlerò in altri post.
 

venerdì 12 agosto 2016

Gli etruschi maestri di scrittura


C'è scritto "śuθina", 'oggetto funerario'
Consiglio caldamente la mostra Gli etruschi maestri di scrittura, aperta al Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona fino all’11 settembre.
 
La mostra è innanzitutto un’eccezionale occasione per vedere riunite in un colpo solo, e in pratica in una sala sola, alcune delle principali testimonianze della scrittura etrusca. Nella Mostra sono infatti presenti due dei tre testi etruschi più lunghi arrivati fino a noi: oltre alla Tabula Cortonensis, che appartiene alla collezione permanente del Museo ed è la terza classificata, c’è in prestito il primo classificato, il Liber linteus di Zagabria (il secondo classificato, la Tabula Capuana, non si è invece mosso da Berlino). Inoltre, tra i testi brevi ci sono alcuni dei più famosi: la tavoletta con alfabeto di Marsiliana d’Albegna, il Fegato di Piacenza e i dadi da gioco di Vulci.
 
Dal mio punto di vista, la mostra ha anche una serie di meriti espositivi. Innanzitutto, mette a fuoco la grande varietà di usi della scrittura presso gli etruschi: tessere d’amicizia, dediche alle divinità, documenti legali… E a questo corrisponde la varietà di supporti. Una vetrina dedicata a “Testi e immagini” accosta esempi in cui la scrittura compare su uno specchio, su un serpente inciso su bucchero, su una punta di lancia, su un vaso da profumo. Ma basta girarsi di pochi passi per trovare scritte sui panneggi di una statua, sul modello di fegato conservato a Piacenza, e così via. Mancano, per ovvi motivi, testimonianze preziose come quelle dei dipinti su parete che fanno l’attrattiva di Tarquinia.
 
Un curioso contrappunto a questa espansività è l’approssimazione con cui molte di queste scritte sono tracciate. Accanto a scrittura quasi monumentale come quella della Tabula Cortonensis si trovano esempi sorprendentemente grezzi: il VS (in alfabeto latino , abbreviazione per suθi, ‘appartenente a una tomba’) malamente graffiato su una pelike ateniese del V secolo, ora al Louvre; oppure la scritta incisa sulla testa di un’elegante statuetta femminile – immagine scelta, non a torto, come emblema della mostra. D’accordo, dovevano essere sepolti, ma non mi sembra sia quello il punto.
 
Un grande merito dell’allestimento è che, se ho ben visto, sono presentate trascrizioni per tutte le iscrizioni (a eccezione di quelle più lunghe). Però sono rimasto molto sorpreso per il fatto che, in una mostra dedicata alla scrittura etrusca, non si parli affatto della lingua per cui quella scrittura è stata realizzata… L’unica nota, se ho ben visto, è una frase un po’ sconclusionata messa nella didascalia che accompagna una vetrina su “Scomparsa e ricomparsa dell’etrusco”: “Si deve arrivare alla fine del XVIII secolo per avere una più corretta interpretazione dell’alfabeto, e solo in seguito per ottenere una sufficiente conoscenza delle regole grammaticali e linguistiche [chissà che differenza c’è?]; lo studio della lingua etrusca è tutt’altro che concluso e prosegue ancora oggi con gradualità e spesso con buoni risultati”. Mah! Il non specialista potrebbe chiedersi, per esempio: perché le trascrizioni etrusche mescolano caratteri latini, normali, caratteri speciali e caratteri greci? Come si devono leggere parole come uθuraś? Forse sono di parte, ma mi sembra che un po’ più di attenzione agli aspetti linguistici non avrebbe fatto male.
 
Qualche nota sugli aspetti organizzativi: la sala dell’esposizione era surriscaldata; quando sono arrivato io, la stanzetta oscurata con il Liber linteus era del tutto al buio, e ovviamente non c’era l’ombra di un custode al piano (forse per via del surriscaldamento). Per fortuna, un’oretta dopo, proprio mentre stavo concludendo il percorso sono arrivati due addetti e hanno riattivato l’illuminazione, permettendo di vedere uno dei principali reperti della mostra.
 
Più in generale, il MAEC nelle altre sale vanta un allestimento moderno e piuttosto spettacolare, ma che nella mia prospettiva non chiarisce bene proprio i punti chiave e il contesto di ciò che si sta vedendo.
 
