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giovedì 12 ottobre 2023

Wu Ming, UFO 78


 
Copertina di UFO 78 dei Wu Ming
Quest’estate ho letto con divertimento e soddisfazione UFO 78 dei Wu Ming. Per chi ha ricordi dell’anno 1978, in effetti, credo sia difficile restare indifferenti… non sciupo la sorpresa a nessuno, penso, se dico che uno dei protagonisti del romanzo, Martin Zanka, è una versione alternativa di Peter Kolosimo, impegnato in frequenti discussioni con il suo editore “Pablo Pepper”.
 
Dal punto di vista narrativo, la storia parte da un classico antefatto da romanzo giallo: la scomparsa nel 1975 di due ragazzi durante un soggiorno sul monte Quarzerone, in Lunigiana. La gestione di questa componente, soprattutto nella parte finale, non soddisfa del tutto dal punto di vista narrativo. Nella mia prospettiva, però, la cosa è del tutto secondaria. Il motivo di interesse del romanzo sta soprattutto nella sua descrizione a distanza (in prospettiva quasi antropologica) dell’ambiente e del periodo, cioè dell’Italia del 1978.
 
Oggi è straniante ripensare a quel remoto passato. Chi l’ha vissuto da bambino, forse è rimasto coinvolto in un’ansia millenarista che pareva confermata dagli eventi. L’avvistamento di UFO era una faccenda quotidiana, e non solo i libri di Peter Kolosimo e le produzioni affini, ma anche i canali istituzionali, dai telegiornali ai film, non facevano che aumentare le aspettative in materia. Per chi dava fiducia ai mezzi di comunicazione dell’epoca (altro che fake news!) era lecito aspettarsi che da un giorno all’altro gli extraterrestri si sarebbero palesati e avrebbero accompagnato l’umanità a un nuovo livello di coscienza. E del resto, anche a un livello più terreno in quell’anno non mancavano i segni della fine del vecchio mondo, in buona parte descritti o accennati nel romanzo: i sommovimenti politi e sociali, la minaccia di guerra nucleare, la diffusione dell’eroina, le tensioni sull’aborto, il rapimento di Moro, la scomparsa in rapida successione di due papi e l’arrivo di un terzo dalla remota Polonia, e così via…
 
Alla fine, comunque, la palingenesi non c’è stata. Gradualmente, gli UFO sono scomparsi dai telegiornali della sera e i cambiamenti sociali sono stati gestiti, in positivo e in negativo, secondo modalità non troppo innovative. Certo, il cambiamento consiste soprattutto nel fatto che chi all’epoca era bambino è cresciuto – ma non ha contato solo il livello individuale, perché anche la società è davvero cambiata e ha abbandonato tante vecchie idee; quanto le nuove idee siano migliori è però questione ancora aperta.
 
Il ricordo del periodo non mi lascia una vera nostalgia. L’eccitazione del 1978, in fin dei conti, si fondava su ingenuità, errori e conoscenze incomplete. Però qualche risonanza ancora c’è: la possibilità che le cose possano cambiare continua a essere fondamentale, nella mia prospettiva. E nel libro non mancano le parti in grado di attivare queste risonanze. Per esempio, quella in cui gli ufologi torinesi vanno a vedere Incontri ravvicinati del terzo tipo (pp. 28-39); oppure la “Bibliografia selettiva” delle pagine 499-500, con la sua lista di pubblicazioni collegate alle vicende descritte nel romanzo, con una serie di titoli inesistenti nella nostra realtà ma perfettamente realistici e in grado da soli di dare concretezza a un mondo. Insomma, non solo ho letto il romanzo molto volentieri, ma spero di poter tornare prima o poi a leggere qualcosa del genere.
 
