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mercoledì 2 giugno 2010

Lettere e immagini

Ho finito di leggere Space between words di Paul Saenger e adesso lo sto schedando e controllando. Come spesso accade, poi, i controlli sono interessanti quanto e più del testo in sé... Alla fine, mi sono messo a leggere il testo in parallelo a Pause and effect di M. B. Parkes (1992), di cui spero di parlare più avanti, e il confronto mi ha chiarito diverse cose.

Una prima nota, intanto, serve a ricordare che su un argomento di paleografia, il corredo di immagini, cioè di riproduzioni di manoscritti, è determinante. Eppure le riproduzioni, in entrambi i libri, hanno diversi limiti

Innanzitutto, nel libro di Saenger sono relativamente poche, e poco curate. Trentaquattro in tutto, e l'ultima, presentata a p. 229, è pure stampata male, essendo invertita specularmente. Errore che tra l'altro fa capire che il testo riprodotto non era poi molto leggibile, a colpo d'occhio... chissà quanti si saranno accorti dell'inversione? In altri casi (per esempio, nelle figg. 24, 27, 28) vengono riportate sezioni dell'originale in taglio un po' approssimativo, che nasconde parti di lettere (tratto comune al libro di Parkes), e in altri ancora la riproduzione è sfocata o sgranata.

In secondo luogo, le caratteristiche fisiche dei volumi pongono limiti precisi. Le dimensioni del libro di Saenger sono quelle del saggio umanistico tradizionale: 22,7 x 15 cm, cioè 340 centimetri quadrati, cioè un'area molto ridotta, rispetto a quella di diversi manoscritti fonte. La qualità fotografica e quella tipografica, come già detto, non sono di livello eccelso, e il supporto, normale carta porosa, peggiora ulteriormente la situazione. Per fortuna, in molti casi il fenomeno descritto si individua bene anche attraverso questi ostacoli - ma la leggibilità non è certo alta. Nel libro di Parkes la qualità delle riproduzioni è molto superiore, così come lo sono la carta (patinata) e le dimensioni (27,4 x 21,5 cm, cioè un'area quasi doppia, con 590 centimetri quadrati); anche qui, però, siamo spesso ben lontani dalle misure degli originali.

Le caratteristiche fisiche, inoltre, non sono tutto: Parkes accosta alle proprie riproduzioni anche trascrizioni del testo originale, traduzioni, note e numeri di riga, il che rende molto più semplice l'individuazione dei tratti commentati. Niente di tutto questo in Saenger. Beninteso, per fortuna in quest'ultimo libro buona parte dei testi riprodotti è scritta in latino, e in grafie che, essendo anteriori al XIII secolo, sono di solito molto leggibili. Però, per esempio, la fig. 9 dovrebbe illustrare la presenza di "hierarchical word blocks in the English translation of Orosius's Seven Books Against the Pagans" (p. 42), con spazi relativamente ampi usati solo per separare parole e spazi relativamente ridotti usati sia per separare parole sia per separare sillabe con valore di morfemi. Benissimo... solo che il manoscritto resta, per lingua e per grafia, ben poco accessibile a lettori come me: la trascrizione del testo originale avrebbe permesso di verificare meglio l'affermazione.

Soprattutto, infine, in nessuno dei due libri le immagini vengono elaborate per facilitare l'individuazione dei fenomeni. Saenger presenta alcuni ingrandimenti di particolari sezioni dei testi, il che è già un passo avanti rispetto alle pagine intere. Poi però non ci sono frecce, indicatori, evidenziazioni... Il che contribuisce a rendere frequenti situazioni come quella che ho già descritto qualche settimana fa: si cerca di verificare un dettaglio e non ci si riesce. Isolare una riga di testo e accompagnarla con frecce in cui si indicano i caratteri o i fenomeni cui si fa riferimento: non è difficile, però qui non viene fatto.

Come mai accettiamo d'abitudine questi difetti in lavori specialistici di questo tipo - e, aggiungo, di questa qualità? Alla radice, penso che sia solo perché la tecnologia tipografica ancora oggi si fonda su una separazione radicale tra chi scrive e chi impagina, e ancor più tra chi scrive e chi gestisce le immagini. E poi, possiamo dare per scontato che chi studia manoscritti medievali non sappia usare, per esempio, Photoshop. O no?

venerdì 7 maggio 2010

The Space Between


Se fossi la Dave Matthews Band, ci farei sopra una canzone e proverei a scalare la hit. Se fossi un filosofo francese di quelli che andavano di moda qualche anno fa, scriverei qualche pensosa riga sullo spazio bianco, "ce signe qui n'est pas un signe et qui pourtant, avec ce coleur de nuage, donne à nos signes la signification..."