Tutti aspetti marginali, comunque. La cosa importante è il presentare una meravigliosa rassegna di iscrizioni, ben scelte e ben presentate.
 

giovedì 12 novembre 2015

Krugman a colazione


 
La rubrica di Paul Krugman sul New York Times
Tra le curiose passioni che mi sono venute negli ultimi anni c’è anche quella per il nuoto in piscina. Nata a Hong Kong, consolidatasi con le nuotate di gruppo ICoN, al momento sembra piuttosto stabile. Il teatro degli eventi è la Piscina comunale di Pisa, dove vado di solito poco dopo le 8, nell’ora meno frequentata: tra la ressa dell’apertura alle 7 e il graduale affollamento più tardi.
 
All’uscita, prima di iniziare la giornata lavorativa vado poi spesso a prendere brioche e cappuccino al bar Enrico sull’Aurelia. Locale che ha il suo interesse di per sé, ma dove una delle mie soddisfazioni fondamentali è sistemarmi a leggere il New York Times sul telefono mentre faccio colazione. E il lunedì e il venerdì, per fortuna, questo coincide con l’uscita della rubrica di Paul Krugman, che se ben vedo viene regolarmente aggiornata alle 9 ora italiana.
 
Forse non è inutile spiegare chi è Paul Krugman. Economista, premio Nobel, le sue posizioni politiche sono quelle del liberal americano, con cui mi trovo in discreta consonanza; inoltre è un esperto di fantascienza, il che non guasta mai. Da oltre quindici anni scrive la sua rubrica bisettimanale per il New York Times, che quasi da altrettanto tempo mi assiste e mi conforta.
 
La cosa interessante di Krugman è che la sua rubrica (in inglese, ovviamente) è un’impressionante fusione di ricerca e di scrittura. I testi presentano argomenti economici complessi in forma accessibile anche al lettore generico. Esempi e riferimenti richiedono, evidentemente, un grande lavoro di ricerca e verifica delle fonti anche solo per poche righe – e in alcuni casi, con ogni evidenza, uno staff di collaboratori. Al confronto con i tanti opinionisti venditori di fumo, negli USA o in Italia o altrove, è un gradevolissimo cambiamento.
 
Inoltre i testi sono scritti con ammirevole sofisticazione retorica: Krugman bilancia l’autonomia di ogni singolo articolo con il suo inserimento in un discorso più complesso, dosa rimandi esterni e approfondimenti interni, tiene un tono brillante ma non eccessivamente colloquiale… insomma, una lezione di professionismo che ha pochi equivalenti nel giornalismo mondiale. E nessuno a me noto, temo, in quello italiano.
 
Tuttavia l’aspetto che più mi colpisce non è la forma ma il contenuto. Una buona parte degli interventi di Krugman negli ultimi anni è dedicata infatti a dire l’ovvio. Cioè a far notare, per esempio, l’inconsistenza delle proposte economiche e di bilancio sostenute da molti politici; il fatto che predizioni che puntualmente non si realizzano vengano ripresentate ciclicamente, con motivazioni diverse, dalle stesse persone; il tornar fuori nel dibattito economico di idee che sono state smentite più volte dall’esperienza; e così via. In particolare, Krugman nota che spesso quando c’è un dibattito tra due parti i mezzi di comunicazione riferiscono a pari titolo le opinioni dell’una e quelle dell’altra… anche quando quelle di una parte sono con ogni evidenza assurde.
 
La credibilità degli esperti è spesso data dal conoscere e saper realizzare cose difficili. Queste conoscenze e queste capacità sono indispensabili per il mondo moderno, ma non è detto che coincidano con la comprensione di altre cose, magari semplici ma da vedere con chiarezza. E in parallelo, c’è una certa reticenza nei mezzi di comunicazione (e nella ricerca) a criticare le opinioni di chi si presenta, a qualunque titolo, come “esperto” o “persona seria”. Krugman è una delle poche persone che riescono a uscire da questo meccanismo e dire pane al pane e vino al vino basandosi su una conoscenza di prima mano dei dati; per questo mi leggo i suoi articoli e ne ricavo un po’ di sostentamento, al volo, prima che il cappuccino si raffreddi.
 
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