Wu Ming, UFO 78, Torino, Einaudi, 2022, pp. 606, € 21, ISBN 978-88-06-24891-8. Copia letta come graditissimo prestito.
 

venerdì 1 luglio 2022

In memoria di Valerio Evangelisti


Illustrazione di Francesco Mattioli

Questa settimana (il 28 giugno) nella sezione Lingua italiana del Magazine Treccani è uscito un mio contributo su Evangelisti e la fantascienza, o più specificamente sul rapporto tra Valerio Evangelisti e la fantascienza italiana. Il contributo si inserisce in uno speciale su Evangelisti curato da Alberto Sebastiani e programmato da tempo. Purtroppo, gli eventi hanno trasformato il lavoro in un omaggio postumo; ma anche in queste tristi circostanze vale la pena tornare indietro con la memoria, e ricordare come sono andate le cose alle origini.
 

martedì 11 gennaio 2022

Harris, Beyond the Horizon

  
Copertina di Beyond the Horizon di John Harris
C’era un tempo, quando ero bambino e ragazzo, in cui l’illustrazione di fantascienza mi colpiva molto. Le immagini di artisti come Karel Thole, Chris Foss, Michelangelo Miani o Paul Lehr mi lasciavano un’impressione fortissima, specie se collocate sulla copertina di qualche libro o rivista. Il picco, direi, è stato tra 1976 e 1984; dopodiché è cambiato il mondo. E soprattutto, com’è ovvio, sono cambiato io.
 
Qualche mese fa, durante uno dei periodi di isolamento ho provato a vedere se le sensazioni fossero ancora lì e ho comprato Beyond the Horizon di John Harris. È un bel libro d’arte, però, no, le sensazioni non sono ancora lì. Le pennellate indistinte e vagamente alla Turner di questi dipinti sono molto professionali, ma a guardarle non è più il Mirko di qualche decennio fa. 

Certo, l’impatto visivo resta forte:

Harris a doppia pagina

Tuttavia, a parte qualche eccezione, i paesaggi di altri mondi mi lasciano abbastanza indifferente, e i testi di accompagnamento sono in alcuni casi irritanti (e con qualche errore grammaticale). I dipinti più energici mi piacciono, quelli che dovrebbero essere più malinconici mi sembrano di qualità inferiore. L’aspetto più interessante sono forse le scelte cromatiche insolite, con tinte pastello: una buona selezione si può vedere sul sito di Alison Eldred.
 
Mi ha sorpreso semmai vedere che Harris è attivo nel settore dagli anni Settanta. Non solo non lo ricordavo da quegli anni, ma i dipinti che ha fatto in quel periodo sembrano ancora contemporanei! E, altra sorpresa, Harris ha realizzato opere di buon livello come copertine per romanzi di basso profilo, tipo quelli di Orson Scott Card, o magari decorosi ma marginali, come la serie di Stazione ospedale di James White (sì, c’era un tempo in cui leggevo i romanzi di James White!). Scorrendo i titoli si ha la sensazione di guardare con coerenza le riserve di una squadra, non i giocatori in campo.
 
Nel frattempo, poi, sui libri che conosco si sono accumulati quelli di generazioni più recenti – in particolare quelli di John Scalzi, con cui Harris ha evidentemente un rapporto privilegiato. L’esito finale è qualcosa di insolito. Non è un paesaggio sgradevole, ma nemmeno qualcosa che abbia voglia di rivistare troppo.
 
John Harris, Beyond the Horizon, Londra, Titan Books, 2014, pp. 160, ISBN (edizione tascabile) 978-1-781168424, £ 24,99.
 

giovedì 7 settembre 2017

Tavosanis, Storie informatiche


Comics & Science, The Babbage Issue


Forse non tutti sanno che il Consiglio Nazionale delle Ricerche pubblica una rivista divulgativa a fumetti: Comics and Science. Nel giugno di quest’anno è uscito il primo numero del 2017, intitolato The Babbage Issue (sì, un po’ troppo inglese, secondo i miei gusti...).