Ok, si è capito dove si va a parare.

Se fossi invece un bravo paleografo, scriverei un libro come Space between words. The origins of silent reading, di Paul Saenger. Pubblicato nel 1997, credo che sia ancora il testo di riferimento per problema circoscritto, ma fondamentale: da chi, come, quando e perché sono stati inventati gli spazi tra le parole nella scrittura latina?

L'introduzione, in quindici pagine, richiama alcuni punti base, spesso non così evidenti nemmeno agli addetti ai lavori:

1. le scritture mediterranee prealfabetiche dividevano le parole con spazi

2. le scritture alfabetiche, dal greco in poi, hanno fatto spesso a meno degli spazi tra le parole, che a Roma erano per esempio del tutto assenti nella scriptura continua di età imperiale - e che in effetti non sono del tutto indispensabili per decifrare un testo

3. a un certo punto, con modalità da precisare (nel corso del libro), tra il sesto e il dodicesimo secolo, anche nella scrittura latina sono comparsi gli spazi

4. l'esistenza di questi spazi permette al lettore di scorrere i testi in modo molto più rapido, evitando in pratica una fase di "interpretazione a voce" e consentendo la nascita del "reference reading" moderno.

Fermiamoci su quest'ultimo punto. Gli antichi sapevano leggere in silenzio, senza muovere la bocca? La risposta è incerta, perché il modo in cui gli autori antichi descrivono la lettura è in moltissimi casi ambiguo. Uno dei rari esempi di lettura sicuramente silenziosa viene citato da Saenger in nota , a p. 299: nelle Eroidi di Ovidio (XXI, 1-4) Cidippe scrive ad Aconzio dicendo di aver letto in silenzio l'ultima lettera ricevuta dall'amato. Ma, appunto, l'ha letta in silenzio come caso eccezionale e per precauzione:

Littera pervenit tua quo consuevit, Aconti
et paene est oculis insidiata meis.
Pertimui scriptumque tuum sine murmure legi,
iuraret ne quos inscia lingua deos.

Insomma, su questo punto Saenger si schiera lungo la linea di interpretazione, inaugurata credo da Nietzsche, che ritiene eccezionale il caso descritto da Agostino alla fine dell'età classica: Sant'Ambrogio che d'abitudine leggeva senza muovere la bocca, sorprendendo e turbando gli spettatori. Non tutti sono d'accordo con questa ricostruzione (per esempio, Mary Carruthers ne presenta una diversa in The book of memory), ma anche a me sembra la più plausibile sulla base dei dati forniti dai testi - oltre che la più suggestiva.

Il succo del discorso di Saenger è poi semplice: nel Medioevo i copisti hanno iniziato a suddividere la riga usando spazi bianchi tra caratteri. La cosa più sorprendente è però che, in una prima fase, a volte gli spazi non erano inseriti sistematicamente tra parole. Delimitavano solo blocchetti di testo, di quindici-venti caratteri. Saenger parla a questo proposito di "aerated script", e la descrizione di questo sistema, alle pp. 32-44, è interessantissima. In alcuni casi, per esempio partendo da manoscritti che presentavano una suddivisione grafica in frasi (cola e commata), il processo

... altered the composition of the written page from long word blocks roughly corresponding to grammatical units of meaning to shorter sub-blocks devoid of any but coincidental correspondence to syntactical units. While this process did not enhance the role of space as a cue to meaning, the greater frequency of space within texts must hava had direct and salutary implications for saccadic ocular movement (p. 33).

Preparare appigli per l'occhio, insomma, aiuta la decifrazione dei testi anche se si interviene in maniera casuale, senza connessione con il significato! Saenger non dimostra questo punto, ma le mie sensazioni sul modo in cui si decifra i testi sono del tutto in sintonia con questa ricostruzione.

Come poi si sia affermata la divisione moderna delle parole... questo lo racconta il resto del libro. Una ricostruzione piuttosto dettagliata, che spero di poter riassumere più avanti.
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