In questo caso, il fumetto centrale è Il segreto di Babbage, una storia scritta da Alfredo Castelli e disegnata da Gabriele Peddes. Il soggetto è ovviamente il lavoro di Babbage e la sua Macchina Analitica; sulla trama, invece, meglio non rivelare nulla. Ma per quanto riguarda i personaggi, va detto che uno dei protagonisti della storia è il mio amico e collega Fabio Gadducci, disegnato al meglio nella sua veste di Direttore del Museo degli Strumenti per il Calcolo di Pisa e in un ruolo a lui congeniale!
 


 
Tra i materiali d’accompagnamento comunque c’è anche un mio articolo intitolato Storie informatiche: una rassegna degli intrecci tra informatica e narrativa di fantascienza. Fin dalle origini, infatti, i “cervelli elettronici” hanno esercitato effetti molto profondi sull’immaginario. La narrativa a volte ha accompagnato l’evoluzione della tecnica, a volte è rimasta indietro e a volte è stata diretta fonte di ispirazione – come nel caso del cyberpunk e della realtà virtuale. Insomma, una storia sempre molto interessante, anche se qui vista solo per sommi capi.
 
Mirko Tavosanis, Storie informatiche, in Comics and Science 1, 2017, ISBN 9788880802419 pp. 42-45.
 

martedì 9 dicembre 2014

Due libri di Franco Ricciardiello

 
Franco Ricciardiello, Cronache dell'arabesco di pietra
Su Amazon.it sono da poco disponibili come e-book due libri di Franco Ricciardiello: La rocca dei celti e Cronache dell’arabesco di pietra. Non dico che sono disponibili due “nuovi” libri di Franco perché entrambi i testi hanno in effetti una lunga storia. Il primo è stato pubblicato per la prima volta nel 1987, il secondo è una raccolta di racconti usciti tra il 1986 e il 1992. Il primo (disponibile anche attraverso il pacchetto Kindle Unlimited) racconta un conflitto che va avanti da millenni… e non parla dell’argomento che si potrebbe immaginare! Il secondo raccoglie invece tutti i racconti del “ciclo spagnolo” di Franco, cioè i suoi racconti ambientati, in un modo o nell’altro, in Spagna. Assieme, si tratta in sostanza dei suoi lavori d’esordio.
 
Il motivo valido e altruistico per consigliare entrambi i libri è che Franco è il migliore scrittore italiano di fantascienza della sua generazione.
 
Il motivo egoistico per consigliarli è che, in questa nuova veste, entrambi i libri sono aperti da mie introduzioni d’epoca. Nel caso della Rocca dei celti l’introduzione è formata da un mio profilo dell’opera di Franco che è uscito sulla fanzine Intercom nel numero 102, datato novembre-dicembre 1988. Per le Cronache, il materiale introduttivo è più variato e più tardo, ma parte comunque dal 1996 (quando scrissi l’introduzione all’antologia Racconti dal lago di Mandelbrot, pubblicata in formato elettronico da Delos Books).
 
A rileggere il lavoro del 1988 rabbrividisco un po’, perché è l’opera di un Mirko Tavosanis che, al momento della scrittura, non aveva probabilmente ancora compiuto vent’anni. Tempi remoti: c’erano ancora l’Unione Sovietica e il Muro di Berlino. D’accordo, c’erano Internet e i computer, in forma molto diversa da quella attuale, ma io non avevo accesso né all’una né agli altri. Il che non giustifica molte delle cose che scrivevo… ma tant’è. Alcuni modi espressivi, tipo l’uso delle abbreviazioni per i titoli, li avevo presi direttamente, se ben ricordo, dai non eccelsi lavori di Cesare Segre sulle Soledades di Machado e su Gabriel Garcia Marquez. E questa non è nemmeno la parte più imbarazzante dell’assieme!
 
Da un altro punto di vista, sono ancora orgoglioso del modo in cui, appena sbucato da un lungo periodo di studio e depressione, il me-stesso-più-giovane era riuscito a mettere a fuoco quelli che mi sembrano ancora oggi alcuni aspetti importanti del lavoro di Franco. A monte, soprattutto, c’era il rendersi conto che nel mondo della fantascienza italiana nessuno stava parlando di quello che pure veniva definito “autore-fenomeno del momento” e colmare la lacuna. Già: dietro, in fin dei conti c’era un progetto generale. Il lavoro comparve come seconda uscita di una mia ambiziosa rubrica su Intercom dedicata alla fantascienza italiana. E, allora come adesso, in mezzo a tanti autori irrilevanti Franco spiccava, perché era bravo e perché, soprattutto, era l’unico che avesse un suo mondo originale da raccontare.
 
Per questo mi ritrovai a cercare di mettere ordine al lavoro di Franco, tra libri, appunti e dattiloscritti. Battendo per ore, tap tap, sui tasti di una vecchia Olivetti Lettera 22.
 
Nostalgia? No, quello no... Però, tra le tante cose impresentabili del me-stesso-più-giovane, quella spinta ancora oggi mi sembra ragionevole. Anzi, forse, da recuperare.
 

sabato 22 agosto 2009

McDonald, River of Gods

Quest’anno, il mio romanzo di fantascienza per Ferragosto è River of Gods di Ian McDonald (lo scrittore, non il flautista dei King Crimson). Scelta fatta un po’ perché è un romanzo (del 2004)sull’India (del 2047), un po’ perché quindici anni fa McDonald mi piaceva e mostrava grandi possibilità. Erano i tempi di Kling Klang Klatch, una graphic novel di indagini hard boiled in un mondo popolato da panda di peluche, bambole e assassini; e la scena iniziale di River of Gods, del resto, ricorda proprio l'inizio di KKK.

Inoltre, anche in questo caso la storia funziona. Impossibile sapere come andrà a finire, visto che, nonostante tutto, sono ancora a meno di un terzo... Però intanto è emerso qualcosa di professionalmente interessante: la descrizione di un laboratorio di fisica teorica nel 2047. Anche se i personaggi ricevono d’abitudine messaggi proiettati direttamente negli occhi e con l’aspetto di scritte che galleggiano nell’aria, l’immagine del loro spazio di lavoro è molto più tradizionale. Quando il giovane Vishram Ray entra in uno dei laboratori che ha appena ereditato, scopre che

There are non humming machines or looping power conduits, just desks and glass partitions, paper piled unsteadily on the floor, whiteboards on the walls. The white boards are full of scrawls. They continue onto the walls. Every square centimetre of surface is crammed with symbols and letters edged at crazy angles to each other, lassoed in loops of black felt marker, harpooned by long lines and arrows in black and blue to some theorem on the other side of the board. The brawling equations spread over desks, benches, any flat surface that will take felt marker. The mathematics is as unintelligible to Vishram as Sanskrit, but the cocoon of thought and theory and vision comforts him, like being inside a prayer (pp. 164-5).

I pennarelloni servono però anche per altri tipi di messaggio, apparentemente:

As his party leaves, Vishram picks up a felt marker and quickly writes on the desktop: DNNR, 2NITE?
Sonia Yadav reads the invite upside down.
“Strictly professional,” Vishram whispers. “Tell me what’s hot and what’s not.”
OK she writes in red.
8. PICK-UP HERE.
She underlies the OK twice (p. 165).


Come andranno a finire le cose, immagino lo scoprirò nelle prossime 400 pagine...

mercoledì 5 agosto 2009

Hiltzik, Dealers of Lightning

Finalmente, ho quasi terminato la versione scritta della mia lezione di storia dell’informatica sul tema delle interfacce utente. È stato un lavoro molto divertente ma complesso; e una prima difficoltà, pratica, è dovuta al fatto che nelle biblioteche di Pisa non c’è molta documentazione in proposito (e il prestito interbibliotecario è rimasto fermo a lungo). Qualche mese fa ho quindi fatto un bell’ordine di libri usati a Betterworldbooks e, un po’ alla volta, mi sono messo a leggere.

Tra i materiali più leggeri c’è anche questo Dealers of Lightning (1999). Il titolo, d’accordo, è terribile; e il libro è divulgativo. Però è comunque una storia interessante del Palo Alto Research Center della Xerox nel periodo 1969-1981. Il PARC, come molti sanno, è il luogo in cui per la prima volta molte caratteristiche fondamentali dell’interfaccia utente dei computer contemporanei sono state messe a punto e introdotte in sistemi commerciali o quasi-commerciali, a cominciare dal computer Alto (1973). Insomma, è stato il luogo in cui le intuizioni degli anni Cinquanta e Sessanta sono uscite dal laboratorio... a differenza di quanto era successo con lo SRI di Douglas Engelbart.

Tuttavia il PARC si porta dietro la fama di essere stato una serie di occasioni mancate per la Xerox. Come sintetizza Hiltzik:

Xerox had the Alto; IBM launched the Personal Computer. Xerox had the graphical user interface with mouse, icons, and overlapping windows; Apple and Microsoft launched the Macintosh and Windows. Xerox invented What-You-See-Is-What-You-Get word processing; Microsoft brazenly turned it into Microsoft Word and conquered the office market. Xerox invented the Ethernet; today the battle for market share in the networking hardware industry is between Cisco Systems and 3Com. Even the laser printer is a tainted triumph. Thanks to the five years Xerox dithered in bringing it to market, IBM got there first, introducing its own model in 1975 (pp. 389-390).

Nelle pagine finali del libro in effetti Hiltzik contestualizza questo giudizio e lo sfuma un bel po’. Tuttavia il quadro che viene fuori dalle quattrocento pagine precedenti è abbastanza sorprendente. Hiltzik è un giornalista economico e racconta le vicende del PARC dal punto di vista delle dinamiche aziendali. Il quadro che ne esce è una storia di scontri tra bande e lotte per il potere tra persone variamente incompetenti (al punto che l’università italiana sembra al confronto un paradiso di razionalità, armonia e pianificazione...). Che alcune di queste persone abbiano inventato cose oggi fondamentali sembra quasi una contraddizione. Al punto che ci si chiede – è sempre la mia domanda di base, in fin dei conti – quanto queste innovazioni fossero sviluppi logici necessari e quanto invece siano state frutto dell’inventiva individuale.

Comunque segnalo il capitolo 20, The Worm That Ate the Ethernet (pp. 289-299), perché ho scoperto qui che il famoso worm creato da John Shoch venne all’epoca immediatamente ricondotto (da Steve Weyer) al tapeworm informatico immaginato pochi anni prima da John Brunner nel suo The Shockwave Rider (in italiano, Codice 4GH). Hiltzik definisce il tapeworm di Brunner “perhaps the first computer virus of fact or fiction” (p. 295), e, anche se con diversi distinguo, in effetti anche questo è un curioso esempio di preveggenza narrativa.

domenica 19 aprile 2009

James G. Ballard è morto


Ho appena letto la notizia. Con lui ho avuto a che fare di persona tempo fa: ho contribuito a fargli un'intervista nel 1992 (o giù di lì) a Viareggio, a due passi da casa mia. Che fosse malato di un cancro inoperabile, si sapeva; ma è stata comunque una cosa inaspettata.

Per molti anni ho pensato che fosse il più grande scrittore del ventesimo secolo. Probabilmente lo penso ancora... E ho ancora il sospetto che L'astronauta morto sia il più bel racconto di fantascienza di tutti i tempi. A memoria, comincia così: "Le torri arrugginite di Cape Kennedy si ergevano verso il cielo come le cifre di una dimenticata algebra astrale".

Ma soprattutto, sono sicuro che la società post-televisiva lui l'aveva capita a fondo, quanto e meglio di chiunque altro, già negli anni Cinquanta.

Ne sentirò la mancanza, e non sarò il solo.

venerdì 17 aprile 2009

Iain M. Banks, Matter

Ho la fortuna di avere amici che mi regalano libri; e la fortuna (ancora più grande) di avere amici che sanno quali libri regalare...

Il regalo più recente è stato Matter di Iain M. Banks. È l'ultimo romanzo ambientato nell'universo della Cultura, ed è sorprendentemente ben fatto: non mi divertivo così tanto a leggere Banks dai tempi... beh, direi dai tempi della Mente di Schar (che, ahimè, è stato tradotto in italiano giusto vent'anni fa).

Inutile cercare di riassumere la vicenda, che ruota attorno a una contesa dinastica sul pianeta a livelli Sursamen. Abbandonato dai suoi costruttori un miliardo di anni prima, Sursamen ha due livelli, l'ottavo e il nono, abitati da esseri umani con un livello di tecnologia fine Ottocento; e ha, ovviamente, un dio alieno al centro, e un segreto nascosto da qualche parte. Quel che conta è, al solito, il quadro galattico, e Banks riesce a tenerlo in piedi meglio di tutti gli scrittori (molti dei quali scozzesi come lui...) che si sono gettati in questo filone di moda.

Le note di interesse linguistico sono poche, ma di classe. Innanzitutto i nomi delle astronavi e delle loro classi, che sono belli come al solito: It's My Party And I'll Sing If I Want To, Inspiral, Coalescence, Ringdown, You'll Clean That Up Before You Leave... Poi Banks fornisce una minima, ma problematica, indicazione sul Marain:

He had called himself a Wanderer (they were talking Marain, the Culture's language; it had a phoneme [sic] to denote upper case) (p. 370).

Chissà se Banks ha ben chiaro il concetto di "fonema"? Non sono male, invece, gli imperfetti tentativi di comunicazione da parte degli Oct, una delle razze senzienti che tengono sotto controllo Sursamen. Per esempio, questo discorso di ambasciatore:

"Grief is to be experienced, thereto related emotions, and much. I am unable to share, being. Nevertheless. And forbearance I commend unto you. One assumes. Likely, too, assumption takes place. Fruitions. Energy transfers, like inheritance, and so we share. You; we. As though in the way of pressure, in subtle conduits we do not map well" (p. 31).

Ma soprattutto, è molto bella la descrizione di questa interfaccia che una dei protagonisti usa per programmare il ritorno su (ehm, dentro) Sursamen:

Even without consciously thinking about it, she was there with a diagrammatic and data-ended representation of this section of the galaxy. The stars were shown as exaggerated points of their true colour, their solar systems implied in log-scaled plunge-foci and their civilisational flavour defined by musical note-groups (the influence of the Culture was signalled by a chord sequence constructed from mathematically pure whole-tone scales reaching forever down and up). An overlay showed the course schedules of all relevant ships and a choice of routes was already laid out for her, colour-coded in order of speed, strand thickness standing for ship size and schedule certainty shown by hue intensity, with comfort and general amenability characterised as sets of smells. Patterns on the strands - making them look braided, like rope - indicated to whom the ships belonged (p. 95).

Altro che il Route Planner Michelin, o il sito delle ferrovie tedesche! Un'interfaccia del genere farebbe sognare anche Edward Tufte.

lunedì 30 marzo 2009

Le interfacce immaginarie

Oggi ho fatto lezione al corso di Storia dell'informatica parlando di interfacce immaginarie: il modo in cui gli scrittori di fantascienza (e non solo) hanno immaginato i modi per far interagire esseri umani e computer. Naturalmente, mi sono concentrato sui modi in cui l'interazione riguarda linguaggio e scrittura.

La lezione si è conclusa leggendo un curiosissimo esempio di preveggenza: il racconto A logic named Joe pubblicato nel 1946 da William F. Jenkins (più noto come Murray Leinster). Il racconto descrive una rete di personal computer diventata di uso comune nella vita quotidiana, e il quadro è sorprendentemente vicino alla nostra realtà. In rete si trova anche il testo originale del racconto, pubblicato dalla Baen; io ho usato la prima traduzione italiana, comparsa su Gamma nel 1967. Ricordo vagamente di aver letto il racconto nel 1984 o giù di lì, e di non esserne rimasto troppo colpito... Col senno di poi, è stato un errore!
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